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Medicina

Protegge dai tumori: scoperto il gene “Drago”

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Attivato dalla proteina p53 protegge le cellule dalla trasformazione neoplastica

microscopio-1Viene attivato da una proteina già nota alla comunità scientifica, p53, ed è in grado di proteggere le cellule sane dalla trasformazione in cellule neoplastiche: il nuovo gene, scoperto dai ricercatori del Laboratorio di Farmacologia Molecolare dell’IRCCS-Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ e chiamato “Drago”, è stato definito “uno dei principali guardiani dell’integrità del nostro genoma”.

I risultati dello studio, pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute, mostrano la  capacità di questo gene, quando opportunamente attivato da p53, di contrastare la trasformazione delle cellule normali in  cellule tumorali. In condizioni fisiologiche Drago è mantenuto a livelli relativamente bassi da diversi meccanismi di regolazione, e solo dopo un danno causato alla cellula viene attivato da p53 per indurre morte cellulare.

“Il dato riscontrato – spiega Massimo Broggini, Responsabile del Laboratorio di Farmacologia Molecolare del ‘Mario Negri’ e coordinatore dello studio – ci dice che in diversi tumori la diminuzione dei livelli di Drago è direttamente correlata  all’aggressività del tumore, a conferma del suo potenziale ruolo come oncosoppressore. I risultati ottenuti aggiungono anche un importante tassello alle funzioni antitumorali di p53”. “La prossima sfida – conclude il ricercatore – sarà trovare delle strategie per ripristinare la presenza di questo gene in tumori dove è venuta meno la sua funzione di contrasto della crescita tumorale”.

 

Fonte

 

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

Morto Franco Mandelli: una vita spesa a combattere la leucemia

Era considerato il più importante ematologo italiano, fondatore dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma, di cui era presidente onorario, e della onlus Gimema

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E’ stato un grande. Una figura discreta che ha contribuito a salvare dalla malattia moltissime persone: «Addio al nostro presidente, professor Franco Mandelli, una vita dedicata alle malattie del sangue e alla solidarietà». Così il profilo Facebook dell’Associazione italiana contro le leucemie annuncia la morte di Mandelli: «anima della mostra organizzazione di cui era presidente onorario e fondatore del Gimema».

Il professore era considerato il più importante ematologo italiano, fondatore dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma, di cui era presidente onorario, e della onlus Gimema.

Mandelli, nato 87 anni fa a Bergamo, si è laureato a Milano nel 1955 per poi trasferirsi prima a Parma e successivamente a Roma, dove diventa una figura di spicco nella lotta alle malattie del sangue, in particolare contro il linfoma di Hodgkin e delle leucemie acute.
Era presidente del gruppo italiano malattie ematologiche dell’adulto (Gimema) e dell’Associazione italiana contro le leucemie (Ail).
«Ha pubblicato più di 700 studi scientifici. L’Ail tutta si stringe con riconoscenza e grande affetto alla sua famiglia», si conclude così il messaggio dell’associazione su Facebook.

 
  

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Globalist

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Medicina

Il ritorno della polio in Papua Nuova Guinea

Il primo caso di poliomelite in 18 anni. La trasmissione del virus facilitata dalla bassa adesione ai richiami del vaccino: soltanto due terzi dei bambini ha ricevuto tutte e tre le dosi.

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La poliomielite è una grave malattia infettiva. Nove volte su dieci non dà sintomi, nel 10% dei casi provoca soltanto febbre, ma in un caso ogni 250 causa una paralisi irreversibile. Se il virus colpisce i muscoli della respirazione l’infezione può essere mortale. Nella foto: uno dei tre tipi di polio-virus.

La poliomielite, che globalmente è stata quasi eradicata, resiste in alcune aree particolarmente povere e sovrappopolate del mondo. In Papua Nuova Guinea, per esempio, non si registravano casi dal 2000: l’infezione di un bambino di 6 anni nella provincia orientale di Morobe è il primo caso registrato da 18 anni a questa parte.

Il piccolo era stato ricoverato con i primi sintomi della malattia da polio-virus il 28 aprile scorso, e l’effettivo contagio era stato confermato tre settimane più tardi. Qualche giorno fa, i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti hanno riscontrato la presenza di un ceppo di Enterovirus nei campioni fecali di altri due bambini della stessa comunità, un fatto che ha indotto a sancire il ritorno dell’epidemia.

SCARSA COPERTURA. I casi sono finora isolati in questa sola provincia, dove i livelli di immunizzazione sono ancora molto bassi: soltanto il 61% dei bambini riceve tutte e tre le dosi raccomandate del vaccino. Per evitare che i polio-virus, che si diffondono per via oro-fecale (quindi soprattutto a causa di cattiva igiene o attraverso cibo e acqua contaminati), si propaghino, l’OMS ha ordinato una campagna vaccinale a tappeto che copra bambini e ragazzi sotto i 15 anni di età.

LE CONSEGUENZE. I bambini sono i più vulnerabili al patogeno, che si moltiplica nell’intestino e poi raggiunge il sistema nervoso, arrivando a causare meningiti, paralisi degli arti e anche la morte, se la paralisi coinvolge i muscoli del torace. La carenza di servizi igienici adeguati e la contaminazione delle fonti idriche rende più difficile arginare la diffusione dei virus, che non dovrebbe tuttavia rappresentare un pericolo a livello globale, dato l’isolamento della regione, dalla quale e verso la quale i viaggi sono poco frequenti.

A UN PASSO DALLA META. Nel mondo, grazie alle campagne vaccinali, i casi di polio sono diminuiti del 99% in 30 anni. Nel 1988 risultarono contagiate circa 350.000 persone in 125 Paesi del mondo: 29 anni dopo, nel 2017, i casi furono solo 22. Stanno ancora combattendo focolai di polio la Nigeria, il Pakistan, l’Afghanistan e – ora lo sappiamo – la Papua Nuova Guinea. Per questa malattia non ci sono cure: l’unico approccio utile è quello preventivo, con due tipi di vaccino, uno per bocca e uno intramuscolare.

 
  

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Medicina

Sos medici, nei prossimi 5 anni ne mancheranno 11.800

Fiaso,per pensionamenti o per andare nel privato.Poche new entry

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ROMA – In Italia, nei prossimi 5 anni, mancheranno 11.800 medici. Ad oggi, abbiamo ancora più medici degli altri Paesi Ue con sistemi sanitari simili ma da qui al 2022 tra uscite dal lavoro e numero contingentato di nuovi specialisti mancheranno 11.803 dottori, anche se si andasse ad un totale sblocco del turn over. Questo anche a causa del fatto che il 35% lascia il lavoro prima dei limiti di età, perché si prepensiona o per andare nel privato. A lanciare l’allarme è la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche (Fiaso). Un problema è anche rappresentato dal fatto che, in entrata, uno specializzando su 4 non opta per il servizio pubblico.

E’ questo il quadro del fabbisogno medico in Asl e ospedali tracciato dal Laboratorio Fiaso sulle politiche del personale. Lo studio è stato presentato in occasione dell’Assemblea annuale della Federazione delle aziende sanitarie pubbliche ed è svolto su un campione rappresentativo di 91 aziende sanitarie e ospedaliere, pari al 44% dell’intero universo sanitario pubblico.

Dall’indagine emerge che un medico su tre lascia dunque per motivi diversi dal raggiunto limite di età. Le uscite anticipate dei medici dal servizio pubblico, spiega il presidente Fiaso Francesco Ripa di Meana, “hanno varie ragioni, come la paura dell’innovazione organizzativa e tecnologica e di veder cambiare in peggio le regole del pensionamento, oppure il dimezzamento necessario dei posti di primario, che ha finito per demotivare tanti medici a proseguire una carriera oramai senza più sbocchi“.

Le carenze maggiori si registrano per igienisti, patologi clinici, internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori. Dalla Fiaso giungono però delle proposte per trasformare l’emergenza in “opportunità di miglioramento dei servizi“: ciò, spiega Ripa di Meana, attraverso “una maggiore valorizzazione delle professioni non mediche, maggiore integrazione tra medici di base, pediatri di libera scelta e medici ospedalieri“. Altra proposta, afferma, è impiegare i “medici neo laureati per la gestione dei pazienti post acuzie dopo un affiancamento con tutor esperti“. Innovazioni, rileva, “già in atto in molte nostre Aziende e che possono trasformare in opportunità di miglioramento dei servizi la criticità del fabbisogno di medici nel nostro Paese“.

 
  

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ANSA

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