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Medicina

Pseudoscienza assassina

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Di omicidio colposo è accusato il medico che si appellava alle idiozie della pseudoscienza e curava il cancro con la terapia psicologica. Come se perpetrare teorie antiscientifiche possa essere una semplice svista

a pseudoscienza uccide. Non è una novità ma, nell’era di Internet i ciarlatani trovano un’eco immensa nell’adescamento dei cittadini più ignoranti. “Cure miracolose” mixate da deliri religiosi estrapolati dalle culture più oscene, corsa al guadagno facile. Santoni seguiti da gruppi di disperati, vuoi per mancanza di cultura, vuoi per quello stato di bisogno che una malattia comporta. Le vittime purtroppo non sono rare, la pseudoscienza è noto che uccida, basandosi sul nulla, contrastata dalle contro-evidenze. L’ennesimo caso di morte è riportato dal quotidiani . Alto Adige riporta un interessante intervendo del Prof. Giorgio Dobrilla, primario gastroenterologo emerito dell’Ospedale regionale di Bolzano:

pseudoscienza

Prof. Giorgio Dobrilla

Repetita iuvant oltre che una convinzione antica è la certificazione di un errore che persevera. Premessa necessaria per ritornare sulla “Nuova Medicina Germanica” del medico Ryke Hamer, ripresa dai media ai primi d’aprile. Hamer era finito in cronaca già nel 1978 perché suo figlio era stato ucciso a fucilate da Vittorio Emanuele di Savoia (assolto poi con indubbia… magnanimità) nel corso di una lite all’isola di Cavallo, in Corsica. Pochi mesi dopo Hamer si ammala di un #cancro al testicolo ma si salva, grazie alla pronta orchiectomia. Gli balena così l’idea che il suo tumore sia attribuibile allo shock provato per il decesso di suo figlio e sviluppa la teoria che il cancro sia conseguenza di uno stress psicologico e che dunque col pensiero va combattuto e non con le cure oncologiche convenzionali. In altre parole, risolvendo il conflitto psichico di qualsiasi natura si potrà guarire il tumore che da tale conflitto è nato. Singolare ipotesi per uno sopravvissuto al cancro grazie ad un intervento chirurgico convenzionale e non certo al ripristino di un equilibrio psico-energetico minato dallo shock del figlio ammazzato. Ma la “intuizione” non si ferma qui: Hamer “rivela” che gli ebrei sanno bene che la sua Nuova Medicina è nel giusto, ma che complottano per non divulgare questa verità ai non ebrei, a tutto vantaggio della sopravvivenza del solo popolo eletto.

pseudoscienza

il ciarlatano Ryke Hamer

La teoria di Hamer si basa sulla pseudoscienza, non è supportata da alcuna prova e non è condivisa da nessuna istituzione scientifica. Anzi, già nel 1986 un tribunale tedesco ha tolto a Hamer la licenza di poter praticar la professione medica, divieto riconfermato nel 2003. Per aver continuato ad esercitare abusivamente la medicina in cliniche compiacenti, Hamer è stato condannato e incarcerato più volte sia in Francia che in Germania. Ma un po’ per colpa dei media (più avidi di scoop che aumentano vendite e ascolti che di preziosa informazione) e un po’ per colpa dei cittadini (spesso più attenti a programmi di imbonimento che a quelli di educazione sanitaria) Hamer continua in contumacia a curare il cancro con il “suo” metodo e così fanno alcuni ineffabili seguaci in vari paesi.

E arriviamo in Italia, dove in aprile 2016 scoppia il caso di una paziente di 53 anni, morta nel 2014 per melanoma, #tumore maligno cutaneo guaribile se diagnosticato per tempo e curato, trattato invece dalla sua dottoressa con il metodo Hamer, cioè solo con interventi psicologici. Finalmente anche l’Ordine dei Medici prende provvedimenti, tanto più che la dottoressa aveva già subito in precedenza un procedimento giudiziario per aver curato non con metodo Hamer questa volta, ma con un preparato omeopatico una bimba di 14 mesi morta a breve di meningite. Conseguenze? Nessuna: ci ha pensato la prescrizione. Reato contestatole oggi: omicidio colposo. Ma è giusto ritenerlo solo colposo?

 

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https://www.bambinidisatana.com/2016/04/16/metodo-bates-solo-una-grande-bufala/

 

 

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

L’eredità Neanderthal che ci protegge dai virus

Ben 152 varianti geniche che ci proteggono da molti virus sono un’eredità dell’incrocio tra Neanderthal ed esseri umani moderni

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Arrivati in Eurasia centinaia di migliaia di anni prima degli Homo sapiens, i Neanderthal avevano avuto il tempo di evolvere difese contro virus presenti in Europa e in Asia ma non in Africa, un vantaggio adattativo che ha assicurato la permanenza di quelle varianti nel nostro genoma(red)
I Neanderthal ci hanno lasciato un’eredità genetica positiva: un cospicuo numero di mutazioni in alcuni geni che offrono protezione da molti virus a RNA. La scoperta – fatta dai biologi evoluzionisti David Enard, dell’Università dell’Arizona a Tucson, e Dmitri A. Petrov, della Stanford University, e illustrata su “Cell” – è un’ulteriore conferma dell’importanza del patrimonio genetico che abbiamo ereditato dai nostri cugini estinti.

I Neanderthal sono scomparsi fra 30.000 e 40.000 anni fa, ma hanno fatto in tempo a incrociarsi con la nostra specie, che aveva da poco iniziato a diffondersi in tutto il mondo. Le tracce di questo incrocio sono presenti in buona parte delle popolazioni non africane, e rappresentano in media circa il 2 per cento del genoma. Alcune di queste tracce, inoltre, sono molto più diffuse di altre, tanto da suggerire che la loro persistenza sia legata a un vantaggio evolutivo.

 


I Neanderthal probabilmente contagiarono i primi esseri umani moderni giunti in Eurasia con i virus a RNA tipici del continente, ma grazie al mescolamento delle popolazioni trasmisero loro anche le difese genetiche che avevano sviluppato, secondo un modello detto “veleno-antidoto” (Cortesia Enard & Petrov / Cell)

Analizzando i circa 4500 geni che negli esseri umani moderni  interagiscono con i virus attraverso le proteine che producono, e confrontandoli con il database dei geni neanderthaliani identificati finora, Enard e Petrov hanno individuato 152 sequenze di DNA tipiche dei Neanderthal.

Una serie di test ha permesso di concludere che le proteine espresse da quei geni di origine neanderthaliana offrono una certa protezione dalle infezioni dovute a diversi tipi di virus a RNA. In particolare, le proteine prodotte dalle varianti neanderthaliane interferiscono con il ciclo di replicazione del virus all’interno della cellula infettata, impedendone quindi la riproduzione e la capacità di infettare a cascata sempre più cellule.

I Neanderthal – osservano i ricercatori – hanno vissuto fuori dall’Africa per centinaia di migliaia di anni, un tempo sufficiente perché il loro sistemaimmunitario evolvesse delle difese contro virus presenti in Europa e in Asia ma non in Africa. “Gli esseri umani moderni – ha detto Enard – hanno ‘preso in prestito’ le difese genetiche già presenti nei Neanderthal senza dover aspettare che si sviluppassero le loro mutazioni adattative, che avrebbero richiesto molto più tempo.”

 
  

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le Scienze

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Medicina

Un elettrodo restituisce la possibilità di camminare a tre pazienti paralizzati

Grazie a un elettrodo impiantato nella spina dorsale, due equipe mediche statunitensi sono riuscite a far riacquisire la mobilità volontaria degli arti inferiori a tre ragazzi paralizzati da anni. Una speranza per i pazienti in tutto il mondo, ma la strada da fare è ancora lunga

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Camminare ancora sulle proprie gambe. Per Jered Chinnock, Kelly Thomas e Jeff Marquis era più un sogno che una reale possibilità, dopo anni di paralisi. Ora, grazie a un dispositivo elettrico impiantato a livello della lesione al midollo spinale, quel sogno si è realizzato, e quando l’apparecchio è acceso riescono a muovere qualche incerto passo da soli, contando sulle proprie forze. A rendere noto il successo sono le équipe di ricerca della Mayo Clinic e dell’Università di Louisville, rispettivamente dalle pagine di Nature e New England Journal of Medicine. Pur non nascondendo un certo entusiasmo, i ricercatori sottolineano tuttavia come sia necessario andare cauti: non si sa ancora con esattezza come il dispositivo interagisca con l’organismo e pare che non funzioni per tutti i pazienti allo stesso modo.

L’impianto
Quando si ha un incidente, come quello Jered, Kelly o Jeff, che ti spezza la schiena, c’è poco da fare. È praticamente impossibile riparare la lesione e le terapie che si possono intraprendere riguardano soprattutto interventi per stabilizzare la colonna vertebrale, il potenziamento della parte superiore del corpo e la fisioterapia per mantenere un minimo di tono muscolare anche dalla lesione in giù.

È un lavoro costante e impegnativo da fare su se stessi, ma senza grandi prospettive di recupero.

I tre ragazzi, però, hanno voluto credere nella ricerca, nella tecnologia, e hanno scelto di partecipare a una sperimentazione (Jered con la Mayo Clinic, Kelly e Jeff con l’Università di Louisville): i chirurghi hanno impiantato al di sotto della loro lesione a carico del midollo spinale un elettrodo collegato a un dispositivo (posto nell’addome) che genera impulsi elettrici. Quando il dispositivo è acceso, i pazienti sono in grado di compiere spontaneamente dei movimenti. È bene chiarire che non si tratta di un risultato immediato: senza la riabilitazione intensiva non si sarebbe arrivati a nulla.

L’equipe che ha seguito Jered, per esempio, riferisce che dopo poche settimane dall’impianto, il ragazzo steso su un fianco poteva compiere movimenti simili a dei passi. “Solleva la gamba, scalcia il piede”, era il mantra da ripetere per tutte le sedute di allenamento. Jered è poi riuscito a stare in piedi da solo e infine, dopo 43 settimane e oltre 100 sessioni di allenamento, a camminare sulle proprie gambe.

Coi piedi di piombo
Risultati davvero straordinari agli occhi della comunità scientifica, ma sono gli autori stessi a frenare l’entusiasmo perché c’è ancora tanto da fare e da capire.

Ammettono infatti di non sapere con esattezza come funzioni il dispositivo, cioè in che modo l’elettrodo riesca a veicolare i comandi dal cervello ai muscoli oltre la lesione spinale. Inoltre il team della Louisville ha tentato l’impianto su altri due pazienti, i quali però non hanno avuto il medesimo iter di successo. Sembra dunque che per raggiungere simili risultati debba verificarsi una combinazione di circostanze favorevoli.

I ricercatori pensano infatti che il dispositivo sia efficace quando le vie nervose a valle della lesione sono ancora attive ma dormienti e un po’ arrugginite. Gli impulsi elettrici applicati risveglierebbero questi circuiti, ma solo con una riabilitazione rigorosa, capendo a quali segnali rispondono i vari muscoli, è possibile recuperare i movimenti volontari.

 
  

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Wired

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Medicina

Polmonite da legionellada Legionella: grave 29enne ricoverato

Trasferito dalla provincia di Brescia per legionella

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Un uomo di 29 anni, bresciano, è ricoverato in prognosi riservata nel reparto di terapia intensiva del San Gerardo di Monza, attaccato alla macchina “Ecmo” per la pulizia del sangue, dopo aver contratto il batterio della legionella. Presentatosi con i sintomi classici della patologia al pronto soccorso di Gavardo (Brescia), il 29enne è stato trasferito a Monza perchè la struttura del bresciano non sarebbe stata in grado di garantire il corretto trattamento della malattia.. Le sue condizioni, a detta dei medici, sono gravi ma stabili. La prima settimana di ricovero sarà decisiva per poter sciogliere la prognosi. Finora i casi di legionella più gravi hanno riguardato persone in età avanzata.
In questo caso invece si tratta di una persona di 29 anni che, proprio grazie alla sua giovane età, sembra aver maggiori capacità di reagire alle cure.

A fare il nuovo punto della situazione l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera, riferendo in Consiglio regionale sull’epidemia che sta interessando il bresciano. “A ieri fino alle ore 20 vi sono stati235 accessi al pronto soccorso, 196 sono le persone attualmente ricoverate, 12 le persone che hanno rifiutato il ricovero o che sono state dimesse, due i decessi, uno con una diagnosi accertata di legionella”, ha detto Gallera:”In 12 casi, sul numero totale, è stato accertato che si tratta di legionella”

 

 
  

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ANSA

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