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“L’aquila è atterrata”. Questo è stato il codice che segnalava, il 20 luglio 1969, l’arrivo dell’Apollo 11, e dell’essere umano, per la prima volta sulla Luna. Una delle esperienze più intense e cariche di entusiasmo – scientifico, culturale, politico – che il mondo, incollato allo schermo del televisore o alla radio, abbia mai vissuto, tanto che a 50 anni esatti da quel giorno il sogno di rivivere in tempo reale quel momento è più che mai diffuso, e non solo per il grande pubblico.

Sono le stesse agenzie spaziali, negli ultimi anni, a manifestare una ritrovata spinta verso il nostro satellite, con progetti nuovi, tecnologie completamente rivoluzionate e ripensando gli obiettivi, (se possibile) ancor più in grande che in passato. “Torneremo presto sulla Luna“, rassicurano gli addetti ai lavori di tutto il globo. Ma quando succederà? In che modo? E a fare esattamente cosa? 

Non manca (forse) molto

A esporsi maggiormente negli ultimi mesi è sopratutto la Nasa, che ha annunciato come possibile data d’inaugurazione di una nuova generazione di allunaggi il 2024, tra meno di cinque anni – non senza un certo scetticismo da parte di chi pesa in dollari l’impresa e invita alla cautela. L’agenzia americana non è però sola e anzi, a differenza dei tempi delle navicelle Apollo, cuore pulsante della fatidica corsa allo Spazio e del testa a testa per la supremazia tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, ora la spinta verso la Luna sembra più un’opera collettiva, dove nessuno è davvero escluso.  

Dal 2013 è sopraggiunta la Cina, per esempio, l’unica oltre ai due sopraccitati finora ad aver già toccato il nostro satellite con le sonde, e a gennaio di quest’anno persino con un lander, un mezzo che per primo ha raggiunto persino il suo lato nascosto. Tra i protagonisti di questa nuova fase c’è poi Israele, che ha da poco messo in atto i suoi piani per orbitare ed esplorare la Luna, e per ultima l’India. E ci siamo naturalmente anche noi dall’Europa, con il contributo tecnologico dell’Esa, e il Giappone, con laJaxa, entrambe a stretto contatto con la Nasa.

Ma non solo. Come su altri fronti delle scienze spaziali, stanno prendendo parte alla scena anche volti nuovi e appartenenti al settore privatoJeff Bezos di Amazon con la sua Blue Origin, per esempio, Elon Musk di SpaceX, ma anche le storiche company dell’aeronautica Boeing e Lockheed Martin. Per la prossima aquila, insomma, non saranno presenti solo molti spettatori, ma anche molti, moltissimi attori. 

Ritorno sulla Luna: ma dove?

Da quando Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins sono entrati per la prima volta in contatto col nostro satellite, il nostro ruolo si è fatto decisamente più attivo all’interno del Sistema solare: ci siamo spinti con sonde robotiche attorno a pianeti diversi dalla Terra, abbiamo inviato rover su Marte, ci siamo installati in via permanente in orbita, con la Stazione spaziale internazionale. Grazie all’esperienza maturata sul fronte tecnologico possiamo non solo permetterci di ripensare il progetto-Luna in una versione nuova di zecca – più sicura, rapida e sostenibile di un tempo –  bensì anche immaginare di andare laddove nessuno è ancora riuscito.

Uno dei luoghi che suscita oggi più interesse, spiegano gli esperti dell’Esariferendosi in particolare alle missioni robotiche, è il bacino Polo sud-Aitken, un gigantesco cratere di origine meteorica localizzato sulla sua faccia nascosta, l’emisfero che non possiamo mai osservare direttamente dalla Terra. Perché proprio lì? Perché quest’area, che si estende per oltre 2.500 chilometri di diametro e che va anche molto in profondità (forse anche 200 chilometri), potrebbe consentire agli scienziati di ricavare informazioni sulla stratificazione della crosta del satellite, fino quasi al mantello: una vera e propria miniera a cielo aperto di informazioni geologiche. 

Lo studio dei luoghi e dei resti delle collisioni, nello Spazio, ha d’altronde un’importanza strategica per la conoscenza della storia evolutiva di un oggetto, così come di quelli circostanti. E, perché no, di quella della nostra specie e, più in generale, della vita. L’osservazione dei crateri sulla superficie della Terra è stata la “scatola nera” per le ipotesi sulla scomparsa dei dinosauri, per esempio, e senza le ricerche e i modelli costruiti grazie all’indagine sui crateri lunari non sarebbe, molto probabilmente, stata possibile. Tornare sulla Luna, insomma, potrebbe insegnarci ancora molto sul nostro passato, e aiutarci a fare previsioni anche sul nostro futuro 

Altro punto “caldo”, sempre nei pressi del Polo sud lunare, è il cratere Schrödinger: un’area che conterrebbe, stando ai rilevamenti a distanza, grossi quantitativi di acqua ghiacciata nel sottosuolo, acqua che potrebbe essere utilizzata in situ per produrre idrogeno e ossigeno da impiegare come propellente per gli stessi mezzi spaziali. Oltre che, naturalmente, per la sopravvivenza.

Un nuovo viaggio 

Al centro della scena, in termini di mezzi di trasporto, è sicuramente lo Space Launch System (o Sls), il lanciatore spaziale di ultima generazione che sta assorbendo la maggior parte delle energie dei cantieri Nasa: alto 65 metri (più della torre di Pisa, che ne misura 57) e con una potenza senza precedenti, dovrebbe riuscire a sollevare fuori dall’atmosfera oltre 70 tonnellate di peso – e ritorno. Puntando a diventare completamente  completamente sostenibile entro il 2028, prima nei viaggi in direzione Luna e poi, se tutto andrà come previsto, su Marte, Giove, Saturno, e persino fuori dal Sistema solare. È su di lui che si punta per accompagnare le navicelle passeggeri nei viaggi spaziali più lontani di sempre.

Concept dello Space Launch System (Credit immagine: Nasa)

E anche per quanto riguarda i veicoli per gli equipaggi si guarda a scala e performance aumentate. Per rifarsi gli occhi su quanto l’abitacolo del futuro sarà più confortevole del modulo di comando di Apollo 11, con i suoi soli sei metri cubi a disposizione per gli astronauti, basta uno sguardo alla capsula Orion, la navicella progettata dalla Nasa per i viaggi passeggeri a lunga gittata nello Spazio (Luna, altri pianeti, asteroidi, sempre in modalità andata e ritorno).

Gli interni per l’equipaggio della capsula Orion (Credit immagine: NASA Orion Spacecraft via Flickr)

Si tratta del sistema di trasporto per esseri umani più avanzato oggi a disposizione, e proprio i primi di luglio il suo sviluppo ha appena centrato un ultimo, forse il più importante, bersaglio: il superamento del test di sicurezza per antonomasia, il cosiddetto Ascent Abort-2. In pratica, la simulazione di un incidente in fase di lancio dove riuscire a preservare l’incolumità dei membri dell’equipaggio sbalzando in tempi rapidissimi la capsula via dal vettore. Eseguito per ora senza nessuno in carne e ossa a bordo, è riuscito però alla perfezione, come si vede in questo video.

Una finestra aperta sulla Luna

O meglio: una stazione cislunare, in orbita attorno al nostro satellite naturale, da impiegare come base permanente per il soggiorno degli equipaggi e punto di appoggio per i blitz sulla superficie della Luna. È quello che Nasa e Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, hanno soprannominato Lunar Gateway, un piano congiunto per provare a rendere il futuro dell’esplorazione lunare più stabile e prolungata nel tempo, nonché più sicura. 

Come sarà il Lunar Gateway (Crediti immagine: Nasa)

In via concettuale il progetto, per ora ancora in fase di studio e assegnazione dei lavori, somiglia molto a quella che è per la Terra la Stazione spaziale internazionale, e stando alle dichiarazioni degli addetti ai lavori, potrebbe iniziare a prendere forma già nel 2024, con il lancio e l’assemblaggio dei primi moduli. Una volta assestato, il Gateway fornirebbe un appoggio fondamentale per Orion e per i materiali, i rifornimenti e gli esperimenti diretti sulla Luna, a partire dal 2028. Oltre che, naturalmente, una postazione assolutamente privilegiata per l’osservazione diretta e per pilotare mezzi a distanza sulla superficie. 

Ma non solo: anche un “modello” da replicare, se non addirittura un avamposto, per i viaggi alla scoperta di altri nostri vicini di casa. Primo tra tutti, Marte. 

Andare per restare

Due ore e un quarto di passeggiata sul suolo lunare, circa sei ore dopo aver parcheggiato il modulo di comando dell’Apollo 11: questa la durata totale del soggiorno di Armstrong e Aldrin durante lo sbarco sulla Luna prima del rientro e del tuffo nell’oceano Pacifico, quattro giorni dopo. 

Quella del futuro sarà invece tutt’altro che una toccata e fuga: se tutto va come previsto, andremo sulla Luna per restarci sempre più a lungo, sperimentare, analizzare, costruire vere colonie. Certo è tutto ancora più simile a un film di fantascienza che alla realtà, ma sono moltissime le idee in corso di valutazione per prepararci ad abitare in qualche modo il nostro satellite, in assenza di atmosfera ed esposti più che mai alle radiazioni solari. Tra le strategie possibili, trovare riparo in cavità naturali, motivo per cui gli scienziati portano avanti tuttora sulla Terra appositi esperimenti ed esercitazioni da poter esportare e mettere in pratica una volta lassù.

Un’altra possibilità è quella di mettere al lavoro una fitta schiera di robot controllabili a distanza capaci di confezionare al posto nostro un habitat confortevole e sicuro, sfruttando il più possibile i materiali naturalmente disponibili e le tecnologie più opportune. Tra queste non mancherà la stampa 3D, che potrebbe consentire di edificare nello Spazio sfruttando come materia prima nientemeno che la regolite, la polvere che ricopre il nostro satellite, con la quale formulare mattoni ben più solidi del cemento delle nostre abitazioni qui sul pianeta Terra.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Cosa ancora non sappiamo sulla Luna

Ci siamo stati sei volte. E per secoli l’abbiamo osservata e studiata, prima dalla Terra e poi dallo Spazio. Eppure, la Luna continua a serbare diversi misteri

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L’abbiamo rimirata dalla notte dei tempi. Le abbiamo dedicato canzonipoesie e film. L’occhio vigile della scienza non ha mai smesso di osservarla. Siamo addirittura riusciti a raggiungerla di persona, sei volte, e con ogni probabilità stiamo per farlo di nuovo. Eppure non la conosciamo del tutto: la Luna serba tuttora dei segreti che ancora non siamo riusciti a disvelare. La sua origine, per esempio, è tuttora oggetto di dibattito, così come lo sono la sua sismicità, la sua composizione interna, la natura del suo campo gravitazionale.

Dopo avervi raccontato cosa abbiamo imparato andando sulla Luna, proviamo allora a fare l’operazione opposta, cercando di riassumere quello che invece ancora non conosciamo.

Come è nata la Luna?

La prima grande incognita è relativa alla formazione del nostro satellite naturale. Cominciamo dalle certezze: grazie alla datazione isotopica dei campioni di roccia lunare portati sulla Terra dagli astronauti delle missioni Apollo, sappiamo che l’età della Luna è più o meno pari quattro miliardi e mezzo di anni, ossia 50 milioni di anni in meno rispetto a quella del Sistema solare e all’incirca uguale a quella della Terra. Tutto lascia supporre, dunque, che Luna e Terra si siano formate nello stesso momento.

Già, ma come? Qui si entra nel campo delle ipotesi, come ha recentemente raccontato il New York Times in uno speciale sul tema. Una delle date più importanti per i ricercatori che si occupano di studiare la genesi del nostro satellite è il primo agosto 1971, quando David Scott James Irwin, due astronauti della missione Apollo 15, esplorando il suolo del Mare Imbrium, si imbatterono in una roccia molto particolare. Un anortosite, per la precisione, prodotto quando un minerale chiamato feldspato si cristallizza all’interno di roccia fusa. La presenza di anortosite sulla superficie lunare suggerì ai geologi che il nostro satellite fosse un tempo ricoperto di magma in cui galleggiavano cristalli di feldspato, presumibilmente proveniente dalla crosta primordiale della Luna. Il che, come ha spiegato Ryan Ziegler, responsabile dei campioni lunari recuperati dalle missioni Apollo, “ci racconta molto di quali siano i materiali a partire dai quali si è formata la Luna, e restringe parecchio il campo di ipotesi sulla sua nascita”.

Facciamo un ulteriore passo indietro. Prima delle missioni Apollo, gli astronomi avevano proposto diverse ipotesi sulla formazione della Luna: alcune di esse postulavano che il nostro satellite si fosse formato insieme alla Terra, altre invece asserivano che provenisse da zone più lontane del Sistema solare e che fosse stata catturata solo in un secondo momento dalla gravità terrestre. Dopo la scoperta del campione di anortosite – in seguito ribattezzato “roccia della genesi” – i ricercatori formularono una nuova intrigante teoria, la cosiddetta ipotesi dell’impatto gigante. In seguito alla formazione della Terra, circa quattro miliardi e mezzo di anni orsono, un oggetto delle dimensioni di Marte, chiamato Theia, si sarebbe schiantato contro il nostro giovane pianeta. Uno scontro terrificante: proprio dalle polveri aggregate di Theia, secondo la teoria, sarebbe nata la Luna.

Recentemente, l’ipotesi dell’impatto gigante è stata parzialmente messa in discussione. Nel 2001, un’équipe di ricercatori svizzeri ha rianalizzato 30 campioni lunari con strumenti moderni e ha scoperto che le molecole di ossigeno intrappolate nei campioni erano praticamente indistinguibili da quelle presenti sulla Terra.

E lo stesso si è riscontrato per altre molecole come titanio, tungsteno e altri metalli. Il che è molto strano: se la Luna fosse solo polvere di Theia, dovrebbe essere simile a Theia, non alla Terra. Ed è ragionevole pensare che, a loro volta, Theia e Terra siano abbastanza dissimili, proprio come il nostro pianeta è diverso dagli altri corpi del sistema solare. E ancora: uno studio condotto nel maggio 2011 ha evidenziato che il magma lunare potrebbe contenere concentrazioni di acqua 100 volte superiori rispetto a quelle stimate. Secondo la teoria dell’impatto gigante, l’acqua sarebbe invece dovuta essere evaporata quasi del tutto durante l’impatto. Bisogna convenire dunque che Theia non sia mai esistito, e che la Luna si sia formata in un altro modo? Non è detto. Nuove variazioni apportate alla teoria dell’impatto gigante potrebbero in parte spiegare le discrepanze, anche se siamo ancora nel campo delle ipotesi. Non ci resta che aspettare, insomma.

Com’è fatta?

La Luna è composta di una crosta, di un mantello e di un nucleo, a sua volta diviso in una porzione solida e di una porzione liquida. La parte interna del nucleo, che ha un raggio di circa 240 chilometri, è ricca di ferro allo stato solido, ed è circondata da un guscio esterno dal raggio di circa 300 chilometri composto principalmente di ferro liquido. Sopra di esse è stata osservata una zona dal raggio di circa 500 chilometri composta di materiale parzialmente fuso: la struttura di tale regione è ancora sconosciuta. Analizzando i dati sulla rotazione lunare, siamo riusciti a comprendere che i materiali che la compongono sono (almeno parzialmente) allo stato fuso, ma non sappiamo esattamente quali siano questi materiali. Si potrebbe trattare di ferro in lega con zolfo e nichel, precipitati in seguito alla cristallizzazione dell’oceano di magma che ricopriva il nostro satellite quattro miliardi e mezzo di anni fa, subito dopo la sua formazione.

C’è acqua?

Quasi sicuramente sì, ma non sappiamo ancora quanta ce ne sia. Certamente asteroidi e comete che bombardano la Luna contengono una certa quantità di acqua, e dunque è ragionevole supporre che parte di essa si depositi sul satellite, ghiacciando in zone d’ombra come la superficie dei crateri più profondi. Diverse missioni lunari hanno cercato di verificare se effettivamente tali regioni contenessero acqua, senza però mai giungere a conclusioni definitive. L’evidenza al momento più forte è quella derivante dalle osservazioni della missione Nasa Lunar Crater Observation and Sensing Satellite (Lcross), i cui risultati preliminari sembrano confermare la presenza di depositi di ghiaccio nei pressi del polo sud lunare. Come già detto, inoltre, sembra che il magma lunare contenga acqua in elevate concentrazioni e in composizione simile a quella terrestre.

Perché avvengono i luna-moti?

La Luna non ha vulcani. Eppure ha un’attività sismica non indifferente: i sismografi montati dagli astronauti delle missioni Apollo hanno registrato diverse scosse, tra cui anche alcune di significativa entità. Come è possibile? Non lo sappiamo con certezza, ma l’ipotesi più accreditata è che sia colpadella forza gravitazionale della Terra, che deforma la crosta della Luna, con un meccanismo simile a quello per cui la Luna genera le maree.

Come è fatto il suo campo gravitazionale?

Lo conosciamo piuttosto bene, ma non abbastanza. Diverse missioni indipendenti, nel corso del tempo, hanno mappato l’intero campo gravitazionale della Luna, misurando lo spostamento in frequenza di segnali radio inviati verso la superficie. Le caratteristiche più interessanti sono i cosiddetti mascon, abbreviazione di mass concentration, regioni caratterizzate da anomalie gravitazionali positive. Attualmente si ritiene che tali anomalie siano dovuti alle colate laviche basaltiche che hanno riempito alcuni bacini creati dall’impatto con corpi estranei; tuttavia pare che i flussi di lava, almeno per diverse regioni, non siano sufficienti a spiegare la presenza di mascon così significativi.





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Tito Stagno, la voce che ha raccontato l’allunaggio: “Andare sulla Luna in quelle condizioni fu una follia”

Dalla querelle con Ruggero Orlando ai complottisti di von Braun: intervista all’uomo che, il 20 luglio 1969, commentò la missione Apollo 11 in 30 ore di diretta nazionale

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Al termine della tredicesima rivoluzione, il Lunar Excursion Module, ben più noto come Lem, si separa dall’astronave madre. Come fosse al rallentatore, il ragno metallico galleggia nello spazio per iniziare la discesa verso la superficie lunare. Comincia la parte più pericolosa di tutto il viaggio dell’Apollo 11, comprensiva del point of no return, il momento decisivo, quello in cui o la va, o la spacca. A Roma sono le 19:47. Nello studio 3 di via Teulada, la trasmissione Rai è partita da qualche minuto“… e ora la parola a Stagno per il collegamento” . Solo in quell’istante la spia rossa sulla 5 indica a lui, all’uomo che il comandante dell’Apollo 8, Frank Borman, ha già ribattezzato “Mr. Moonlight”, l’inizio delle trenta ore di diretta con un altro mondo: Tito Stagno, entrato in tv nel 1954 con Furio Colombo, Gianni Vattimo e Umberto Eco, sta arrivando sulla Luna

“Ha toccato, ha toccato il suolo lunare!” urla poco dopo le 22 e 16 minuti, scatenando gli applausi in studio e più di una lacrima fra i milioni di occhi che lo guardano da casa, dai bar, ovunque sia possibile seguire le immagini televisive (la diretta registrò il 96% di share, un record). “No”, gli risponde una voce al di là dell’oceano, quella di Ruggero Orlando in collegamento da Houston: “non ha toccato”.

Tito Stagno

Ma come tutto quel che accade in quella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, anche il piccolo battibecco ha già inciso la storia. E non solo quella della televisione.

Per questo, a 50 anni esatti da allora, è doveroso riviverne le emozioni e i retroscena con lui, Tito Stagno: 89 anni compiuti lo scorso gennaio – “sono nato nel 1930, come Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins” –, fugace esperienza d’attore (nel 1943, in Marinai senza stelle di Francesco De Robertis), classe da giornalista vecchia scuola, di quelli che parlano solo se conoscono bene e quando non conoscono bene vanno sul posto a verificare, dizione capace di non tradire mai le origini cagliaritane, Stagno è e rimarrà per sempre la voce della Luna.

Insomma, l’Eagle aveva o non aveva toccato il suolo lunare ?

“Fu una banale incomprensione con l’amico Ruggero, beninteso, il miglior commentatore che abbia mai conosciuto. In realtà avevamo ragione tutti e due, ma ci fu un malinteso sui verbi: io dissi ‘ha toccato‘ e non ‘è atterrato‘, perché mi riferivo al momento in cui le antenne sotto le zampe del Lem saggiarono il suolo lunare per verificarne la pendenza, che per garantire alla Eagle di ripartire non doveva superare i 20 gradi. Poi ci fu un ritardo di 40 secondi nell’allunaggio, perché Armstrong dovette scansare un’area rocciosa per posare il Lem in una zona più sicura”.

Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto alla Eagle (foto: Nasa)

Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto alla Eagle (foto: Nasa)

l risultato fu che deste la notizia dell’avvenuto allunaggio dieci secondi dopo la comunicazione di Armstrong.

“Vero, ci perdemmo il momento esatto in cui il comandante dell’Apollo 11 disse: ‘Eagle has landed‘, l’Aquila è atterrata. A 50 anni di distanza posso dire che la mia frase, ‘ha toccato‘, fosse corretta e che Ruggero ritardò la sua? [sorride, ndr].

“Battute a parte, furono 40 secondi drammatici: Armstrong prese d’autorità i comandi della navicella [che spettavano in realtà al pilota, Aldrin] per cercare disperatamente una zona dove posarsi. Se avessero toccato la superficie una ventina di secondi dopo, non avrebbero avuto abbastanza propellente per ripartire e ricongiungersi con l’astronave di Collins. In quei momenti era possibile sentire Aldrin scandire il tempo rimasto; ci si immagini la tensione”.

Che cosa ascoltava con gli auricolari in studio?

“Il centro di Houston e le voci degli astronauti. Seguivo attimo per attimo quel che succedeva e non era complesso, perché conoscevo a memoria tutte le fasi della missione. In occasione di ogni lancio, la Nasa inviava ai giornalisti pacchi di materiale informativo, piani di volo compresi. Due anni prima, poi, ero stato negli Stati Uniti, ospite dell’agenzia spaziale presso le varie basi, da Cape Kennedy a Houston fino ad Hunstville, dove Wernher von Braun progettò il Saturn V”.

Perché scelsero lei per commentare la diretta più importante della storia?

“Perché ne avevo tutti i meriti. Meriti che derivavano dall’avere affrontato l’argomento Spazio, sia pure casualmente, per primo. Vale a dire dal 1957, quando strappai dalla telescrivente il dispaccio d’agenzia che annunciava la messa in orbita, da parte dell’Unione sovietica, dello Sputnik, il primo satellite artificiale mai andato oltre l’atmosfera. Una cosa curiosa, almeno per me, perché Sputnik significa letteralmente ‘compagno di viaggio‘ e di certo accompagnò me.

“Ebbi la fortuna, non ricordo nemmeno dove, forse nello studio di un dentista, di aver letto una rivista scientifica in cui si parlava di tecnologia satellitare e astronautica. Quindi compresi subito l’importanza della notizia e intuii che in un domani piuttosto prossimo un essere vivente sarebbe andato nello Spazio. Per questo preparai un pezzo approfondito per il telegiornale della notte. Lo scrissi al volo, a tamburo battente, e quando i sovietici lanciarono in orbita la cagnetta Laika, circa un mese dopo, tornai sull’argomento e lasciai intendere quanto l’era spaziale fosse alle porte”.

Andò così.

“Non proprio: il lancio di Jurij Gagarin arrivò solo nel 1961, quattro anni dopo. Ma anche in quell’occasione mi occupai io della notizia: seguì la missione sovietica usando le immagini che arrivavano in Intervisione, quella che io considero il patto di Varsavia della tv, nel senso che erano i paesi dell’Est a scambiarsi le informazioni. Quelle immagini ci arrivavano in una qualità pessima, ma mostravano una folla immensa festeggiare a Mosca e poi qualche scena grigia, molto sfocata, di Gagarin nell’unica orbita completata attorno alla Terra. Ne ricavai una specie di cronaca in diretta, pochi minuti più tardi, durante il telegiornale. Da lì si susseguirono il lancio della prima cosmonauta, Valentina Tereshkova, che conobbi anni dopo, e poi, nel 1965, la missione di Aleksej Leonov, il primo essere umano a uscire dalla navicella e a galleggiare nel vuoto cosmico (per 12 minuti e nove secondi). Insomma, feci il mio mestiere, che è sempre stato quello del telecronista”.

Ha nominato von Braun, un personaggio controverso, ma che portò gli Stati Uniti sulla Luna. Lei lo incontrò…

“Controverso? Von Braun aveva militato nelle Ss naziste, diciamolo francamente. Fu lui che alla base di Peenemünde, con gli altri scienziati tedeschi, creò le V1 e le V2, cioè i primi missili guidati che si sarebbero abbattuti su Londra.

“Intuita la mala parata durante la guerra, decise di consegnarsi agli americani piuttosto che ai russi. Gli Stati Uniti capirono immediatamente chi avevano fra le mani e quando, all’inizio degli anni ’60, lui passò alla Nasa, gli affidarono lo sviluppo dei razzi che culminò con il progetto del Saturn V, un gigante – fidatevi, ci sono salito – il cui primo stadio bruciava tre tonnellate di carburante al secondo.

“Tornando a von Braun sì, lo incontrai due volte, la prima in modo ufficiale, nel 1966 in Alabama, quando viaggiai tre mesi negli Stati Uniti per studiare il progetto Apollo e per visitare tutti i centri e le basi spaziali da Huston fino a New Orleans. In quell’occasione parlammo del Saturn e del sistema che von Braun aveva ideato per sbarcare l’uomo sulla Luna.

“Il nostro secondo incontro fu a Roma, nel ’71, per una visita in Vaticano cui teneva moltissimo: andai a prenderlo all’aeroporto di Fiumicino con la mia Fiat 130, la prima automobile ad avere l’aria condizionata, e poi passammo in Rai, dove commentammo in diretta alcuni filmati spaziali. Devo ammettere che oltre a essere un progettista supremo era anche un cronista eccellente, capace di introdurre con un tempismo perfetto qualsiasi raccordo del servizio. La sera, con l’ingegner Luigi Broglio e tutti i dirigenti dell’Agenzia spaziale italiana, cenammo a Trastevere – von Braun amava mangiare e bere, anzi, mangiava e beveva come non l’avesse mai fatto prima. Ricordo che andammo da Ciceruacchio, perché il nome del ristorante mi diede l’opportunità di fare all’ingegnere una piccola lezione di storia, una delle materie che amo di più. Fuori dal ristorante c’erano alcuni sciuscià, che si divertivano a far esplodere dei barattoli con il carburo. Li chiamò e disse loro che anche lui faceva qualcosa di simile per lavoro“.

Rocco Petrone e Wernher von Braun (foto: Nasa/MSFC)

Un uomo simpatico?

“Elegante e bello come un attore di Hollywood, anche a sessant’anni. Un’altra cosa ricordo molto bene di von Braun, l’uomo, come scrissi allora, che in due decenni si era convertito da genio al servizio del Male assoluto a luminoso arciere del nuovo sogno americano: fu lui a presentarmi Rocco Petrone, l’altro grande protagonista della cavalcata spaziale degli Stati Uniti. ‘La prima volta che vidi questo posto‘, mi disse Petrone quando lo incontrai a Cape Canaveral, in un inglese che manteneva una lontana reminiscenza di accento del Sud Italia, ‘c’erano solo paludi con zanzare e alligatori, e qualche carovana di zingari‘. In pochi anni era riuscito a mettere su la più grande base di lancio e il più avanzato centro di addestramento spaziale del pianeta, coordinando il lavoro di migliaia di persone e centinaia di piccole e grandi imprese d’appalto. Erano uomini così, come von Braun e Petrone, a incarnare lo spirito di Apollo”.

Lo spirito di Apollo? Lungi da un sogno romantico, era anche il frutto di un’aspra competizione ideologica, politica e militare fra Stati Uniti e Unione sovietica.

“Senza dubbio: i due giganti usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale avevano iniziato presto a guardarsi in cagnesco. La guerra fredda aveva minacciato di diventare incandescente quando i russi decisero di installare una base missilistica a Cuba, a due passi dalla Florida. Fu il momento in cui sfiorammo più da vicino un conflitto globale che avrebbe potuto essere il più catastrofico della storia. Per fortuna i contrasti vennero risolti pacificamente: John Fitzgerald Kennedy e Nikita Chruščëv trovarono un accordo capace di salvare la faccia a entrambi. Da lì in poi, però, la guerra fredda si trasformò in qualcosa di diverso: una corsa al prestigio, per dimostrare la propria superiorità sociale, tecnologica e scientifica, una corsa lunga sette anni che vide i sovietici in grande vantaggio fino a che due uomini ribaltarono la situazione a favore degli americani. Erano, appunto, von Braun e Petrone”.

Conobbe anche gli astronauti dell’Apollo 11?

“Sì, ma dopo la loro impresa, quando vennero in Italia alla fine del ‘69. Andarono in visita dal papa e poi al Quirinale, dove ci incontrammo. Ci fu un ricevimento in loro onore e chiacchierai di cosa avessi fatto, di come avessi raccontato la loro avventura.

“Con gli anni, sono diventato molto amico di Aldrin. Ho anche trascorso una vacanza con lui e sua moglie in Abruzzo e in quell’occasione mi ha regalato un filmato di nove minuti montato e commentato da lui con tutti i momenti più significativi del programma Apollo”.

Tito Stagno con Ruggero Orlando e Neil Armstrong

In Quel giorno sulla Luna, Oriana Fallaci descrive Armstrong e Aldrin come due persone poco colte – al di là della grande competenza tecnica – e molto antipatiche. Che cosa ne pensa?

“Antipatici non direi; erano uomini di ghiaccio entrambi. Io ho l’unica fotografia in cui Armstrong sorride; Collins è triste, come al solito, e Aldrin sull’attenti. Se mi si chiedesse di scegliere, direi che il più simpatico di tutti era ed è Buzz, che dopo l’impresa ha anc he avuto qualche guaio fra depressione e alcolismo. Ne è uscito molto bene e ci ha pure scritto un libro. Oggi ha 89 anni e pare voglia divorziare dalla terza moglie. Buzz, che cosa ti viene in mente alla tua età? [ride]. Insomma, la tempra del personaggio mi sembra evidente”.

Qual è il ricordo più vivido di quella notte trascorsa in diretta?

“Ricordo perfettamente quando, un minuto prima del distacco verso l’orbita lunare, mi dissero che non avrei avuto le immagini, perché il computer dell’Apollo era sovraccarico. Sia chiaro: i computer di bordo e tutti quelli alla Nasa avevano una potenza di calcolo complessiva che oggi ha un qualsiasi telefonino. A pensarci col senno di poi, andare nello Spazio e sulla Luna in quelle condizioni fu una follia. Ma cosa dovevo fare in quel momento? Ancora una volta, il cronista: raccontai per 12 minuti senza un’immagine quello che succedeva, interpretando le comunicazioni fra Houston e la Eagle.

“Al contrario di quanto si possa pensare, però, fu una trasmissione tranquilla, molto più facile di tante altre, perché tutto andò secondo i piani di volo”.

Il momento esatto in cui Neil Armstrong scese la scaletta del Lem (foto: Nasa)

Torneremo sulla Luna?

“Senza dubbio; lo faremo perché la Luna è un trampolino verso altre destinazioni, perché ci siamo già stati e, tutto sommato, è abbastanza facile raggiungerla. Questa volta, però, sarà necessario costruirci abitazioni e serre, in modo da poter avere qualcosa di fresco da mangiare. Sono peraltro convinto che ci andranno per primi i cinesi, perché stanno facendo le cose sul serio e sono già molto attivi sul nostro satellite naturale. Può darsi la raggiungano presto anche i privati; la space economy ha dato un grosso impulso a tutte le attività e agli interessi oltre la nostra atmosfera”.

E per quanto riguarda Marte?

“Non sono ottimista. È un viaggio lungo ed è difficile immaginare quale tipo di veicolo e di carburante possa portare un equipaggio (e che equipaggio?) a milioni di chilometri di distanza. Credo se ne parlerà seriamente solo tra qualche decina d’anni”.

Oggi, a mezzo secolo dal primo allunaggio e nonostante la miriade di prove, perché c’è chi lo mette in dubbio?

“Perché manca una sincera voglia di ricerca. C’è molta banalità in quello che facciamo, nel poco che leggiamo, e questo determina non si ami molto la scienza. In più si è affievolito lo spirito di frontiera, di conquista, tanto da sembrarmi dimenticato. Quella trasmissione della Rai fu un fiore all’occhiello in Europa, nemmeno in America organizzarono trenta ore di diretta. Il gradimento toccò il 96%; mi piace pensare che i complottisti siano in quel 4% a cui la trasmissione non piacque. Ricordo un’altra cosa: quando lo incontrai a Roma, von Braun a un certo punto mi disse: ‘Tito, vedrai che un giorno, magari per farsi pubblicità o per finire in televisione, qualcuno dirà che il mio lavoro, che tutto quello che abbiamo fatto, è una balla‘. Anche in questo caso, aveva

ragione lui.

Con Piero Angela negli studi di “Porta a porta” (foto: Camilla Morandi/Ipa)

 





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Quel disco che non t’aspetti attorno al buco nero

Un tenue disco di materia attorno al buco nero supermassiccio della galassia Ngc 3147 è stato scoperto da Stefano Bianchi della Università Roma Tre insieme, tra gli altri, a colleghi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e dell’Agenzia Spaziale Italiana, grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Hubble

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Rappresentazione artistica del tenue disco di materia attorno al buco nero supermassiccio al centro della galassia NGC 3147 Crediti: ESA/Hubble/M. Kornmesser

Un tenue disco di materia è stato individuato dove non avrebbe dovuto esserci, ovvero attorno al buco nero supermassiccio nel centro della poco luminosa galassia NGC 3147, distante 130 milioni di anni luce da noi. A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori guidato da Stefano Bianchi, dell’Università degli Studi Roma Tre e a cui hanno partecipato anche colleghe e colleghi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), grazie alle riprese del telescopio spaziale Hubble di NASA ed ESA. Il lavoro che descrive la scoperta è stata pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

La scoperta di un disco di materia attorno al buco nero centrale di una galassia a bassa luminosità come NGC 3147 ha sorpreso gli astronomi. I buchi neri in certi tipi di galassie come NGC 3147 sono infatti considerati “affamati”, in quanto attorno a loro non vi è sufficiente materiale catturato gravitazionalmente che possano ingurgitare e grazie al quale sono in grado di emettere enormi quantità di energia, sotto forma di getti e radiazione elettromagnetica, come la luce, ma anche più energetica, fino ai raggi X e gamma. La tenue struttura individuata nel cuore della galassia NGC 3147, che può essere considerata a tutti gli effetti una copia sbiadita dei luminosi dischi attorno ai buchi neri centrali delle galassie attive, è una novità assoluta per chi studia questi oggetti celesti estremi.

Questo è il primo, affascinante sguardo che abbiamo ottenuto di un disco così debole, tanto vicino al buco nero che le velocità della materia che lo compone e l’eccezionale forza di attrazione gravitazionale del buco nero che orbita influenzano notevolmente il modo in cui vediamo la luce emessa da questo sistema finora unico nel suo genere” dice Stefano Bianchi, che è anche ricercatore associato all’INAF.

Osservare e misurare gli effetti estremi legati all’interazione tra materia, radiazione elettromagnetica e gravità nel cuore di NGC 3147 è di estremo interesse per testare le teorie della relatività di Albert Einstein, come conferma Marco Chiaberge, In forza all’STScI e alla Johns Hopkins University, anche lui nel team che ha realizzato la scoperta: “non avevamo mai visto gli effetti della Relatività generale e speciale sulla luce visibile con un’accuratezza simile”.

I dati raccolti dallo strumento STIS (Space Telescope Imaging Spectrograph) di Hubble hanno permesso di raccogliere preziose informazioni sulla velocità con cui ruota la materia del disco attorno al buco nero, pari a oltre il 10 per cento di quella della luce. Con questi valori così estremi, il gas sembra risultare più brillante mentre si sposta verso la Terra e al contrario perde luminosità mentre si allontana da noi. Questo effetto è noto come Doppler boosting o relativistic beaming. Le osservazioni di Hubble mostrano inoltre che la materia del disco è così profondamente dominata dalla forza di gravità del buco nero, la cui massa stimata è di 250 milioni di volte quella del Sole, che anche la luce prodotta dal gas che lo compone fa fatica a sfuggirgli, e ci arriva con lunghezze d’onda grandi e ci appare più arrossata. “Grazie agli effetti di distorsione della luce proveniente dal disco di gas siamo riusciti a misurare la sua distanza dal buco nero, che corrisponde a 30 miliardi di km, pari a circa 6 volte la distanza tra il Sole e Nettuno” aggiunge Andrea Marinucci, ricercatore dell’ASI, che ha partecipato allo studio.

Il team ha deciso di studiare in dettaglio il cuore della galassia NGC 3147 proprio per verificare gli attuali modelli teorici che descrivono le proprietà delle galassie attive con bassa luminosità, ovvero quelle che ospitano nel loro centro buchi neri di grande massa ma “affamati”. Questi modelli suggeriscono che i dischi di materiale dovrebbero formarsi quando grandi quantità di gas vengono catturate dalla formidabile attrazione gravitazionale prodotta da un buco nero supermassiccio, emettendo così una enorme quantità di luce, come un potentissimo faro: quello che gli astronomi chiamano quasar.

Il tipo di disco che vediamo è un quasar ridimensionato che non ci aspettavamo potesse esistere”, sottolinea Alessandro Capetti dell’INAF a Torino, anch’egli nel team di Bianchi. “È lo stesso tipo di disco che vediamo negli oggetti che sono 1000 o anche 100.000 volte più luminosi. È quindi evidente che le previsioni degli attuali modelli per galassie attive molto deboli in questo caso falliscono”.

La scoperta è pubblicata sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” nell’articolo HST unveils a compact mildly relativistic Broad Line Region in the candidate true type 2 NGC 3147 di Stefano Bianchi, Robert Antonucci, Alessandro Capetti, Marco Chiaberge, Ari Laor, Loredana Bassani, Francisco J. Carrera, Fabio La Franca, Andrea Marinucci, Giorgio Matt, Riccardo Middei, Francesca Panessa





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