Contattaci

Pubblicato

il

“L’aquila è atterrata”. Questo è stato il codice che segnalava, il 20 luglio 1969, l’arrivo dell’Apollo 11, e dell’essere umano, per la prima volta sulla Luna. Una delle esperienze più intense e cariche di entusiasmo – scientifico, culturale, politico – che il mondo, incollato allo schermo del televisore o alla radio, abbia mai vissuto, tanto che a 50 anni esatti da quel giorno il sogno di rivivere in tempo reale quel momento è più che mai diffuso, e non solo per il grande pubblico.

Sono le stesse agenzie spaziali, negli ultimi anni, a manifestare una ritrovata spinta verso il nostro satellite, con progetti nuovi, tecnologie completamente rivoluzionate e ripensando gli obiettivi, (se possibile) ancor più in grande che in passato. “Torneremo presto sulla Luna“, rassicurano gli addetti ai lavori di tutto il globo. Ma quando succederà? In che modo? E a fare esattamente cosa? 

Non manca (forse) molto

A esporsi maggiormente negli ultimi mesi è sopratutto la Nasa, che ha annunciato come possibile data d’inaugurazione di una nuova generazione di allunaggi il 2024, tra meno di cinque anni – non senza un certo scetticismo da parte di chi pesa in dollari l’impresa e invita alla cautela. L’agenzia americana non è però sola e anzi, a differenza dei tempi delle navicelle Apollo, cuore pulsante della fatidica corsa allo Spazio e del testa a testa per la supremazia tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, ora la spinta verso la Luna sembra più un’opera collettiva, dove nessuno è davvero escluso.  

Dal 2013 è sopraggiunta la Cina, per esempio, l’unica oltre ai due sopraccitati finora ad aver già toccato il nostro satellite con le sonde, e a gennaio di quest’anno persino con un lander, un mezzo che per primo ha raggiunto persino il suo lato nascosto. Tra i protagonisti di questa nuova fase c’è poi Israele, che ha da poco messo in atto i suoi piani per orbitare ed esplorare la Luna, e per ultima l’India. E ci siamo naturalmente anche noi dall’Europa, con il contributo tecnologico dell’Esa, e il Giappone, con laJaxa, entrambe a stretto contatto con la Nasa.

Ma non solo. Come su altri fronti delle scienze spaziali, stanno prendendo parte alla scena anche volti nuovi e appartenenti al settore privatoJeff Bezos di Amazon con la sua Blue Origin, per esempio, Elon Musk di SpaceX, ma anche le storiche company dell’aeronautica Boeing e Lockheed Martin. Per la prossima aquila, insomma, non saranno presenti solo molti spettatori, ma anche molti, moltissimi attori. 

Ritorno sulla Luna: ma dove?

Da quando Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins sono entrati per la prima volta in contatto col nostro satellite, il nostro ruolo si è fatto decisamente più attivo all’interno del Sistema solare: ci siamo spinti con sonde robotiche attorno a pianeti diversi dalla Terra, abbiamo inviato rover su Marte, ci siamo installati in via permanente in orbita, con la Stazione spaziale internazionale. Grazie all’esperienza maturata sul fronte tecnologico possiamo non solo permetterci di ripensare il progetto-Luna in una versione nuova di zecca – più sicura, rapida e sostenibile di un tempo –  bensì anche immaginare di andare laddove nessuno è ancora riuscito.

Uno dei luoghi che suscita oggi più interesse, spiegano gli esperti dell’Esariferendosi in particolare alle missioni robotiche, è il bacino Polo sud-Aitken, un gigantesco cratere di origine meteorica localizzato sulla sua faccia nascosta, l’emisfero che non possiamo mai osservare direttamente dalla Terra. Perché proprio lì? Perché quest’area, che si estende per oltre 2.500 chilometri di diametro e che va anche molto in profondità (forse anche 200 chilometri), potrebbe consentire agli scienziati di ricavare informazioni sulla stratificazione della crosta del satellite, fino quasi al mantello: una vera e propria miniera a cielo aperto di informazioni geologiche. 

Lo studio dei luoghi e dei resti delle collisioni, nello Spazio, ha d’altronde un’importanza strategica per la conoscenza della storia evolutiva di un oggetto, così come di quelli circostanti. E, perché no, di quella della nostra specie e, più in generale, della vita. L’osservazione dei crateri sulla superficie della Terra è stata la “scatola nera” per le ipotesi sulla scomparsa dei dinosauri, per esempio, e senza le ricerche e i modelli costruiti grazie all’indagine sui crateri lunari non sarebbe, molto probabilmente, stata possibile. Tornare sulla Luna, insomma, potrebbe insegnarci ancora molto sul nostro passato, e aiutarci a fare previsioni anche sul nostro futuro 

Altro punto “caldo”, sempre nei pressi del Polo sud lunare, è il cratere Schrödinger: un’area che conterrebbe, stando ai rilevamenti a distanza, grossi quantitativi di acqua ghiacciata nel sottosuolo, acqua che potrebbe essere utilizzata in situ per produrre idrogeno e ossigeno da impiegare come propellente per gli stessi mezzi spaziali. Oltre che, naturalmente, per la sopravvivenza.

Un nuovo viaggio 

Al centro della scena, in termini di mezzi di trasporto, è sicuramente lo Space Launch System (o Sls), il lanciatore spaziale di ultima generazione che sta assorbendo la maggior parte delle energie dei cantieri Nasa: alto 65 metri (più della torre di Pisa, che ne misura 57) e con una potenza senza precedenti, dovrebbe riuscire a sollevare fuori dall’atmosfera oltre 70 tonnellate di peso – e ritorno. Puntando a diventare completamente  completamente sostenibile entro il 2028, prima nei viaggi in direzione Luna e poi, se tutto andrà come previsto, su Marte, Giove, Saturno, e persino fuori dal Sistema solare. È su di lui che si punta per accompagnare le navicelle passeggeri nei viaggi spaziali più lontani di sempre.

Concept dello Space Launch System (Credit immagine: Nasa)

E anche per quanto riguarda i veicoli per gli equipaggi si guarda a scala e performance aumentate. Per rifarsi gli occhi su quanto l’abitacolo del futuro sarà più confortevole del modulo di comando di Apollo 11, con i suoi soli sei metri cubi a disposizione per gli astronauti, basta uno sguardo alla capsula Orion, la navicella progettata dalla Nasa per i viaggi passeggeri a lunga gittata nello Spazio (Luna, altri pianeti, asteroidi, sempre in modalità andata e ritorno).

Gli interni per l’equipaggio della capsula Orion (Credit immagine: NASA Orion Spacecraft via Flickr)

Si tratta del sistema di trasporto per esseri umani più avanzato oggi a disposizione, e proprio i primi di luglio il suo sviluppo ha appena centrato un ultimo, forse il più importante, bersaglio: il superamento del test di sicurezza per antonomasia, il cosiddetto Ascent Abort-2. In pratica, la simulazione di un incidente in fase di lancio dove riuscire a preservare l’incolumità dei membri dell’equipaggio sbalzando in tempi rapidissimi la capsula via dal vettore. Eseguito per ora senza nessuno in carne e ossa a bordo, è riuscito però alla perfezione, come si vede in questo video.

Una finestra aperta sulla Luna

O meglio: una stazione cislunare, in orbita attorno al nostro satellite naturale, da impiegare come base permanente per il soggiorno degli equipaggi e punto di appoggio per i blitz sulla superficie della Luna. È quello che Nasa e Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, hanno soprannominato Lunar Gateway, un piano congiunto per provare a rendere il futuro dell’esplorazione lunare più stabile e prolungata nel tempo, nonché più sicura. 

Come sarà il Lunar Gateway (Crediti immagine: Nasa)

In via concettuale il progetto, per ora ancora in fase di studio e assegnazione dei lavori, somiglia molto a quella che è per la Terra la Stazione spaziale internazionale, e stando alle dichiarazioni degli addetti ai lavori, potrebbe iniziare a prendere forma già nel 2024, con il lancio e l’assemblaggio dei primi moduli. Una volta assestato, il Gateway fornirebbe un appoggio fondamentale per Orion e per i materiali, i rifornimenti e gli esperimenti diretti sulla Luna, a partire dal 2028. Oltre che, naturalmente, una postazione assolutamente privilegiata per l’osservazione diretta e per pilotare mezzi a distanza sulla superficie. 

Ma non solo: anche un “modello” da replicare, se non addirittura un avamposto, per i viaggi alla scoperta di altri nostri vicini di casa. Primo tra tutti, Marte. 

Andare per restare

Due ore e un quarto di passeggiata sul suolo lunare, circa sei ore dopo aver parcheggiato il modulo di comando dell’Apollo 11: questa la durata totale del soggiorno di Armstrong e Aldrin durante lo sbarco sulla Luna prima del rientro e del tuffo nell’oceano Pacifico, quattro giorni dopo. 

Quella del futuro sarà invece tutt’altro che una toccata e fuga: se tutto va come previsto, andremo sulla Luna per restarci sempre più a lungo, sperimentare, analizzare, costruire vere colonie. Certo è tutto ancora più simile a un film di fantascienza che alla realtà, ma sono moltissime le idee in corso di valutazione per prepararci ad abitare in qualche modo il nostro satellite, in assenza di atmosfera ed esposti più che mai alle radiazioni solari. Tra le strategie possibili, trovare riparo in cavità naturali, motivo per cui gli scienziati portano avanti tuttora sulla Terra appositi esperimenti ed esercitazioni da poter esportare e mettere in pratica una volta lassù.

Un’altra possibilità è quella di mettere al lavoro una fitta schiera di robot controllabili a distanza capaci di confezionare al posto nostro un habitat confortevole e sicuro, sfruttando il più possibile i materiali naturalmente disponibili e le tecnologie più opportune. Tra queste non mancherà la stampa 3D, che potrebbe consentire di edificare nello Spazio sfruttando come materia prima nientemeno che la regolite, la polvere che ricopre il nostro satellite, con la quale formulare mattoni ben più solidi del cemento delle nostre abitazioni qui sul pianeta Terra.


Licenza Creative Commons



Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Ricerca

Risolto uno dei misteri delle pietre di Stonehenge

Una nuova dettagliata analisi della composizione dei megaliti del monumentale sito neolitico ha rivelato che furono estratte a ben 25 chilometri di distanza. Ancora da scoprire, invece, come furono trasportati i macigni, che hanno un peso medio di 20 tonnellate

Pubblicato

il

Per più di quattro secoli, archeologi e geologi hanno cercato di stabilire l’origine geografica delle pietre utilizzate per costruire Stonehenge migliaia di anni fa. Individuare l’origine dei grandi blocchi di pietra detta sarsen che formano la maggior parte del monumento si è rivelato particolarmente difficile, ma ora i ricercatori hanno risolto il mistero: 50 dei 52 sarsen esistenti a Stonehenge provenivano dal sito di West Woods, nella contea del Wiltshire, situato a 25 chilometri a nord di Stonehenge. I risultati sono pubblicati su “Science Advances”.

I geologi spesso usano caratteristiche macroscopiche e microscopiche delle rocce per abbinarle all’affioramento da cui sono state prelevate. Queste tecniche hanno permesso ai ricercatori di determinare che molte delle “pietre blu” più piccole di Stonehenge erano state trasportate dal Galles sud occidentale.

Ma “il problema con la pietra di sarsen è che è tutta uguale”, dice la coautrice dello studio Katy Whitaker, dell’Università di Reading, e assistente listing adviser alla Historic England. “Guardandola al microscopio, si vedono granelli di sabbia di quarzo legati insieme con altro quarzo”. Così il team si è affidato alla spettrometria a fluorescenza a raggi X, una tecnica non distruttiva che bombarda un campione con raggi X e analizza le lunghezze d’onda della luce che il campione emette in risposta, mostrando la sua composizione chimica.

La tecnica ha rivelato la presenza di elementi traccia, che si trovano cioè in quantità minime, sulla superficie dei sarsen di Stonehenge. Quasi tutte queste pietre condividevano una composizione chimica molto simile, il che indica che si sono formate insieme. I dati non erano però sufficienti a individuare dove si trovava la fonte.

La svolta è arrivata inaspettatamente nel 2018, quando un campione estratto da uno dei sarsen di Stonehenge durante un restauro del 1958 è stato restituito all’Inghilterra dopo aver trascorso 60 anni in una collezione privata. I ricercatori hanno ottenuto il permesso di distruggere parte del campione per un’analisi più dettagliata. “Non riuscivamo a contenere l’eccitazione”, racconta l’autore principale, David Nash, geografo fisico dell’Università di Brighton.

Utilizzando due tipi di spettrometria di massa, il team ha determinato i livelli di 22 elementi traccia nel carotaggio e li ha confrontati con i livelli presenti nei campioni di sarsen provenienti da 20 siti diversi sparsi per l’Inghilterra meridionale. La firma chimica corrispondeva esattamente a quella di uno dei siti: quello di West Woods, un’area di circa sei chilometri quadrati.

La scoperta “appare abbastanza convincente e piuttosto conclusiva”, dichiara Joshua Pollard, archeologo dell’Università di Southampton, che non era coinvolto nella nuova ricerca. “È un risultato importante”. Situato appena a sud del fiume Kennet, West Woods è stato spesso trascurato nella ricerca archeologica, aggiunge. Finora la teoria prevalente aveva ipotizzato che i sarsen avessero avuto origine a nord del fiume, nelle Marlborough Downs.

Anche se il gruppo di Nash ha identificato l’origine di 50 sarsen, gli ultimi due – Stone 26 e Stone 160 – non corrispondono a nessuno dei siti studiati, e non corrispondono uno all’altro. Poiché dalla costruzione di Stonehenge sono andati persi fino a 30 sarsen, è impossibile sapere se quelle due pietre sono uniche oppure sono i resti di un grande nucleo di rocce portate da un sito diverso da West Woods.

Per Nash, l’implicazione più affascinante del ritrovamento è che le pietre di West Woods sono state probabilmente spostate tutte durante la seconda fase di costruzione del monumento, intorno al 2500 a.C. “Quello che mi colpisce di più è lo sforzo erculeo che è stato fatto per realizzare questa struttura in una finestra di tempo ragionevolmente breve”, sottolinea. Non si sa ancora come esseri umani del Neolitico siano riusciti a trasportare pietre così massicce, che hanno un peso medio di 20 tonnellate. Ma gli archeologi concordano sulla necessità di un coordinamento sociale su larga scala.

Le ricerche future cercheranno di scoprire il percorso seguito dai costruttori di Stonehenge per trasportare le pietre. E le tecniche geochimiche sperimentate dal team di Nash potrebbero portare ad approfondimenti su altri monumenti preistorici di Henge in Inghilterra. “Ci sono infinite domande, infinite aree che necessitano di ulteriori indagini e riflessioni”, dice Pollard. “Questo è un viaggio che non finirà mai”.

L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Scientific American” il 29 luglio 2020.


Licenza Creative Commons



Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Ricerca

WATCH NOW: SpaceX to Launch Starlink Falcon

SpaceX Falcon 9 rocket will launch Starlink 7 communication satellites Low-Earth Orbit 550 km. It will lift off from Space Launch Complex 40 (SLC-40) at Cape Canaveral AFS, Florida. Launch window begins at 09:25pm EST (1:25am UTC) ▰ Livestream Chat: https://discord.gg/jkbWhGK (Discord invite link) Starlink 7 mission

Pubblicato

il

1,463 watching now

WATCH NOW: SpaceX to Launch Starlink Falcon

Started streaming 8 hours ago

3.71M subscribers

SUBSCRIBE
SpaceX Falcon 9 rocket will launch Starlink 7 communication satellites Low-Earth Orbit 550 km. It will lift off from Space Launch Complex 40 (SLC-40) at Cape Canaveral AFS, Florida. Launch window begins at 09:25pm EST (1:25am UTC) ▰ Livestream Chat: https://discord.gg/jkbWhGK (Discord invite link) Starlink 7 mission will be SpaceX’s 9th mission this year and the 86th flight of a Falcon 9 rocket. It’ll deliver more than 41,000 pounds (18,500 kg) of cargo consisting of 60 starlink v1.0 communication satellites. The booster supporting this mission is B1049. Courtesy of SpaceX https://www.spacex.com/ www.spaceofficial.com SPACE (Official) Network We love ❤ Space Do you?

SHOW LESS


Licenza Creative Commons



Continua a leggere

Ricerca

Come condividere il proprio computer per la ricerca contro il coronavirus

Il progetto di Ibm: raccogliere la potenza computazionale dei dispositivi nel mondo e concentrarla in un supercomputer virtuale per processare moli e moli di dati sanitari

Pubblicato

il

Ibm chiede l’aiuto di chiunque possieda un computer connesso a internet per partecipare al progetto OpenPandemics – Covid-19. Ogni utente avrà la possibilità di mettere a disposizione la potenza di calcolo della propria macchina per aiutare la ricerca di una cura al coronavirus.

Esattamente come avviene in Dragonball quando Goku chiede alle persone della terra di alzare le mani per donargli l’energia necessaria a sconfiggere MajinBu, Ibm, con il suo progetto OpenPandemics – Covid-19, chiede di mettere a disposizione la potenza computazionale dei loro personal computer. Più computer partecipano al progetto più aumenta la capacità di calcolo del supercomputer virtuale di Ibm.

World Community Grid come Goku, sfrutterà la potenza di calcolo dei computer degli utenti nel mondo per aiutare gli scienziati a sconfiggere il coronavirus


Il gigante dell’elettronica intende sfruttare la potenza di calcolo inutilizzata dai computer degli utenti, che decideranno di partecipare, per alimentare la sua World Community Grid. Grazie a questo supercomputer virtuale, gli scienziati che stanno cercando una cura per il virus, potranno elaborare l’immensa mole di dati raccolti in questi mesi d’emergenza.

La potenza di calcolo condivisa permetterà quindi alla World Community Grid di effettuare i milioni di calcoli al secondo necessari per le simulazioni dei composti bio-chimici necessari per debellare il virus.

Attualmente più di 770mila persone e 450 organizzazioni hanno già contribuito ad alimentare la World Community Grid fornendo quasi due milioni di anni di potenza di calcolo a sostegno di 30 progetti di ricerca, tra cui studi su cancro, Ebola, Zika, malaria e Aids.

Il progetto è stato ideato dall’istituto di ricerca Scripps Research e a dirigerne lo sviluppo c’è il ricercatore italiano Stefano Forli, assistente del dipartimento di Biologia integrativa strutturale e computazionale di Scripps Research.

Sfruttare la potenza di elaborazione inutilizzata su migliaia di dispositivi ci fornisce un’incredibile potenza di calcolo utile a selezionare virtualmente milioni di composti chimici”, spiega Forli in una nota: “Il nostro sforzo congiunto con i volontari di tutto il mondo promette di accelerare la nostra ricerca di nuovi, potenziali farmaci candidati ad affrontare le minacce biologiche emergenti presenti e future, sia che si tratti di Covid-19 o di un agente patogeno completamente diverso”.

Per mettere a disposizione la potenza di calcolo inutilizzata del proprio computer è sufficiente iscriversi al progetto e scaricarne l’applicazione. World Community Grid di Ibm opererà in background senza rallentare i sistemi degli utenti e garantendo la massima sicurezza della privacy proteggendone le informazioni personali.

 

Crediti e Fonti :
Continua a leggere

Sezioni

SCIENZA

chi siamo

Dicono di noi

5 star review  

Marzia Ayleen Ferrando Avatar Marzia Ayleen Ferrando
20 May 2017

Iscriviti alla Newsletter

Nasa Tv

ISS

Archive Calendar

Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
282930  

Condividi anche su:

 

 

 

 

I più letti

Bambini di Satana: associazione razionalista di insegnamento senza scopo di lucro. © Copyright 2020 website designed by Marco Dimitri