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Quando la libertà di non credere è un reato

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Dall’Arabia Saudita al Pakistan gli atei e agnostici sono vittime di discriminazioni sistematiche: condanne, punizioni, campagne d’odio. Fino alle pena capitale per chi abbandona la religione di stato. Tutto nel rapporto dell’International Humanist and Ethical Union Condanne per apostasia. Leggi discriminatorie. Repressione per chi non crede in nessun Dio. Un mondo da incubo, dove la spartizione tra diritti dei cittadini e doveri dello Stato laico non esiste.

[dropcap style=”style2″]E[/dropcap] gli atei e agnostici sono vittime di discriminazioni sistematiche: in alcuni Paesi, come in Italia, schiacciati da un sistema politico-economico che privilegia le confessioni religiose, in altri sono oggetto di campagne d’odio, fino a rischiare la condanna a morte.
È quanto emerge dal Freethought Report 2014, promosso dall’International Humanist and Ethical Union (l’Uaar è membro per l’Italia) e diffuso oggi, in concomitanza con la giornata internazionale dei diritti umani.
«Atei e umanisti sono sempre più vittime. Bersaglio non solo di leader religiosi radicali ma anche di gruppi politici. In troppi Stati scappatoie legali sono create intenzionalmente per cercare di aggirare o sostituire gli obblighi internazionali per i diritti umani. Sforzi per introdurre “principi umani islamici” vengono sabotati o sospesi sulla base di false richieste della popolazione o per la necessità di mantenere un partito al potere» spiegano le attiviste e curatrici del rapporto Gulalai Ismail e Agnes Ojera.
Una cartina del mondo segnata dalle gravi violazioni. In alcuni paesi non è illegale identificare e segnare con la lettera scarlatta dell’ateismo. In altri, pur accettando persone di differenti religioni, o aconfessionali, è vietato abbandonare la religione di Stato.
E la punizione per chi abbandona la propria fede è spesso la morte. In ben 19 nazioni i tribunali puniscono i propri cittadini con la pena capitale.
Leggi su misura per chi offende Dio, ma che di fatto vietano la critica dei leader religiosi e figure carismatiche.
Un esempio poco virtuoso: il governo di Islamabad.
Il Pakistan non prevede la condanna a morte per apostasia, ma ha perseguitato migliaia di persone da quando ha introdotto le leggi anti-blasfemia (ancora in vigore) nel 1988. Per essere condannati basta una bestemmia in pubblico.
In tutto il mondo centinaia di persone rimangono nel braccio della morte o in carcere semplicemente perché non credono. In Malesia il primo ministro Najib Razak ha bollato umanismo e secolarismo come «devianti», definendoli una minaccia all’Islam.
In Arabia Saudita una nuova norma equipara “ateismo” al “terrorismo”. Chi non crede è semplicemente una minaccia per la tenuta delle dittature.In Egitto, lo scorso giugno, il ministero della Gioventù Nuamat Sati ha annunciato una campagna per diffondere la consapevolezza dei pericoli insiti nell’ateismo, definito «una minaccia per la società».
L’elenco delle dittature africane senza nessun rispetto è lungo. Sulle isole Comore dopo il referendum del 2009, il governo ha introdotto una legge che dichiara l’Islam la religione di Stato, radicando le tendenze estremiste. E poi lo schiacciante regime eritreo di Isaias Afewerki dove la religione è predominante nella vita culturale. La popolazione è divisa tra cristiani e musulmani ma ci sono gravi restrizioni imposte dal governo su chi non si “affilia” a nessun gruppo. Ateo nel piccolo paese del Corno d’africa significa una cosa sola: persecuzione sociale.

Altrettanto drammatica la vita in Etiopia dove, nonostante la libertà di religione venga garantita dalla Costituzione, la minaccia dei terroristi somali Al-Shabaab che uccidono brutalmente cristiani e atei rimane alta.
E poi Somalia, Sudan, Swaziland, Gambia, Marocco, Libia, sono un grande buco nero dei diritti. Fuori controllo l’Iraq dove spadroneggia lo stato ultra-fondamentalista dell’Isis. Il target dei gruppi armati sono le minoranze religiose, tra cui musulmani e “apostati”.
In Cina il partito comunista al governo mantiene uno stretto controllo sulla popolazione e sopprime regolarmente la libertà di parola e di dissenso. Il dossier lo descrive come il più ateo dei paesi, ma per i suoi governanti la mancanza i diritti umani fondamentali non esistono. Non va meglio in Indonesia (la terza più grande democrazia del mondo con 250 milioni di cittadini) dove gli atei rimangono socialmente emarginati e legalmente non riconosciuti.Ma se è vero che le problematiche più gravi si riscontrano nei Paesi islamici questo non significa che altrove si possa abbassare la guardia. Nella sezione del rapporto dedicata all’Italia si descrive un nutrito elenco di discriminazioni ai danni dei non credenti e di tutti quei cittadini che credono nella laicità dello Stato. Discriminazioni da sempre denunciate dall’Uaar, l’unione degli atei e degli agnostici di casa nostra, come spiega Raffaele Carcano:«Sono troppi i Paesi in cui qualunque minoranza rischia di essere presa di mira, e i suoi componenti rischiano pesanti provvedimenti repressivi. È necessario che i governi che hanno a cuore il problema si muovano con decisione per far sì che ogni essere umano sia libero di manifestare liberamente le sue convinzioni in materia di religione. Anche il nostro governo è chiamato in causa».

Un’agenda politica piegata ai dettami del Vaticano: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche , il sistema di finanziamento statale agli istituti paritari, fino alle tante esenzioni e finanziamenti di cui gode la Chiesa cattolica che costa ogni anno allo Stato italiano sei miliardi di euro.

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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