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Un palazzo celeste (questa la traduzione del nome cinese della stazione spaziale Tiangong-1) cadrà sulla Terra intorno a Pasqua. Di prassi, il rientro di satelliti e stazioni spaziali è controllato da Terra affinché cadano in pieno oceano, senza danneggiare nessuno. In questo modo si gestiscono centinaia di rientri l’anno.

In questo caso non è possibile: nel 2016 la Cina ha confermato di aver perso ogni contatto con Tiangong-1, e non ha quindi modo di controllarne la traiettoria. Come accade per tutti gli oggetti in orbita bassa, l’orbita della stazione spaziale quindi si è lentamente abbassata, frenando contro gli strati più alti dell’atmosfera che, per quanto rarefatta, fa sentire il suo effetto anche a 300 chilometri di altitudine. Quando infine scenderà sotto i 78 chilometri, l’aria è abbastanza densa da surriscaldare e frantumare il relitto in una sorta di spettacolare pioggia di stelle cadenti, sparpagliando detriti lungo un’ellisse lunga anche centinaia o migliaia di chilometri.

Lo spettacolare rientro del veicolo spaziale Atv-1 sopra il Pacifico, che serviva a portare rifornimenti alla Stazione spaziale internazionale.

Quanto è probabile che ci caschi addosso un pezzo di Tiangong-1, allora? È notoriamente difficile prevedere esattamente dove cadrà un satellite in decadimento orbitale non controllato. Pochi minuti di errore, a quella velocità, possono voler dire migliaia di chilometri di incertezza. (Qui vi raccontiamo come seguire in tempo reale dove si trova Tiangong-1)

Per farci un’idea del rischio però basta prendere carta e matita – e avere qualche dato elementare a disposizione.

Fermo restando che quanto segue è tutto tranne che un calcolo esatto.

Tiangong-1 innanzitutto non è un palazzo, è grande circa come uno scuolabusè un cilindro di 10,4 metri di lunghezza per 3,35 di diametro. In più ci sono i pannelli solari. Ne viene una superficie di circa 150 metri quadrati. Assumendo che si rompa in pezzi piccoli, in media, 10×10 centimetri, abbiamo 15mila frammenti. 15mila proiettili spaziali.

Tiangong-1

Schema di Tiangong-1 (Wikimedia Commons)

 

Ma quanto è facile che ci colpiscano? Per valutare quanto è grande il bersaglio, un essere umano in piedi in media espone un’area di circa 0,1 metri quadri. La Terra ha una superficie di circa 510.000.000.000.000 metri quadri. L’area a rischio – che fino a pochi giorni fa, nel caso di Tiangong, era circa l’intera fascia tra il 43esimo parallelo Nord e il 43esimo paralleo Sud (ovvero, in Italia Tiangong-1 non può cadere più a Nord di Piombino o San Benedetto del Tronto. Se abitate al Centro-Sud, e se questo articolo proprio non vi convince, organizzate una gita pasquale nella Pianura Padana). Si tratta comunque di circa due terzi del pianeta.

Dobbiamo ora calcolare la probabilità che, in questa enorme fascia, proprio una ben precisa area di soli 0,1 metri quadri – quella occupata dal sottoscritto a passeggio, per esempio – venga colpita da un frammento. Per avere un’idea delle proporzioni, è circa come un granello di polvere che deve colpire un altro specifico granello di polvere, in un’area grande più o meno il doppio di Parigi. Calcolatrice alla mano viene 15.000 / ( 2/3 · 510.000.000.000.000 / 0,1) · 100 = 0,00000000044 % – una probabilità di 1 su 230 miliardi.

Ovviamente si tratta di una stima del tutto rudimentale. Ma il vantaggio delle stime di questo tipo (dette stime di Fermi, dal fisico italiano che era assai capace in tali esercizi) è che spesso gli errori tendono (grosso modo!) a cancellarsi. Per esempio abbiamo preso in considerazione solo la superficie esterna di Tiangong-1, mentre c’è da considerare tutto l’interno, quindi i frammenti possono essere di più. Viceversa però una buona parte dei frammenti della stazione spaziale brucerà nell’atmosfera: di norma dal 10 al 40% del satellite raggiunge la superficie. Vedremo fra poco di quanto abbiamo sbagliato.

Naturalmente si possono fare stime serie, ma allora diventa molto più complesso da calcolare, come mostrano i metodi di analisi della Nasa. Chi fa modelli di questo tipo tiene conto della densità di popolazione nell’area coinvolta e come varia (un conto è cadere nell’oceano o nel Sahara, un altro in piena Europa o Cina). Va valutata la dimensione dei detriti che arriveranno a terra, la loro forma, e il materiale che li compone, il che dipende dall’oggetto e dalla sua composizione (qui un esempio di modelli sul tema). Infine quante persone sono a rischio in un determinato momento: quanti sono in un edificio? Quanti in automobile (che possono subire gli effetti di frammenti grandi ma non di frammenti piccoli)? Quanti sono seduti o in piedi (cambia l’area esposta, e quindi la probabilità)? Infine, c’è da tenere conto del possibile rimbalzo dei frammenti.

Calcoli di questo tipo confermano che la probabilità di trovarsi un frammento di Tiangong-1 sul collo sia veramente minuscola – e secondol’Agenzia spaziale europea, ancora più piccola di quella che abbiamo provato a stimare a spanne all’inizio: 10 milioni di volte più improbabile di essere colpiti da un fulmine durante l’anno, il che significa circa una su 7mila miliardi (abbiamo sbagliato di un fattore 30: non troppo male visto quanto era grezza la valutazione!). Un altro rischio di cui non abbiamo parlato ma che i modelli tengono in considerazione è quello che un frammento colpisca un aereo in volo: il rischio annuale è di circa 1 impatto ogni 3.300 anni– anche qui, possiamo stare tranquilli.

Il bidone di propellente di un razzo Delta II dopo essere precipitato sulla Terra. Fonte: Nasa

Ovviamente il fatto che qualcosa sia estremamente improbabile non significa che prima o poi non accada. Esiste a oggi una singola persona che può raccontare di essere stata colpita da un frammento di spazzatura spaziale: Lottie Williams di Tulsa, Oklahoma. Il 22 gennaio 1997, la signora Williams venne colpita da un frammento di metallo, grosso circa come un dvd, probabilmente detrito di un razzo Delta II. Nessuna ferita, neanche un graffio. Arrivò a Terra talmente piano che Williams avvertì giusto unpiccolo colpetto, come qualcuno che le toccasse la spalla. Secondo l’Aerospace Corporation, il rischio totale di morti e feriti da rientro di detriti spaziali è circa di una vittima ogni secolo: per intenderci, è dieci volte il rischio medio da impatto di meteoriti…

Se un domani Tiangong-1 si dovesse frantumare proprio sul Sud Italia, quasi certamente nessuno si farà male. Qualcuno però potrebbe incocciare tempo dopo in un rottame passeggiando per la campagna. E questo potrebbe essere il vero rischio (sebbene comunque molto remoto), come fa notare anche la Protezione civile. I resti della stazione spaziale cinese infatti possono contenere idrazina – un propellente chimico infiammabile e estremamente tossico: può danneggiare praticamente tutti gli organi: fegato, reni, sistema nervoso centrale, polmoni, milza, tiroide, pelle ecc. Una curiosità: l’idrazina è anche coinvolta nella tossicità di alcuni funghi velenosi come le false spugnole. Se quindi avete l’eccezionale occasione di incocciare in un rottame spaziale, resistete alla tentazione di avvicinarvi e toccarlo, ma avvertite la Protezione civile.

Ma se il rischio è così piccolo, perché siamo qui a discuterne? La risposta è che noi esseri umani siamo scarsi nel valutare oggettivamente i rischi. Un problema che diventa serio quando si vuole parlare di salute. È il motivo per cui, per esempio, alcuni temono più i vaccini delle malattie da cui proteggono, benché sia l’esatto contrario. O per cui abbiamo più facilmente paura dell’aereo che di salire su un’automobile, benché il rischio sia maggiore in auto. Tutto ciò che è incerto, su cui non abbiamo alcun controllo e di origine artificiale, tende a essere percepito come più rischioso di quanto non sia in realtà. Lo spettacolare schianto di una stazione spazialetocca tutti questi punti. Viviamo quindi il nostro brivido, serenamente.





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Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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ITALIA

Un appello per la scienza in Parlamento

Un gruppo di scienziati e giornalisti lancia l’appello: La scienza al servizio della collettività affinché il Parlamento italiano si doti di un Comitato per la scienza e la tecnologia

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Un rapporto sui serbatoi di batteri che resistono agli antibiotici. Poi un altro sui cambiamenti climatici e su come limitare l’aumento medio della temperatura del pianeta entro 1,5 gradi. Infine, un’offerta agli studenti per comunicare la ricerca scientifica «nel mondo reale». Sono questi, al momento in cui scriviamo, i tre nuovi temi del Parliamentary Office of Science and Technology (POST), l’Ufficio per la scienza e la tecnologia del Parlamento del Regno Unito, che si autodefinisce fonte interna di «analisi indipendenti, bilanciate e accessibili di problemi di politica pubblica che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia». Moltissimi altri parlamenti in tutto il mondo si sono dotati di un ufficio simile a quello dell’assemblea legislativa più antica del mondo. Il Parlamento europeo può contare, per esempio, sul Comitato di valutazione delle opzioni scientifiche e tecnologiche (STOA).

Perché gran parte delle assise legislative dei paesi democratici ha scelto di dotarsi di simili comitati di esperti in scienza e tecnologia? Beh, i motivi sono essenzialmente due.

Il primo è che una quantità crescente del tempo e delle attività dei parlamentari ha a che fare con temi correlati alla scienza e alla tecnologia. Non è una sorpresa. È, semplicemente, il segno dei tempi. Viviamo nella società e nell’economia della conoscenza. Viviamo nell’era della domanda crescente di nuovi diritti di cittadinanza: i diritti di cittadinanza scientifica. Di conseguenza, le massime agorà della democrazia – i parlamenti, appunto – non possono non occuparsi di conoscenza: sia della produzione di nuova conoscenza (la scienza) sia delle applicazioni delle nuove conoscenze (l’innovazione tecnologica fondata sulla scienza).

Il secondo motivo è che i parlamenti, per essere in grado di prendere decisioni ponderate su «problemi di politica pubblica che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia», devono poter contare su «analisi indipendenti, bilanciate e accessibili» realizzate da consulenti scientifici.

I comitati di esperti non sostituiscono il Parlamento. Le scelte restano responsabilità e prerogativa degli eletti dal popolo. Ma i comitati di esperti assolvono al ruolo di facilitare scelte documentate e ben fondate. Sono, in definitiva, una necessità e insieme un’espressione di una democrazia matura. Sono la forma tangibile di una scienza al servizio della democrazia.

Ebbene, nel novero crescente dei parlamenti che si sono dotati di comitati di scienziati esperti per poter contare su analisi indipendenti, bilanciate e accessibili sulla base delle quali operare le proprie scelte in materie che hanno a che fare con la scienza e la tecnologia manca l’Italia.

In qualche modo ce ne accorgiamo. Nel nostro Parlamento molto – troppo – spesso i dibattiti e le decisioni tipiche della società e dell’economia della conoscenza sono poco informati, poco ponderati. Ideologici. Il paese stesso ne risente. Infatti l’Italia stenta a entrare nella società e nell’economia della conoscenza. Certo: non tutte le responsabilità ricadono sul Parlamento. Tuttavia, è anche vero che, in quota parte, il Parlamento ha le sue responsabilità.

Di qui nasce l’appello che un piccolo gruppo di ricercatori e di giornalisti scientifici rivolge al parlamento italiano affinché si doti di un Comitato per la scienza e la tecnologia capace di analisi indipendenti, bilanciate e accessibili a tutti i cittadini.

L’appello, a cui è stato dato il titolo La scienza al servizio della democrazia, è stato già sottoscritto da un numero elevato e qualificato di donne e uomini di scienza. Da fisici, come Marica Branchesi e Carlo Rovelli, biologi, come Maria Luisa Villa e Carlo Alberto Redi, filosofi della scienza, come Telmo Pievani e Giovanni Boniolo. E poi ancora, tra i primissimi, Roberto Cingolani, Silvio Garattini, Giuseppe Remuzzi, Nicola Bellomo, Paolo Vineis, Maria Pia Abbracchio, Patrizia Caraveo, Lucia Votano.

Un bello spaccato della comunità scientifica italiana che avanza una proposta chiara e precisa, nella speranza che, al di là delle divisioni politiche, venga accolta per il bene del Parlamento, della democrazia e dell’Italia intera.

Per firmare la petizione, clicca qui:
https://www.change.org/p/appello-scienzainparlamento





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le Scienze

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Pavia, maestra d’asilo arrestata: le immagini dei maltrattamenti

Bimbi presi a schiaffi e spintonati. La Guardia di Finanza ha tratto in arresto la maestra. Le vittime hanno dagli uno ai tre anni di età.

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Una maestra di 50 anni, titolare di un asilo nido a Varzi, comune dell’Oltrepò Pavese, è stata arrestata dalla Guardia di Finanza. La donna, alla quale sono stati concessi gli arresti domiciliari, è accusata di maltrattamenti nei confronti di bambini di età compresa tra 1 e 3 anni. Due sue collaboratrici, inoltre, sono state denunciate per abuso dei mezzi di correzione nei confronti di minori. Spinte, schiaffi e strattonamenti sono stati ripresi da telecamere durante le indagini. “Tutto è iniziato – si legge in un comunicato diffuso questa mattina dalle Fiamme Gialle pavesi – quando, nel comune di Varzi, sono iniziate a circolare voci sempre più insistenti su presunte condotte anomale poste in essere dalla titolare di un asilo nido. Le indagini hanno, nel giro di pochi mesi confermato quelle voci e i censurabili comportamenti tenuti dalla maestra dell’asilo nido di Varzi. Determinanti sono stati i filmati girati all’interno dell’asilo che documentano le ripetute violenze, di natura fisica (spinte, strattoni e schiaffi) e psicologica, inflitte ai bambini di età compresa fra 1 e 3 anni”. Le prove raccolte dalla Guardia di Finanza hanno immediatamente indotto l’autorità giudiziaria a disporre la misura della custodia cautelare domiciliare nei confronti della maestra, titolare della struttura, e a denunciare le sue due collaboratrici.

Un’altra maestra d’asilo è stata arrestata, invece, nel Comasco,sempre per ripetuti maltrattamenti verso i bambini. I Carabinieri della Compagnia di Como hanno infatti dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari emessa dal gip di Como, nei confronti di una donna di 58 anni ritenuta responsabile di maltrattamenti “commessi in qualità di educatrice in un asilo nido di Cernobbio (Como), dove poneva in essere condotte violente nei confronti di bambini di età compresa tra i 3 e i 18 mesi”.





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ITALIA

Milano: quello che si conosce del dirottatore dello scuolabus

Dalle 11.20, quando i 51 studenti della media di Crema salgono sul bus guidato da Ousseynou Sy, alle 12, quando i carabinieri li salvano dalle fiamme: la dinamica del sequestro e la ricostruzione degli investigatori

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I ragazzi sono tornati a casa, accompagnati da genitori sotto shock quanto loro per quello che è accaduto. E, soprattutto, per quello che sarebbe potuto accadere. Gli investigatori sono al lavoro, su tracce materiali e informatiche, per dare una forma a quelle che, in gergo tecnico, si chiamano le “prime evidenze”. E Ousseynou Sy è in carcere a San Vittore, guardato a vista nel reparto protetti, con addosso l’accusa di sequestro di persona e strage con l’aggravante del terrorismo, nonostante abbia provato a sminuire le sue intenzioni, a dire che se non fossero arrivati quei carabinieri che, invece, hanno “fatto il miracolo”, come dicono in procura, “non si sarebbe fatto male nessuno”. Ma come è arrivato questo autista 46enne che a Crema conoscono come il tranquillo Paolo a dirottare un bus pieno di studenti convinto così di fermare le stragi nel Mediterraneo?

La prima fase del sequestro dello scuolabus

Alle 11.20 di mercoledì mattina 51 studenti di seconda A e seconda B della media Vailati di Crema salgono sul solito scuolabus gestito dalla società Autoguidovie che deve riportarli a scuola dalla palestra in cui fanno educazione motoria. Con loro ci sono due insegnanti e una collaboratrice scolastica. Alla guida c’è Ousseynou Sy, autista della società da molti anni. Come lo stesso uomo racconterà più tardi ai procuratori, il suo piano scatta immediatamente: invece di dirigersi verso la scuola, imbocca la Paullese. Ha un obiettivo preciso: “Volevo andare a Linate”. Il giorno prima ha acquistato una tanica di benzina da 10 litri e un mazzo di fascette di plastica da elettricisti. Ferma l bus e annuncia il cambio di programma: mentre tutti lo guardano senza ancora capire, cosparge di benzina le superfici del bus, dice una frase che tanti bambini ripeteranno: “Da qui non uscirà vivo nessuno”. E’ ai professori che dà il compito di legare con le fascette i polsi dei bambini, dopo aver detto a tutti di consegnare i cellulari.

La corsa sulla Paullese

I professori, come spiegheranno poi a pm e carabinieri, legano i polsi dei bambini, ma riescono a mettere in atto uno stratagemma che salva la vita a tutti: ai bambini seduti nelle prime file, sotto lo sguardo dell’autista – che pretende che uno degli studenti si sieda accanto a lui -, stringono le fascette, lasciandole invece più larghe ai bambini seduti in fondo. L’autista brandisce un coltello (da cucina, come dirà dopo, ma le fiamme ne hanno cancellato la presenza), qualcuno dice di aver visto il calcio di una pistola, l’uomo dice di non averne mai avuta una. Ed è così che, mentre Sy riprende a guidare verso la sua meta, che entrano in gioco Riccardo e Rami, due piccoli protagonisti di questa storia: Rami ha nascosto il cellulare nella giacca, Riccardo si libera dalle fascette e chiama il 112: “Ci stanno portando via con il pullman, aiutateci”. Anche un terzo bambino, Adam, si libera e chiama i suoi genitori: che capiscono che quello del figlio non è uno scherzo quando il bambino indica il luogo in cui stanno passando in quel momento con il bus, ben lontano da scuola. Sono le 11.50, scatta l’allarme.

scuolabus milano

L’intervento dei carabinieri

Scatta il protocollo di intervento, si allertano le stazioni dei carabinieri vicine, la protezione civile, la torre di controllo di Linate, i vigili del fuoco di Milano. La telefonata viene subito trasmessa alle autoradio: due pattuglie della stazione di San Donato in dieci minuti intercettano il bus in località Pantigliate, senza sapere ancora davvero cosa sta succedendo a bordo: ma non c’è tempo di pensare. L’autista vede le due auto dei carabinieri e accelera, speronandole. Mentre continua la sua corsa, arrivano altre tre pattuglie, un’auto si mette di traverso per sbarrare la strada. Sy è costretto a fermarsi. Qui, come raccontano in procura con orgoglio per il lavoro dell’Arma, due carabinieri si avvicinano al finestrino dell’autista, iniziano a parlagli, capiscono che c’è qualcosa di molto serio vedendo l’uomo che agita un accendino e urla loro di andarsene, “se sparate brucia tutto”. E’ un diversivo: altri tre militari vanno verso il fondo del bus, prima provano a forzare la porta posteriore, con insegnanti e studenti che tentano di sfondarla dall’interno, poi usano lo sfollagente per rompere un vetro: da lì iniziano ad uscire in fretta tutti, tra urla e terrore. Perchè intanto il bus continua a scivolare in avanti, fino a fermarsi contro i jersey della strada. E l’autista, ormai ha perso il controllo: appicca il fuoco con l’accendino, le fiamme divampano mentre i bambini stanno ancora uscendo da quel finestrino spaccato.

La fuga lungo la Paullese

Le immagini degli automobilisti che sono sulla strada mostrano una scena che il procuratore capo Francesco Greco descrive “da film”: bambini che corrono terrorizzati lungo la strada, con i carabinieri che cercano di intrupparli verso la salvezza, mentre il bus viene letteralmente mangiato dal fuoco e un’alta colonna di fumo nero si alza in cielo. Loro, i ragazzi, vengono portati a scuola, mentre iniziano le telefonate concitate ai genitori. Fanno in tempo a vedere l’arresto del loro autista: i carabinieri lo bloccano sul bus, ha le mani ustionate, non fa resistenza mentre entra nell’auto che lo porta all’ospedale Niguarda per le prime cure, mentre i vigili del fuoco spengono l’incendio e le ambulanze assistono i ragazzi. Tutti, gli adulti di sicuro ma anche i ragazzi, consapevoli di essere scampati a qualcosa che, dice il pm Alberto Nobili “avremmo potuto ricordare per decenni come una tragedia”

Le indagini sull’autista

In quei minuti gli investigatori sono già al lavoro per capire chi sia l’autista. E i primi dati delle banche dati riservano una notizia inaspettata: Ousseynou Sy è già noto alle forze dell’ordine per due episodi. Il primo, nel 2007, per una denuncia per guida in stato di ebbrezza a Brescia, patente sospesa e poi riavuta. Il secondo per una condanna per molestie sessuali su una minorenne nel 2011: soltanto un anno fa la condanna era diventata definitiva, un anno con pena sospesa. Ma da subito la società Autoguidovie assicura: “Non sapevamo dei suoi precedenti”. Quando la patente gli era stata sospesa, nel 2007, si era messo in malattia per evitare di dare spiegazioni sul perché non potesse guidare il bus. Si scava nella vita dell’autista. E’ nato in Francia nel 1972, da genitori senegalesi, diventa cittadino italiano nel 2004, dopo aver sposato una donna bresciana di Orzinuovi da cui ha due figli – oggi di 18 e 12 anni – da cui si separa più di dieci anni fa. Sempre nel 2002 viene assunto da Autoguidovie: prima come tuttofare, poi come autista. Da anni “senza aver mai dato segni di squilibrio, e facciamo visite periodiche sugli autisti, né avevamo mai ricevuto reclami”, dice ora la società.  A Crema, dove viveva, in tanti restano di sasso davanti alle immagini in tv e a quel nome: perchè se tutti in paese lo conoscono come Paolo, sanno che è lui, quell’uomo “gentile e tranquillo, mai una parola di politica, usciva di casa alle cinque del mattino per andare a lavorare”, dicono ora i suoi vicini, ed è la perfetta descrizione di un insospettabile. Un “lupo solitario, senza legami con l’Isis”, dicono in procura.

Le intenzioni dell’autista dello scuolabus

Già, ma perché allora l’ha fatto? Sy ha riferito alla procura di aver girato nei giorni precedenti dei video caricandoli su Youtube e spedendoli a parenti in Senegal in cui diceva che “si sarebbe sentito parlare di lui”. Ai pm (Nobili e Luca Poniz) ha parlato del caso della nave Mare Jonio bloccata in mare con i migranti a bordo come “episodio scatenante, la goccia che ha fatto traboccare il mio vaso”. E in quei 40 minuti di terrore sul bus ha più volte ripetuto “Basta stragi nel Mediterraneo, sono stanco di vedere bambini mangiati dagli squali in mare”. Voleva – questo è quanto si è capito finora – “attirare l’attenzione su qui morti con il suo gesto”. Cosa avrebbe fatto una volta arrivato a Linate non è chiaro: voleva scappare, ha detto, prendere un aereo verso il Senegal. Come, non è chiaro.
Dopo la prima notte in carcere, dopo i primi colloqui con lo psicologo, è stato trasferito nel reparto protetti.

Le indagini in corso
I carabinieri del Ros hanno effettuato ieri le perquisizioni nella casa e nell’auto di Ousseynou Sy: nell’auto i militari avrebbero trovato una tanica e delle borse. Secondo alcune indiscrezioni, l’autista nei giorni scorsi avrebbe ordinato via internet, tramite un collega, un taser, dicendo di doverlo regalare alla nuova compagna. E gli investigatori, adesso, sono a caccia del video-manifesto postato su Youtube.





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La Repubblica

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