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PRETI PEDOFILI

Quei preti pedofili a spasso e la tolleranza di Papa Francesco

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Don Inzoli e il vescovo Wesolowski, giudicati colpevoli di abusi dalla Congregazione per la dottrina della fede, sono liberi di circolare con l’avallo di Bergoglio.

l volto disteso di don Mauro Inzoli immortalato al Convegno di Milano organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale» ha sorpreso molte persone. Non sono pochi infatti, specie in Italia, coloro che quando sentono papa Francesco invocare la tolleranza zero, pensano a un effettivo giro di vite della Chiesa nei confronti dei sacerdoti pedofili e a una concreta battaglia del pontefice contro la diffusione della pedofilia nel clero. E invece, quel volto serafico evidenzia ancora una volta l’assoluta continuità della linea intrapresa dal cosiddetto papa rivoluzionario con quella dei suoi due predecessori: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Come ha scritto nero su bianco la Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza il 5 febbraio 2014, nulla è stato fatto prima di Bergoglio per garantire l’incolumità dei minori che frequentano scuole, parrocchie, oratori cattolici e così via, e nulla di realmente efficace sta facendo il papa gesuita. Con in più un paradosso inquietante. Leggendo le parole di condanna della Congregazione per la dottrina della fede nei confronti di don Inzoli, e vedendo quella persona tranquillamente seduta due file indietro al presidente della Lombardia, Roberto Maroni, e all’ex presidente Roberto Formigoni (che a don Inzoli, anch’esso appartenente a Comunione e liberazione, era solito confessarsi), si ha la sensazione di assistere oltre a una incredibile sottovalutazione di un crimine seriale, violento e distruttivo come la pedofilia, quasi a uno spot in favore di essa.

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«In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale» tuonavano i giudici dell’ex Tribunale dell’Inquisizione a giugno 2014. Una condanna solo a prima vista durissima, avallata da papa Francesco, che evidentemente non ha inciso più di tanto sulla vita pubblica e di relazione del sacerdote riconosciuto colpevole di aver violato il VI Comandamento (“..atti impuri..”), ma nei fatti responsabile della distruzione della vita di esseri umani indifesi. Considerando che lo stesso pontefice a luglio 2014 ricordava nell’articolo di Scalfari su Repubblica che «dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del due per cento», chissà in quanti pensando al placido don Inzoli staranno tirando un sospiro di sollievo vedendo a cosa andrebbero incontro qualora fossero scoperti e condannati dalla Congregazione per la dottrina della fede. Secondo la stima del papa, solo in Italia, dove vivono circa 35mila sacerdoti, potrebbero essere almeno 700.

Del resto quello di don Inzoli non è un caso isolato. Dopo il presunto giro di vite realizzato nel luglio 2013 da Bergoglio con l’inasprimento del codice penale in materia di pedofilia clericale (che segue quello applicato nel 2010 da Benedetto XVI al Diritto canonico), un altro personaggio eccellente nell’indifferenza generale ha subito e subisce (si fa per dire) un trattamento simile a quello dell’ex presidente ciellino della onlus Fraternità che, per inciso, tra le altre cose si occupa dell’affido di bambini provenienti da famiglie in difficoltà.

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Si tratta dell’arcivescovo polacco Józef Wesołowski condannato – come il confessore di Roberto Formigoni – per pedofilia in primo grado dalla Congregazione per la dottrina della fede a giugno 2014, e arrestato a settembre scorso vicino piazza Navona a Roma dai gendarmi pontifici su disposizione del promotore di giustizia vaticano in base al codice penale modificato da papa Francesco. Dopo 60 giorni di arresti domiciliari nel Collegio dei Penitenzieri, Wesołowski oggi passeggia indisturbato per le viuzze di Città del Vaticano in attesa del termine della fase istruttoria coperta da un impenetrabile vincolo di segretezza. È stato lo stesso portavoce della Santa sede, mons. Federico Lombardi, a raccontarlo il 3 dicembre scorso come riporta Radio Vaticana: «La Magistratura dello Stato della Città del Vaticano, continuando le indagini, ha compiuto un primo interrogatorio dell’imputato, a cui ne seguiranno altri. Essendo scaduti i termini per la custodia preventiva e in considerazione delle sue condizioni di salute – spiegava Lombardi – mons. Wesołowski è stato autorizzato a una certa libertà di movimento, ma con obbligo di permanenza all’interno dello Stato e soggetto a opportune limitazioni nelle comunicazioni con l’esterno».

Il procedimento penale nei suoi confronti è stato aperto dal promotore di giustizia del Tribunale vaticano, Gian Piero Milano, che ne aveva disposto l’arresto con le accuse di abusi sessuali su minori e possesso di materiale pedopornografico, motivando il provvedimento con il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. Rischi che evidentemente non sussistono più sebbene Wesołowski abbia alle spalle una carriera diplomatica ultra decennale. Prima di diventare nunzio in Repubblica Dominicana nel 2008, il vescovo polacco aveva infatti prestato servizio nelle missioni diplomatiche della Santa Sede in Africa meridionale, Costa Rica, Giappone, Svizzera, India e Danimarca, quindi come nunzio apostolico in Bolivia, dal 1999 al 2002, e nei Paesi ex-sovietici dell’Asia centrale (Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan), dal 2002 al 2008. Ed è anche in questi Paesi che l’Interpol, considerando la serialità del crimine in questione, sta svolgendo le sue indagini, sulla base di un mandato d’arresto internazionale spiccato nel 2013 dalla Repubblica dominicana al quale Wesołowski non più protetto dall’immunità diplomatica è sfuggito nel momento in cui le guardie pontificie lo hanno invitato a seguirle Oltretevere.

Per quanto riguarda don Inzoli occorre ricordare che costui è colpevole per la Santa Sede e innocente fino a sentenza definitiva per lo Stato italiano. Come pure che il suo caso è arrivato finalmente sotto la lente della Procura di Cremona solo nell’autunno scorso dopo due esposti presentati dall’onorevole Franco Bordo, deputato di Sel, e dalla associazione di vittime Rete l’Abuso. Secondo Il Fatto quotidiano i magistrati italiani indagano su 40 episodi di abusi e avrebbero già fatto la richiesta di rogatoria alla Santa sede per acquisire elementi utili dal processo svolto alla Congregazione per la dottrina della fede. Considerato il vincolo di segretezza pontificia che grava sugli atti di questo tribunale, pena la scomunica, solo una persona può consentire di accelerare l’inchiesta e aiutare a fare piena luce: il popolarissimo fautore della tolleranza zero.

 

Crediti :

Globalist

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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PRETI PEDOFILI

Violenze sui minori da parte di religiosi

Parrocchie chiamate a risarcire le vittime

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Una sentenza storica. È quella pronunciata nei mesi scorsi dal Tribunale civile di Como e confermata dai giudici dell’Appello di Milano (non vi è stato ricorso al terzo grado di giudizio).
Una decisione, quella maturata nel palazzo di giustizia lariano ormai tempo addietro (emersa solo in queste ore), che interviene in modo pesante nelle vicende di abusi da parte di religiosi avvenuti all’interno delle parrocchie e che mette nero su bianco il risarcimento alla vittima da parte della Diocesi e pure della parrocchia. La vicenda che ha portato a questa storica sentenza, che ha pochi precedenti in Italia, risale a molti anni fa. Un giovane fu costretto a subire abusi da parte di quello che era il suo parroco. Sentenza penale nel frattempo diventata definitiva. Il fascicolo era quindi finito sul tavolo del giudice civile, cui i parenti della vittima si erano rivolti per tutelare i propri interessi. Con loro, in udienza, erano stati citati anche la Diocesi di Como, dove il prete prestava la propria opera, e la parrocchia cui era stato assegnato e dove sarebbero avvenute le violenze. E il giudice ha riconosciuto la responsabilità di entrambi gli Enti ecclesiastici, chiamati a risarcire in solido la vittima e i genitori.

«Il parroco è il legale rappresentante della parrocchia – si legge nelle motivazioni – La rappresenta in tutti i negozi giuridici, ne amministra i beni. Il parroco è il “pastore” di una comunità di fedeli. Ed è la stessa Diocesi a riconoscere il ruolo di centralità del parroco nella gestione e nella amministrazione della parrocchia».
Premessa che porta poi a dire che «i fatti di grave violenza hanno trovato occasione nell’esercizio delle attività della parrocchia» cui il ragazzo era affidato. Da qui, dunque, le responsabilità dell’Ente religioso che al contrario sosteneva di essere lui stesso parte lesa «per colpa del comportamento del parroco». Sostenendo che quest’ultimo agiva come «privato cittadino» e per un fine «strettamente personale». Tesi tuttavia non accolta dai giudici. Per quanto riguarda la Diocesi, invece, i giudici hanno fatto notare come «il diritto canonico ponga in capo al Vescovo pregnanti doveri di vigilanza, controllo e direzione di tutta la Diocesi, comprese le parrocchie». Il parroco insomma, «pur non essendo legato da vincoli di lavoro subordinato con la Diocesi, è soggetto al potere di indirizzo e di controllo del Vescovo, il quale rappresenta la Diocesi, ed in ciò si sostanzia il rapporto di preposizione che giustifica» la decisione.





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PRETI PEDOFILI

Suore accusate di pedofilia, indagini in Cile

«Minori trattate come schiave»

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La Santa Sede ha inviato in Cile una missione per indagare sulle accuse di abuso sessuale rivolte alla Congregazione delle Suoredel Buon Samaritano del Molina, con sede nella diocesi di Talca, 240 chilometri a sud di Santiago del Cile. In un comunicato la Nunziatura della capitale ha precisato che la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica svolgerà una visita apostolica nell’istituto delle Suore del Buon Samaritano del Molina che, cominciata mercoledì, durerà alcuni mesi.

Gli inviati sono suor Rosario Alonso, figlia di Maria Ausiliatrice, che sarà affiancata da Maurizio Bridio, frate francescano conventuale. Si tratta della prima indagine vaticana in una congregazione femminile del Cile, frutto di denunce fatte da ex suore alcuni mesi fa, filtrate alla stampa. La più sconvolgente è stata quella di Consuelo Gmez che ha raccontato ad un giornale cileno di essere stata vittima di abusi sessuali e di coscienza mentre era religiosa nella congregazione, oltre ad essere stata trattata come una «schiava».





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Crediti :

il Messaggero

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PRETI PEDOFILI

Pedofilia: perquisiti gli archivi del presidente dei vescovi statunitensi

Decine di agenti di polizia federale e locale sono intervenuti a sorpresa negli uffici della diocesi di Galverston-Houston

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NEW YORK – In un drammatico sviluppo nella crisi degli abusi che è tornata a investire la Chiesa cattolica negli USA, decine di agenti di polizia federale e locale hanno fatto una perquisizione a sorpresa negli uffici della diocesi di Galverston-Houston cercando prove di un caso di abusi sessuali di cui l’arcivescovo cardinale Daniel DiNardo sarebbe stato a conoscenza e avrebbe egualmente insabbiato. DiNardo è anche il presidente della Conferenza Episcopale americana. Il raid a Houston è l’ultimo sintomo della nuova crisi degli abusi e relativi cover-up riemersa quando la scorsa estate un gran giurì della Pennsylvania ha pubblicato un dossier contenente i nomi di 300 preti molestatori.

La chiesa americana guidata dal cardinale DiNardo è al centro di inchieste federali in una decina di stati USA e il Dipartimento della Giustizia ha ordinato ai vescovi di non distruggere documenti che potrebbero contribuire a risolvere casi di molestie. Prima del raid di oggi, in ottobre il Procuratore generale del Michigan aveva mandato gli agenti in tutte e sette le diocesi dello stato. I Rangers dello stato del Texas sono usciti con scatoloni di documenti dalla lunga perquisizione a Houston – durata una decina di ore – con quello che i media statunitensi hanno definito “l’archivio segreto” della arcidiocesi.

Come volto pubblico della Chiesa americana, il cardinale DiNardo ha incoraggiato la massima cooperazione di tutti i vescovi e prelati statunitensi con le autorità civili. E tuttavia il suo ufficio ha definito “ingiustificata” la perquisizione asserendo che il materiale richiesto era già stato consegnato. Di diverso avviso è stata la Procura, secondo cui l’arcidiocesi non ha trasmesso tutta la documentazione al centro del caso in questione che riguarda il reverendo Manuel LaRosa-Lopez, arrestato in settembre per atti osceni su minore: “Ma se troviamo materiale relativo ad altri casi raccoglieremo anche quelli”, ha detto il sostituto procuratore J. Tyler Dunmam. Padre LaRosa-Lopez aveva lavorato per decenni per l’arcidiocesi. Il cardinale DiNardo lo aveva assegnato a lavorare con una parrocchia e promosso vicario per gli ispanici pur sapendo che era stato accusato nel 2001 di aver molestato una ragazzina.





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