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Radiato dall’Ordine dei Medici Roberto Gava, il medico antivaccini

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L’Ordine dei medici di Treviso ha radiato Roberto Gava, considerato uno dei paladini dei no-vax in Italia. E’ la prima volta che un dottore su quelle posizioni subisce la sanzione disciplinare più dura. In carriera, Roberto Gava ha tra l’altro pubblicato vari libri sui rischi legati alla vaccinazione e organizzato convegni sul tema. Sul suo sito riferisce di essersi specializzato in cardiologia, farmacologia clinica, tossicologia medica e perfezionato in agopuntura, omeopatia, bioetica.

“Da una ventina d’anni – scrive ancora online – sta cercando di studiare gli approcci medici non convenzionali rivedendoli anche alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, essendosi convinto che il medico deve aprirsi a molte tecniche terapeutiche scegliendo di volta in volta per il suo paziente quella più appropriata”. E ancora: “L’uomo, infatti, è un mistero all’uomo stesso e ogni paziente ha la sua storia e la sua individualità: il medico non può non considerare l’unicità e l’unitarietà di ogni persona, specialmente quando questa è malata e cerca la salute”.

In serata il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) Walter Ricciardi ha affidato la sua soddisfazione ad un tweet: “Grazie a Ordine medici Treviso per aver radiato primo medico per il suo comportamento non etico e antiscientifico nei confronti dei #vaccini “.

 


La decisione dell’Ordine di Treviso si baserebbe anche su un documento della Fnomceo (la Federazione degli Ordini) del luglio scorso nel quale appunto si prevedevano sanzioni disciplinari per i professionisti che sconsigliano la vaccinazione.

Roberto Burioni del San Raffaele parla di radiazione che “porta l’Italia tra i paesi civili. Oggi il nostro riconoscimento deve andare alll’Ordine dei Medici di Treviso che, radiando Roberto Gava ha coraggiosamente scritto una pagina fondamentale nella difesa della dignità della professione medica e della salute dei pazienti nel nostro Paese. Questo importantissimo precedente, che speriamo serva di monito severo ai medici che perseverano sulla linea di chi ha subito l’infamia della radiazione, è di una importanza fondamentale. Oggi è un giorno magnifico per chi crede nella scienza, nella verità, nella medicina vera ed è una drammatica, rovinosa e definitiva sconfitta per gli antivaccinisti. Grazie Treviso, bellissima città a me cara. Questa sera sono orgoglioso di essere Medico come non mai”.

 

Roberto Gava

Roberto Gava, radiato dall’Ordine dei Medici

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha detto di non voler entrare nel merito del caso specifico “perché c’è un principio che bisogna rispettare ed è quello che consegna agli ordini professionali la totale autonomia in merito ai procedimenti e alle sanzioni disciplinari nei confronti degli iscritti. Ma questo è un momento in cui è necessario assumere delle posizioni chiare. La vaccinazione è l’arma di prevenzione più efficace e questo lo dice la #scienza “.

Sono gli avvocati di Roberto Gava, Silvio Riondato e Giorgio Piccolotto, che in un comunicato rendono nota la decisione dell’Ordine dei medici, specificando che ancora non c’è la motivazione, e polemizzano su come è nata. “La difesa del dottor Gava nota che la radiazione è conforme alle attese fin dalle primissime fasi del procedimento, perché già allora il presidente dell’Ordine Luigino Guarini ha comunicato a più persone che il procedimento contro Roberto Gava sarebbe stato un ‘processo a Galileo Galilei’, il quale com’è noto è stato ingiustamente e pesantemente condannato, come ora capita al dottor Gava”.

I legali lamentano violazioni del diritto di difesa. E inoltre “al dottor Gava non è stato contestato alcun pericolo o danno subìto da suoi pazienti, nessuno dei quali si è dimostrato scontento di lui, anzi tutti sono pienamente soddisfatti come ne hanno reso testimonianza e ribadito anche in pubbliche manifestazioni di apprezzamento. Il dottor Gava è stato condannato soltanto per le sue idee, idee ben fondate sull’esigenza di personalizzazione di ogni vaccinazione per prevenire i gravi pericoli e i vari danni da vaccino ai singoli pazienti, contro la vaccinazione indiscriminata di massa”. Nelle settimane dell’indagine della commissione disciplinare dell’Ordine, Gava tra l’altro aveva dichiarato di non essere contrario alle vaccinazioni e di essere stato spesso frainteso quando ne parlava.

Adesso gli avvocati ribadiscono: “Vorrebbero definire il dottor Gava come antivaccinista, mentre egli è un bravo professionista che tende a non utilizzare i vaccini solo quando essi sono sconsigliabili, o quando non può fare altrimenti perché i pazienti li rifiutano com’è nel loro diritto fondamentale costituzionale che va rispettato. E’ una condanna che sta contro i pazienti che non possono o non vogliono vaccinarsi”.

Come prevedono le regole che disciplinano l’Ordine, Gava può fare ricorso, cosa che sospende gli effetti della decisione disciplinare in attesa della decisione del consiglio nazionale. In pratica, in attesa del secondo grado la sanzione non viene comminata.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Ma la chiesa non arriva mai gratis

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità

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Che le home page dei quotidiani italiani dedichino l’apertura al papa in fondo ci può stare, a Natale. Perché a Natale, narra la leggenda, siamo tutti un po’ più buoni. La presunta maggior bontà non dovrebbe però far venire meno il senso critico. Specialmente quando il papa, celebrando messa nella basilica più sfarzosa del mondo, dice che, “mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore”.

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità, né refrattaria alla logica del dare e dell’avere. Da sempre. È noto che il primo imperatore romano cristiano Costantino (tuttora venerato come santo dalla comunità ortodossa) finanziò la costruzione di numerose basiliche, tra cui san Pietro e san Giovanni in Laterano. Tuttavia, la storia non ci ha tramandato alcuna sua politica in favore dei meno abbienti. Sappiamo invece che la sua azione di governo aumentò le disuguaglianze tra ricchi e poveri: un’eredità “tramandata” al millennio successivo. Perché lasciò “sussidiaristicamente” l’attività di assistenza ai vescovi? Forse. Ma i vescovi erano, nello stesso tempo, sostenitori e beneficiari del suo espansivo programma di edilizia religiosa. Mentre la “cura dei poveri” era anche uno strumento di marketing.

Come ha evidenziato lo storico Peter Brown nel libro Potere e cristianesimo nella tarda antichità, già nel III secolo la ridistribuzione dei fondi a disposizione era ristretta ai fedeli più zelanti. Un’attività che, col tempo, divenne “una componente di grande risalto nella rappresentazione cristiana dell’autorità del vescovo”, tanto che i poveri ‘a libro paga’ erano chiamati a far parte del suo corteo. In ogni caso, era un’attività con un impatto marginale rispetto a quella edificatoria. Al punto che, nel V secolo, “la lamentela che il cibo per i poveri era divorato dalla pietra, dai marmi multicolori e dai mosaici d’oro delle nuove basiliche faceva il giro di tutto il Mediterraneo”.

Di quelle gesta si è persa traccia, nell’opinione pubblica. Quando Vittorio Sgarbi decanta (giustamente) la bellezza delle cattedrali, invariabilmente dimentica le decine e decine di milioni di esseri umani che, durante i lunghi secoli del totalitarismo cristiano (380-1648: un periodo più lungo dello stesso medioevo), le hanno dovute finanziare con un decimo del proprio scarso reddito, e hanno dunque avuto una vita più triste, hanno patito la fame, sono morti prematuramente. Quanta sofferenza è costata l’aver voluto innalzare alla gloria di Dio quelle meravigliose costruzioni?

I costi pubblici della chiesa cattolica, benché impossibili da verificare al centesimo, sono però noti e quantificabili

Le analisi costi-benefici non danno sempre risultati univoci, perché il peso attribuito ai singoli costi e ai singoli benefici può essere differente. I costi pubblici della chiesa cattolica, benché impossibili da verificare al centesimo, sono però noti e quantificabili, e superano in Italia i sei miliardi di euro. A dimostrazione che la logica del dare-avere ce l’ha anche la chiesa (ma molto sbilanciata sull’avere), da parte cattolica non si è mai negata tale cifra, preferendo cercare di stimare gli assai meno quantificabili benefici. Spesso, poi, anche tali benefici hanno un’origine pubblica: la Caritas di Como ha sicuramente regalato vestiti ai bisognosi, ma erano vestiti sequestrati dalla Finanza. Controlli in entrata ma non in uscita, dunque? Come non pensarlo, quando ci tocca leggere che l’ex governatore Galan è stato condannato per aver versato 24 milioni di euro al patriarcato di Venezia affinché ristrutturasse la basilica, il seminario e la sede patriarcale. Una volta di più, ad avere è stata la chiesa e a dare sono state le istituzioni pubbliche, che inizialmente dovevano invece utilizzerei soldi dei contribuenti per interventi a salvaguardia della laguna. L’acqua alta avrà probabilmente portato via il fetore di certi accordi, ma i documenti restano.

“Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo”, ha sostenuto il papa nel corso della funzione. Nel suo mantra, la povertà è l’unico problema e la carità (cattolica) l’unica soluzione. Ma nell’epoca dei bitcoin, dell’intelligenza artificiale e dei robot che costruiscono altri robot il mondo è diventato troppo complesso per affrontarlo con una visione così spaventosamente sempliciottistica. Se lo si vuole veramente cambiare, occorre invece rendere ogni individuo capace di prendere decisioni consapevoli dettate dalla competenza e dalla ragione, non dalla paura o dalla tradizione. Le frasi a effetto a vocazione pubblicitaria non ci riusciranno mai.



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Siamo tutti blasfemi

L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni.

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L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni. A differenza del 2017, però, quest’anno lo stesso atto di subvertising ha scatenato una polemica decisamente più ampia che si è conclusa con la rimozione dell’opera – obiettivo raggiunto soprattutto grazie agli amplificatori mediatici dei vari Salvini e Meloni, che da soli raggiungono ogni giorno cinque milioni di italiani.

L’opera di Hogre, raffigurante un bambino inginocchiato in preghiera davanti a un Cristo col membro in erezione, è un provocatorio atto di denuncia contro la diffusa pedofilia ecclesiastica – quella, per intenderci, sulla quale fino a ieri vigeva il segreto pontificio e che è stata sistematicamente occultata dal Vaticano, con effetti traumatici e disastrosi per migliaia di bambini in tutto il mondo, come messo in evidenza da Emanuela Provera (ex numeraria dell’Opus Dei) e Federico Tulli nel libro Giustizia Divina (Chiarelettere, 2019

In un paese più laico e progressista la provocazione di Hogre, oltre a provocare le legittime reazioni indignate dei cattolici, avrebbe dato il via a un dibattito sul tema della pedofilia ecclesiastica. Ne ha invece scatenato un altro – l’ennesimo – sulla blasfemia, tema tanto caro alla destra populista italiana. Stiamo parlando della stessa destra da sempre pronta a ridimensionare i vari scandali vaticani e il “cattivo cristianesimo” dei suoi esponenti, ma altrettanto pronta a ingigantire (e strumentalizzare) le più effimere questioni simbolico-identitarie, come i presunti attacchi al presepe, al Natale o al crocifisso.

Ora, quando si tratta di blasfemia, per degli atei è sempre sconveniente e impopolare intervenire, visto che si finisce sistematicamente sotto il fuoco incrociato di tutti: la destra identitaria, la sinistra “regressista”, i cattolici fondamentalisti, gli inediti alleati musulmani, e persino alcuni atei “smemorati”, nel senso che si chiarirà più avanti.

Inutile qui ribadire gli stessi “noiosi” argomenti giuridici che abbiamo già esposto in altre occasioni – la libertà di espressione come diritto universale e costituzionale; l’inconsistenza e la labilità giuridica delle leggi contro la blasfemia; il fatto che fu Mussolini a introdurre gli art. 724 e 402-405 del Codice Penale, nel 1930, a un anno di distanza dai Patti Lateranensi; l’arbitrarietà con la quale vengono punite la bestemmia e il vilipendio, con pene che vanno dalla multa fino ai due anni di carcere, etc.

Questo tipo di argomenti non serve a nulla se il nostro interlocutore non ragiona in termini di stato di diritto, ma solo in termini di sensibilità offesa, disgustata indignazione e identità violata. In questo articolo vale allora la pena provare a ragionare allo stesso modo, con tre argomenti più diretti e persuasivi che riguardano rispettivamente il passato, il presente e il futuro della blasfemia.

Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia

Iniziamo dal primo. Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia: con molta probabilità in passato sarebbero stati loro i blasfemi. Per un motivo o per un altro, sarebbero stati loro a offendere Dio “in parole, opere o omissioni”, meritandosi per questo di essere perseguitati dalla Chiesa Cattolica, che “ai tempi d’oro” era sovrana incontrastata del cielo, ma soprattutto della terra.

Blasfeme erano ad esempio le donne, messe al rogo in quanto streghe o sottoposte all’abominevole pratica dell’ordalia se sospettate di adulterio, come impartito da Dio a Mosè nel libro dei Numeri (5,11-31).

Blasfemi erano i sodomiti, che a seconda dell’interpretazione dottrinale possono essere i soli omosessuali, o chiunque metta in atto l’“abominevole” pratica del sesso anale, coppie eterosessuali incluse.

Blasfemi erano gli eterodossi che professarono “dottrine o opinioni diverse da quelle della maggioranza”, e blasfemi erano gli eretici, ovvero “chi, essendo membro della Chiesa Cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio (sic!) qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede”.

Blasfemo fu in tal senso un frate domenicano di nome Giordano Bruno, messo al rogo perché non riusciva a concepire la trinità di Dio, non credeva nella verginità della Madonna e pensava che il corpo di Cristo fosse nell’ostia solo simbolicamente. Blasfemo fu anche uno scienziato di nome Galileo Galilei, costretto all’abiura per aver osato contraddire le Sacre Scritture sostenendo che il Sole fosse al centro dell’universo e che la Terra ruotasse attorno a esso.

Infine – mais ça va sans dire – blasfemi erano tutti quei reietti della storia ecclesiastica che in un modo o nell’altro negarono Dio o l’autorità della Chiesa Cattolica: atei, anticlericali, risorgimentisti e sostenitori della laicità – sì, anche loro, come messo ben in mostra da Raffaele Carcano nel suo ultimo libro “Storia dell’antilaicità” (Nessun Dogma, 2019).

Ma – attenzione – perché adesso dirò una cosa che prenderà tutti in contropiede: blasfemi erano anche i cristiani che stanno leggendo questo articolo. Sì, proprio loro. Perché, da Socrate in poi, blasfemo fu chiunque professò divinità diverse da quelle venerate dalla maggioranza, incluso Gesù Cristo, accusato dal tribunale del Sinedrio di “bestemmia” per essersi autodefinito “figlio di Dio” – o per caso l’abbiamo dimenticato?

“Smemorati” non sono solo dunque gli atei che hanno dimenticato i roghi accesi per punire la loro blasfemia, ma anche i cristiani e i cattolici che sostengono oggi le leggi contro la blasfemia, forti della loro posizione di maggioranza, dimenticandosi di quando erano invece minoranza, costretti a pregare e seppellire i propri morti nelle catacombe, per non finire crocifissi uno dietro l’altro lungo la strada, proprio come il loro profeta.

Nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€

Ma basta parlare del passato. Il secondo argomento riguarda infatti il presente. Ed è un argomento di una logica sottile ma inoppugnabile. Avete presente quando i cattolici italiani si scagliano contro i musulmani perché nelle loro teocrazie mettono a morte i blasfemi e gli apostati – e anche alcuni dei loro confratelli cristiani? Bene, sappiate che ciò che differenzia i primi dai secondi non è una differenza qualitativa, bensì solo quantitativa: le teocrazie musulmane mettono a morte o imprigionano chi considerano “blasfemo”; nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€ nel recentissimo caso di Oliviero Toscani, condannato per “vilipendio di religione mediante offesa a ministri di culto”.

Ma – è questo il punto – dal fascismo in poi noi puniamo i nostri blasfemi in nome dello stesso principio giuridico per il quale i musulmani puniscono i loro, e cioè che sia giusto punire qualsiasi espressione o atto che offenda il sentimento religioso dei cittadini, siano o meno tra le file della “maggioranza” – anche se il sentimento religioso della maggioranza sembra avere un peso diverso rispetto a quello delle minoranze, una sorta di “corsia giuridica preferenziale” per così dire.

Ci rendiamo conto del paradosso? Di qui la necessità di abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. Perché il mantenimento delle nostre leggi sulla blasfemia legittima e giustifica le loro leggi sulla blasfemia – e infatti sono le teocrazie musulmane stesse ad additare l’ipocrisia europea, che da una parte sostiene in linea generale l’abolizione delle leggi sulla blasfemia (Raccomandazione 1805 del 2007), dall’altra lascia che la Corte Europea dei Diritti Umani condanni per blasfemia dei suoi cittadini, ancora oggi.

Se neanche questo argomento convince i sostenitori delle leggi contro la blasfemia, proviamo allora con quest’altro ragionamento laterale. Lasciamo stare le suddette leggi, focalizzandoci invece su quelle contro l’omosessualità e la sodomia. Sappiamo infatti che in circa 70 paesi l’omosessualità è punita con la prigione o con la pena di morte.

Il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità

Ora, ragionando per assurdo: se tra qualche anno in Italia passasse una legge simile, che punisse “effusioni e atteggiamenti omosessuali” con una multa fino a 309€, come reagiremmo? Sosterremmo, come qualcuno fa nel caso delle leggi contro la blasfemia, che in fondo si tratta “solo” di una multa? Che noi non siamo come l’Arabia Saudita o l’Iran, che impiccano gli omosessuali, soltanto perché le nostre pene sono “meno severe”?

Confido nella “buona fede” di tutti che non lo faremmo. Perché, multa o condanna a morte, il reato di omosessualità è assurdo. Ecco, quello che non riusciamo a capire – e che non riescono a capire persino alcuni non credenti, vittime di una “ateofobia interiorizzata” – è che il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità.

Ma veniamo al terzo e ultimo argomento, quello riguardo al futuro della blasfemia. Abbiamo detto che è necessario abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. È questo infatti il bivio che, in quanto membri dell’Unione Europea, ci si para davanti: seguire stati come la Polonia, la Spagna o l’Ungheria, che stanno inasprendo l’uso delle leggi contro la blasfemia al traino delle loro destre populiste, arrivando persino a bruciare dei libri di Harry Potter e ombrellini di Hello Kitty; o fare come Norvegia, Malta, Islanda, Danimarca, Irlanda e Grecia, che hanno tutte abolito le loro leggi sulla blasfemia dopo il 2015, l’anno del tragico attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

Il futuro della libertà di espressione è di fronte a noi. Ricordiamoci chi eravamo, guardiamoci attorno, e scegliamo saggiamente



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Decreto Biotestamento: una buona novella laica per il paese

«È una buona novella laica che aspettavamo da tempo. Siamo felici e orgogliosi di aver dato il nostro contributo per questa fondamentale battaglia di civiltà».

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Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così la firma della misura che dà piena attuazione alla legge sul biotestamento approvata dal Parlamento a fine 2017.

«L’azione combinata prima del Parlamento, che ha approvato la legge in oggetto, poi della Consulta, che con la sentenza Fabo/Cappato ha stabilito la liceità del suicidio assistito, e infine del ministro della Salute, che ieri ha firmato il decreto sulla banca dati nazionale per le Disposizioni anticipate di trattamento, pone di fatto l’Italia in una posizione una volta tanto un po’ più avanzata rispetto ad altri paesi occidentali in materia di fine vita. Per noi che ci battiamo quotidianamente per la laicità dello Stato è una spinta in più per impegnarsi».

«Negli anni – ricorda Grendene – siamo stati infatti in prima linea in questa battaglia. Insieme all’associazione Luca Coscioni e ad altre realtà abbiamo raccolto 67mila firme in calce a una proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia e il testamento biologico, poi depositata in Parlamento nel 2013. E abbiamo inoltre organizzato una moltitudine di eventi, dibattiti, convegni sul tema per informare i cittadini; nonché moltissimi momenti di raccolta dei biotestamenti nelle piazze italiane».

«Adesso si apre una nuova stagione affinché anche l’Italia si doti di una legge sull’eutanasia e il suicidio assistito, tanto più dopo la sentenza della Consulta, in maniera tale da garantire a tutti il diritto di morire nel rispetto dei propri desideri e della propria dignità».



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