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“Mio figlio rifiutato dalla scuola perché gay”

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La denuncia della mamma del ragazzo 16enne gay di Monza, la cui vicenda era diventata un caso. Avrebbe dovuto cominciare l’ultimo anno di un istituto religioso professionale. “Per iscriverlo ci hanno detto di richiamare, poi che non c’era più posto”. Il preside non commenta

“La scuola non accetta nostro figlio perché è gay”. Bastano poche parole a Ionela Anisoara, mamma di un ragazzo di 16 anni, per raccontare quanto sta succedendo al figlio, che già lo scorso anno, per lo stesso motivo, aveva dovuto subire l’umiliazione di rimanere fuori dalla classe mentre i compagni facevano lezione. Il 16enne gay frequentava l’istituto religioso Ecfop (Ente cattolico per la formazione professionale) di via Manara, a Monza, nel cuore di San Biagio, quartiere a ridosso del centro città. A giugno ha finito il secondo anno del corso di “sala da bar”, pochi giorni fa avrebbe dovuto cominciare il terzo e ultimo anno. Ma per lo studente le porte dell’istituto sono rimaste chiuse.

Il secondo atto di una vicenda vergognosa

“La La prima volta abbiamo chiamato dopo la metà di luglio – racconta la mamma – e ci hanno risposto di richiamare più avanti. E così abbiamo fatto. Una volta ancora ad agosto, e poi all’inizio di settembre. E’ stato allora che ci hanno detto che non c’era più posto, che era troppo tardi e che tutte le classi erano già state formate. Io e mio marito siamo sicuri che si tratti di una punizione nei confronti di nostro figlio per quanto successo lo scorso anno”. Ed è il papà ad aggiungere: “L’anno scorso le classi erano di 25 studenti, quest’anno quella che avrebbe dovuto frequentare mio figlio ne conta 18. Mio figlio è depresso – dice – rimane a letto tutto il giorno. Vorrebbe solo andare a scuola“.

All’inizio dello scorso anno scolastico, la storia del giovane studente discriminato perché gay era finita su tutti i giornali e aveva alzato un putiferio in Rete. Proprio là, da dove era partita.

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Un passo indietro. A fine settembre del 2015 su Instagram spunta una foto del giovane a torso nudo insieme ad un amico: chi scatta fotografa dalla cinta in sù. I compagni di scuola parlano di quella fotografia, la voce gira velocemente e arriva al preside Adriano Corioni. Per il quale non ci sono dubbi: i due sono in atteggiamento intimo, tanto che parla di pedopornografia. Il 16enne allora finisce in isolamento, in corridoio, mentre i compagni fanno lezione normalmente.

gay

A quel punto la madre dello studente chiede spiegazioni. “All’epoca mi avevano detto che nostro figlio era stato messo fuori dall’aula per non influenzare negativamente i compagni”, racconta oggi la donna. Le motivazioni fanno infuriare i genitori i quali chiamano i carabinieri e si muovono per vie legali. Pochi giorni e il ragazzo viene riammesso a seguire le lezioni. “Allora abbiamo deciso di ritirare la denuncia, anche per non inasprire gli animi”, sottolinea la madre.

L’anno scolastico si chiude senza intoppi e il giovane porta a casa anche dei buoni voti. “Pensavamo che la vicenda fosse chiusa, ma ci sbagliavamo. Stavano solo aspettando il momento buono per metterci alla porta. Mio figlio non merita un trattamento del genere per il suo orientamento sessuale, è un’ingiustizia e ci batteremo per i suoi diritti”, dice la donna. Il preside dell’istituto, invece, prepreferisce non parlare.



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Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

1 Commento

1 Commento

  1. Susy Barini

    21 Settembre 2016 at 10:48

    Difficile commentare,involuzione della specie,ignoranza?Non so ma quello che accade non mi piace

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No, il burqa non è per nulla una mascherina

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

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Indossare un burqa in pubblico può essere considerato un diritto umano? È una domanda che sorge spontanea, vedendo con quanta passione se ne stanno interessando le due più importanti associazioni al mondo che si occupano di diritti umani. Hanno azzardato un paragone tra il velo integrale e le mascherine anti-pandemia, e si sono chieste: perché vietare il primo e imporre le seconde?

Ha cominciato il mese scorso Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch. Che in un tweet, quasi come un Trump qualsiasi, si è scagliato con veemenza contro la Francia, ritenuta “colpevole” di imporre l’uso delle mascherine durante il lockdown, continuando però nello stesso tempo a vietare di indossare il burqa. Accompagnato da una fotografia del presidente Macron con il volto protetto, il tweet di Roth definiva tale atteggiamento una «trasparente» dimostrazione di «islamofobia».

L’attacco, ovviamente, non è piaciuto granché ai francesi. Ma nemmeno a tanti altri commentatori

Ma nemmeno a tanti altri commentatori. Karima Bennoune, relatrice Onu nel campo dei diritti culturali, gli ha ricordato che affermazioni di questo tipo rischiano di delegittimare non solo una vitale misura di salute pubblica, ma anche l’impegno di tante donne musulmane contro l’uso del burqa.

Non deve essere sembrata molto convincente. Perché, nei giorni scorsi, le stesse considerazioni di Roth sono state riproposte sul sito della sezione italiana di Amnesty International in modo più approfondito, ma altrettanto netto. L’introduzione del divieto di indossare il velo integrale in pubblico è stata giudicata il frutto di «un’inedita alleanza tra populisti di destra, gruppi del movimento femminista e laici». Le argomentazioni a sostegno dell’interdizione sono state ritenute «assurde»: in particolare, sono state respinte quelle che ritengono che burqa e niqab siano «minacce alla sicurezza e/o una manifestazione di disuguaglianza di genere», in quanto Amnesty le reputa «interpretazioni presentate come dogmi». La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha dato il via libera alla legge francese è stata definita «una delusione sconcertante», la conferma di una diffusa «ipocrisia». Anche il titolo e la conclusione del pezzo hanno voluto riprendere in pieno le affermazioni di Roth: Una mascherina contro il Covid-19 è davvero così diversa da un niqab?

Beh, sì. Decisamente. L’imposizione della mascherina e del confinamento ha certamente costituito una riduzione temporanea della libertà di tutti, main nome di un principio ancora più elevato, quello della salute di tutti (della libertà di ognuno di non essere contagiato, per essere ancora più precisi) – in un periodo in cui, per le stesse ragioni, le persone autorizzate a spostarsi da casa sono state peraltro poche. Per contro, niqab e burqa sono, nella migliore delle ipotesi, manifestazioni di devozione di alcune fedeli particolarmente zelanti: perché l’appartenenza religiosa dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre forme di copertura del volto (come, per esempio, un casco integrale o un passamontagna)?

Che vi siano donne che vogliano indossarli è indubbio, ma sorprende che si dimentichi così facilmente che, da Khomeini in poi, l’insistente richiesta di indossare il velo è stato un elemento centrale della strategia delle compagini islamiste, ulteriormente accentuato da gruppi terroristici come i talebani e l’Isis: tutta gente che con i diritti umani ha sempre avuto ben poco da spartire. Sfortunatamente, il mondo del volontariato non è stato il solo a sottovalutare il problema. Pensiamo a quello della cultura, ben esemplificato dalla normalizzazione del velo attuata dal Museo Egizio di Torino. L’industria dell’effimero ci si è addirittura buttata a capofitto: dall’uniforme per le bambine delle elementari creata e venduta da Marks&Spencer (e pazienza se, storicamente, la dottrina prevalente pretendeva l’uso del velo soltanto dopo l’arrivo del primo ciclo) alla testimonial di L’Oreal (poi licenziata per i suoi tweet contro Israele – e che ora si presenta senza velo, pur continuando a vendere veli). L’identificazione “musulmana = velata” è diventato ormai un assioma anche in occidente, per la totale soddisfazione degli islamisti di tutto il mondo.

Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto

Purtroppo, effimero e non centrale è anche l’impegno delle ong contro la legge iraniana che impone il velo a tutte le donne, musulmane o no. Sembra infatti che preferiscano lottare contro i divieti di indossare il velo integrale vigenti in alcuni paesi occidentali, incuranti del fatto che tali divieti sono più frequenti fuori dall’Europa. Al punto che, pur di accreditare le rivendicazioni islamiste, Amnesty è arrivata a sostenere la legittimità di qualunque forma di copertura del volto, perché «una maschera è fondamentale per protestare dove sussistono preoccupazioni del tutto legittime sull’uso delle tecnologie di riconoscimento facciale»: in Europa? Dove a coprirsi il volto sono spesso maneschi neofascisti?

Per coerenza, se veramente ritengono che quella di indossare il burqa sia una libera scelta, Human Rights Watch e Amnesty International dovrebbero chiedere, nello stesso tempo e con le stesse motivazioni, di abolire anche il divieto di poligamia. Per quanto mi riguarda, è sicuramente più libera e pacifica la scelta di girare in pubblico completamente nudi, ma non si vede alcun attivismo in favore dei naturisti. È triste constatare che chi si impegna per i diritti dell’uomo preferisce difendere le prerogative di una religione, anziché i diritti delle donne che patiscono precetti patriarcali. È meritorio battersi ovunque per la libertà: ma confinare le donne tra quattro mura o in un abito che non possono non scegliere, piaccia o no, fascismo è e fascismo resta.



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Senza oneri per lo stato: perché non bisogna finanziare le scuole cattoliche

Che i sostenitori delle scuole private si vergognino così tanto a chiamarle “private” è già di per sé significativo

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Immagine al solo scopo di corredo articolo

150 milioni. A tanto ammonta l’ultimo regalo del governo alle scuole cattoliche. Un regalo che ha scatenato molte reazioni negative, alcune persino inaspettate. Che ci fanno ben sperare per il futuro.

Un esempio per tutti. L’europarlamentare Pd Pina Picierno, presentando l’ennesima concessione di fondi come “una buona notizia” e rilanciando una sua recente intervista al quotidiano dei vescovi Avvenire, pensava probabilmente di incassare il plauso dei cattolici. Ha invece riscosso quasi esclusivamente critiche – soprattutto dalla sua base, che sembra ormai esasperata dal continuo, totale appiattimento nei confronti delle assillanti richieste delle gerarchie cattoliche.

Per rispondere a tali “attacchi” è quindi sceso in campo, sull’Huffington Post, un pezzo da novanta dei cattolici del Pd: il costituzionalista e deputato Stefano Ceccanti. Il quale ha fatto a sua volta ricorso ad affermazioni discutibili, come quella secondo cui “le scuole paritarie che accettano i vincoli penetranti posti dal legislatore sono scuole pubbliche a tutti gli effetti”. A parte che di vincoli ne esistono purtroppo ben pochi, se fosse stato corretto avrebbe dovuto scrivere che “le scuole private che accettano i vincoli penetranti posti dal legislatore sono scuole paritarie”. È evidente a tutti che non sono pubbliche, perché non sono né di proprietà pubblica, né a gestione pubblica. Che i sostenitori delle scuole private si vergognino così tanto a chiamarle “private” è già di per sé significativo: sanno bene che il lettore medio non gradirebbe granché. E cercano quindi di intortarlo.

L’argomentazione principale di Ceccanti è però che la costituzione autorizza tali finanziamenti. E su questo ha (parzialmente) ragione. L’articolo 33 recita infatti: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”. La formulazione è (volutamente?) ambigua: il “senza oneri per lo stato” è valido sempre, o soltanto al momento dell’istituzione delle scuole? Nell’incertezza, entrambe le interpretazioni sono ahinoi legittime. Ha quindi buon gioco Ceccanti a sostenere la legittimità dei finanziamenti alle scuole cattoliche, che “non solo […] il decisivo passaggio [della legge] del 2000, ma anche la giurisprudenza costituzionale hanno confermato quell’impostazione, arricchita peraltro nel 2001 dal riconoscimento nell’articolo 118 della Carta del principio di sussidiarietà orizzontale”.

Il loro è un modello economico che non può più funzionare, senza l’aiuto dei contribuenti

‘Legittimo’ non è però sinonimo di ‘auspicabile’. E dovremmo chiederci (Ceccanti non lo fa) perché, dall’approvazione della costituzione fino al 2000, nel corso quindi di oltre mezzo secolo dominato dalla Democrazia Cristiana, l’esigenza di una legge sulla parità scolastica non veniva manifestata così insistentemente. La ragione è semplice: è cambiata la società. La secolarizzazione ha continuato ad avanzare, i genitori sono diventati un filo più moderni e non hanno più spedito i figli in ambienti ritenuti protetti, i religiosi che insegnano gratis o sottopagati sono calati vertiginosamente. Le scuole cattoliche sono semplicemente andate in crisi. Il loro è un modello economico che non può più funzionare, senza l’aiuto dei contribuenti.

Non lo sostengo io: lo affermano loro stesse. Anzi: lo affermavano già nel 1999. Nel 2000, il giorno stesso dell’approvazione della legge sulla “parità scolastica”, padre Perrone affermava di condividerne largamente il testo, ma nello stesso tempo si lamentava dei pochi soldi che avrebbe ricevuto, e già chiedeva “rimborsi alle famiglie calcolabili intorno all’80 per cento delle rette annuali”. I soldi erogati alle scuole cattoliche non sono però affatto pochi. Stando ai calcoli dell’Uaar, ogni dodici mesi ricevono infatti 430 milioni dallo stato e 500 milioni dalle amministrazioni locali. Con l’ultimo obolo si è quindi superato il miliardo in un anno.

Sono ben spesi, i nostri soldi? No. E per tante ragioni, che chiunque può approfondire: in sintesi, ne possiamo ricordare almeno dieci.

  • Le scuole cattoliche non rappresentano un risparmio per la casse pubbliche.
  • Troppo spesso si rivelano diplomifici.
  • Discriminano verso gli insegnanti che compiono scelte di vita e hanno orientamenti sessuali non conformi alla dottrina.
  • Respingono sovente anche i disabili.
  • Fanno parte di un’organizzazione, la chiesa, che nega costitutivamente le pari opportunità alle donne.
  • Sono scuole di parte: non sono quindi di tutti e per tutti.
  • Il modello educativo è di retroguardia.
  • La qualità del loro insegnamento è mediamente minore.
  • Il loro insegnamento non è imparziale, ma è basato sulla dottrina cattolica.
  • Creano quindi precoci cattolici, non futuri cittadini.

Vogliono finanziare le scuole cattoliche soltanto perché “ce lo chiede la chiesa”

E dire che, in altri contesti, il Pd si batte contro discriminazioni di questo tipo. Quando il contesto è cattolico, il Pd si comporta però in maniera diametralmente opposta. Comprendiamo quindi perché Ceccanti sente la necessità di scrivere che la 62/2000 è “un’ottima legge dei governi di centrosinistra” senza nemmeno tentare di spiegarci perché lo sarebbe – come non ce lo spiega Picierno: non hanno alcuna valida argomentazione da proporci. Vogliono finanziare le scuole cattoliche soltanto perché “ce lo chiede la chiesa”. Ma, per onestà, dovrebbero allora aggiungere che “la accontentiamo volentieri perché siamo clericali”.

Si tratta purtroppo di un atteggiamento che va ben oltre il Pd. Spetta quindi a noi far capire ai parlamentari che nessun genitore laico deve essere forzato a mandare i propri figli in istituti cattolici, e che nessuno studente ateo deve essere obbligato a frequentarli. Per lo stato, finanziare le scuole cattoliche è sempre e soltanto un onere, dei più gravosi e ingiustificati. Poiché la costituzione non impone di finanziarle, la legge che lo consente va quindi abolita.

E tutti a scuola nella scuola di tutti.



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Il governo Conte firma un protocollo con la Cei per riaprire le messe ai fedeli

Il governo Conte ha firmato con i vescovi un protocollo preferenziale per riaprire le messe ai fedeli, concedendo solo ai cattolici l’esercizio del diritto costituzionale di riunione.

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La Cei, che nelle scorse settimane aveva fatto pesanti pressioni sull’esecutivo, ha apprezzato la collaborazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del ministero dell’Interno Luciana Lamorgese e in particolare del prefetto del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione Michele Di Bari e il capo di Gabinetto Alessandro Goracci, e del comitato tecnico-scientifico.

A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.

Presso il Viminale si è svolta inoltre una videoconferenza tra i funzionari del Ministero dell’Interno e i rappresentanti delle confessioni religiose, comprese quelle non firmatarie di intese con lo stato. Tra le problematiche emerse che richiedono un trattamento privilegiato: le modalità per garantire la preghiera finale del Ramadan (24 maggio); la mobilità dei ministri di culto ortodossi, mormoni, baha’i ed evangelici; l’arrivo dall’estero di maestri buddhisti Soka Gakkai per la consegna di un oggetto rituale; la preghiera ebraica quotidiana che richiede almeno dieci persone.

La sindaca di Roma Virginia Raggi si è prontamente adeguata alle richieste del vicariato per sanificare le 337 parrocchie della diocesi della Capitale, stipulando un accordo con l’Esercito che avvierà operazioni straordinarie di igienizzazione in coordinamento con Ama, la società municipalizzata per i servizi ambientali.

La presidente dell’Assemblea provinciale del Pd di Reggio Emilia, Gigliola Venturini, “da laica” (sic!) ha contestato nove consiglieri comunali della maggioranza che avevano diffuso un documento in cui, per la grave situazione del Covid-19, invitavano ad ascoltare i medici e non cedere alle pressioni della Cei per riaprire le messe ai fedeli. A suo dire, “sono fuori luogo richiami dal sapore anticlericale, superati da tempo”.

Durante l’emergenza coronavirus molte strutture ospedaliere non garantiscono l’accesso all’interruzione di gravidanza, nonostante le rassicurazioni del Ministero della Salute.

La Regione Piemonte e le diocesi della zona hanno aperto un tavolo di lavoro denominato Top – Tavolo oratori Piemonte per studiare le modalità per riaprire gli oratori estivi durante l’emergenza coronavirus. Il presidente della Regione Alberto Cirio ha inoltre garantito lo stanziamento di 2 milioni di euro del Piano Riparti Piemonte per sostenere anche gli oratori.

Il leader del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi ha criticato la “lobby Lgbt”, che “con i propri referenti ben saldi a Palazzo Chigi, è riuscita a ottenere la dizione ‘affetti stabili’ per i loro incontri sessuali in fase 2” dell’emergenza coronavirus.

Il sindaco di Asti Maurizio Rasero ha partecipato, con fascia tricolore, alla preghiera in chiesa per il patrono della città san Secondo presieduta dal vescovo.

Il leader della Lega Matteo Salvini è riapparso sui social per una preghiera con rosario e crocifisso e altre condivisioni volte a coinvolgere l’elettorato cattolico tradizionalista.

Il consigliere comunale di Trieste Salvatore Porro ha organizzato un rosario in piazza dell’Unità per chiedere l’intercessione della Madonna, senza nessun intervento da parte dell’amministrazione o delle forze dell’ordine. Anche il consigliere comunale Fabio Tuiach aveva annunciato la sua partecipazione.

Paolo Brosio, noto integralista cristiano, è stato invitato a tenere una videolezione sulla fede durante l’ora di filosofia agli studenti del liceo classico di Vallo della Lucania (SA), in collaborazione con il docente.

Il sindaco di San Giovanni Rotondo (FG) Michele Crisetti ha ricordato un “miracolo” di 42 anni fa, quando un pullman rischiò di precipitare in un dirupo, rimanendo in bilico e causando la morte dell’autista e di un passeggero.

Il direttore dell’ospedale Lastaria di Lucera (FG) ha ricevuto in omaggio da parte del vescovo un dipinto di padre Pio per la struttura.

L’amministrazione di Cornuda (TV) ha sostenuto la raccolta fondi di una chiesa per la sanificazione di cinema parrocchiale e oratorio.



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