S.R. e la sua impostazione legalitaria, ovvero il Satanismo in un Paese “diversamente laico” – un’analisi di Alessandra Pilloni

S.R. costituisce una realtà legalitaria

Come evidenziato dalla fondatrice Giulia Conti nella presentazione del Progetto leggibile sulla homepage del sito, “S.R. non è criminalità”.
Una frase di questo tipo è diretta, chiara ed incisiva, e di certo non si presta a fraintendimenti.
In un contesto sociale caratterizzato, al di là di poche gradite eccezioni, da una desolante assenza di informazioni imparziali sull’argomento, si rende tuttavia necessario un articolo esplicativo.
Attraverso una miscellanea di riflessioni ed approfondimenti di taglio sociologico e giuridico, mi riprometto dunque di fornire uno spaccato quanto più chiaro possibile della tematica, con l’auspicio che il Progetto S.R. possa contribuire ad una più chiara e trasparente dinamica dei rapporti tra informazione, cittadini ed istituzioni.

Satanismo, antisatanismo estremista e panici morali

“Claudicat ingenium, delirat lingua, labat mens” 
(Lucrezio, De Rerum Natura)

Il Satanismo non è, e non sarà mai, un fenomeno di massa.
Per questo il Satanismo tende a vivere “nell’ombra”, e non si configura come una realtà mirante al proselitismo ed all’espansione numerica e sociale.
Ciò non significa, tuttavia, che il Satanismo non possa e non debba reclamare l’esigenza di un’informazione corretta e professionale ed una laicità istituzionale che, nel nostro Paese, mi permetto di ritenere ad oggi ineffettiva.

Inoltre, dal momento che il Satanismo considera come proprio peccato capitale la stupidità, termine nel quale credo si possano far rientrare lato sensu anche stereotipi e superstizioni, una trattazione serrata dell’argomento è auspicabile- e spero possa altresì risultare gradita ai lettori, perché se il Satanismo si configura come anelito all’emancipazione da catene dogmatiche ed assunzione di consapevolezza, allora anche un maggior senso di coscienza sociale può rientrare a pieno titolo in una prospettiva satanica.

Qualche giorno fa ho letto un interessante saggio di Umberto Eco, Costruire il Nemico.

Non posso che consigliare a tutti la lettura di quest’opera, che può essere molto utile sia per inquadrare da un punto di vista sociologico il ruolo della figura di Satana (alla quale tra l’altro si fa espresso riferimento) nell’ambito delle religioni monoteiste, sia per comprendere meglio le dinamiche e le finalità della disinformazione sul satanismo e di un certo antisatanismo militante che negli anni ha messo radici non solo nell’informazione ma anche, come accennerò a breve, nelle istituzioni.

Una frase chiave del testo in questione è la seguente:
“Per tenere i popoli a freno, di nemici bisogna sempre inventarne, e dipingerli in modo che suscitino paura e ripugnanza.”

Sottolineo la frase in questione perché costituisce una spiegazione concisa del ruolo dei cosiddetti “panici morali”.

Il concetto di panico morale è stato coniato dai sociologi negli anni ’70 del secolo scorso per descrivere una dinamica nella quale fatti aneddotici vengono utilizzati per creare un allarme sociale diffuso attraverso l’azione generalizzante di pregiudizi, stereotipi e paure socialmente diffuse.

Il celebre studioso Philip Jenkins definì il panico morale come elaborazione irrazionale che si configura come “risultato di timori non ben definiti che finiscono per trovare un centro drammatico e semplificato in un particolare incidente o stereotipo”.

Ancora, David Altheide nel suo libro “La Creazione della paura” scrive:

“Simili alla propaganda, i messaggi sulla paura sono ripetitivi, come stereotipi di minacce esterne e soprattutto si riferiscono al sospetto e agli altri come “cattivi”. Questi messaggi risuonano di panico morale, con la conseguenza che si deve far qualcosa non solo per sconfiggere un nemico specifico, ma anche per salvare la civiltà. Dato che tutto è a rischio, ne consegue che si devono prendere misure drastiche, che compromettono la libertà individuale e perfino le convinzioni sui “diritti”, i limiti di legge e l’etica devono essere “giustificati” e tenuti in sospeso a causa della minaccia.”

L’origine dei panici morali legati al satanismo si fa generalmente risalire al fenomeno del cosiddetto “satanic panic”, con il quale si designa un’ondata di panici morali sul satanismo scaturita negli USA a inizio anni ’80,e successivamente diffusasi in Europa ed in particolare in Italia, ove negli anni ’90, ma anche nei primi anni 2000, vi sono stati numerosi casi di inchieste errate sul fenomeno del cosiddetto “satanic ritual abuse” (noto con acronimo SRA).

Deve essere comunque immediatamente evidenziato che, sebbene il fenomeno delle inchieste errate su casi di SRA sia abbastanza recente, l’immaginario da cui certe inchieste e certi stereotipi hanno tratto a piene mani è ben più antico: non mi riferisco -necessariamente- alla caccia alle streghe medievale, sebbene in essa sia riscontrabile lo stesso elemento di panico morale, ma a qualcosa di ancor più datato; risale infatti al 510 la Lex Salica, che nell’introdurre il reato di “stregoneria” faceva già riferimento ad alcuni spauracchi di natura eminentemente sessuale.

Insomma, i panici morali sul Satanismo possono configurarsi come un fenomeno moderno che trae spunti da un immaginario datato.

La differenza sostanziale rispetto ai casi di superstizione medioevali è l’attuale presenza di un’informazione capillare, che fa sì che certi casi si diffondano presso l’opinione pubblica di tutto il mondo, suscitando panici ed allarmismi di ben più ampia portata.

Il ruolo dei media nella creazione del panico

Il sistema dei media nelle società attuali è innegabilmente di enorme importanza nella costruzione sociale della realtà e nel determinare l’idea che le masse hanno del mondo e di se stesse.
I media, tuttavia, per necessità di spazi, devono necessariamente attuare un’operazione di selezione e di sintesi.

In questo processo di scrematura, essi ritagliano da tutta una serie di immagini e avvenimenti alcune loro parti, proponendo, in questo modo, una rappresentazione della realtà che non è la realtà stessa, ed attraverso la selezione delle notizie ed il ricorso a tecniche narrativo-retoriche che amplificano (o minimizzano) determinati fenomeni, si rivelano importanti veicoli nel trasmettere immagini, stereotipi, opinioni e pregiudizi.

Diffondendo certi tipi di messaggi a scapito di altri, i media influiscono in modo rilevante sulla percezione degli eventi, soprattutto quelli non immediatamente verificabili dai singoli individui, e propongono una visione del mondo per forza di cose parziale e, conseguentemente, distorta.

Un aspetto sul quale è necessario richiamare l’attenzione, al fine del tema che desidero affrontare, è quello dell’utilizzo, da parte dei mass-media, del sentimento della paura e sugli effetti perversi di tale meccanismo, che come già evidenziato si rivela un potente strumento di controllo sociale.

Con il termine “paura”si intende un sentimento, percepito dagli individui ma non necessariamente giustificato, di insicurezza e minaccia al proprio benessere fisico-materiale e alla propria identità soggettiva e sociale.

Nel 2007, al centro del rapporto annuale di Amnesty International sullo stato dei Paesi nel mondo, stava il tema del complesso rapporto tra la paura e i diritti.

Cito questo fatto perché il nocciolo della questione è che vi è un legame inscindibile e pericoloso tra paura e potere.
Il potere (qualsiasi tipo di potere) si serve, in maniera più o meno diretta, più o meno esplicita, più o meno subdola, della paura.
Già la nota riflessione di George Orwell esposta in “1984” mostrava come le politiche che diffondono insicurezza e paura siano uno strumento nelle mani del potere organizzato per legittimarsi e legittimare la propria azione, ridurre i diritti e le garanzie e spostare l’attenzione dell’opinione pubblica da temi più pressanti e scomodi.

In altre parole, attraverso la diffusione di paura e insicurezza le istituzioni di potere hanno la possibilità di rendere legittimo un maggiore controllo sociale: così, la disseminazione tra l’opinione pubblica di un senso d’allarme sociale, diviene anche una dimensione politica creata ed alimentata ad arte dal potere per indurci ad adottare i suoi provvedimenti, o per distrarre l’opinione pubblica verso fenomeni o pericoli isolati, fornendo così la possibilità di evitare problemi più gravi che le istituzioni non sanno o non vogliono affrontare.

L’ingrediente principale in questo tipo di dinamiche è trovare qualcosa di “etichettabile” con il marchio della paura, ovvero un ‘‘diverso’’, un “pericolo” (percepito, non necessariamente reale…), come minaccia sempre “incombente“, da cui proteggersi, magari anche a costo di rinunciare a qualche libertà e, soprattutto alla razionalizzazione del presunto pericolo (che rischierebbe, con grande scoramento di qualcuno, di farlo sciogliere inesorabilmente, come la neve sotto il sole d’agosto…).

Ecco perché la “paura” è uno strumento di controllo sociale estremamente efficace e, per alcune istituzioni, estremamente vantaggioso, poiché chi teme per la propria incolumità si affida facilmente a chi dice di difenderci “dal male”.

Tale strategia che si basa sulla diffusione di paure e panici morali tra l’opinione pubblica e si avvale a tal fine del preziosissimo ausilio dei mezzi d’informazione, è astrattamente applicabile (ed è effettivamente stata messa in atto) ad una vastissima gamma di casi e situazioni differenti: dall’ arabo terrorista al satanista criminale, dal romeno stupratore all’italiano mafioso e così via…

Ciò che emerge da questa serie di banalissimi esempi, è che in tutti questi casi, per quanto differenti, vi è una costante, ovvero vi è sempre la medesima costruzione.

L’elemento comune è dato dal fatto che le strategie politiche e mediatiche della paura e dei panici morali giocano sulla generalizzazione che sfuma le differenze individuali per definire gli altri come accomunati da alcuni tratti specifici e imprescindibili, secondo un meccanismo basato su pseudo-sillogismi.

In altre parole, nella costruzione del ‘mostro’ e della paura si indica sempre, in maniera più o meno esplicita, un “Noi” in contrapposizione con un “Loro”.

Tale processo, come indicato dagli studi di psicologia sociale, è sempre in negativo (così, avremmo l’arabo, terrorista in quanto manca di qualità del noi come la pietà e lo sviluppo intellettuale e morale; mentre, sul versante opposto, ossia ponendoci dal punto di vista ‘arabo’, avremmo la minaccia occidentale, data dal fatto che l’occidentale manca della fede, dei valori musulmani, etc.), ossia presuppone sempre che il ‘Loro’ manchi di una caratteristica positiva posseduta dal ‘Noi’.

Il bello di alcuni “satanisti” è che se le dicono da soli!

Agire contro determinate tendenze mediatiche di stampo generalizzante è molto più difficile di quanto si potrebbe pensare.
La cruda verità è che da circa due-tre anni a questa parte nell’ambiente del satanismo italiano, al di là di qualche eccezione, ho avuto modo di notare un’ignoranza abissale su questa tematica, nonché una correlativa assenza di consapevolezza sociale francamente desolante.

Ricordo bene che, quando cominciai ad informarmi sul satanismo, ossia intorno al 2005, la situazione era ben diversa: i satanisti non erano una manica di sprovveduti, ed erano fondamentalmente a conoscenza del fatto che il satanismo sia territorio prediletto per allarmi sociali infondati e bolle mediatiche.
Si leggeva Luther Blissett, e di certo non si cascava come pere cotte dinnanzi al più demenziale articolo sull’ “allarme satanismo” trovato sul primo rotocalco di serie zeta che capitasse a tiro.

Il nocciolo della questione, insomma, non è semplicemente che alcuni organi di stampa di tanto in tanto si dilettino a propinare all’opinione pubblica dati inverificati e palesemente fasulli sulla presenza nel territorio di migliaia di pericolose sette sataniche: per appurare la non veridicità di questo fatto sarebbe infatti sufficiente la rapida ricerca di una fonte ufficiale.
Basterebbero pochi minuti per vedere come i nuovi movimenti religiosi nella loro globalità non sfiorino neppure  il migliaio, e come tra i questi i gruppi e movimenti satanisti si possano (letteralmente) contare sulle dita di una mano.
Il problema è che esistono schiere di sedicenti satanisti che si bevono acriticamente queste evidentissime bufale giornalistiche, e non si limitano -ahimè- a questo, che già di per sé è decisamente demotivante, ma vanno ben oltre, spingendosi a pubblicizzare le panzane più patetiche che si possono trovare in rete.

Sinceramente non so cosa sia accaduto negli ultimissimi anni per causare una tale tendenza: il mio sospetto principale ricade sulla diffusione di alcuni movimenti pseudo-satanisti con deprecabili tendenze new age che, con il loro pastone di ideologie, hanno finito per attirare schiere di ragazzini giovani d’età e di basso livello culturale (per usare un eufemismo), assolutamente inadatti a valutare criticamente l’impatto sociale del satanismo e la disinformazione in merito.

La necessità di ricondurre le problematiche alle loro dimensioni REALI e le ragioni delle critiche all’antisatanismo militante: un caso emblematico

Di recente mi è capitato tra le mani un libro, “Mostri dell’Inquisizione Moderna”, in cui Marco Dimitri, presidente e fondatore dell’associazione culturale Bambini di Satana, racconta le proprie traversie giudiziarie, ed in particolare l’inchiesta errata svoltasi negli anni 1996-1997 che gli costò ben 14 mesi di ingiusta detenzione, in attesa del processo che avrebbe demolito ad una ad una le terribili accuse che gli venivano rivolte.
In realtà conoscevo già piuttosto bene la vicenda, ben ricostruita sia nel libro “Lasciate che i bimbi” di Luther Blissett sia in “Processo al Diavolo: i reati mai commessi di Marco Dimitri”, della giornalista Antonella Beccaria, tra l’altro con una interessante prefazione di Carlo Lucarelli in cui si parla anche di un certo tipo di propaganda mediatica, eppure leggere un libro scritto in prima persona da chi quella vicenda l’ha vissuta è stata un’esperienza più forte.

Siamo abituati a considerare i casi di cui sentiamo parlare nei media, con i loro vari corollari di pettegolezzi-ipotesi degli inquirenti-discussioni in salotti mediatici senza alcuna dignità né competenza-sentenze-condanne-assoluzioni come ombre distanti, o peggio come uno spettacolo al quale assistere, spesso con un malsano senso di morbosa curiosità.

Ciò che ci manca, in fondo, è l’empatia.
La capacità di pensare, anche solo per un attimo, che dietro i martellanti servizi televisivi, le gogne mediatiche e giudiziarie di chi viene accusato di fatti mai avvenuti o comunque che non ha commesso, i titoloni allarmistici che svettano a caratteri cubitali sui quotidiani, ci sono delle persone in carne ed ossa, che quello che a noi appare come un patetico teatrino lo vivono sulla propria pelle.

Se nel momento in cui ci si trova al centro di un’inchiesta errata (cosa di per sé drammatica) si è anche satanisti, la questione diventa ancor più problematica, perché non ci si deve soltanto difendere da una serie di addebiti  infondati, ma anche da quella cortina di ombre, di stereotipi generalizzanti, di pregiudizi che circondano il satanismo.

E ci si deve difendere dinnanzi a rappresentanti della “Giustizia” di uno Stato formalmente laico che affermano con disarmante candore che di prove dei tuoi reati non ce ne sono da nessuna parte, ma siccome sei un satanista, qualcosa devi aver fatto, e soprattutto qualcosa deve essere fatto.

Perché se non si può più combattere l’eresia, si può ancora combattere l’eretico, e se non si possono più appiccare i roghi nella pubblica piazza, si può ancora procedere ad indegni linciaggi mediatici.

Ho citato il caso dei Bambini di Satana perché credo che rappresenti una pagina problematica e vergognosa della storia giudiziaria italiana, una pagina per molti da dimenticare, letteralmente: infatti, quando qualche anno fa a questa vicenda giudiziaria fu dedicato un servizio dalla trasmissione Bo-noir, una nota associazione “antisette” italiana arrivò a promuovere una serie di azioni tese a contestare il diritto di Dimitri di parlare di quanto aveva vissuto.
Insomma, il diritto di replica, anche di fronte a fatti di una gravità inaudita, non deve essere concesso a chi non appartiene alla maggioranza.

E allora meglio lasciare le pregevoli vesti di patria del diritto, e rivestirsi con quelle, certo meno dignitose, di patria dell’omertà.

Questa riflessione non è finalizzata alla aprioristica critica dei gruppi di “contrasto alle sette” (che però ebbero un innegabile ruolo chiave nella vicenda in esame), né al negare tout court l’esistenza di possibili casi di devianza all’interno del “satanismo”.

Per quanto concerne il primo punto, tuttavia, penso che i gruppi appartenenti all’ambiente cosiddetto “antisette” dovrebbero volgere la loro attenzione ai possibili casi di sofferenza umana legati all’abbandono di un movimento religioso e simili- anziché sfruttare il loro tempo in azioni di propaganda mediatica che causano la stigmatizzazione del “diverso” e spesso sfociano in azioni giudiziarie che, come in questo caso, si rivelano infondate.

Chi ha a cuore la sofferenza umana si preoccupa di fornire il proprio sostegno ad eventuali “vittime”, non di far circolare sui rotocalchi notizie prive di basi che possono distruggere la vita e la reputazione di un cittadino.

L’aiuto e la tutela alle vittime non può d’altro canto neppure spingersi alla aprioristica demonizzazione di qualsiasi gruppo non-cattolico, né – cosa ben peggiore – al voler negare perfino la parola a chi ha subito un grave errore giudiziario.

Per quanto concerne il secondo punto, il mio obiettivo non è quello di negare l’esistenza di possibili casi di devianza in qualche modo legati al Satanismo, ma di fornire una visione obiettiva di quella che è la reale situazione.

I casi di devianza possono esistere all’interno del Satanismo come all’interno di qualsiasi altro gruppo sociale, e al pari di quanto avviene in qualsiasi altro gruppo sociale devono essere contrastati secondo le normative vigenti.

In alcune ipotesi, nell’ambito del satanismo giovanile fai-da-te (spesso definito “satanismo acido”), slegato da vere dottrine e basi culturali, ma basato proprio sugli stereotipi dell’immaginario collettivo, gli allarmismi mediatici e la pubblicizzazione grottesca di casi (magari inesistenti) di devianza legata al satanismo possono rivelarsi addirittura criminogeni, in quanto passibili di divenire fonte di emulazione.

Fortunatamente, anche grazie alla diffusione sul Web di informazioni più accurate da parte di gruppi satanisti degni di questo nome, tale fenomeno risulta (alla faccia degli allarmismi) in netta decrescita rispetto ad alcuni anni fa.

Al di là comunque dei casi di criminalità che possono effettivamente esistere, ciò che mi sento di contestare è:

1- la generalizzazione mediatica che evita sempre con accuratezza di specificare che il satanismo nella sua globalità non è un fenomeno criminale, né espone di per sé al compimento di reati;

2- l’allarmismo ingiustificato: il satanismo non costituisce un allarme sociale, il suo impatto sociale è numericamente irrilevante, ed anche qualora esistessero dei casi di criminalità (che spesso comunque non superano le scritte vandalistiche sui muri) autentici e provati da sentenze passate in giudicato, essi sarebbero a propria volta numericamente irrilevanti.
Per quanto sia antipatico parlare di criminalità, magari anche di casi gravi, in termini di numeri e statistiche, nel momento in cui si vuole stabilire l’esistenza o meno di un allarme sociale non si può che parlare in termini numerici.
E in termini numerici non esiste alcun allarme sociale legato al satanismo.

3-il fatto che esistano numerosi casi di inchieste dimostratesi errate che dovrebbero indurre ad un serio ripensamento su alcune manovre mediatiche e non, mentre non solo non si fa nulla per evitare il ripetersi di questi casi, ma al contrario si continua imperterriti a commettere i medesimi errori, per giunta cercando sempre di far passare in sordina le varie assoluzioni dopo aver martellato l’opinione pubblica con vicende raccapriccianti e tese a suscitare panico poi dimostratesi inesistenti.

4-il fatto che si eviti quasi sempre con lodevole accuratezza di fornire all’opinione pubblica una trattazione laica e super partes dell’argomento.
Non si può continuare a fare servizi televisivi privi di contraddittorio e chiaramente orientati, né si può continuare a far sì che a fornire (non solo ai media, ma anche ad un apposito dipartimento della Polizia di Stato) “dati” sul satanismo siano sacerdoti cattolici, tra l’altro sacerdoti dimostratamente oltranzisti e palesemente avversi alle religioni minoritarie.
Su questo punto evito commenti e specificazioni ulteriori in questa sede, ma chi volesse approfondire sul Web troverà senz’altro pane per i suoi denti, giacché la questione sta suscitando accesi dibattiti.
A questo punto, per una mera questione di coerenza, si dovrebbero invitare esponenti del satanismo per parlare degli scandali che coinvolgono la Chiesa Cattolica.
Questo, giustamente, non avviene, ma altrettanto giustamente non dovrebbe avvenire il contrario.

5- le possibili influenze indebitamente esercitate da gruppi di contrasto ai nuovi movimenti religiosi sulla magistratura, cosa evidente nel caso dei Bambini di Satana.

In definitiva, giacché ogniqualvolta si parla di satanismo non si manca mai di sfoggiare con ipocrita aplomb una patina di inguaribile moralismo, in nome dei più elementari principi di coerenza sarebbe forse arrivato il momento che queste schiere di moralizzatori in estasi si interrogassero, una volta tanto, sull’eticità delle proprie azioni.

La libertà religiosa in un Paese “diversamente laico” 

Quest’ultimo paragrafo della mia disamina rappresenta, in qualche modo, una nota dolente dell’intero scritto.

Per quale ragione definisco ironicamente l’Italia un Paese “diversamente laico”?
In realtà la questione è molto semplice.
Non mi riferisco, in questo frangente, ai discutibili legami tra esponenti della religione maggioritaria ed istituzioni già sottolineati, ma ad un qualcosa di molto meno scontato- eppure sotto gli occhi di tutti.

Formalmente l’Italia è un Paese laico, come sancito dalla Costituzione (anche se giova ricordare che il concetto di “religione di Stato” è venuto meno solo nel 1984 con la riforma dei Patti Lateranensi).
Il punto è che si tratta di una laicità apparente sin dagli albori: è infatti lo stesso articolo 7 della Costituzione a recepire il contenuto dei Patti Lateranensi, definendo in questo modo un rapporto privilegiario tra Stato e Chiesa Cattolica- e lasciando alle altre confessioni religiose (ammesso e non concesso che vengano riconosciute come tali)  la più prosaica disciplina stabilita dell’articolo 8.

Se dalla Costituzione (di per sé problematica) ci spostiamo sul piano della legge ordinaria, la drammaticità della situazione aumenta.

Il nostro Paese è purtroppo legato ad una concezione estremamente retrograda della libertà di culto: basti pensare che abbiamo ancora un legge del 1929 (emblematicamente nota come “Legge sui culti ammessi nello Stato) che, per quanto ripetutamente “ammorbidita” da alcune pronunce della Corte Costituzionale, resta pur sempre figlia di un’epoca in cui non vi era un marcato pluralismo religioso, se non a livello pulviscolare, e soprattutto il pluralismo esistente si esauriva nell’ambito di due delle tre religioni del libro (cristianesimo ed ebraismo).

Il problema di questa concezione ristretta della libertà religiosa è che essa in un certo senso, in un Paese a forte tradizione monoconfessionista, ha costituito terreno fertile per l’insinuarsi nella mentalità comune di effetti paradossali che impediscono un vero cambiamento sociale.

La tendenza che si è affermata, infatti, è quella di rigettare qualsiasi forma di culto/religione che appaia troppo distante dagli archetipi tradizionali, di infangarla sistematicamente, di ridicolizzarla, di non rispettarla pregiudizialmente, considerandola sbagliata e criminale o, peggio ancora forse, considerandola non come una delle possibili espressioni del pensiero umano ma come mero sottoprodotto di una società malata.

Un’altra nota dolente di ascendenza costituzionale, anche se in tal caso involontaria, circa l’ineffettività di una reale libertà religiosa in Italia è rappresentata dal fatto che il nostro legislatore nella Costituzione parla di religione e libertà religiosa senza però lasciare né nella Costituzione stessa né nella legge ordinaria una norma che definisca la parola “religione”, la cui definizione quindi viene di fatto lasciata all’arbitrio e all’interpretazione dei posteri.

Nell’intento del nostro legislatore costituente probabilmente la parola religione non fu definita nel testo delle leggi perché, in memoria delle discriminazioni dell’epoca fascista, non si voleva precludere a nessun orientamento di godere della tutela costituzionale.

Ma nei fatti le cose sono andate nella direzione opposta, e questa assenza di definizione si è rivelata un’arma contro le minoranze, spesso escluse in quanto considerate dai giudici o dallo stesso legislatore come “non religioni”, in un subdolo tentativo di aggirare i diritti costituzionalmente garantiti escludendo una qualche forma di religione dal novero di quelle meritevoli di tutela.

Per il Satanismo, al quale la qualifica di religione in Italia viene spesso disconosciuta anche in ambito giuridico (è il caso ad esempio del pensiero del giurista Carlo Cardia, ammirevole per buona parte dei suoi scritti, ma purtroppo ancorato, relativamente alla sua concezione del Satanismo, ad una serie di stereotipi duri a morire), non resta che appellarsi ad un graduale processo di laicizzazione dello Stato e dell’informazione, al quale spero che S.R., nella sua preziosa opera di divulgazione di informazioni corrette, possa offrire un contributo, e far riferimento agli art. 19 e 21 della Costituzione, che non fanno riferimento né alla nozione di “confessione” (art. 19), né in qualsiasi modo alla sfera religiosa (è il caso dell’art.21, teso a tutelare la generica libertà di manifestazione del pensiero).

Una vittoria di Pirro, insomma, ma in attesa che le incrostazioni clericali revansciste che ancora dominano la legislazione e soprattutto la mentalità italiana vengano smantellate sin dalle fondamenta, ci si goda perlomeno questa piccola soddisfazione.

E non sarà difficile, in fondo, per noi eterni ribelli, far nostre le parole di Albert Camus che nella sua opera “L’uomo in rivolta”, ricordava che:

“L’unico modo per affrontare un mondo non libero è quello di diventare così tanto liberi da rendere la propria stessa esistenza un atto di ribellione.”

Categorie
Cultura Pagana

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma
Nessun Commento

Replica al Commento

Per commentare come utente registrato puoi connetterti tramite:




*

*

Preti Pedofili
Libere Donazioni
Ultimi Commenti

TI POTREBBE INTERESSARE