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Salvini ha aperto la crisi del governo Conte. Ora che succede?

Il vicepremier ha detto che “non c’è più una maggioranza”, causando l’ira di Conte. Di Maio ha chiesto di approvare la riduzione dei parlamentari, che ritarderebbe il voto

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Questa volta è ufficiale, o quasi: l’autoproclamato governo del cambiamentoè in crisi. Alle 20 di ieri, 8 agosto, il leader della Lega Matteo Salvini ha diffuso una nota dicendo che non c’è più una maggioranza e bisogna restituire “velocemente la parola agli elettori”. Circa tre ore più tardi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha confermato la volontà di Salvini nel corso di una conferenza stampa in cui ha spiegato – con una certa appena celata durezza nelle sue parole – che il suo vicepremier vuole “capitalizzare” l’alto consenso politico “di cui gode attualmente”. Conte ha poi attaccato Salvini dicendo che quello attuale non è un “esecutivo dei no”, così come lo aveva descritto il ministro, bensì avrebbe sempre “lavorato molto e parlato poco”, anche perché “non era in spiaggia”.

Luigi Di Maio, facendo appello al “senso di responsabilità” (votare a ottobre costringerebbe allo scatto dell’aumento Iva, a suo dire) ha chiesto a Salvini di rimandare la caduta a dopo l’approvazione del disegno di legge costituzionale che ridurrebbe il numero dei parlamentari. L’ultimo passaggio in parlamento è previsto per il 9 settembre.

Cosa succede ora, da prassi

Lega e Movimento 5 stelle si sono scontrati più volte da quando il governo è entrato in carica il 1° giugno 2018. Il rapporto però appare essersi incrinato definitivamente il 7 agosto, quando il parlamento ha bocciato, anche coi voti della Lega, la mozione anti-Tav presentata dal Movimento 5 stelle.

Ufficialmente il governo non è ancora caduto. Affinché ciò accada, Conte dovrebbe dimettersi, rimettendo nelle mani del Capo dello stato il suo mandato – come a quanto è trapelato gli avrebbe chiesto di fare Salvini – o parlamentizzare la crisi, come invece ha duramente contro-proposto lo stesso Conte. Dato che di fatto sembra aver vinto questa seconda possibilità, il presidente del consiglio dovrebbe andrà in parlamento (presumibilmente i prossimi 20 e 21 agosto, secondo quanto si sta dicendo) per controllare di avere ancora la fiducia del parlamento – o, in caso contrario, sottoporsi a un voto di sfiducia. In caso di approvazione parlamentare della sfiducia, il governo sarà dimissionario.

I tempi, comunque, per il momento rimangono aleatori. Il presidente del Consiglio Conte nella sua conferenza stampa di ieri ha specificato che non spetta al leader della Lega “decidere i tempi di una crisi politica nella quale intervengono ben altri attori istituzionali”. A giocare un ruolo fondamentale in questa fase sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Capo dello stato dovrà infatti decidere quando convocare le Camere per il passaggio parlamentare, e soprattutto in che direzione muoversi dopo.

Ci sono varie opzioni sul tavolo: Mattarella potrebbe aprire la fase delle consultazioni per verificare se c’è una nuova maggioranza (che al momento appare difficile), affidare il governo a un esecutivo tecnico oppure indire nuove elezioni. In quest’ultimo caso, il governo potrebbe restare in carica solo per i cosiddetti affari correnti – ovvero per ottemperare agli obblighi economici e finanziari del paese, tra cui approvare la manovra – e gli italiani andrebbero di nuovo a votare in autunno (il 13 o il 27 ottobre, probabilmente).

Se passasse la linea Di Maio – ovvero se il governo resistesse in carica almeno fino al 9 settembre, approvando in ultima lettura il disegno di legge costituzionale per il taglio dei parlamentari – non si potrebbe andare alle urne prima della prossima primavera. Se un disegno costituzionale viene approvato a maggioranza assoluta, una parte del parlamento – o cinque regioni – possono infatti chiedere entro tre mesi che la riforma venga confermata con un referendum costituzionale, che può essere indetto nei successivi tre mesi. E se i cittadini dovessero dare il loro benestare, ci sarebbe bisogno di una nuova legge elettorale.

Il periodo compreso da oggi a novembre è comunque complicato ,per una serie di scadenze importanti. Il 26 agosto scade il termine per presentare il candidato italiano a commissario dell’Unione europea; il 12 settembre arriva in parlamento la nota di variazione del Documento di economia e finanza; entro il 15 ottobre il governo deve trasmettere a Bruxelles il documento programmatico di bilancio e il 27 ottobre scade il termine per l’approvazione della manovra 2020 (che porta con sé diversi dossier scottanti, a cominciare dalle clausole di salvaguardia che, a meno che un governo non trovi 23 miliardi di euro entro la fine dell’anno, porteranno l’Iva dal 22 al 25,2 per l’aliquota ordinaria e dal 10 al 13 per cento per l’aliquota agevolata).

Il bilancio di 14 mesi di governo

I due alleati di governo escono dal governo Conte in condizioni molto diverse. Matteo Salvini, che aveva iniziato questa esperienza di governo con un 17% dei consensi, li ha più che raddoppiati ed è considerato il probabile prossimo presidente del Consiglio. Durante un comizio a Pescara, in Abruzzo, Salvini si è candidato ufficialmente a questo ruolo e ha annunciato di voler correre da solo. Secondo gli ultimi sondaggi, gode del 36% dei consensi: se il risultato venisse confermato alle urne e la legge elettorale non cambiasse, gli basterebbe allearsi con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni per avere la maggioranza.

Più incerto è il futuro di Luigi Di Maio. In questi mesi è stato accusato più volte di aver tradito le istanze del Movimento 5 stelle, permettendo alla Lega di riconquistare terreno. In un anno, i consensi del M5s si sono praticamente dimezzati. Il reddito di cittadinanza è diventato realtà ma non si capisce ancora bene quale sarà il destino dei navigator, né se riuscirà a risolvere il problema della disoccupazione. L’Ilva di Taranto, che il Movimento aveva promesso di riconvertire, è ancora un dossier in attesa di soluzione; la Tav si farà e lo stesso vale per il Tap, il gasdotto che dovrebbe portare gas naturale in Italia, che Alessandro Di Battista aveva promesso di bloccare in meno di due settimane.

Anche il Partito democratico si prepara a una nuova sfida. È notizia delle ultime che ore che il leader Nicola Zingaretti ha chiesto al senatore ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi di collaborare e aiutare il partito a vincere. Zingaretti ha anche parlato durante la trasmissione In Onda su La7 di un nuovo fronte democratico. Non ha però spiegato chi ne farebbe parte oltre ai dem.



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Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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L’arresto di Carola Rackete non era legittimo

Il no della Cassazione al ricorso della Procura di Agrigento
Respinto il ricorso contro l’ordinanza della gip di Agrigento Alessandra Vella che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà la comandante della nave Sea watch 3

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È stato legittimo il no del gip di Agrigento all’arresto della comandante della Sea Watch, Carola Rackete. È stato respinto dalla Corte di Cassazione il ricorso della Procura di Agrigento contro l’ordinanza che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà Carola Rackete, la comandante della nave Sea Watch 3 approdata a Lampedusa forzando il blocco. La giovane comandante tedesca a fine giugno era entrata nel porto di Lampedusa nonostante il divieto della Guardia di Finanza. La terza sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura, dando così ragione alla gip di Agrigento Alessandra Vella, che non aveva convalidato l’arresto di Rackete, escludendo il reato di resistenza e violenza a nave da guerra, che era stato contestato alla giovane donna.

«Grande soddisfazione per un provvedimento coerente da un punto di vista istituzionale e giuridico», commenta l’avvocato Alessandro Gamberini, difensore di Rackete. «Ora«, aggiunge il legale, «sarà importante leggere le motivazioni, ma l’esito di oggi mi lascia ben sperare per il proseguio del procedimento».



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il Corriere

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Matteo Salvini assente in Aula mentre si stanziano 1,2 miliardi di euro per i terremotati

Salvini salta il voto per gli aiuti colpiti dal terremot. È la seconda volta

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A segnalare l’episodio è stato l’europarlamentare PD Daniele Viotti che ha postato su Facebook una foto della seduta dove si vede che il posto di Salvini è vuoto. Per Viotti Salvini è “senza vergogna” perché il giorno prima Ia Strasburgo per votare, poi – spiega Viotti – «è volato a Roma per partecipare all’ennesima trasmissione televisiva. Questa mattina, invece, ha fatto un tweet lamentandosi di essersi svegliato presto e avere l’aereo in ritardo e, già che c’era, ha fatto una diretta Facebook».

Nella diretta fatta su Facebook dall’Aeroporto Salvini ha anche avuto il coraggio di lamentarsi del Parlamento italiano che perde tempo a votare una legge contro la propaganda fascista invece che preoccuparsi dei problemi degli italiani. Eppure non è che il Ruspa ieri abbia dimostrato di essere in grado di occuparsi dei problemi di quei cittadini italiani che vivono nelle zone terremotate visto che invece che essere in Aula se ne stava a fare il pendolare a spese dei contribuenti europei.

Molti parlamentari del PD ieri hanno criticato l’assenza di Salvini. Tra questi anche l’ex Ministra Cécile Kyenge che su Twitter ha twittato “Salvini? Chi l’ha visto”.

Vuoi vedere che ora gli stranieri rubano il lavoro anche agli eurodeputati? Oppure gli eurodeputati di origine straniera fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare?

Salvini salta il voto per gli aiuti ai terremotati per la seconda volta

La tecnica di Salvini è nota e l’abbiamo già spiegata in occasione degli attentati di Bruxelles quando Salvini fu colto di sorpresa mentre dal centro della capitale belga si stava recando all’aeroporto Zaventem. Il problema in quel caso era che che in quel momento Salvini avrebbe dovuto essere in Commissione invece che tornare in Italia. Anche in quel caso la sera prima Salvini era a Roma, perché aveva partecipato alla registrazione di una puntata di Porta a Porta. Il trucco di Salvini è quindi quello di andare su e giù da Bruxelles (a spese dei contribuenti) senza prendere parte ai lavori parlamentari.

Stando all’agenda dei lavori del Parlamento europeo ieri la discussione e il voto sui fondi di solidarietà all’Italia (di cui era relatore l’europarlamentare Giovanni La Via) si sarebbe dovuta tenere poco dopo le 12:00. Salvini però – che la sera prima era volato a Roma per intervenire a Di Martedì – all’arrivo in aeroporto ha scoperto che il volo era in ritardo. Sicuramente si giustificherà dicendo che “il volo era in ritardo” (che è appena più credibile del cane che ti mangia i compiti il giorno prima di andare a scuola). Anche perché l’Europarlamento si riunisce in seduta plenaria per quattro giorni una volta al mese. È così difficile riuscire a essere presente?

Povero Matteo, lui ci prova anche ad andare a fare il suo lavoro ma la cosa non gli riesce bene. Questa infatti è la seconda volta che Salvini perde l’appuntamento con il voto per i fondi ai terremotati. Era già successo nel dicembre del 2016. Ma Salvini è fatto così: crede che per aiutare i terremotati del Centro Italia sia sufficiente farsi un giro in montagna tra la neve e poi presentarsi da Lilli Gruber con ancora addosso i moon boot. Eppure per lui sarebbe così semplice dare una mano ai terremotati, basterebbe che si limitasse a fare il lavoro per cui è pagato. E non gli serve nemmeno essere eletto Presidente del Consiglio per farlo. Quando si dice che uno ha tutte le fortune.



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Gli altri siti Unesco a rischio per i cambiamenti climatici in Italia

Secondo uno studio pubblicato dall’università di Kiel, nel nostro paese 13 siti Unesco potrebbero scomparire entro il 2100

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HOME ATTUALITÀ AMBIENTE Gli altri siti Unesco a rischio per i cambiamenti climatici in Italia Secondo uno studio pubblicato dall'università di Kiel, nel nostro paese 13 siti Unesco potrebbero scomparire entro il 2100 (foto: Getty Images/Filippo Monteforte)

Le mmagini di Venezia allagata e la sua laguna, sito patrimonio dell’Unesco, ci fanno interrogare sul futuro di un immenso patrimonio artistico che rischia sempre più seriamente di andare perduto. La relazione fra le gli eventi climatici e questi siti dall’enorme valore storico-culturale sarà un punto da non sottovalutare nel futuro prossimo anche in altri luoghi d’Italia, però. Infatti, secondo uno studio dell’università di Kiel (Germania), pubblicato nel 2018 su Nature Communication, nel nostro paese ci sono ben 13 siti dichiarati patrimonio dell’Unesco che entro il 2100 potrebbero scomparire a causa delle inondazioni.

Nell’area del Mediterraneo, area su cui si focalizza la ricerca, l’Italia pagherebbe, secondo quanto emerge, il tributo più alto. In particolare, lo studio ipotizza quattro scenari di aumento del livello del mare entro la fine del secolo e calcola così livelli di rischio diversi. “Entro il 2100” – si legge – “il rischio di alluvione potrebbe aumentare del 50% e quello di erosione del 13% in tutta la regione considerata”. Si capisce quindi l’importanza di agire in maniera preventiva, in modo da tutelare il patrimonio storico-artistico. Solo considerando la possibilità alluvione (e non erosione) “il numero più alto dei siti Unesco a rischio si trova in Italia, seguita da Croazia e Grecia”.

Su una scala da 0 a 10, il picco si tocca proprio in corrispondenza di tre siti italiani: “Venezia e la sua Laguna, Ferrara città del Rinascimento e l’area archeologica e la Basilica patriarcale di Aquileia”. Il report spiega anche che trovandosi lungo il mar Adriatico settentrionale la possibilità di inondazioni in un orizzonte temporale futuro aumenta. Fortemente a rischio nella stessa area sono anche le ville palladiane di Vicenza. Queste previsioni identificano quindi nell’innalzamento dei mari un potenziale motivo di estrema preoccupazione per il nostro patrimonio.

Oltre questi siti Unesco appena citati, gli altri luoghi patrimonio dell’umanità che rischiano di scomparire entro fine secolo sono dislocati su tutto il territorio nazionale. In questo caso però il rischio è moderato rispetto ai precedenti (il livello che l’acqua da raggiungere oscilla fra 1,8 e 2 metri di altezza) ma non è assente, soprattutto considerando i cambiamenti climatici all’orizzonte.

Un’alta concentrazione di siti si trova in Campania: la Costiera Amalfitana, Pompei e Ercolano, il parco nazionale del Cilento e il Vallo di Diano e, infine, il centro storico di Napoli. Due siti sono in Sicilia, ovvero Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica e le città della Val di Noto. Risalendo lo stivale sarebbe a rischio anche il campo dei Miracoli a Pisa, le Cinque Terre e Portovenere in Liguria e le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli a Genova.



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