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Sbattezzo: 5 motivi per farlo

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“Perché sbattezzarsi?” In molti si pongono questa domanda, sia tra i detrattori dello sbattezzo che tra coloro che vorrebbero sbattezzarsi ma ancora esitano a farlo. Rivolgendoci ad entrambi abbiamo deciso di stilare una breve lista di motivi per farlo assieme a quelli per cui non farlo.

La data scelta non è casuale. Il 25 ottobre 1958, infatti, la Corte d’appello di Firenze assolse Pietro Fiordelli, vescovo di Prato che aveva pubblicamente messo alla gogna due suoi giovani parrocchiani la cui unica colpa era stata sposarsi in Comune e non in Chiesa. Il motivo dell’assoluzione? In quanto “battezzati”, i due giovani erano da considerarsi “sudditi” del vescovo “e quindi soggetti alla sua giurisdizione spirituale”. 59 anni dopo le cose sono per fortuna cambiate e, grazie alla pratica dello sbattezzo, chiunque può sottrarsi a quella assurda “giurisdizione spirituale”.

Ecco dunque l’intento di questo articolo: mostrare a tutti, non solo agli atei, la reale importanza dello sbattezzo, cercando di rispondere in maniera semplice ma ragionata sia alle critiche degli scettici che ai dubbi degli indecisi. Iniziamo dai motivi per non farlo.

I motivi per non sbattezzarsi

1. “Per annullare gli effetti del battesimo”

La domanda per eccellenza che viene ingenuamente posta ad uno sbattezzato è sempre la stessa: “Se non ci credi, perché lo hai fatto?” Ecco, appunto: non sbattezzatevi se credete che il battesimo abbia un qualche valore metafisico o chissà quale significato di rivalsa prometeica. Lo sbattezzo non ha niente a che vedere con la spiritualità. È un gesto politico da cima a fondo, nel senso più alto del termine. Se pensate invece che si tratti di una sfida o una vendetta nei confronti di quello stesso Dio in cui affermate di non credere allora fareste meglio a rivedere la vostra posizione, per non mettervi al pari di quei non credenti che battezzano i propri figli “per sicurezza”, “perché non si sa mai…” — posso assicurarvi che certe persone esistono per davvero.

2. “Perché così la Chiesa riceverà meno soldi dallo Stato”

No, non è così, almeno in Italia, dove il sovvenzionamento statale alle istituzioni religiose è slegato dall’appartenenza dei singoli cittadini ad una Chiesa. Dal punto di vista fiscale, sbattezzarsi non cambia nulla poiché l’ingannevole logica dell’Otto per mille non tiene in considerazione se un contribuente sia o meno battezzato, così come avviene ad esempio in Germania. I contribuenti tedeschi, infatti, pagano annualmente la cosiddetta Kirchensteuer — alla lettera, “tassa sulle Chiese” — in base proprio alla loro appartenenza religiosa. Famoso a tal proposito il caso di Luca Toni, al quale la Chiesa cattolica tedesca ha chiesto di pagare 1,7 milioni di euro a fronte del suo maxi stipendio da calciatore del Bayern di Monaco — dopo un lungo processo Toni ha alla fine pagato “soltanto” 450.000 euro mentre i suoi commercialisti hanno dovuto coprire il resto delle tasse non versate, per un totale di 1,25 milioni di euro.

3. “Per attestare ufficialmente la mia non credenza”

Sbattezzarsi non serve a richiedere un “certificato di apostasia” utile a fini legali, come accade tutt’oggi in Spagna per ragioni giuridiche ormai anacronistiche. Nel 1967, infatti, Francisco Franco, con l’intento di ostacolare i matrimoni civili fuori dalle chiese, introdusse un articoloche imponeva ad entrambi i coniugi che volessero sposarsi civilmente di provare ufficialmente la loro non appartenenza alla Chiesa cattolica, dando così ingenuamente il via alla lunga tradizione delle “Declaraciónes de Apostasía”. In Italia, per fortuna, non c’è bisogno di tutto ciò e, da un punto di vista legale, lo sbattezzo non sposta sostanzialmente alcunché.

Questi, in sostanza, i pochi motivi per cui non è opportuno sbattezzarsi — altri crediamo sia difficile trovarli. Al contrario, di motivi “giusti” per sbattezzarsi ce ne sono davvero tanti. Qui di seguito ne riporteremo solo cinque, i più importanti a nostro avviso. Piccola nota a margine: ogni motivo è valido in sé stesso e non necessita dell’appoggio degli altri per reggersi in piedi. La nostra non è dunque un’argomentazione cumulativa — e ognuno può scegliere di sbattezzarsi per il motivo o la serie di motivi che più sente propri.

I motivi per sbattezzarsi

1. Per coerenza

Lo sbattezzo è un gesto importante principalmente sul piano politico e simbolico, poiché, lo abbiamo appena visto, ha davvero poche implicazioni materiali ed economiche. Si tratta dunque in primis di una rivendicazione di coerenza: se non si è più cattolici, perché continuare formalmente ad esserlo, lasciando che il nostro nome rientri ancora nei conteggi ufficiali della Chiesa Cattolica? Del resto, basta una raccomandata

Ma lo sbattezzo è anche, da un punto di vista per così dire esistenziale, il coronamento formale di un percorso di vita diverso da persona a persona, al contrario del battesimo che invece viene imposto a tutti nello stesso identico modo, come se si trattasse di un atto dovuto, di una formalità burocratica, di un passaggio obbligato. Lo sbattezzo, al contrario, non è affatto un passaggio obbligato, per nessuno e in nessun luogo: è il singolo non credente a decidere sequando e perché farlo.

2. Come rivendicazione di autonomia

Proprio per quanto appena detto lo sbattezzo va inteso anche come una rivendicazione di autonomia individuale. Autonomia nel senso pieno della parola: l’articolo 1269 del Catechismo della Chiesa Cattolica afferma infatti che “il battezzato non appartiene più a se stesso” ed è chiamato “ad essere «obbediente» e «sottomesso» ai capi della Chiesa”. Lo sbattezzo è, in quest’ottica, un modo per ribadire la propria autonomia nei confronti del paternalismo ecclesiastico – e si ripensi qui en passant alla sentenza della Corte d’Appello di Firenze citata in apertura.

Ancora più concretamente, lo sbattezzo è la riaffermazione di quella libertà di autodeterminazione che i nostri genitori, nel bene e nel male, ci hanno negato al momento del battesimo, senza chiederci se volevamo davvero farlo — e del resto come avremmo potuto rispondere?

Da questo punto di vista è molto interessante la posizione degli anabattisti (in greco, “coloro che ribattezzano”), i quali, considerando nullo il battesimo dei neonati per gli stessi motivi appena citati, si battezzano nuovamente da adulti — anche se per loro si tratta del primo vero battesimo, l’unico davvero valido. Lo sbattezzo è, per quanto agli antipodi, la stessa cosa, ovvero la cosciente riaffermazione della propria capacità di scelta laddove i nostri genitori l’avevano fatto per noi — essi stessi scegliendo sotto la pressione di nonni, zii, preti e quant’altro.

3. Come gesto politico

Sancire ufficialmente la propria non appartenenza all’istituzione denominata «Chiesa Cattolica Apostolica Romana» è un atto politicamente rilevante in un paese come il nostro, nel quale la Chiesa amministra un enorme potere politico-economico che le permette, più o meno occultamente, di dirottare l’agenda politica italiana ogni qualvolta si tenti di legiferare su temi scomodi al Vaticano — testamento biologico, fine-vita, aborto, diritti riproduttivi, unioni civili, etc.

Sbattezzarsi significa, da questo punto di vista, mandare un segnale inequivocabile alla Chiesa Cattolica e alla politica italiana, specialmente se il numero degli sbattezzati è effettivamente alto. Si pensi a tal riguardo a cosa accadde sempre in Germania nel 2013, quando, in segno di protesta, circa 120mila cattolici si sbattezzarono in un anno, a seguito di una lunga serie di scandali che coinvolsero preti pedofili e spendaccioni.

4. Per affermare che un’alternativa esiste

In Italia meno di un cattolico su quattro è praticante, eppure più del 90% della popolazione è battezzata. La causa di questo sfasamento va ricercata nella tendenza conformista di quegli italiani che battezzano i propri figli non per convinzione, ma per mera tradizione — per far contenti i familiari, o perché impauriti che i propri figli possano “sentirsi esclusi” dalle attività di gruppo, a scuola, al catechismo, etc.

Lo sbattezzo è invece un gesto anticonformista, coerente e risoluto, che si pone in netto contrasto con l’asfissiante tradizione cattolica, da molti considerata inscalfibile. È soltanto a partire da “piccoli gesti anticonformisti” come questo che, nel lungo periodo, le cose potranno cambiare. Ma l’importante è cominciare da qualche parte. Lo sbattezzo può essere a tal riguardo un ottimo punto di partenza.

5. In nome di chi non può farlo

Ci si può sbattezzare, infine, per esprimere solidarietà a tutte quelle persone che nel mondo non possono fare altrettanto. Coloro che, per intenderci, non possono lasciare la propria religione e dichiararsi pubblicamente atei senza venir perseguitati nei modi più cruenti. Ancora oggi, infatti, in 13 paesi l’apostasia è punita con la pena di morte, mentre in più di 40 con la prigionia. Per quanto possa sembrare idealistico, è forse questo il significato più nobile dello sbattezzo. Sbattezzarsi oggi, in Italia e in ogni altro paese dove sia legalmente consentito, significa rivendicare un diritto umano fondamentale, altrove calpestato: quello alla libertà di religione, che comprende il diritto a non averne alcuna.

Noi cittadini italiani possiamo scegliere liberamente se, come, quando e perché abbandonare una religione. Molte persone nel mondo non dispongono di questa libertà elementare. Se siete ancora indecisi sul da farsi, ponderate la vostra scelta tenendo a mente questa piccola massima: se loro non possono, noi dobbiamo.

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Gay Pride Roma, la marcia arcobaleno sfila nelle strade della Capitale

“Siamo mezzo milione” Il corteo è partito da piazza della Repubblica. Hanno aderito anche il presidente della Regione Zingaretti e il Pd. Manifestazioni anche a Trento e Pavia

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Sfilerà con il motto “Brigata Arcobaleno, la liberazione continua” il gay pride organizzato a Roma oggi, sabato 9 giugno, per chiedere uguali diritti per tutti i cittadini e che rientra nella serie di appuntamenti previsti in tutta Italia all’interno dell’Onda Pride. Una manifestazione che arriva nel weekend che chiude la settimana segnata dalle dichiarazioni del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, secondo cui “per la legge non esistono le famiglie arcobaleno”. La comunità Lgbtqi percorrerà le vie della Capitale accompagnata da due testimonial d’eccezione: i partigiani Tina Costa di 93 anni e Modesto 92 anni, che parteciparono alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Alla marcia per i diritti delle persone omosessuali hanno aderito, tra gli altri, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il Pd, LeU e Amnesty International Italia.

Chi parteciperà al gay pride

Alla parata parteciperà anche il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, che ha detto: “Sarò al #RomaPride il 9 giugno perché è un grande, festoso e bellissimo evento civile e popolare. Quando una piazza chiede più diritti e dignità per tutti, allora è la nostra piazza, c’è la nostra gente e per questo la Regione Lazio e io ci saremo”. Non ci sarà invece la sindaca di Roma Virginia Raggi, ma il Campidoglio sarà rappresentato dal vicesindaco Luca Bergamo. Anche il Pd ha annunciato la sua adesione, alla manifestazione della Capitale e a quelle che seguiranno in tutta Italia, con una nota del segretario reggente Maurizio Martina e del presidente Matteo Orfini: “Esiste il diritto delle persone LGBT – si legge – a realizzare pienamente e liberamente se stesse nella società, così come esistono le famiglie Arcobaleno e il diritto dei bambini di essere tutelati”. Al Pride hanno annunciato la loro presenza anche le ambasciate del Regno Unito, del Canada e Quebec, della Germania, della Spagna, della Svizzera, della Danimarca e degli USA. Ma anche la Cgil, l’Unione Sindacale di Base dei Vigili del Fuoco, Amnesty International, i Radicali Italiani e Liberi e Uguali.

Gli appuntamenti dell’Onda Pride fino ad agosto

La serie di appuntamenti Onda Pride per sostenere i diritti della comunità Lgbtqi continuerà poi in tutta Italia fino a settembre. Oggi, oltre che a Roma, ci saranno cortei a Trento, dove sfilerà per la prima volta il Dolomiti Pride, e Pavia, mentre sabato prossimo, 16 giugno, a Barletta, Genova, Mantova, Siena, Siracusa, Torino e Varese e Caserta. Il 30 giugno sarà la volta di Milano, Padova, Pompei e Perugia. A luglio si inizia sabato 7 con Alba, Bologna e Cagliari, e si prosegue il 14 con Napoli e Ostia e il 28 con Rimini e Campobasso. L’11 agosto sarà la volta di Gallipoli mentre dal 3 al 19 agosto si svolgerà il Torre del Lago Pride 2018. La manifestazione di Palermo, prevista per giugno, è stata invece posticipata a settembre.

Roma candidata per il World Pride del 2025

Intanto Roma si è candidata anche per il World Pride del 2025 tramite il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. La storica associazione Lgbtqi italiana ha già organizzato vari eventi tra cui il World Pride del 2000, il primo World Pride della storia, e l’Europride del 2011, con la partecipazione di Lady Gaga al Circo Massimo.

I numeri

Nel maggio 2016 il parlamento italiano ha approvato la legge Cirinnà che istituisce le unioni civili per le coppie formate da persone dello stesso sesso. Secondo un’indagine Doxa, “Gli italiani e le discriminazioni”, commissionata da Amnesty International Italia e realizzata  intervistando un campione rappresentativo della popolazione italiana  adulta (18-70 anni), per un italiano su due si tratta di un passo di civiltà. L’86% pensa che alle persone Lgbtqi debbano essere riconosciuti gli stessi diritti delle altre persone ma, nonostante i progressi, per un italiano su cinque le coppie formate da persone dello stesso sesso sono ancora vittime di omofobia. Il 40,3% delle persone Lgbtqi afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro.

Diritti Lgbti e lotta all’omofobia, Italia ancora indietro. I DATI

Italia ferma sui diritti delle persone Lgbti e sulla lotta contro le discriminazioni. È il quadro che emerge dall’edizione 2018 di Rainbow Europe, l’indice elaborato da Ilga, una delle più importanti ong per i diritti umani Lgbti, che classifica gli Stati in base al loro sistema legislativo e alle politiche adottate per garantire uguaglianza e parità di diritti. Il progresso verso l’uguaglianza e la parità di diritti per le persone Lgbti, misurato da Rainbow Europe in termini percentuali, è rimasto in Italia a poco meno del 27%, che vale al nostro Paese il 32esimo posto su 49 Paesi europei. La stessa situazione di un anno fa, dopo l’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili del 20 maggio 2016. Ma il quadro resta critico in tutto il mondo: sono ancora più di 70 gli Stati nei quali l’omosessualità è reato, e 13 quelli dove è prevista la pena di morte per rapporti consensuali con persone dello stesso sesso (6 quelli in cui viene applicata).

Malta, Belgio e Norvegia sul podio per diritti Lgbti. Russia e Turchia in fondo alla classifica

L’indice Rainbow Europe prende in considerazione diversi indicatori per misurare l’avanzamento dei diritti delle persone Lgbti, classificando i Paesi in base a sei categorie: uguaglianza e non discriminazione, diritto di famiglia, crimini d’odio e hate speech,riconoscimento legale di genere (che include il diritto di cambiare legalmente sesso), libertà di espressione e associazione, e diritto d’asilo per persone Lgbti perseguitate nei Paesi di origine. Gli stati che fanno meglio in Europa secondo questi criteri sono Malta (91%, al primo posto), seguita da Belgio, Norvegia, Gran Bretagna e Finlandia. In generale, fanno bene i Paesi scandinavi e dell’Europa centrale, mentre tra i peggiori ci sono i Paesi dell’Est Europa e dell’ex Unione Sovietica. È proprio in questo gruppo che va a collocarsi l’Italia, preceduta da Cipro e Slovacchia e seguita da Georgia, Bulgaria e Romania. Preoccupante la situazione in Russia e Turchia, tra i peggiori, rispettivamente al 45esimo e al 47esimo posto sui 49 totali.

diritti gay lgbt

Per un italiano su cinque le coppie omosessuali sono vittime di omofobia

A confermare che per i diritti delle coppie omosessuali c’è ancora molto da fare è anche la recente indagine “Gli italiani e le discriminazioni” di Amnesty International, realizzata in collaborazione con Doxa: per il 14% degli intervistati non dovrebbero avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali. Una convinzione che porta un italiano su cinque (il 22%) ad affermare che, nonostante i progressi fatti, le coppie formate da persone dello stesso sesso siano ancora vittime di omofobia.

“Le discriminazioni, in ogni loro forma, sono ancora oggi all’ordine del giorno e sappiamo che c’è ancora tanto da fare”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Secondo la relazione finale della Commissione Parlamentare Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio del luglio 2017infatti, il 40,3% delle persone Lgbti affermava di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università, mentre il 22% sul posto di lavoro.

Italia indietro su pari diritti e discriminazione

Il nostro Paese realizza solo uno – quello delle norme anti discriminazione sul lavoro – dei 19 punti presi in considerazione dall’indice Rainbow Europe che riguardano pari diritti in ambiti come quello dell’educazione, della sanità e in generale la presenza di principi di non discriminazione nelle leggi. Non va meglio per quanto riguarda le leggi su reati d’odio e sull’hate speech. L’Italia è uno dei pochi Paesi nel contesto occidentale, insieme a Russia, Turchia e pochi altri, che non include orientamento sessuale e identità di genere tra le aggravanti specifiche nelle leggi sui crimini d’odio e hate speech, e che non ha una strategia nazionale perseguita e continuata negli anni per contrastare l’odio e la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti.

Le associazioni Lgbti: “Enorme ritardo”

“Il report annuale di Ilga Europe evidenzia nuovamente l’enorme ritardo dell’Italia rispetto agli altri Paesi d’Europa”, commentano in una nota congiunta i responsabili di Associazione radicale Certi Diritti, Arcigay, Circolo di Cultura Omosessuale – Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno e Movimento identità trans. “Nonostante il passo avanti sulle unioni civili, spiccano le tante aree di intervento ancora prive di normative e politiche attive”. Concorda sul ritardo dell’Italia anche Evelyne Paradis, direttrice esecutiva di Ilga Europe: “L’Italia è superata da molti dei suoi vicini europei. Nessuna legge contro i crimini o i discorsi d’odio, un riconoscimento ad hoc delle famiglie arcobaleno, persino una legislazione di base contro le discriminazioni è assente. Nel

L’omosessualità è reato in oltre un Paese su tre

Ma qual è la situazione nel resto del mondo? Restano molti i Paesi in cui l’omosessualità è un reato. Secondo i dati di Ilga, sono 72 gli stati in cui l’orientamento sessuale può portare in prigione. Più di un Paese su tre al mondo. Paesi dove l’omosessualità può portare, oltre a condanne detentive (in diversi Paesi africani le pene previste superano i 14 anni, fino ad arrivare all’ergastolo), alla somministrazione di ormoni e altri trattamenti chimici. A questi 72 Paesi se ne aggiungono tre che non criminalizzano l’omosessualità ma hanno approvato leggi contro la “propaganda omosessuale”: Russia, Lituania e Indonesia. Solo una la novità importante rispetto al 2017: lo scorso 12 aprile, l’Alta Corte di Trinidad e Tobago ha dichiarato incostituzionali gli articoli del codice penale che criminalizzano i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso. Un verdetto definitivo è atteso nei prossimi mesi, ma il governo ha annunciato che ricorrerà in appello.

Dove l’omossessualità è considerata ancora illegale

Pena di morte in 13 Paesi

In 13 Paesi è prevista la pena di morte per rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso. Come riporta Ilga, sono sei gli Stati in cui viene applicata, quattro a livello nazionale (Iran, Arabia Saudita, Yemen e Sudan) e due in determinate province (Somalia e Nigeria). Il numero sale ad otto se si considerano anche alcune zone dell’Iraq e della Siria occupate dall’Isis. In altri cinque stati (Afghanistan, Pakistan, Qatar, Emirati Arabi e Mauritania) la pena di morte è prevista per legge ma non viene utilizzata e vengono applicate pene inferiori. Lo scorso ottobre il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha approvato per la prima volta una risoluzione che condanna l’imposizione della pena di morte per rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso.

 
  

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Sky Tg24

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Milano, figli di due mamme: il sindaco Sala registra gli atti di nascita per quattro famiglie arcobaleno

L’orgoglio del primo cittadino: “Che gioia sapere che in questa città si può essere uguali nel rispetto di tutti”

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“A Milano, nel rispetto di tutti, si può essere tutti uguali”: ha scelto una cerimonia pubblica, per dare il massimo risalto, non solo simbolico, al suo atto. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha registrato per la prima volta i figli di quattro famiglie arcobaleno. Nove bambini in tutto, figli di quattro coppie di donne: finora tutti i bimbi erano riconosciuti soltanto dalle loro madri biologiche, da oggi sono registrati all’Anagrafe di Milano come figli di entrambe le madri. Nella sala giunta di Palazzo Marino, presenti le coppie, alcuni bambini, parenti e amici, il sindaco ha letto gli atti di nascita, quindi gli atti di riconoscimento delle madri non biologiche e ha infine annotato sugli atti anche il nome della seconda madre.

 

 

Una registrazione che arriva pochi giorni dopo che il neo ministro alla Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, aveva detto che “le famiglie arcobaleno non esistono”, mentre l’amministrazione milanese aveva subito dopo assicurato che le registrazioni ci sarebbero state presto. Ed è proprio a lui che il sindaco Sala si è rivolto nel suo breve discorso, prima di passare agli atti formali: “Non è un giorno da polemica oggi, ma è un momento importante per la nostra città: tutti siamo amministratori pro tempore, lo è un ministro e lo sono anche io. Ciò che non è pro tempore è lo spirito e la civiltà di una città” ha concluso.

La prima bambina a essere registrata è stata una neonata di appena 3 giorni, figlia di Valentina e riconosciuta dalla compagna Fedya. Poi è toccato al piccolo Eric Manfredi, nato il 2 giugno da Francesca e riconosciuto dalla compagna Corinna. Le due donne avevano scritto una lettera aperta al Comune e indirizzata all’amministrazione chiedendo il riconoscimento della bigenitoritalità per il figlio e di fatto gettando l’amo per l’inizio di questo processo, subito accolto dall’assessore alle politiche Sociali, Pierfrancesco Majorino. I tre gemelli di 4 mesi, figli di Giovanna e riconosciuti oggi dalla compagna Chiara, hanno ottenuto anche loro il riconoscimento.

 
  

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La Corte Ue riconosce i matrimoni omosessuali. Gli Stati non possono ostacolare

Sentenza storica dopo il ricorso di una coppia, un rumeno e un americano: gli Stati non possono ostacolare il soggiorno del coniuge, anche se dello stesso sesso

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Con una sentenza storica, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di fatto riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso ai sensi delle regole sulla libera circolazione delle persone. Giudicando su un ricorso presentato da un cittadino rumeno e da un cittadino americano, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la nozione di «coniuge», ai sensi delle disposizioni del diritto dell’Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari, comprende i coniugi dello stesso sesso. Secondo la Corte Ue, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio.

Il caso era stato sollevato davanti ai giudici della Corte di giustizia dell’Ue dopo che la Romania aveva rifiutato a un cittadino americano sposato con un cittadino rumeno il diritto di soggiornare nel paese, per il fatto che non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità rumene avevano respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Robert Clabourn Hamilton, cittadino americano sposato con il cittadino rumeno Relu Adrian Coman, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue. Coman e Hamilton hanno proposto dinanzi ai giudici rumeni un ricorso diretto a far dichiarare l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione. La Curtea Constituionala (Corte costituzionale rumena, ndr) ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell’Ue se il signor Hamilton rientri nella nozione di «coniuge» di un cittadino dell’Unione che ha esercitato la sua libertà di circolazione e debba ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. Con la loro sentenza di oggi, i giudici di Lussemburgo hanno constatato che, «nell’ambito della direttiva relativa all’esercizio della libertà di circolazione, la nozione di “coniuge” che designa una persona unita ad un’altra da vincolo matrimoniale è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso».

Secondo la Corte, lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell’Ue non pregiudica tale competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. Tuttavia i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il rifiuto da parte di uno Stato membro di riconoscere ai fini del diritto di soggiorno derivato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, legalmente contratto in un altro Stato membro, è atto ad ostacolare l’esercizio del diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio dell’Ue. La libertà di circolazione, infatti, varierebbe da uno Stato membro all’altro in funzione delle disposizioni di diritto nazionale che disciplinano il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

 
  

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