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Medicina

Sclerosi multipla, cosa possiamo fare grazie al digitale

Ricorre oggi la Giornata mondiale della sclerosi multipla, malattia che solo in Italia colpisce quasi 120mila persone. Un’analisi dei nuovi strumenti per affrontarla attraverso la rete e la tecnologia

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Non è rara, poiché riguarda quasi tre milioni di persone in tutto il Mondo, tra cui 600mila in Europa e quasi 120mila solo in Italia. Non guarda in faccia nessuno, perché può presentarsi a tutte le età, e in particolare tra i 20 e i 40, quando la nostra vita è più movimentata, e una volta arrivata, non se ne va più. Eppure, per molti versi, la sclerosi multipla (SM) è una malattia invisibile, come un iceberg del quale abbiamo sotto gli occhi la parte emersa, ma che nasconde la sua porzione più ingombrante.

Sommersi e inesplorati rimangono molti dei suoi sintomi, strettamente soggettivi, come stanchezza, depressione, problemi alla vista, dolore, così come sono tante le sfumature del suo impatto sulla qualità della vita a passare inosservate. 

È per portare alla luce questi aspetti che oggi 30 maggio, in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla sclerosi multipla, il tema è My invisibile MS (La mia invisibile SM): un’opportunità per dare voce, a chi ne soffre e se la sente, di condividerli, ma soprattutto un invito universale a prestare attenzione. L’obiettivo, portare sostegno a chi convive con la malattia, dall’informazione fino alle questioni più pratiche. Anche attraverso la rete e le tecnologie digitali. 

Non è un mistero che il digitale rappresenti uno strumento rivoluzionario per i pazienti coinvolti in disturbi di natura cronica come la SM. Tecnologie avanzate sempre più accessibili e a portata di smartphone stanno cambiando radicalmente la natura del rapporto tra paziente e trattamento. La rete rende immediata la condivisione di informazioni e catalizza la comunicazione e l’aggregazione di gruppi di pazienti con caratteristiche o esigenze comuni. Ma come sta avvenendo di preciso, nel mondo della sclerosi multipla, la rivoluzione digitale? 

Grazie a Biogen Healthcare Solutions, la divisione Biogen che sviluppa soluzioni innovative per chi soffre di malattie neurologiche, abbiamo l’opportunità di osservare da vicino alcune realtà concrete: Cleo, un’applicazione nuova di zecca per fornire supporto quotidiano alle persone con SM e Io non sclero, una community nata sul web che oggi, a cinque anni dall’inaugurazione, si sta dimostrando più solida che mai. 

Un’app che fa da “braccio destro”
Un diario per registrare i propri sintomi, un’agenda per i prossimi controlli, un promemoria per l’assunzione dei farmaci. Una guida approfondita e scientificamente attendibile per saperne di più sulla malattia e sugli stili di vita più indicati, come la dieta da seguire e gli esercizi per tenersi in forma, frutto del lavoro di esperti del settore. Ma non solo: anche una linea diretta e immediata con infermieri formati e sempre disponibili a rispondere a qualsiasi interrogativo, dubbio o emergenza in tempo reale, attraverso una chat dedicata. Tutto questo condensato in un’unica app per dispositivi mobili, da avere sempre con sé per non dover più “rincorrere” mille sveglie e calendari, perdere troppo tempo tra le finestre del browser e, nel caso più sfortunato, rischiare di smarrire indicazioni importanti. 

Cleo – così si chiama – è unica nel suo genere in Italia ed è la prima app all-in-one, cioè con funzionalità molto varie ma accessibili attraverso un unico canale, dedicata a chi soffre sclerosi multipla. Completamente gratuita e disponibile sia per iOs che per Android dallo scorso ottobre, in pochissimi mesi ha riscontrato un interesse che ha persino superato le aspettative degli autori. Il bilancio è infatti di oltre 24mila download totali, quasi, un buon 14% degli utenti che ne fa un uso quotidiano e oltre un terzo sul totale l’ha impiegata almeno una volta negli ultimi 30 giorni, stando agli ultimi dati. Differenze di genere? Praticamente inesistenti, e per quanto riguarda l’età degli utenti, c’è una prevalenza di under 40, ma un terzo di chi la utilizza è al di sopra di questa fascia di età. 

Tra i servizi che si stanno dimostrando più richiesti, la ricerca di informazioni attendibili e news, ma anche la sezione dedicata alla nutrizione, dove molta attenzione è rivolta alla ricerca di ricette e preparazioni ad hoc per le persone con la sclerosi multipla, e le indicazioni per l’attività fisica. Ottimi feedback, sin da subito, in termini di utilitàchiarezza e immediatezza d’uso. Cosa aspettarci per il futuro? “La strada, ce lo dicono i numeri, è quella gusta, ma il comitato scientifico non si ferma ed è già al lavoro per perfezionarla e valutare al più presto l’introduzione di nuove opzioni”, fa sapere l’azienda. 

Il potere della condivisione
Se da un lato, attraverso la app, l’approccio per apportare miglioramenti nella qualità di vita è capillare e si costruisce di giorno in giorno sulle esigenze specifiche di ciascun paziente, in campo sanitario si sta rivelando fondamentale anche la costruzione di spazi online per la condivisione, dove relazionarsi con la collettività dei pazienti e mettere gli stessi in relazione tra loro. 

È per questo che, sfruttando l’enorme accessibilità dei social network e assieme all’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, in collaborazione con l’Associazione italiana sclerosi multipla e con il patrocinio della Società italiana di neurologiaBiogen ha dato vita a quella che oggi è una delle più ampie community di persone con SM e persone a loro vicine in Italia: Io non sclero. 

Cuore pulsante dell’iniziativa è l’omonima pagina Facebook, che in cinque anni dall’attivazione ha messo in contatto ormai quasi 80mila follower. È lì che le persone possono ritrovarsi e mettere in gioco le proprie esperienze e le proprie storie di vita, così come ascoltare e fare tesoro del valore dell’appartenenza a un gruppo con esigenze comuni. 

Attorno alla pagina ruota poi una fitta serie di attività e iniziative, molte delle quali si materializzano poi offline. Conferenze e incontri negli ospedali, per esempio, ed eventi come mostre e installazioni: di fatto ulteriori occasioni di contatto, informazione e sensibilizzazione sul tema.  Oltre alle puntuali call-to-action per prendere parte attiva all’interno della web community. L’ultima, partita in occasione del quinto compleanno dell’iniziativa e ora in corso, invita a condividere alcuni dei ricordi e dei traguardi raggiunti nel corso degli ultimi cinque anni, ma anche le idee per i prossimi cinque: lo spirito è quello di guardare sempre al futuro, e sostenersi a vicenda per costruirlo. 

Non solo “non sclero”, insomma, ma anche: “la sclerosi multipla non fermerà i miei progetti e i miei sogni”. 





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Medicina

10 cose da sapere sull’arrivo della prima terapia Car-T contro i tumori

Quando si comincia, dove, come funziona, a chi serve e chi la paga, tanto per cominciare. Ecco perché l’Aifa ha deciso di dare il via libera in Italia

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Il 7 agosto 2019 è una data che resterà nella storia della farmacologiaitaliana: per la prima volta una terapia cellulare di tipo Car-T è stata approvata dall’Agenzia italiana del farmaco (l’Aifa), e perciò già entro quest’anno potrà essere messa davvero a disposizione dei pazienti oncologici che ne avranno bisogno.

Anche se per il momento sono previsti impieghi limitati e specifici, tutti relativi ai tumori ematologici, l’apertura definitiva verso questo nuovo filone terapeutico segna l’arrivo di un’opportunità in più per combattere il cancro. E lascia intendere che nel nostro paese potranno in futuro essere eventualmente approvati altri trattamenti dello stesso genere, al momento in fase di sperimentazione.

Ma in cosa consiste, nello specifico, la novità delle ultime ore? Abbiamo raccolto in 10 punti sintetici tutto quello che è utile sapere sul presente e sul prossimo futuro delle terapie Car-T in Italia.

1. Che cos’è una terapia Car-T?

In breve, si tratta di una riprogrammazione ad hoc del sistema immunitario del paziente, in modo che questo possa riconoscere e combattere le cellule tumorali. In particolare i linfociti T, che sono un tipo di globuli bianchi, vengono estratti dall’organismo del paziente, riprogrammati (ingegnerizzati) e poi reinfusi nel malato, in modo che una volta rientrati in circolo possano intercettare e attaccare tipi specifici di cellule tumorali.

Questa tecnica di frontiera è riassunta anche dall’acronimo Car, che sta per Chimeric antigen receptor (Recettore antigenico chimerico), in cui l’immagine mitologica della chimera viene sfruttata per indicare come il cuore del trattamento sia costituito dalla combinazione di un mix di porzioni di molecole diverse. Qui su Wiredavevamo già approfondito i dettagli scientifici della terapia Car-T, e un ulteriore racconto tecnico è stato pubblicato da Agi.

Come funziona la terapia genica Car-T (infografica: Malaghan Institute/Aifa)


2. Quale trattamento è stato approvato?

Il nome scientifico del trattamento che ha ricevuto l’ok di Aifa è tisagenlecleucel (non proprio semplice da pronunciare). Il processo di preparazione, che deve essere personalizzato su ciascun paziente, richiede poco più di 20 giorni per la complessa fase di ingegnerizzazione che sta tra il prelievo dei linfociti T dal malato e la loro successiva reinfusione.

Per gli addetti ai lavori il trattamento può essere indicato anche con la sigla Ctl019, mentre a livello commerciale il prodotto attualmente disponibile per il tisagenlecleucel è stato chiamato Kymriah, ed è stato messo a punto da Novartis.

3. A chi è rivolta la nuova terapia?

Al momento sono state indicate due precise categorie di pazienti che possono accedere alla terapia Car-T. Il primo caso è il linfoma diffuso a grandi cellule B (in sigla, Dlbcl), una particolare forma aggressiva di linfoma non-Hodgkin. Il trattamento è rivolto nello specifico a pazienti adulti in cui il linfoma sia refrattario o recidivante, ossia in cui si sia palesata una resistenza verso le altre terapie disponibili oppure in cui la malattia sia ricomparsa nonostante un’iniziale risposta positiva ai trattamenti standard.

L’altro gruppo di pazienti sono i bambini, i ragazzi e gli adulti under 25 colpiti da Leucemia linfoblastica acuta (Lla) alle cellule B, un particolare tipo di tumore raro che colpisce i linfociti B e che nella maggior parte dei casi non risponde alle terapie convenzionali.

4. Quando si inizia davvero in Italia?

Al momento non esiste una data esatta di riferimento, ma sarà entro poche settimane. L’iter infatti prevede, ora che è stata archiviata la fase di approvazione dell’accordo da parte dell’Aifa, la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, dopodiché la decisione sarà a tutti gli effetti operativa.

Secondo quanto è possibile pronosticare, i primi pazienti a ricevere la terapia Car-T grazie alla nuova approvazione accederanno alle cure già nel mese di settembre di quest’anno.

5. Dove avverranno i trattamenti?

Al momento non esiste una lista pubblica dei centri dove effettivamente verrà erogata la terapia Car-T. La procedura richiede che ciascuna regione individui i centri specialistici in ematologia a cui concedere l’autorizzazione per eseguire il trattamento, in modo che l’accesso sia garantito in modo quanto più possibile uniforme su tutto il territorio nazionale.

Secondo quanto riferito da Franco Locatelli dell’ospedale Bambino Gesù di Roma ad Adnkronos Salute, in Italia i centri dovrebbero essere almeno una decina, anche se non si arriverà a numeri molto più alti. Oltre a essere specializzati in onco-ematologia e dotati di personale qualificato sulle procedure necessarie per la terapia tisagenlecleucel, i centri abilitati dovranno essere dotati di una serie di infrastrutture, come per esempio un reparto di rianimazione sufficientemente attrezzato per soddisfare i requisiti richiesti per questa terapia dall’Agenzia europea per i medicinali(l’Ema).

6. Chi ha già ricevuto il trattamento?

Naturalmente, se la terapia Car-T è stata approvata da Aifa, significa che il trattamento è già stato somministrato a un numero di persone considerato sufficiente in termini di dimostrazioni di sicurezza e di efficacia del metodo. L’approvazione a livello europeo, per esempio, è arrivata già nell’agosto del 2018, e inoltre il trattamento era già disponibile in Italia grazie al canale delle cosiddette cure compassionevoli, ossia il criterio secondo cui alcuni trattamenti sperimentali (adeguatamente verificati) possono essere somministrati quando non esistono altre alternative terapeutiche disponibili.

In particolare, a oggi, solo in Italia negli ultimi anni sono già stati sottoposti alla terapia tisagenlecleucel 50 persone, tra cui 27 bambini. Di uno di questi casi, relativo al centro di onco-ematologia dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, avevamo già raccontato la storia qui su Wired all’inizio dell’anno scorso. Tutto ciò ha portato anche alla realizzazione di 3 studi clinici in altrettanti centri italiani specializzati: l’Istituto nazionale dei tumori di Milano, la Clinica pediatrica dell’università di Milano-Bicocca e la Fondazione Monza e Brianza per il bambino e la sua mamma all’ospedale San Gerardo di Monza.

7. Quanto sono efficaci la terapie Car-T?

Anzitutto, va ricordato che le nuove terapie sono state approvate solo per i casi in cui i trattamenti convenzionali per le stesse malattie sono inesistenti o sui pazienti su cui tutti gli altri trattamenti disponibili si sono dimostrati inefficaci. Secondo quanto riferito da Repubblica, la percentuale di guarigione completa dei pazienti dopo la terapia Car-T si colloca tra il 40% e il 50% (ma si arriva fino al 55%, secondo altre stime), mentre Agi ha aggiunto che una risposta positiva, almeno parziale, riguarda oltre l’80% dei casi. Insomma, valori particolarmente alti, dato che si tratta di casi fino a ora considerati disperati, in cui cioè non esisterebbero altre opzioni di cura.

L’altra faccia della medaglia di questa ottima notizia, però, è che occorre prestare particolare attenzione agli effetti collaterali. Uno dei rischi più noti è rappresentato dalla sindrome da rilascio di citochine, una reazione avversa immediata che si può manifestare subito dopo la reinfusione dei linfociti T. Proprio per questo è stata prevista una particolare attenzione alla gestione delle eventuali complicanze.

8. Chi paga?

Questo punto rappresenta una delle novità più significative, che potrebbe fare scuola anche per il futuro della sanità. Dopo una fase di negoziazione definita “responsabile” e “collaborativa” dalle parti in causa, Aifa ha stabilito che il nostro sistema sanitario si farà carico delle cure, ma con un modello di rimborso del tutto nuovo: si tratta del cosiddetto payment at results, ossia il pagamento avverrà solo dopo aver constatato l’esito del trattamento. Il sistema di rimborsabilità è stato spiegato, in una nota, dal direttore generale di Aifa Luca Li Bassi.

9. Quanti pazienti riceveranno la terapia?

Difficile dare una quantificazione precisa, ma tutte le stime disponibili lasciano intendere che si stia parlando di qualche centinaio di pazienti all’anno in tutta Italia. Secondo le fonti di Repubblica, per esempio, il range del numero di pazienti va dai 400 ai 600, e per il Fatto Quotidiano si tratta di poco più di 500 persone, tra cui qualche decina di pazienti in età pediatrica. L’approvazione da parte di Aifa, dunque, segna un netto cambio di passo rispetto a quanto era possibile fare con la sola via delle cure compassionevoli, aumentando il numero di pazienti trattabili di quasi due ordini di grandezza.

10. Quali sono i prossimi passi?

L’approvazione di Aifa non rappresenta certo la fine di un percorso, ma solo un passo importante di un cammino ancora molto lungo. Anzitutto perché le terapie di tipo Car in fase di sviluppo sono numerose, e potenzialmente in un futuro più o meno lontano potranno essere usate non solo per curare diversi tipi di tumore, ma anche per il trattamento di malattie di altro genere, dalle neurodegenerative fino a quelle cardiovascolari. Già nei prossimi mesi sarà discussa l’approvazione in Italia di altre terapie Car-T.

L’altro aspetto, al di là dell’efficacia del singolo trattamento, è la valutazione della sostenibilità delle terapie, tanto in senso economico quanto in termini di tasso di produzione, di impatto sul sistema ospedaliero e di tollerabilità clinica per i pazienti. In altri termini, un banco di prova per valutare l’impatto delle terapie Car sul nostro sistema sanitario.





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Vaccini o niente scuola, il Comune di Pesaro non fa sconti

Il 10 luglio è scaduto il termine definitivo per regolarizzarsi

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Pesaro – «A differenza dei precedenti anni scolastici, in questa fase di applicazione della legge ‘a regime’, la mancata regolarità degli adempimenti vaccinali comporta la decadenza dall’iscrizione ai nidi o alle scuole dell’infanzia da settembre». Lo ha riferito l’assessore Giuliana Ceccarelli ieri in consiglio comunale, nel rispondere all’interrogazione di Lisetta Sperindei (M5S). Un’interrogazione nata su segnalazione dei genitori free vax del comitato Salute e diritti (in tanti ieri erano in aula per assistere al dibattito), secondo il quale l’Asur e i servizi educativi del Comune avrebbero forzato la legge, dandole una «interpretazione escludente»: per il comitato e Sperindei, la legge ammetterebbe l’iscrizione a nido e scuole dell’infanzia anche dietro presentazione della formale richiesta di vaccinazione all’Asur, che invece, secondo quanto riferito dal comitato, l’Asur ritiene non valida per l’ammissione ai servizi educativi.

Come ha intenzione di comportarsi il Comune? La risposta dell’assessore: «La decadenza consiste nell’estinzione di un diritto per non aver svolto determinate attività previste dalla legge nel termine stabilito». Il termine stabilito sarebbe scaduto il 10 luglio per le scuole dell’infanzia, giorno entro il quale i genitori dei bambini non in regola avrebbero dovuto depositare la documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni, l’esonero, l’omissione, il differimento o la presentazione della formale richiesta di vaccinazione. C’è invece ancora tempo per presentae la documentazione per i nidi.

Poi l’assessore ha riferito che, il 22 luglio, il responsabile del servizio Politiche educative Valter Chiani ha interpellato il dirigente Asur del dipartimento vaccinale Marco Monaldi proprio per avere chiarimenti sulla validità della formale richiesta di vaccinazione. Questa la risposta ricevuta da Monaldi: «Il dipartimento vaccinale ha dato disposizione su Area Vasta di evadere le richieste di vaccinazione. Ha altresì disposto, onde favorire la massima possibilità di adesione al programma di recupero vaccinale, di invitare i genitori che chiedono ulteriori appuntamenti con libero accesso». In altre parole, l’Asur si sarebbe attivata per far sì che tutti i genitori realmente interessati possano adempiere all’obbligo vaccinale entro l’inizio dell’anno scolastico. Chi non adempie, come spiegato da Giuliana Ceccarelli, a settembre subirà la decadenza dell’iscrizione.

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Batterio carnivoro, muore uomo dopo un bagno. Allarme batterio mangiacarne

Batterio carnivoro uccide un uomo. Allarme batterio mangiacarne: la storia

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Batterio mangiarne o batterio carnivoro: allarme dopo la morte di un uomo. Dave Bennett, del Tennessee è deceduto a causa del Vibrio vulnificus, un batterio carnivoro che lo ha infettato mentre si trovava in vacanza nella contea di Okaloosa, in Florida.

Batterio carnivoro uccide un uomo. Allarme batterio mangiacarne: lamorte di Dave Bennett

La notizia della morte dell’uomo a causa del batterio mangiacarne è stata riportata dalla Cnn, citando notizie diffuse dalla figlia della vittima sui social network. Il batterio carnivoro fa registrare circa 80.000 casi di infezione e 100 decessi l’anno negli Stati Uniti, stando ai dati dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, l’agenzia per la Salute pubblica del governo federale.

Batteri mangiacarne uccidono un uomo in 48 ore. Il contagio e i sintomi

In genere il contagio da batterio mangicarne avviene con il consumo frutti di mare crudi o poco cotti, o esponendo una ferita all’acqua di mare. Il caso mortale di David Bennet è stato quest’ultimo. I primi sintomi dell’infezione da batterio carnivoro si sono manifestati velocemente, fino a diventare una sepsi che per l’uomo si è rivelata letale. La figlia della vittima da batterio mangiacarne ha raccontato che il padre aveva un sistema immunitario indebolito a causa delle terapie contro il cancro che stava subendo da alcuni anni. «Pensavo che i batteri mangiacarne fossero una leggenda, ma non è così. Il batterio lo ha completamente distrutto in appena 48 ore » ha raccontato la figlia dell’uomo ucciso dal batterio mangiacarne, che ha voluto condividere la tragedia perché «non c’è abbastanza educazione sui batteri nell’acqua. Devono esserci cartelli segnaletici in ogni spiaggia, in ogni città e parco statale per segnalare che a causa di questi parassiti persone con ferite aperte o sistemi immunitari compromessi non dovrebbero entrare».

Batterio mangiacarne altri casi

Non è l’unico caso di batterio mangiacarne. Qualche settimana fa, nella stessa spiaggia una ragazzina di 12 anni ha contratto la fascite necrotizzante e i medici sono riusciti a salvarle per miracolo la gamba finita in cancrena. Un’altra donna, in una zona diversa della Florida è morta a causa di un’infezione provocata dai batteri mangiacarne dopo essere caduta in spiaggia: attraverso la piccola ferita ha contratto l’infezione fatale.





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