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Scoperto il pianeta extrasolare più simile alla Terra

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keLa caccia al pianeta gemello della Terra è sempre più concitata e ricca di novità come dimostra il risultato ottenuto questa volta da scienziati italiani con un telescopio italiano. Attorno alla stella Kepler-78 (individuata dal satellite astronomico Kepler della Nasa) visibile nella costellazione del Cigno e un po’ più piccola del nostro Sole, è stata rilevata la presenza di un pianeta roccioso della consistenza e della taglia del nostro pianeta azzurro; le più simili finora individuate.

VICINO ALLA SUA STELLA – Le condizioni in cui si trova sono molto particolari. Dista circa un milione di chilometri dall’astro madre (la Terra è a 150 milioni di chilometri) e compie un giro velocissimo intorno ad esso in appena otto ore e mezza. La grande vicinanza rende il suo ambiente tremendamente incandescente e quindi è difficile immaginare che possa ospitare qualche forma di vita.

UN PO’ DI ITALIA – Il risultato pubblicato dalla rivista britannica Nature è stato raggiunto dal gruppo di scienziati guidato da Francesco Pepe dell’Osservatorio di Ginevra, grazie allo strumento Harps-N installato sul telescopio dell’Istituto nazionale di astrofisica alle Canarie. L’apparato è stato concepito proprio per inseguire pianeti extrasolari rilevandone presenza e caratteristiche. Per il momento tuttavia ancora non si riesce a fotografarli. Anche se l’identikit del nuovo pianeta («un passo avanti notevole», ha sottolineato Giovanni Fabrizio Bignami, presidente dell’Inaf) ha destato attenzione, purtroppo non essendo collocato nella «zona abitabile» (con condizioni per la presenza dell’acqua) allontana, appunto, il sogno della vita. Ma qui è importante la capacità di cogliere la consistenza del nuovo corpo celeste grazie alla raffinatezza di Harps-N che ha già dimostrato la sua efficacia anche con i telescopi dell’Eso in Cile.
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OLTRE 1.000 PIANETI – Finora i pianeti scoperti intorno ad altre stelle della Via Lattea sono 1.010 e sono stati individuati misurando gli anomali movimenti dell’astro indotti dalla presenza del pianeta oppure dalla luce che si affievolisce impercettibilmente quando questo le transita davanti. Degli oltre mille, però, soltanto 12 si trovano nella zona abitabile ad una giusta distanza per raccogliere l’energia necessaria. Ma in realtà i pianeti extrasolari sono sicuramente ben più numerosi di quelli accertati. Solo il satellite Kepler ha individuato 3500 candidati ora attentamente valutati. E proprio grazie alle sue osservazioni gli astronomi hanno stimato che nella galassia possano esserci addirittura 17 miliardi di pianeti extrasolari. La tecnologia corre, come dimostra Harps-N e dunque possiamo aspettarci altre sorprese.
Corriere della Sera

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Tito Stagno, la voce che ha raccontato l’allunaggio: “Andare sulla Luna in quelle condizioni fu una follia”

Dalla querelle con Ruggero Orlando ai complottisti di von Braun: intervista all’uomo che, il 20 luglio 1969, commentò la missione Apollo 11 in 30 ore di diretta nazionale

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Al termine della tredicesima rivoluzione, il Lunar Excursion Module, ben più noto come Lem, si separa dall’astronave madre. Come fosse al rallentatore, il ragno metallico galleggia nello spazio per iniziare la discesa verso la superficie lunare. Comincia la parte più pericolosa di tutto il viaggio dell’Apollo 11, comprensiva del point of no return, il momento decisivo, quello in cui o la va, o la spacca. A Roma sono le 19:47. Nello studio 3 di via Teulada, la trasmissione Rai è partita da qualche minuto“… e ora la parola a Stagno per il collegamento” . Solo in quell’istante la spia rossa sulla 5 indica a lui, all’uomo che il comandante dell’Apollo 8, Frank Borman, ha già ribattezzato “Mr. Moonlight”, l’inizio delle trenta ore di diretta con un altro mondo: Tito Stagno, entrato in tv nel 1954 con Furio Colombo, Gianni Vattimo e Umberto Eco, sta arrivando sulla Luna

“Ha toccato, ha toccato il suolo lunare!” urla poco dopo le 22 e 16 minuti, scatenando gli applausi in studio e più di una lacrima fra i milioni di occhi che lo guardano da casa, dai bar, ovunque sia possibile seguire le immagini televisive (la diretta registrò il 96% di share, un record). “No”, gli risponde una voce al di là dell’oceano, quella di Ruggero Orlando in collegamento da Houston: “non ha toccato”.

Tito Stagno

Ma come tutto quel che accade in quella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, anche il piccolo battibecco ha già inciso la storia. E non solo quella della televisione.

Per questo, a 50 anni esatti da allora, è doveroso riviverne le emozioni e i retroscena con lui, Tito Stagno: 89 anni compiuti lo scorso gennaio – “sono nato nel 1930, come Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins” –, fugace esperienza d’attore (nel 1943, in Marinai senza stelle di Francesco De Robertis), classe da giornalista vecchia scuola, di quelli che parlano solo se conoscono bene e quando non conoscono bene vanno sul posto a verificare, dizione capace di non tradire mai le origini cagliaritane, Stagno è e rimarrà per sempre la voce della Luna.

Insomma, l’Eagle aveva o non aveva toccato il suolo lunare ?

“Fu una banale incomprensione con l’amico Ruggero, beninteso, il miglior commentatore che abbia mai conosciuto. In realtà avevamo ragione tutti e due, ma ci fu un malinteso sui verbi: io dissi ‘ha toccato‘ e non ‘è atterrato‘, perché mi riferivo al momento in cui le antenne sotto le zampe del Lem saggiarono il suolo lunare per verificarne la pendenza, che per garantire alla Eagle di ripartire non doveva superare i 20 gradi. Poi ci fu un ritardo di 40 secondi nell’allunaggio, perché Armstrong dovette scansare un’area rocciosa per posare il Lem in una zona più sicura”.

Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto alla Eagle (foto: Nasa)

Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto alla Eagle (foto: Nasa)

l risultato fu che deste la notizia dell’avvenuto allunaggio dieci secondi dopo la comunicazione di Armstrong.

“Vero, ci perdemmo il momento esatto in cui il comandante dell’Apollo 11 disse: ‘Eagle has landed‘, l’Aquila è atterrata. A 50 anni di distanza posso dire che la mia frase, ‘ha toccato‘, fosse corretta e che Ruggero ritardò la sua? [sorride, ndr].

“Battute a parte, furono 40 secondi drammatici: Armstrong prese d’autorità i comandi della navicella [che spettavano in realtà al pilota, Aldrin] per cercare disperatamente una zona dove posarsi. Se avessero toccato la superficie una ventina di secondi dopo, non avrebbero avuto abbastanza propellente per ripartire e ricongiungersi con l’astronave di Collins. In quei momenti era possibile sentire Aldrin scandire il tempo rimasto; ci si immagini la tensione”.

Che cosa ascoltava con gli auricolari in studio?

“Il centro di Houston e le voci degli astronauti. Seguivo attimo per attimo quel che succedeva e non era complesso, perché conoscevo a memoria tutte le fasi della missione. In occasione di ogni lancio, la Nasa inviava ai giornalisti pacchi di materiale informativo, piani di volo compresi. Due anni prima, poi, ero stato negli Stati Uniti, ospite dell’agenzia spaziale presso le varie basi, da Cape Kennedy a Houston fino ad Hunstville, dove Wernher von Braun progettò il Saturn V”.

Perché scelsero lei per commentare la diretta più importante della storia?

“Perché ne avevo tutti i meriti. Meriti che derivavano dall’avere affrontato l’argomento Spazio, sia pure casualmente, per primo. Vale a dire dal 1957, quando strappai dalla telescrivente il dispaccio d’agenzia che annunciava la messa in orbita, da parte dell’Unione sovietica, dello Sputnik, il primo satellite artificiale mai andato oltre l’atmosfera. Una cosa curiosa, almeno per me, perché Sputnik significa letteralmente ‘compagno di viaggio‘ e di certo accompagnò me.

“Ebbi la fortuna, non ricordo nemmeno dove, forse nello studio di un dentista, di aver letto una rivista scientifica in cui si parlava di tecnologia satellitare e astronautica. Quindi compresi subito l’importanza della notizia e intuii che in un domani piuttosto prossimo un essere vivente sarebbe andato nello Spazio. Per questo preparai un pezzo approfondito per il telegiornale della notte. Lo scrissi al volo, a tamburo battente, e quando i sovietici lanciarono in orbita la cagnetta Laika, circa un mese dopo, tornai sull’argomento e lasciai intendere quanto l’era spaziale fosse alle porte”.

Andò così.

“Non proprio: il lancio di Jurij Gagarin arrivò solo nel 1961, quattro anni dopo. Ma anche in quell’occasione mi occupai io della notizia: seguì la missione sovietica usando le immagini che arrivavano in Intervisione, quella che io considero il patto di Varsavia della tv, nel senso che erano i paesi dell’Est a scambiarsi le informazioni. Quelle immagini ci arrivavano in una qualità pessima, ma mostravano una folla immensa festeggiare a Mosca e poi qualche scena grigia, molto sfocata, di Gagarin nell’unica orbita completata attorno alla Terra. Ne ricavai una specie di cronaca in diretta, pochi minuti più tardi, durante il telegiornale. Da lì si susseguirono il lancio della prima cosmonauta, Valentina Tereshkova, che conobbi anni dopo, e poi, nel 1965, la missione di Aleksej Leonov, il primo essere umano a uscire dalla navicella e a galleggiare nel vuoto cosmico (per 12 minuti e nove secondi). Insomma, feci il mio mestiere, che è sempre stato quello del telecronista”.

Ha nominato von Braun, un personaggio controverso, ma che portò gli Stati Uniti sulla Luna. Lei lo incontrò…

“Controverso? Von Braun aveva militato nelle Ss naziste, diciamolo francamente. Fu lui che alla base di Peenemünde, con gli altri scienziati tedeschi, creò le V1 e le V2, cioè i primi missili guidati che si sarebbero abbattuti su Londra.

“Intuita la mala parata durante la guerra, decise di consegnarsi agli americani piuttosto che ai russi. Gli Stati Uniti capirono immediatamente chi avevano fra le mani e quando, all’inizio degli anni ’60, lui passò alla Nasa, gli affidarono lo sviluppo dei razzi che culminò con il progetto del Saturn V, un gigante – fidatevi, ci sono salito – il cui primo stadio bruciava tre tonnellate di carburante al secondo.

“Tornando a von Braun sì, lo incontrai due volte, la prima in modo ufficiale, nel 1966 in Alabama, quando viaggiai tre mesi negli Stati Uniti per studiare il progetto Apollo e per visitare tutti i centri e le basi spaziali da Huston fino a New Orleans. In quell’occasione parlammo del Saturn e del sistema che von Braun aveva ideato per sbarcare l’uomo sulla Luna.

“Il nostro secondo incontro fu a Roma, nel ’71, per una visita in Vaticano cui teneva moltissimo: andai a prenderlo all’aeroporto di Fiumicino con la mia Fiat 130, la prima automobile ad avere l’aria condizionata, e poi passammo in Rai, dove commentammo in diretta alcuni filmati spaziali. Devo ammettere che oltre a essere un progettista supremo era anche un cronista eccellente, capace di introdurre con un tempismo perfetto qualsiasi raccordo del servizio. La sera, con l’ingegner Luigi Broglio e tutti i dirigenti dell’Agenzia spaziale italiana, cenammo a Trastevere – von Braun amava mangiare e bere, anzi, mangiava e beveva come non l’avesse mai fatto prima. Ricordo che andammo da Ciceruacchio, perché il nome del ristorante mi diede l’opportunità di fare all’ingegnere una piccola lezione di storia, una delle materie che amo di più. Fuori dal ristorante c’erano alcuni sciuscià, che si divertivano a far esplodere dei barattoli con il carburo. Li chiamò e disse loro che anche lui faceva qualcosa di simile per lavoro“.

Rocco Petrone e Wernher von Braun (foto: Nasa/MSFC)

Un uomo simpatico?

“Elegante e bello come un attore di Hollywood, anche a sessant’anni. Un’altra cosa ricordo molto bene di von Braun, l’uomo, come scrissi allora, che in due decenni si era convertito da genio al servizio del Male assoluto a luminoso arciere del nuovo sogno americano: fu lui a presentarmi Rocco Petrone, l’altro grande protagonista della cavalcata spaziale degli Stati Uniti. ‘La prima volta che vidi questo posto‘, mi disse Petrone quando lo incontrai a Cape Canaveral, in un inglese che manteneva una lontana reminiscenza di accento del Sud Italia, ‘c’erano solo paludi con zanzare e alligatori, e qualche carovana di zingari‘. In pochi anni era riuscito a mettere su la più grande base di lancio e il più avanzato centro di addestramento spaziale del pianeta, coordinando il lavoro di migliaia di persone e centinaia di piccole e grandi imprese d’appalto. Erano uomini così, come von Braun e Petrone, a incarnare lo spirito di Apollo”.

Lo spirito di Apollo? Lungi da un sogno romantico, era anche il frutto di un’aspra competizione ideologica, politica e militare fra Stati Uniti e Unione sovietica.

“Senza dubbio: i due giganti usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale avevano iniziato presto a guardarsi in cagnesco. La guerra fredda aveva minacciato di diventare incandescente quando i russi decisero di installare una base missilistica a Cuba, a due passi dalla Florida. Fu il momento in cui sfiorammo più da vicino un conflitto globale che avrebbe potuto essere il più catastrofico della storia. Per fortuna i contrasti vennero risolti pacificamente: John Fitzgerald Kennedy e Nikita Chruščëv trovarono un accordo capace di salvare la faccia a entrambi. Da lì in poi, però, la guerra fredda si trasformò in qualcosa di diverso: una corsa al prestigio, per dimostrare la propria superiorità sociale, tecnologica e scientifica, una corsa lunga sette anni che vide i sovietici in grande vantaggio fino a che due uomini ribaltarono la situazione a favore degli americani. Erano, appunto, von Braun e Petrone”.

Conobbe anche gli astronauti dell’Apollo 11?

“Sì, ma dopo la loro impresa, quando vennero in Italia alla fine del ‘69. Andarono in visita dal papa e poi al Quirinale, dove ci incontrammo. Ci fu un ricevimento in loro onore e chiacchierai di cosa avessi fatto, di come avessi raccontato la loro avventura.

“Con gli anni, sono diventato molto amico di Aldrin. Ho anche trascorso una vacanza con lui e sua moglie in Abruzzo e in quell’occasione mi ha regalato un filmato di nove minuti montato e commentato da lui con tutti i momenti più significativi del programma Apollo”.

Tito Stagno con Ruggero Orlando e Neil Armstrong

In Quel giorno sulla Luna, Oriana Fallaci descrive Armstrong e Aldrin come due persone poco colte – al di là della grande competenza tecnica – e molto antipatiche. Che cosa ne pensa?

“Antipatici non direi; erano uomini di ghiaccio entrambi. Io ho l’unica fotografia in cui Armstrong sorride; Collins è triste, come al solito, e Aldrin sull’attenti. Se mi si chiedesse di scegliere, direi che il più simpatico di tutti era ed è Buzz, che dopo l’impresa ha anc he avuto qualche guaio fra depressione e alcolismo. Ne è uscito molto bene e ci ha pure scritto un libro. Oggi ha 89 anni e pare voglia divorziare dalla terza moglie. Buzz, che cosa ti viene in mente alla tua età? [ride]. Insomma, la tempra del personaggio mi sembra evidente”.

Qual è il ricordo più vivido di quella notte trascorsa in diretta?

“Ricordo perfettamente quando, un minuto prima del distacco verso l’orbita lunare, mi dissero che non avrei avuto le immagini, perché il computer dell’Apollo era sovraccarico. Sia chiaro: i computer di bordo e tutti quelli alla Nasa avevano una potenza di calcolo complessiva che oggi ha un qualsiasi telefonino. A pensarci col senno di poi, andare nello Spazio e sulla Luna in quelle condizioni fu una follia. Ma cosa dovevo fare in quel momento? Ancora una volta, il cronista: raccontai per 12 minuti senza un’immagine quello che succedeva, interpretando le comunicazioni fra Houston e la Eagle.

“Al contrario di quanto si possa pensare, però, fu una trasmissione tranquilla, molto più facile di tante altre, perché tutto andò secondo i piani di volo”.

Il momento esatto in cui Neil Armstrong scese la scaletta del Lem (foto: Nasa)

Torneremo sulla Luna?

“Senza dubbio; lo faremo perché la Luna è un trampolino verso altre destinazioni, perché ci siamo già stati e, tutto sommato, è abbastanza facile raggiungerla. Questa volta, però, sarà necessario costruirci abitazioni e serre, in modo da poter avere qualcosa di fresco da mangiare. Sono peraltro convinto che ci andranno per primi i cinesi, perché stanno facendo le cose sul serio e sono già molto attivi sul nostro satellite naturale. Può darsi la raggiungano presto anche i privati; la space economy ha dato un grosso impulso a tutte le attività e agli interessi oltre la nostra atmosfera”.

E per quanto riguarda Marte?

“Non sono ottimista. È un viaggio lungo ed è difficile immaginare quale tipo di veicolo e di carburante possa portare un equipaggio (e che equipaggio?) a milioni di chilometri di distanza. Credo se ne parlerà seriamente solo tra qualche decina d’anni”.

Oggi, a mezzo secolo dal primo allunaggio e nonostante la miriade di prove, perché c’è chi lo mette in dubbio?

“Perché manca una sincera voglia di ricerca. C’è molta banalità in quello che facciamo, nel poco che leggiamo, e questo determina non si ami molto la scienza. In più si è affievolito lo spirito di frontiera, di conquista, tanto da sembrarmi dimenticato. Quella trasmissione della Rai fu un fiore all’occhiello in Europa, nemmeno in America organizzarono trenta ore di diretta. Il gradimento toccò il 96%; mi piace pensare che i complottisti siano in quel 4% a cui la trasmissione non piacque. Ricordo un’altra cosa: quando lo incontrai a Roma, von Braun a un certo punto mi disse: ‘Tito, vedrai che un giorno, magari per farsi pubblicità o per finire in televisione, qualcuno dirà che il mio lavoro, che tutto quello che abbiamo fatto, è una balla‘. Anche in questo caso, aveva

ragione lui.

Con Piero Angela negli studi di “Porta a porta” (foto: Camilla Morandi/Ipa)

 





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Quel disco che non t’aspetti attorno al buco nero

Un tenue disco di materia attorno al buco nero supermassiccio della galassia Ngc 3147 è stato scoperto da Stefano Bianchi della Università Roma Tre insieme, tra gli altri, a colleghi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e dell’Agenzia Spaziale Italiana, grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Hubble

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Rappresentazione artistica del tenue disco di materia attorno al buco nero supermassiccio al centro della galassia NGC 3147 Crediti: ESA/Hubble/M. Kornmesser

Un tenue disco di materia è stato individuato dove non avrebbe dovuto esserci, ovvero attorno al buco nero supermassiccio nel centro della poco luminosa galassia NGC 3147, distante 130 milioni di anni luce da noi. A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori guidato da Stefano Bianchi, dell’Università degli Studi Roma Tre e a cui hanno partecipato anche colleghe e colleghi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), grazie alle riprese del telescopio spaziale Hubble di NASA ed ESA. Il lavoro che descrive la scoperta è stata pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

La scoperta di un disco di materia attorno al buco nero centrale di una galassia a bassa luminosità come NGC 3147 ha sorpreso gli astronomi. I buchi neri in certi tipi di galassie come NGC 3147 sono infatti considerati “affamati”, in quanto attorno a loro non vi è sufficiente materiale catturato gravitazionalmente che possano ingurgitare e grazie al quale sono in grado di emettere enormi quantità di energia, sotto forma di getti e radiazione elettromagnetica, come la luce, ma anche più energetica, fino ai raggi X e gamma. La tenue struttura individuata nel cuore della galassia NGC 3147, che può essere considerata a tutti gli effetti una copia sbiadita dei luminosi dischi attorno ai buchi neri centrali delle galassie attive, è una novità assoluta per chi studia questi oggetti celesti estremi.

Questo è il primo, affascinante sguardo che abbiamo ottenuto di un disco così debole, tanto vicino al buco nero che le velocità della materia che lo compone e l’eccezionale forza di attrazione gravitazionale del buco nero che orbita influenzano notevolmente il modo in cui vediamo la luce emessa da questo sistema finora unico nel suo genere” dice Stefano Bianchi, che è anche ricercatore associato all’INAF.

Osservare e misurare gli effetti estremi legati all’interazione tra materia, radiazione elettromagnetica e gravità nel cuore di NGC 3147 è di estremo interesse per testare le teorie della relatività di Albert Einstein, come conferma Marco Chiaberge, In forza all’STScI e alla Johns Hopkins University, anche lui nel team che ha realizzato la scoperta: “non avevamo mai visto gli effetti della Relatività generale e speciale sulla luce visibile con un’accuratezza simile”.

I dati raccolti dallo strumento STIS (Space Telescope Imaging Spectrograph) di Hubble hanno permesso di raccogliere preziose informazioni sulla velocità con cui ruota la materia del disco attorno al buco nero, pari a oltre il 10 per cento di quella della luce. Con questi valori così estremi, il gas sembra risultare più brillante mentre si sposta verso la Terra e al contrario perde luminosità mentre si allontana da noi. Questo effetto è noto come Doppler boosting o relativistic beaming. Le osservazioni di Hubble mostrano inoltre che la materia del disco è così profondamente dominata dalla forza di gravità del buco nero, la cui massa stimata è di 250 milioni di volte quella del Sole, che anche la luce prodotta dal gas che lo compone fa fatica a sfuggirgli, e ci arriva con lunghezze d’onda grandi e ci appare più arrossata. “Grazie agli effetti di distorsione della luce proveniente dal disco di gas siamo riusciti a misurare la sua distanza dal buco nero, che corrisponde a 30 miliardi di km, pari a circa 6 volte la distanza tra il Sole e Nettuno” aggiunge Andrea Marinucci, ricercatore dell’ASI, che ha partecipato allo studio.

Il team ha deciso di studiare in dettaglio il cuore della galassia NGC 3147 proprio per verificare gli attuali modelli teorici che descrivono le proprietà delle galassie attive con bassa luminosità, ovvero quelle che ospitano nel loro centro buchi neri di grande massa ma “affamati”. Questi modelli suggeriscono che i dischi di materiale dovrebbero formarsi quando grandi quantità di gas vengono catturate dalla formidabile attrazione gravitazionale prodotta da un buco nero supermassiccio, emettendo così una enorme quantità di luce, come un potentissimo faro: quello che gli astronomi chiamano quasar.

Il tipo di disco che vediamo è un quasar ridimensionato che non ci aspettavamo potesse esistere”, sottolinea Alessandro Capetti dell’INAF a Torino, anch’egli nel team di Bianchi. “È lo stesso tipo di disco che vediamo negli oggetti che sono 1000 o anche 100.000 volte più luminosi. È quindi evidente che le previsioni degli attuali modelli per galassie attive molto deboli in questo caso falliscono”.

La scoperta è pubblicata sulla rivista “Monthly Notices of the Royal Astronomical Society” nell’articolo HST unveils a compact mildly relativistic Broad Line Region in the candidate true type 2 NGC 3147 di Stefano Bianchi, Robert Antonucci, Alessandro Capetti, Marco Chiaberge, Ari Laor, Loredana Bassani, Francisco J. Carrera, Fabio La Franca, Andrea Marinucci, Giorgio Matt, Riccardo Middei, Francesca Panessa





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Horizon Europe: 100 miliardi di euro per la scienza europea

Il nono programma quadro di finanziamento che plasmerà la ricerca europea dei prossimi anni è quasi pronto, ma spetterà al nuovo Parlamento di Strasburgo approvarlo e metterlo in pratica

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La sede del parlamento europeo a Strasburgo (agefotostock / AGF)

I politici non brillano per velocità, ma quest’anno il Parlamento dell’Unione Europea e i leader degli stati membri hanno lavorato a tempo di record per elaborare un accordo che potrebbe assegnare ai ricercatori europei sovvenzioni per più di 100 miliardi di euro su un periodo di sette anni.

Un giorno prima che il Parlamento fosse sciolto, il 17 aprile, sono state approvate le linee generali del prossimo programma quadro europeo per la ricerca, Horizon Europe, che durerà dal 2021 al 2027. I programmi di ricerca pluriennali dell’UE, molto ambiti, sostengono la ricerca universitaria e industriale nei 28 stati membri e in altri paesi che pagano per partecipare, determinano gli obiettivi della ricerca scientifica e danno origine a iniziative importanti: la versione attuale del fondo, Horizon 2020, comprende progetti da un miliardo di euro dedicati al cervello e alle tecnologie quantistiche.

Il successo della trattativa, durata appena quattro mesi, ha dato un po’ di conforto a ricercatori e direttori scientifici preoccupati per i risultati delle elezioni del Parlamento europeo. Le precedenti elezioni si erano tenute nel 2014, prima che il Regno Unito si pronunciasse per l’uscita dall’UE e prima del netto aumento del sostegno ai partiti populisti in Polonia, in Italia e in altri paesi europei.

L’UE dedica alla ricerca più dell’otto per cento del suo bilancio settennale 2014-2020 di mille miliardi di euro, e alcuni funzionari ipotizzano che in futuro i mutamenti politici potrebbero modificare la disponibilità a spendere così tanto per la ricerca scientifica. “L’Europa non è più quella che era nelle scorse elezioni. Grazie a Dio siamo riusciti almeno a ottenere l’accordo parziale così presto”, ha commentato una fonte interna.

Molti fondi potrebbero ancora essere sottratti a Horizon Europe. Il nuovo Parlamento potrebbe ridurne il budget provvisorio, che nella proposta attuale è di circa 107 miliardi di euro e include un fondo per la ricerca nel settore della difesa per un valore di 13 miliardi di euro. Potrebbe anche ridistribuire i fondi all’interno del programma, oppure soffocare le speranze della Commissione europea, l’organo esecutivo dell’UE, di aprire ancora di più il programma Horizon Europe a partner extraeuropei come il Canada o la Corea del Sud, e anche al Regno Unito dopo la Brexit.

L’UE sovvenziona anche altre attività collegate alla ricerca (tra cui la proposta di un programma spaziale da 16 miliardi di euro che sarà supervisionato da una nuova agenzia europea con sede a Praga), che potrebbero anch’esse essere riviste nelle trattative sul budget. Inoltre, quest’anno il Parlamento, assieme ai capi di stato dei paesi membri, nominerà nuovi direttori per i vari servizi della Commissione, inclusa la Direzione generale della ricerca.

Anche se i politici non toccheranno il futuro budget per la ricerca e non modificheranno l’attenzione europea alla scienza, le tensioni geopolitiche potrebbero comunque rinfocolare ancora di più gli estenuanti dibattiti su come l’Unione europea potrebbe sostenere solo il meglio della ricerca e allo stesso tempo affrontare il problema delle disuguaglianze. Gli stati entrati a far parte dell’UE dopo il 2004 ricevono dal programma per la ricerca meno fondi (pro capite) di membri più ricchi come la Germania e la Francia, anche se l’UE aiuta i nuovi arrivati più poveri con altri fondi per le infrastrutture scientifiche.

Quel che è certo è che le discussioni sulle dimensioni e le finalità del prossimo programma quadro per la ricerca plasmeranno il futuro della scienza europea. “Horizon 2020 ha un’ottima fama a livello internazionale. Non esiste niente di paragonabile, e un singolo stato farebbe molta fatica a replicarlo”, afferma Paul Nurse, il genetista vincitore del premio Nobel che dirige il Francis Crick Institute di Londra. “Se il Regno Unito vuole continuare ad avere rilevanza scientifica dopo la Brexit, deve partecipare a Horizon Europe”.

Il motore della collaborazione europea
Perché Horizon Europe è così importante? Sarà la nona edizione della serie di grandi programmi europei di ricerca iniziati nel 1984. Un aspetto unico di questi sistemi di sovvenzioni è che per raggiungere obiettivi politici come quelli di stimolare l’economia e migliorare la salute e il benessere dei cittadini puntano su ampie collaborazioni transfrontaliere.

“Nessun altro sistema di ricerca al mondo funziona così”, commenta Nadia Rosenthal, esperta di genetica dei topi e direttrice scientifica al Jackson Laboratory a Bar Harbor, nel Maine, che ha partecipato ai consorzi di ricerca dell’UE quando lavorava al Laboratorio europeo di biologia molecolare (European Molecular Biology Laboratory) a Roma. Poiché l’Unione Europea decide il bilancio a tranche pluriennali, il programma quadro è abbastanza stabile anche dal punto di vista finanziario.

In media, i programmi di ricerca e gli altri fondi di ricerca europei rappresentano circa il 10-15 per cento della spesa totale annua per la ricerca e lo sviluppo (R&D) dei 28 governi degli stati membri. (L’influenza dei programmi nello stimolare la ricerca è stata maggiore di quanto possano far pensare queste cifre, perché in molti casi l’UE chiede ai partecipanti un investimento pari ai fondi ricevuti.)

I primi programmi destinavano quasi tutte le sovvenzioni alle collaborazioni industriali e transfrontaliere, ma a ogni edizione sono diventati più ampi e con iniziative più variegate. Con il quarto programma quadro, nel 1994, si è aggiunto il programma transnazionale di borse Marie Curie di formazione per la ricerca, oggi chiamate Azioni Marie Sklodowska-Curie; con il settimo programma quadro, nel 2007, è nato il prestigioso European Research Council (ERC), che assegna borse di valore considerevole a singoli scienziati eminenti-

L’ottavo programma quadro – quello ora in corso, cioè Horizon 2020 – ha infine  aggiunto l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (European Institute of Innovation and Technology, EIT), una serie di collaborazioni europee su larga scala per affrontare specifiche sfide a livello globale. Un elemento nuovo di Horizon Europe sarà il Consiglio europeo per l’innovazione (European Innovation Council, EIC), un programma di sovvenzioni progettato per dare sostegno agli imprenditori che lanciano imprese start-up e ai ricercatori che sviluppano idee commerciali innovative.

Impegnarsi tutti insieme
Il cardine fondamentale dei programmi di ricerca dell’UE sono le collaborazioni multinazionali tra università e industria, che costituiscono quasi metà del budget proposto per Horizon Europe e coprono aree come la salute, il clima, l’economia digitale, la sicurezza e l’alimentazione. Ai politici piacciono tantissimo, ma gli scienziati hanno spesso un atteggiamento più ambivalente: come fonte di sovvenzioni le collaborazioni di questo tipo sono le benvenute, ma a volte richiedono di fare i conti con regole burocratiche contorte.

Il processo di candidatura è complicato, secondo il ricercatore in biomedicina Seppo Ylä-Herttuala dell’Università della Finlandia orientale a Kuopio, che dal 1995 ha partecipato a una buona decina di collaborazioni del genere per sviluppare una terapia genica per le malattie cardiovascolari e che oggi commenta: “Ci vuole coraggio ed esperienza”. Ylä-Herttuala – che oggi nel quadro di Horizon 2020, partecipa a un consorzio che sta conducendo una sperimentazione clinica – osserva che, poiché la Finlandia è uno stato piccolo e ai margini geografici dell’Unione Europea, senza il consorzio europeo, ben più vasto e popoloso, non gli sarebbe stato possibile raccogliere il numero di pazienti necessario per la sperimentazione.

Le richieste per i programmi di collaborazione superano di gran lunga la disponibilità. La Commissione riferisce che nella prima metà di Horizon Europe la percentuale di candidature accolte è stata appena del 12,6 per cento e che secondo i responsabili della selezione circa un terzo delle candidature rifiutate avrebbe meritato i finanziamenti. (La percentuale di domande che vanno a buon fine è ora scesa al 12 per cento.) Anche l’ERC è inondato di richieste, con percentuali di accoglimento altrettanto basse. L’aumento delle risorse economiche previste per Horizon Europe è un tentativo di affrontare questo problema.

Horizon 2020 è ancora in corso, ma finora l’UE lo considera un successo; una valutazione intermedia resa nota nel 2017 rilevava che il programma ha avuto un impatto notevole.

Secondo le proiezioni elaborate con modelli macroeconomici, entro il 2030 il programma avrà generato più di 400 miliardi di euro in benefici economici e, sempre secondo la valutazione intermedia, più di quattro progetti su cinque tra quelli finanziati grazie a Horizon 2020 non sarebbero stati portati avanti senza i soldi dell’UE. Però il testo affermava anche che non si spende abbastanza per lo sviluppo sostenibile e la ricerca sul clima, e che il programma non ha raggiunto le aziende giovani in rapida crescita e gli innovatori che lavorano su tecnologie di punta. Il nuovo Consiglio europeo per l’innovazione vuole sopperire a questa mancanza.

Dai progetti flaghsip alle nuove “missioni”
Il nuovo programma porterà anche altri cambiamenti. All’interno di Horizon 2020 la Commissione aveva lanciato tre programmi principali, detti progetti flagship, con cui prometteva un miliardo di euro nel corso di dieci anni a singoli consorzi perché si concentrassero rispettivamente sul cervello, sul grafene e sulle tecnologie quantistiche.

L’idea dei progetti flagship è stata abbandonata, anche se i tre consorzi già attivi continueranno a essere sostenuti, mentre le idee che si stavano sviluppando per gli altri troveranno posto in altri settori di Horizon Europe, osserva Robert-Jan Smits, che ha contribuito a preparare la prima proposta di Horizon Europe in veste di direttore generale per la ricerca della Commissione, una carica che ha lasciato a marzo per diventare presidente del Politecnico di Eindhoven, nei Paesi Bassi.

La grande novità del programma sono le “missioni”, collaborazioni ben finanziate che dovrebbero avere un impatto misurabile in aree rilevanti per una parte significativa della popolazione europea. Invece di puntare su singoli consorzi, come facevano i programmi flagship, le missioni dovrebbero indire gare d’appalto e scegliere una costellazione di offerte vincenti. Per un periodo di prova di tre anni, fino al dieci per cento delle risorse economiche destinate a Horizon Europe sarà dedicato a un numero limitato di missioni. Le cinque aree proposte e inserite nell’accordo di aprile sono: cambiamento climatico, cancro, oceani e acque, città smart, e alimentazione e suolo.

Un sistema ingiusto?
Per gli scienziati di paesi che spendono poco per la ricerca, i programmi centralizzati dell’UE rappresentano una speranza. “Per noi i fondi europei per la ricerca sono a dir poco essenziali”, afferma Igor Papic, ingegnere elettrico dell’Università di Lubiana, in Slovenia, che partecipa a un progetto Horizon Europe il cui obiettivo è l’integrazione delle fonti di energia rinnovabile nella rete elettrica europea. “Se dovessimo affidarci solo alle fonti di finanziamento locali, di fatto non potremmo partecipare a questo tipo di ricerche.”

La maggior parte delle nazioni con budget limitati per la ricerca scientifica sono i paesi ex-comunisti dell’Europa centrale e orientale, che assieme a due piccoli stati come Cipro e Malta sono entrati a far parte dell’UE dopo il 2004. Finora questo gruppo, detto UE-13, ha ottenuto appena il cinque per cento dei fondi di Horizon 2020, anche se contribuisce per il nove per cento al bilancio totale. Tre nazioni dell’UE-13, cioè Cipro, Estonia e Slovenia, hanno ricevuto dal programma più di quanto abbiano versato, ma altri paesi hanno avuto meno successo: per ogni euro che Polonia e Romania hanno versato finora a Horizon 2020, hanno ricevuto solo 33 centesimi.

L’UE ha cercato di favorire l’aumento della partecipazione di scienziati e istituzioni nei paesi più deboli. Ha associato gli istituti di ricerca più importanti con altri nei paesi più poveri, ha dato contributi da usare per offrire a ricercatori di punta posti da direttore della ricerca presso le istituzioni dei nuovi stati membri e ha offerto corsi di formazione, supervisioni e consulenze destinati a migliorare la qualità delle richieste di sovvenzione nella fase di preparazione delle domande. “Il fatto è che di fronte ai paesi più forti ci manca proprio la capacità competere con successo per i fondi e per i migliori talenti”, sostiene David Smith, direttore dell’ente multidisciplinare Institut Ruder Boškovich a Zagabria, che è il più grande ente pubblico di ricerca della Croazia.

Horizon 2020 destina circa un miliardo di euro a questi tentativi di aiutare gli scienziati provenienti dalle regioni europee meno impegnate nella ricerca a essere più concorrenziali nella gara per i finanziamenti, ma Horizon Europe propone di triplicare la somma.

Altri aiuti agli stati dell’UE-13 arrivano sotto forma di fondi strutturali, sussidi per il miglioramento delle infrastrutture destinati alle regioni più povere dell’Unione, condizionati al fatto che gli stati riceventi investano fondi propri pari almeno a una parte di quelli ricevuti. Gli stati che hanno ottenuto questi finanziamenti li hanno finora per lo più destinati a progetti come la costruzione di strade, ma negli ultimi decenni la Commissione ne ha incoraggiato l’uso per sostenere la ricerca e l’innovazione.

Quest’anno, per esempio, la Croazia ha destinato 72 milioni di euro a una grande espansione dell’Institut Ruder Boškovich, in quello che è il maggiore investimento in ricerca mai finanziato nel paese da fondi strutturali. E all’interno di Horizon 2020 la Commissione ha permesso per la prima volta di pagare progetti di ricerca con i soldi dei fondi strutturali, grazie al programma Seal of Excellence, il quale sostiene le proposte che hanno ottenuto un punteggio alto ma non sono riuscite a ottenere sovvenzioni.

Tra il 2014 e il 2020 l’UE ha messo a disposizione 461 miliardi di euro in fondi strutturali e ha imposto agli stati membri l’obiettivo di investirne il 30 per cento in ricerca, ma in realtà i paesi hanno deciso di usarne a quello scopo meno del dieci per cento (44 miliardi di euro). Il fanalino di coda è stata la Romania, che ha indirizzato alla scienza solo il 4,5 per cento dei suoi fondi strutturali. L’ammontare totale dei fondi strutturali per Horizon Europe non è ancora stato negoziato, perché dipenderà dal bilancio generale dell’UE, sul quale gli stati membri e il nuovo Parlamento dovranno pronunciarsi entro la fine dell’anno.

La responsabilità di non sfruttare al meglio le possibilità offerte dall’UE va ascritta in realtà ai governi nazionali dell’UE-13, sostiene Christian Ehler, un politico tedesco che si è dato da fare per far arrivare il pacchetto Horizon Europe al Parlamento europeo, che commenta: “Devono sviluppare una maggiore voglia di scienza. I paesi che oggi hanno solo poche unità di ricerca concorrenziali faranno fatica ad avere successo se non rafforzano in modo netto la loro capacità complessiva di ricerca”.

Per quanto generosi, i fondi strutturali non possono bastare a contrastare del tutto le ingiustizie, afferma Janusz Bujnicki, direttore del reparto di bioinformatica all’International Institute of Molecular and Cell Biology a Varsavia e membro di un importante gruppo di consulenti scientifici della Commissione. “I nostri governi e gli enti scientifici devono anche assicurarsi che i fondi strutturali siano usati in modo sostenibile”, aggiunge. “Limitarsi a erogare fondi di avvio per le infrastrutture scientifiche e a pregare che Dio mandi più soldi per la ricerca in sé non è una buona idea.”

Aprirsi al mondo
Alcuni paesi extraeuropei sono già “membri associati” di Horizon 2020 e questo, in pratica, li mette nelle stesse condizioni degli stati membri quando si tratta di chiedere finanziamenti. Alcuni di questi paesi sono geograficamente vicini, come la Norvegia e la Svizzera, altri sono più lontani, come Israele, ma ci sono anche paesi che hanno chiesto di aderire all’UE, come la Turchia. Per partecipare, ciascuno di questi paesi versa un contributo in base alle dimensioni della sua economia.

La Commissione vorrebbe però aprire di più Horizon Europe e permettere l’associazione di paesi con una solida tradizione scientifica, come il Canada, l’Australia e forse la Corea del Sud. “Le grandi sfide sociali dell’Europa, come il cambiamento climatico, le malattie infettive e la sicurezza alimentare, sono sempre di più sfide globali; dobbiamo collaborare a livello globale”, spiega Smits.

Alcune nazioni esterne ottengono già qualche somma piuttosto modesta dall’UE, perché possono essere coinvolte in collaborazioni multinazionali su iniziativa di singoli ricercatori, ma non possono fare domanda per ottenere fondi dall’ERC e non possono figurare come coordinatori principali dei programmi multinazionali.
La proposta di aprire il programma scientifico dell’UE al mondo potrebbe trovare qualche resistenza, soprattutto in un nuovo Parlamento di tenore populista, sostiene Christian Naczinsky, funzionario del ministero austriaco della ricerca scientifica. Due membri associati, Israele e la Svizzera si sono già aggiudicati, insieme, quasi il 12 per cento dei fondi erogati dall’ERC, con grande rammarico degli stati membri che hanno ottenuto di meno. Lo stato membro che ha tratto maggior beneficio dall’ERC è il Regno Unito, che si è aggiudicato il 20 per cento dei fondi: se lascia l’UE ma continua a partecipare ai programmi di ricerca non farà che aumentare la percentuale di ambite sovvenzioni che andranno a stati non membri.

La Commissione ha proposto un’idea diversa: che i partner esterni all’UE paghino un importo pari alle sovvenzioni che ricevono. Questo sistema con pagamento a consumo vedrebbe i partecipanti di maggior successo contribuire ai fondi dell’ERC invece di attingervi. In teoria, paesi come il Regno Unito potrebbero sovvenzionare la propria ricerca senza l’aiuto dell’ERC, ma nella pratica potrebbero avere difficoltà a replicare gli standard elevati che l’agenzia ha raggiunto grazie alla competizione a livello europeo.

Leadership scientifica
L’Unione Europea non si limita a distribuire fondi per la ricerca, ma approva anche leggi che riguardano l’ambito scientifico, che spesso hanno effetti anche sul resto del mondo. Un ottimo esempio è la legislazione REACH del 2007, che obbliga le aziende a registrare le informazioni di sicurezza per le sostanze chimiche che vogliono commercializzare nell’UE: questo provvedimento ha indotto le aziende di tutto il mondo a conformarsi agli standard europei.

Anche le recenti leggi sulla protezione dei dati hanno avuto un impatto più ampio, perché riguardano tutte le aziende private che vogliono operare in Europa. La spinta dell’UE a favore della open science, che chiede la liberalizzazione dell’accesso agli articoli scientifici e ai loro dati, ha peso limitato a livello economico ma stabilisce un precedente che altre nazioni potrebbero seguire. L’Unione Europea è in prima linea anche nella battaglia contro l’inquinamento da materie plastiche: una delle ultime azioni del Parlamento uscente è stata l’approvazione di una norma che a partire dal 2021 vieta gli oggetti di plastica usa e getta come posate e cannucce.

Nel prossimo decennio le azioni contro i cambiamenti climatici acquisteranno un rilievo sempre maggiore nel programma legislativo europeo e probabilmente costituiranno anche una parte importante del prossimo programma di ricerca. L’Unione Europea punta a ridurre le emissioni di gas serra almeno del 40 per cento (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2030. Lo scorso anno la Commissione ha proposto di destinare 320 miliardi di euro, cioè un quarto della spesa prevista per il periodo 2021-2027, al raggiungimento di questo obiettivo; si tratta di una cifra superiore ai 206 miliardi di euro (un quinto) del budget attuale. Si ipotizza che più di un terzo dei fondi previsti per Horizon Europe avrà questa destinazione.

La struttura e la dotazione economica di Horizon Europe non saranno decise prima della fine del prossimo anno, dopo che il Parlamento e i governi degli stati membri avranno concordato il bilancio generale dell’UE. A quel punto la nuova Commissione sarà ben avviata: il mandato degli attuali 28 Commissari, uno per ciascun paese dell’UE, termina il 31 ottobre di quest’anno.

A quel punto potrebbero anche essere chiari i modi e i tempi di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, che poi avrà solo 27 membri. Il budget al momento proposto per Horizon Europe è basato sull’ipotesi che la Brexit abbia luogo, ma aumenterebbe se la Gran Bretagna non uscisse dall’UE.

Forse gli scienziati di nessun altro stato membro apprezzano l’importanza dei fondi europei per la scienza quanto quelli del Regno Unito, che hanno già avuto tre anni per riflettere sulle conseguenze di una loro eventuale perdita. “Il livello di collaborazione sulle grandi sovvenzioni europee finanziate dai programmi quadro dell’UE non ha paragone con alcun altro meccanismo di cui io abbia mai fatto parte”, afferma Bernard Siow, che sviluppa sistemi di imaging per tessuti biomedici al Francis Crick Institute. “Non avere l’opportunità di partecipare ai quei progetti sarebbe una grande perdita per me e per i ricercatori miei colleghi.”


L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 22 maggio 2019.

 





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