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Scuola, alle superiori sempre più studenti disertano l’ora di religione

Secondo il Miur, in Italia, i ragazzi che scelgono di non avvalersi dell’insegnamento sono 560 mila, il 21%. Un aumento di sei punti negli ultimi dieci anni. La disaffezione maggiore si registra al Nord

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Mentre si discute di presepi e crocifissi a scuola, alle superiori è fuga dall’ora di religione, con il 21% degli studenti che in Italia sceglie di non avvalersi di questo insegnamento. Sa polemica sui simboli religiosi all’interno delle aule scolastiche italiane è ciclica e si ripresenta ogni anno con l’approssimarsi delle festività natalizie, quest’anno, tuttavia, è lo stesso ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, a “sponsorizzare” la presenza del presepe a scuola. Ma i dati raccontano una storia tutta diversa: il lento ma costante defilarsi da parte degli studenti delle superiori dall’ora di religione, soprattutto al Nord. Come dire: finché a decidere sono i genitori, l’ora conta un numero di adesioni abbastanza alta, ma comunque in calo (al di sotto del 10%). Non appena a decidere sono gli stessi studenti, si determina una ritirata dalle classi senza precedenti.

I dati forniti dall’Ufficio statistica del Miur per le scuole superiori parlano di oltre 560 mila ragazzi (il 21%) che ogni settimana preferiscono fare altro durante l’ora di religione: uscire dalla scuola in anticipo o entrare dopo, se nell’orario l’ora è piazzata in chiusura o in apertura; oppure dedicarsi al recupero di qualche lacuna o seguire le attività alternative organizzate dall’istituto. Un atteggiamento che è influenzato soltanto in parte dalla presenza di studenti (soprattutto stranieri) di altre confessioni, perché alle superiori la presenza di ragazzi di altre nazionalità non raggiunge le 192 mila unità: il 7,1%. La restante parte è costituita da ragazze e ragazzi italiani. Un trend in costante aumento che descrive un atteggiamento preciso da parte dei giovani di età compresa fra i 14 e i 18 anni.

In dieci anni, dal 2006/2007 al 2016/2017, la quota di “non avvalentisi”, come vengono indicati in burocratese gli studenti che non si avvalgono dell’unico insegnamento facoltativo previsto dalla scuola italiana, è salita di quasi 6 punti. È al Nord che la disaffezione coinvolge quasi uno studente su tre: il 30,4%. E in alcune Regioni, come la Valle d’Aosta (41,6%) e la Toscana (37,4%), la fuga dimezza le classi. Al Sud, con l’8,5% di studenti che escono dalle aule, ancora l’appeal della “disciplina” resiste. Anche al liceo i danni sono limitati: a livello nazionale, si sposta in altri locali scolastici diversi dalla propria aula soltanto uno studente su sei. Ma nei tecnici e nei professionali la percentuale schizza in alto: il 24,1% nel primo caso e il 26,2% nel secondo caso. Con numeri che superano il 40% in diverse Regioni del Nord.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Dall’Europa nuovo richiamo sul recupero dell’Ici della Chiesa. Il governo ha il dovere di accoglierlo

«Questo governo fa un gran parlare della volontà dei cittadini, e allora perché non tenere in considerazione che, secondo il sondaggio che abbiamo commissionato alla Doxa giusto un paio di mesi fa, il 54% degli italiani è favorevole alla tassazione degli immobili ecclesiastici tutti? E che un altro 30% a quella degli immobili per cui incassa profitti, come quelli del caso in ispecie?».

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«Un governo che ha urgente bisogno di soldi rinuncia a 4-5 miliardi “facili”, nonostante sette italiani su otto siano favorevoli alla tassazione (come dimostra il nostro sondaggio Doxa). E poi si vantano di essere gli amici del popolo attenti alla sovranità nazionale…».

Roberto Grendene, segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), commenta così la notizia data ieri dal quotidiano La Repubblica in base alla quale l’Unione europea sarebbe tornata a sollecitare il Ministero del Tesoro italiano affinché riscuota le somme Ici non versate dalla Chiesa cattolica tra il 2006 e il 2011.

La vicenda inizia più di dieci anni fa, con la denuncia dell’ex deputato Maurizio Turco e del fiscalista Carlo Pontesilli, esponenti del Partito Radicale, per le esenzioni fiscali concesse agli enti ecclesiastici impegnati in attività commerciali. Nel 2012 la Commissione europea dà ragione ai ricorrenti ma accoglie la tesi della controparte in base alla quale sarebbe impossibile quantificare la somma dovuta. Poi, lo scorso novembre, la Corte di giustizia europea ribalta tutto, stabilendo che l’Italia ha l’obbligo di recuperare le somme dovute, non essendo più considerata valida la scusa delle “difficoltà organizzative” che ne avrebbero determinato l’assoluta impossibilità di determinare retroattivamente il tipo e la percentuale di attività (economica o non economica), e quindi la riscossione. Ma, ancora una volta, da Roma fanno spallucce, costringendo la Commissione europea a un nuovo richiamo, quello di questi giorni.

«L’atteggiamento del ministro Tria è inaccettabile», commenta Grendene: «Non solo non sta rispettando una sentenza della Corte di giustizia europea, rischiando che il nostro paese vada incontro a una procedura d’infrazione, ma sta rinunciando a 4-5 miliardi di euro (questa la stima dell’Anci): di cosa ha paura? Teme forse di non compiacere la Chiesa? La stessa Chiesa di Bergoglio che viene spesso dipinta come del cambiamento?».

«Questo governo fa un gran parlare della volontà dei cittadini, e allora perché non tenere in considerazione che, secondo il sondaggio che abbiamo commissionato alla Doxa giusto un paio di mesi fa, il 54% degli italiani è favorevole alla tassazione degli immobili ecclesiastici tutti? E che un altro 30% a quella degli immobili per cui incassa profitti, come quelli del caso in ispecie?».

«Per essere un governo del cambiamento ci sembra un po’ troppo simile ai suoi predecessori…», prosegue Grendene: «Per cambiare davvero direzione potrebbe cominciare ad accogliere la mozione depositata in questi giorni al Senato da Riccardo Nencini che, muovendo da un appello lanciato nei mesi scorsi dall’Uaar insieme ad altre realtà, tra le altre cose chiede proprio una revisione delle norme relative all’Imu sui beni immobili della Chiesa cattolica e l’avvio di un’azione finalizzata a recuperare l’Ici non pagata in passato. Non ci sembra tanto difficile. E avrebbe dalla sua proprio quel popolo italiano di cui tanto si riempie la bocca».

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Svolta storica in Botswana: non è più reato essere omosessuali

Il ricorso di un ragazzo di 21 anni contro una legge anti-gay è stato accolto: si tratta di una svolta storica per il paese africano

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La Corte Suprema del Botswana ha emesso una sentenza storica: da oggi, infatti, non è più illegale essere omosessuale nel paese africano dove fino a ieri si rischiavano dai due ai sette anni di carcere per qualsiasi “conoscenza carnale con un’altra persone contro l’ordine della natura in luogo pubblico e privato”.

I giudici si sono espressi in favore del ricorso di Letsweletse Motshidiemag, uno studente di 21 anni che sosteneva che la legge violeva le sue libertà fondamentali.
La sentenza dice esplicitamente che “l’orientamento sessuale non è dettato dalla moda ma è qualcosa di innato e la società non dovrebbe occuparsi degli atti privati tra due adulti consenzienti, perché punire queste persone in base alla loro identità sessuale è irrispettoso e discriminatorio”. “Una società democratica è una società che si basa sulla tolleranza, sulla diversità e sull’apertura mentale”, ha dichiarato il giudice Micheal Leburu “Ogni criminalizzazione dell’amore affievolisce la tolleranza e la compassione”.

L’annullamento della legge contro l’omosessualità è l’ultimo passo di un percorso di civiltà che il Botswana, grazie al costante impegno degli attivisti Lgbt, sta portando avanti dal 2010, anno in cui fu approvata una legge che impediva di licenziare una persona in base al suo orientamento sessuale. Un altro passo importante è avvenuto nel 2017, quando la Corte ha gettato le basi per far sì che le persone trans possano cambiare il proprio sesso sulla carta di identità. Addirittura Mokgweetsi Masisi, presidente del paese, si è dichiarato favorevole alle unioni omosessuali.
Purtroppo, nello scenario africano il Botswana è un caso raro: l’omosessualità è ancora punibile per legge in Nigeria, Uganda, Ghana e Kenya. Una felice eccezione è l’Angola, dove esistono delle leggi che proibiscono la discriminazione in base all’orientamento sessuale.





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Globalist

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Il vero rischio è abortire lo Stato di diritto

Qualunque conquista in tema di diritti rischia di essere rimessa in discussione nel momento in cui le vele vengono gonfiate dai venti reazionari che arrivano da prua, soffiati da movimenti identitaristi e clericofascisti.

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I continui attacchi ai diritti riproduttivi delle donne ci dicono, o meglio ci confermano, che nessun traguardo su questi temi è mai veramente raggiunto una volta per tutte. E ci dicono anche un’altra cosa, forse altrettanto scontata ma troppo spesso non tenuta nella dovuta considerazione: che qualunque conquista in tema di diritti rischia di essere rimessa in discussione nel momento in cui le vele vengono gonfiate dai venti reazionari che arrivano da prua, soffiati da movimenti identitaristi e clericofascisti. Come attualmente in Italia, secondo i dati appena arrivati dai risultati elettorali.

Mette al bando l’aborto anche in caso di stupro e incesto e prevede pene fino a 99 anni

Lo sanno bene gli americani che oggi, in piena era trumpista, vedono diversi Stati scommettere su una nuova sentenza che ribalti la storica Roe vs Wade e rimetta in discussione il principio secondo cui l’aborto è un diritto di tutte le americane. Ci scommettono perché vedono che la composizione della Corte Suprema è adesso favorevole, dopo la nomina del giudice Kavanaugh proprio da parte di Trump. Ci ha scommesso l’Alabama introducendo una legge, peraltro subito impugnata dall’associazione Planned Parenthood — ma è proprio quello che si aspettava il senato dell’Alabama — che mette al bando l’aborto anche in caso di stupro e incesto e prevede pene fino a 99 anni di reclusione. Subito dopo ci ha scommesso anche la Louisiana, che ha però optato per un emendamento costituzionale invece che una legge ordinaria, e che si è limitata a un divieto successivo al rilevamento di attività cardiaca nel feto.

Come loro decine di altri Stati americani, per lo più facenti parte della cosiddetta Bible Belt, avevano varato o hanno intenzione di varare provvedimenti restrittivi del ricorso all’aborto. Il che non è il solo problema, visto anche che comunque di leggi incostituzionali trattasi per il momento, ma è accompagnato da altri fenomeni non meno preoccupanti. A cominciare dall’impennata delle intimidazioni nei confronti dei medici che praticano aborti, dei picchettaggi in prossimità delle cliniche e in generale dell’aggressività dei gruppi antiabortisti, fino alle incursioni degli stessi gruppi nelle pubblicità offerte da Google allo scopo di sfruttarle indebitamente con messaggi fuorvianti. C’è perfino chi ipotizza una seconda guerra civileamericana, che verrebbe causata proprio dalla forte contrapposizione sul tema tra intere regioni pro e contro l’aborto.

E in Europa? Dal punto di vista politico, le elezioni ci hanno appena consegnato un parlamento che tutto sommato è meno peggio di come sarebbe potuto essere. Intendiamoci, anche a livello continentale c’è stato un avanzamento dei gruppi sovranisti, ma non sufficiente per poter ambire alla Commissione europea. Sembra piuttosto profilarsi una nuova maggioranza di centro sinistra, seppur con una diversa e più ampia composizione, che non dovrebbe rappresentare un pericolo. I trascorsi non sono del tutto confortanti: sei anni fa veniva bocciata di misura, pare addirittura a causa di un errore di traduzione, la proposta dell’europarlamentare socialista portoghese Estrela che avrebbe impegnato gli Stati membri a fare di più sui diritti riproduttivi e sessuali; due anni dopo, nel 2015, veniva invece approvata la proposta del socialista italo-belga Tarabella, che afferma sì la necessità di agevolare l’accesso all’aborto ma alla fine, grazie a un emendamento popolare, lascia libertà ai singoli Stati sulle rispettive legislazioni. Insomma, dovreste farlo ma la decisione spetta a voi. In compenso l’Italia ha incassato una sonora bocciatura sul tema dal Comitato per i diritti sociali del Consiglio d’Europa, per giunta perché recidiva.

In generale l’Europa non è al momento messa malissimo, ma neanche benissimo. Quelli liberticidi sono in prevalenza i micro Stati, compresa naturalmente la Città del Vaticano ma non solo: Malta non consente l’interruzione volontaria della gravidanza mentre San Marino, Liechtenstein, Andorra e Irlanda del Nord pongono restrizioni severe. Appena un po’ più larghe le maglie in Finlandia, Polonia, Regno Unito, Islanda e Monaco. Nel resto del continente non esistono serie limitazioni, compresa l’Irlanda che lo ha legalizzato sette mesi fa e che sta vivendo una stagione di diritti di tutto rispetto (giusto nei giorni scorsi ha anche abbreviato con un referendum plebiscitario i tempi necessari per il divorzio). Laddove è legalizzato da tempo, inoltre, il ricorso all’aborto presenta in genere un trend discendente; emblematico il caso della Romania, che dopo l’era Ceausescu in cui a causa del divieto di aborto venivano sovraffollati gli orfanotrofi, con tutte le conseguenze del caso, ha avuto in primo luogo un boom nella percentuale delle Ivg seguito da un altrettanto forte ridimensionamento.

Movimenti no-choice sono sempre più ag­guer­riti e so­prat­tutto rice­vono finan­zia­menti

Se però dal piano della legislazione ci spostiamo a quello squisitamente sociale le cose cambiano. Anche l’Europa, e in particolare l’Italia, vivono al momento una sorta di revanscismo applicato al terreno dei diritti, analogamente a quello che abbiamo visto accadere negli Usa. I movimenti no-choice sono sempre più ag­guer­riti e so­prat­tutto rice­vono finan­zia­menti da parte di organizzazioni reazionarie statunitensi e russe. L’Italia non fa eccezione, anzi. Le campagne di CitizenGo sono sempre più presenti e nelle città vengono organizzate manifestazioni per chiedere l’abolizione della legge 194 alle quali si accodano anche gruppi neofascisti, e i cui partecipanti sono in genere di orientamento per così dire “spiccato”. C’è purtroppo tanto da fare e, soprattutto, non c’è da abbassare la guardia. Men che meno quando si tratta di elezioni di qualunque tipo.





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