Ha senso abolire le tasse universitarie?

Il presidente del Senato Grasso propone di cancellarle. Mentre studi internazionali suggeriscono che non sono le tasse a far fuggire gli studenti

Abolire le tasse universitarie. Il presidente del Senato e numero uno di Liberi e uguali (Leu) Pietro Grasso la descrive come “una proposta concreta, realizzabile”. Tanto che il candidato premier del partito unitario della sinistra ha lanciato l’operazione dal palco dell’assemblea programmatica di Leu. “Costa 1,6 miliardi. Si tratta di appena un decimo delle risorse che  l’Italia spende per finanziare attività dannose per l’ambiente”, ha detto il numero uno del Senato. L’abolizione delle tasse universitarie sarà quindi parte del programma del listone di sinistra. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che in questi giorni sta impallinando i proclami elettorali dei candidati premier in materia di fisco, industria e finanziamenti pubblici, non ha risparmiato nemmeno l’idea di Grasso. “È un supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese, l’ha costruita in modo erroneo”, ha dichiarato ai microfoni del programma Circo Massimo, su Radio Capital.

E ha concluso: “È l’opposto di quello che Liberi e uguali vuole fare. È una cosa trumpiana”.

In Italia studiare all’università costa. Secondo l’ultimo rapporto Eurydice sull’istruzione superiore in Europa (per conto della Commissione europea), l’Italia si pone in un gruppo di otto Paesi, con Spagna, Irlanda, Olanda, Portogallo, Svizzera e Liechtenstein, in cui “le tasse” per uno studente a tempo pieno “sono relativamente alte”. In media oscillano tra 1.001 euro e 3.000 euro all’anno. Emerge inoltre che nell’anno accademico 2015-2016 il 90% degli studenti del primo ciclo ha pagato le tasse, mentre il 9,4% ha ricevuto sussidi economici.

Anche per l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) l’Italia si caratterizza per un livello di tasse universitarie “elevato rispetto a quello degli altri paesi europei”. Nel suo ultimo rapporto biennale, datato 2016, l’Agenzia evidenzia che studiare negli atenei del Belpaese è più conveniente solo rispetto ai paesi anglosassoni. E aggiunge: “La principale criticità del sistema di diritto allo studio è rappresentata dalla cronica carenza di risorse, dal fatto che quelle disponibili non sempre vengono erogate in maniera tempestiva e dall’incertezza circa la permanenza del sostegno da un anno all’altro”. Il fondo integrativo statale, che eroga borse di studio agli studenti più meritevoli, vale circa 160 milioni di euro all’anno (dato Anvur). Tuttavia da regione a regione e da ateneo ad ateneo cambiano tempi, modi e requisiti per accedere agli aiuti.

Questi numeri non possono ancora tenere conto di una riforma approvata mentre Grasso era sullo scranno più alto del Senato, lo Student act, che riconosce l’esenzione totale dalle tasse universitarie agli studenti con una posizione Isee (l’indicatore del reddito familiare) entro i 13mila euro annui. La misura è stata inserita nella legge di bilancio dello scorso anno. Secondo dati dell’Inps, raccolti dal Sole 24 Oresu 1,6 milioni di studentiiscritti all’università, 543mila hanno fatto domanda per ottenere lo sconto totale delle tasse. Alcune università hanno innalzato la soglia Isee, aumentando la platea dei potenziali beneficiari, che dal secondo anno devono dimostrare anche di aver conseguito una serie di risultati negli studi per accedere al sussidio.

Nel 2014 la Commissione europea ha finanziato uno studio sull’impatto negli ultimi quindici anni dell’evoluzione delle tasse universitarie in nove paesi che presentano modelli diversi di finanziamento (Austria, Canada, Regno, Finlandia, Germania, Ungheria, Polonia, Portogallo e Corea del Sud). È emerso che “per gli studenti, gli aumenti delle tasse non hanno in generale effetti negativi rilevabili sulle iscrizioni complessive nell’istruzione superiore o sulle iscrizioni tra gli studenti provenienti dagli strati socioeconomici più bassi”. E questo neanche in Germania e Austria, che hanno introdotto e poi abolito le tasse universitarie. Né nel Regno Unito, che le ha aumentate. Gli esperti hanno rilevato effetti negativi “sull’iscrizione degli studenti più anziani”, “anche se è troppo presto per trarre conclusioni sugli effetti nel lungo periodo”. E reputano che borse di studio e prestiti siano essenziali per assorbire le eventuali fughe collegate a tasse più alte.

Grasso, insomma, riconosce sì un problema già visto da altri: che studiare in Italia costa. Ma a spargere aiuti a pioggia, per tutti, rischia di non fare un favore ai “molti che ha voluto nello slogan del suo partito. Ma anzi, di premiarne solo pochi. Innanzitutto perché, in un contesto in cui le risorse sono scarse, come segnala l’Anvur, sarebbe più opportuno distribuire in modo accorto quelle disponibili. Non tutte le famiglie hanno bisogno di uno sconto sulle tasse, perché quindi investire là denari che potrebbero fare comodo altrove? Secondo motivo, perché come dimostra lo studio di Bruxelles, non c’è una correlazione diretta tra tasse e rinuncia agli studiuniversitari. Il caso potrà sussistere, ma il meccanismo non è automatico. L’abolizione totale, quindi, rischierebbe di non premiare neanche gli studenti che di uno sconto o dell’esenzione potrebbero avvantaggiarsi. Sarebbe forse più sensato incrementare le borse di studio e i premi agli studenti meritevoli.

Scontare sì, ma cum grano salis, favorendo quell’equità sociale di cui vuole farsi porta bandiera. Infine, alla luce dei primi dati dell’Inps, che evidenziano che già un terzo degli studenti beneficerà di un’esenzione totale, sarebbe accorto attendere i primi risultati di questa misura, concentrando le forze e i minuti a disposizione sui media per comunicare idee e proposte elettorali realmente innovative.

     
 
 

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Crediti :

Wired

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma
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