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Medicina

Siamo davvero pronti per la fase 2 (senza che riparta anche il coronavirus)?

Contagi sotto controllo, ospedali e luoghi di lavoro protetti, cittadini informati: ecco cosa serve per la fase 2. Abbiamo esaminato i criteri dell’Oms per capire se l’Italia è preparata

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(foto: Fabrizio Villa/Getty Images)

Scalpitano gli imprenditori che temono di fallire e non riaprire mai più. Scalpitano i lavoratori in cassa integrazione o senza stipendio. E ormai scalpitano tutti gli italiani, segregati in casa da un mese e mezzo. Metà della popolazione mondiale è in lockdown e dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, dalla Germania all’Italia, non c’è governo impegnato a escogitare un’exit strategy per mettere fine a una paralisi senza precedenti. Rischiamo persino di scordarci del coronavirus, tanto siamo presi dall’idea di tornare al più presto alla nostra vita di prima. E pazienza se non avremmo mai creduto di doverla rimpiangere, la nostra vita di prima. Ma ormai non si parla che di fase 2, e non facciamo che chiederci quando comincerà, anche se nessuno ha ancora capito cosa ci aspetti davvero.

La vera domanda, però, è un’altra: siamo pronti per abbandonare un lockdown che, per quanto insostenibile, finora è riuscito ad arginare la diffusione del contagio da Sars-Cov-2? Il timore che, non appena allentate le restrizioni, l’epidemia torni a dilagare è purtroppo fondato. Per guidare i governi in questo passaggio cruciale, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha perciò diffuso un documento con sei criteri da rispettare per uscire dal lockdown in sicurezza. Pur nella consapevolezza che, oltre agli aspetti sanitari, occorre considerare anche i costi economici e sociali delle restrizioni – disoccupazione, povertà, disagi psicologici, limitazioni delle libertà personali, ecc. – si tratta di uno strumento molto utile per valutare se siamo pronti all’agognata fase 2. Ecco come appare la situazione italiana alla luce dei sei criteri dell’Oms per uscire dall’emergenza.

1. Contagi sotto controllo

L’Oms raccomanda di allentare le restrizioni solo dopo esser riusciti ad azzerare i nuovi contagi o averli ridotti a un numero molto limitato (al più poche decine al giorno per regione) e quindi gestibile senza affanni dal sistema sanitario. Oggi è un requisito soddisfatto soltanto da alcune regioni del Centro-Sud, mentre appare un traguardo ancora lontano per quelle più colpite del Nord; per dare un’idea, il 22 aprile in Italia si sono contati 3.370 casi, di cui oltre 1.100 nella sola Lombardia. In linea di principio, dovrebbe essere l’azzeramento dei contagi a stabilire la fine del lockdowne non viceversa: inutile indicare il 4 maggio come data per la riapertura senza sapere se per quel giorno avremo effettivamente ultimato la discesa della curva epidemica.

L’Oms consiglia inoltre di rimuovere le restrizioni per gradi, e se possibile in modo controllato (per esempio, a intervalli di due settimane, il periodo di incubazione) al fine di valutarne l’efficacia o rilevare l’emergere di effetti indesiderati. Le misure di contenimento dovrebbero essere inoltre revocate su base territoriale, a partire dalle aree dove l’incidenza è più bassa e la concentrazione di persone è minore: dunque, per intenderci, il Molise prima della Lombardia, i piccoli centri urbani prima di Brescia o Milano, i negozi prima dei centri commerciali, e così via. Ma su questo non si è ancora capito dove il governo voglia andare a parare.

2. Contact tracing

Altro punto cruciale per uscire dall’emergenza è predisporre un sistema efficace di contact tracing, ovvero un sistema di monitoraggio epidemiologico territoriale per identificare e isolare ogni nuovo caso, spegnendo sul nascere l’emergere dei prossimi focolai. In pratica, si dovrà sottoporre a tampone tutti i casi sospetti e, con cadenza regolare, i soggetti più a rischio, a partire dagli operatori sanitari e dagli ospiti delle residenze per anziani; se il tampone risulta positivo, le persone contagiate dovranno essere isolate e curate, mentre chiunque sia venuto in contatto con loro (famigliari, conoscenti, colleghi, clienti, ecc.) dovrà essere identificato e messo in quarantena.

Per tracciare la catena dei contagi il governo ha deciso di affidarsi a un’apposita appImmuni. Sono però stati sollevati molti dubbi sull’efficacia di questo strumento, che per funzionare dovrà essere scaricato dal 60-70% degli italiani: una soglia difficile da raggiungere considerato che un terzo della popolazione non possiede uno smartphone. Del resto, nell’unico Paese dove il tracciamento tecnologico ha dato buoni risultati, la Corea del Sud, l’adesione non era certo facoltativa e, oltre alla localizzazione dei telefoni cellulari, si è fatto ricorso al controllo delle carte di credito e alle telecamere di sorveglianza.

In ogni caso, si dovrà disporre di personale sufficiente – adeguatamente formato e dotato di dispositivi di protezione individuale – per eseguire i tamponi, rintracciare chi è venuto in contatto con le persone infette, monitorare e assistere i pazienti in isolamento. Negli ospedali il numero di posti letto nelle terapie intensive è stato potenziato, ma i punti più critici restano la carenza di personale medico specializzato e la vulnerabilità dei sistemi sanitari del Meridione.

3. Ospedali e altri ambienti vulnerabili

Il terzo punto riguarda la riduzione del rischio di contagio negli ambienti a più alta vulnerabilità, a partire dagli ospedali, dagli ambulatori medici e dalle strutture sanitarie residenziali. Si tratta di un punto particolarmente critico alla luce di quanto accaduto in Italia in queste drammatiche settimane, giacché molte strutture ospedaliere e residenze per anziani (Rsa) sono diventate tra i principali focolai dell’epidemia. Il ministero della Salute aveva posto tra i punti cardine del piano per la fase 2 la creazione di ospedali ad hoc per i pazienti affetti da Covid-19. Resta però ancora molto da fare sia in termini organizzativi, soprattutto sul fronte della medicina territoriale e dell’assistenza domiciliare, sia per quanto riguarda la protezione del personale sanitario e dei pazienti.

La guida dell’Oms si sofferma infine sulle criticità dei luoghi di aggregazione in spazi chiusi (cinema, teatri, bar, ristoranti, palestre, scuole e università, palazzetti dello sport, luoghi di culto, ecc.) in cui è vitale rispettare rigide misure di distanziamento sociale, per quanto sia più facile a dirsi che a farsi; in Italia la loro riapertura appare ancora lontana.

4. Prevenzione sui luoghi di lavoro

La task force per la fase 2 coordinata da Vittorio Colao è al lavoro per definire le modalità di riapertura delle attività produttive, che sarà scaglionata in base alle tabelle del rischio dell’Inail e condizionata alla capacità di garantire la sicurezza dei lavoratori. Il 4 maggio si dovrebbe ripartire dai settori minerario, manufatturiero, costruzioni e servizi collegati. Secondo l’Oms, le misure di prevenzione sui luoghi di lavoro dovrebbero assicurare il distanziamento fisico, anche mediante il ricorso alla turnazione, la disponibilità di mascherine e di altri dispositivi di protezione individuale, il monitoraggio della temperatura corporea all’ingresso.

La riapertura delle scuole sembra invece essere rimandata a settembre, creando un disagio non indifferente sia ai genitori in telelavoro, sia per chi sarà costretto a tornare in fabbrica o in ufficio non sapendo a chi lasciare i bambini, visto che di affidarli ai nonni non se ne parla. Un altro punto critico sono i mezzi di trasporto pubblico, che saranno costretti a viaggiare semivuoti per rispettare le norme di distanziamento, con il rischio di assembramenti alle fermate in attesa di un autobus o di una metropolitana su cui riuscire a salire dopo avere superato tornelli e buttafuori, o di assistere a giganteschi ingorghi di auto nelle città più grandi e trafficate. Il governo pensa a turni di lavoro scaglionati per scongiurare l’affollamento delle ore di punta, ma sarà una bella sfida e forse rimpiangeremo di non avere investito di più in smart working e piste ciclabili.

5. Gestione dei casi importati o esportati

Il primo caso di Covid-19 in Italia è stato scoperto a Codogno il 20 febbraio ma oggi sappiamo che il virus circolava in Lombardia già da gennaio senza che nessuno se ne fosse accorto. Il nostro sistema di sorveglianza epidemiologica non era dunque riuscito a intercettare l’ingresso del virus nel Paese, che ha potuto diffondersi indisturbato per diverse settimane, nonostante i voli diretti con la Cina fossero stati sospesi già dal 30 gennaio. Per evitare che i viaggiatori provenienti dai Paesi più colpiti dall’epidemia possano innescare nuovi focolai, l’Oms consiglia di rafforzare il sistema di sorveglianza alle frontiere, sia in partenza sia in arrivo, e il sistema di contact tracing territoriale, rimediando alle carenze e imparando dagli errori fatti nei mesi scorsi. Per la peculiarità della situazione italiana, dovremo inoltre gestire i rischi legati agli spostamenti interni, in particolare dalle regioni del Nord, dove il virus è più diffuso, verso le regioni del Sud. Per questo si ipotizza di vietare gli spostamenti da una regione all’altra anche dopo la rimozione del lockdown nazionale prevista per il 4 maggio.

6. Coinvolgimento dei cittadini

L’Oms ritiene infine che i cittadini debbano essere informati, consultati e coinvolti nelle decisioni che riguardano gli interventi per arginare l’epidemia, poiché il loro successo dipende dalla più ampia cooperazione fra istituzioni e cittadinanza. Le persone devono essere consapevoli dell’importanza delle misure di prevenzione destinate ad accompagnarci nella nuova normalità, che sarà segnata da una lunga e difficile convivenza con la Covid-19, destinata a durare mesi, forse anni, finché non sarà raggiunta l’immunità di gregge (con o senza un vaccino).

Secondo l’Oms lo scenario più probabile è una successione di ondate pandemiche intervallate da periodi segnati da una minore circolazione del virus. Oltre ad abituarci alle mascherine e al distanziamento sociale, dobbiamo perciò mettere in conto l’eventualità che la fase 2 possa essere bruscamente interrotta da nuovi periodi di lockdown, con l’introduzione di zone rosse per contenere focolai localizzati o, nello scenario peggiore, con un nuovo blocco nazionale nel caso dovessimo affrontare una seconda ondata dell’epidemia.

In questo scenario, gli esperti dell’Oms ritengono essenziale una comunicazione trasparente, in grado di spiegare con chiarezza e onestà la realtà epidemiologica, gli interventi predisposti e il piano d’azione del governo. Un approccio agli antipodi da quanto abbiamo visto finora, in cui la comunicazione istituzionale, spesso approssimativa e incoerente, ha seguito un approccio paternalistico, come ha dimostrato di recente anche il caso del piano pandemico nascosto in un cassetto per non allarmare la popolazione. Auguriamoci allora una fase 2 anche per la comunicazione dell’emergenza, in cui la cittadinanza sia adeguatamente informata e coinvolta nella gestione della Covid-19.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Scuola,I pediatri: “Vaccino antinfluenzale obbligatorio a settembre”

Spiega il presidente dei pediatri: “Con l’apertura delle scuole a settembre, raccomandata dalla maggior parte degli esperti, quindi ben oltre la cosiddetta ‘fase 2’, ci sarà una vera e propria rivoluzione nei contagi da Covid-19″

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Immagine al solo scopo di corredo articolo

La Società Italiana di Medici Pediatri non ha dubbi: “Vaccinare i bambini dai 6 mesi ai 14 anni ci aiuterà a individuare meglio eventuali casi Covid”. Infatti potrebbero essere dal 42 al 47% i bambini asintomatici e/o con pochi e leggeri sintomi (paucisintomatici) con infezione da Covid-19 che attualmente si sta sviluppando nella popolazione pediatrica e che si vedrà appieno in autunno, all’apertura delle scuole, nella cosiddetta “Fase 3”. Senza interventi specifici saranno dunque i bambini i veri ‘untori’ da coronavirus, e quindi sarà fondamentale attivarsi proprio per loro.

Rivoluzione nei contagi

Spiega il presidente dei pediatri: “Con l’apertura delle scuole a settembre, raccomandata dalla maggior parte degli esperti, quindi ben oltre la cosiddetta ‘fase 2’, ci sarà una vera e propria rivoluzione nei contagi da Covid-19″.

​”È del tutto evidente che in queste condizioni la riapertura delle scuole favorirà la diffusione del contagio tra i bambini che a loro volta lo riporteranno a casa con il rischio reale di un nuovo picco epidemico. Si tratta di capire dunque come intervenire nel merito, come gestire le distanze in classe e negli spazi comuni, decisioni fondamentali da prendere al più presto. Inoltre si deve aggiungere che in autunno inizia la diffusione delle normali patologie infettive stagionali, compresa l’influenza, che renderanno ulteriormente confusa e difficile la valutazione della situazione epidemiologica. Sarà quindi fondamentale fornire da subito tutti quegli strumenti che possano consentire una indagine sierologica, da confermare con il tampone, e, naturalmente attivarsi per essere in grado di distinguere da subito i sintomi da Covid-19 ‘leggeri’, tipici dei bambini, da quelli influenzali o para-influenzali”.

Obbligo vaccinazione antinfluenzale

“Per questo chiediamo l’obbligatorietà della vaccinazione antinfluenzale per i bambini da 6 mesi a 14 anni. Lo chiediamo ora, per settembre ottobre, quando normalmente viene emanata la circolare ministeriale che indica le fasce che dovranno essere interessate dalla vaccinazione.”



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Medicina

Cosa sarà monitorato per tenere sotto controllo il coronavirus nella Fase 2

Nel decreto del ministero della Salute sono elencati indicatori e soglie di allerta per la valutazione del rischio di una ripresa della curva epidemica. Qualora i dati siano allarmanti le misure di contenimento potrebbero tornare stringenti

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(foto: Getty Images)

Cantieri che ripartono (con immancabili anziani mascherina-muniti annessi), traffico come non se ne vedeva da un paio di mesi a questa parte. Oggi 4 maggio l’Italia si rimette in moto, almeno in parte. Perché se da un lato il lockdown ci ha permesso di appiattire la curva epidemica della diffusione di Sars-Cov-2, dall’altro il suo impatto economico e sociale è stato devastante. Il governo, dunque, allenta gradualmente le misure della fase emergenziale, anche se non siamo fuori pericolo e il rischio di ricaderci, facendoci molto più male, è in agguato. Ecco perché dal ministero della Salute, con il decreto del 30 aprile, arrivano indicazioni e direttive per salvarci da questa fin troppo attesa fase 2. Parole d’ordine: monitoraggio, diagnosi e sorveglianza.

Per consolidare la nuova fase, l’andamento della trasmissione del virus sul territorio nazionale deve essere monitorato con attenzione. Lo scopo è di raccogliere dati per stimare in modo tempestivo il livello di rischio e all’occorrenza rimodulare le misure per contenere l’epidemia.

I fattori da tenere sott’occhio, per i quali il Ministero ha definito indicatori e soglie di rischio, sono la tenuta del sistema sanitario, il monitoraggio dei cittadini con obbligo di quarantena, il tracciamento dei contatti, l’esecuzione tempestiva di tamponi. A questi si aggiunge la capacità di comunicare e di assicurare continuità tra l’assistenza sanitaria primaria e il ricovero in ospedale

Monitorare i cittadini significa che le autorità sanitarie dovranno raccogliere i dati relativi ai casi sintomatici per mese, indicandone i sintomi e la data della loro comparsa, la storia di ricovero in ospedale ed eventualmente l’ingresso in terapia intensiva, il comune di domicilio, etc.

 

Per quanto riguarda l’accertamento diagnostico si fa riferimento alla percentuale di tamponi positivi per mese e alla segnalazione delle tempistiche tra la data di inizio dei sintomi e quella di diagnosi. Da riferire saranno anche i dettagli del processo di contat tracing dei casi risultati positivi.

La stabilità di trasmissione del virus sarà monitorata attraverso la valutazione di numerosi indicatori tra cui il numero di casi riportati alla protezione civile, il parametro Rt calcolato sulla base della sorveglianza integrata dell’Istituto superiore di sanità, il numero di nuovi focolai di trasmissione.

Il numero di nuovi casi di infezione confermata per Regione non associati a catene di trasmissione note, il numero di accessi al pronto soccorso con sintomi riconducibili a Covid-19, i tassi di occupazione dei posti letto in terapia intensiva e in generale di quelli nelle aree per pazienti Covid-positivi saranno invece indispensabili per monitorare la tenuta del sistema sanitario.

Nel caso in cui, sulla base di questi dati, il rischio stimato raggiunga valori oltre le soglie stabilite nel decreto o venga comunque ritenuto non gestibile, sarà fatta una rivalutazione delle misure di contenimento con il ritorno di maggiori restrizioni.



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Come si stanno regolando i paesi europei con la riapertura delle scuole

L’Italia ha già rimandato gli alunni a settembre, ma anche nel resto del continente la scelta non è semplice: abbiamo messo in fila la situazione dei difficili ritorni a scuola post-Covid-19 nel Vecchio continente

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Una maestra indossa una maschera in una classe vuota (Foto di Chung Sung-Jun/Getty Images)

Il governo italiano ha anticipato le decisioni sulle prossime settimane con un piano giudicato da molti confusionario. Di tutte le proposte che si sono lette e sentite nelle ore successive all’ultimo, contestato discorso del presidente del Consiglio, non sembra essersi fatta largo nel dibattito politico una questione centrale: la chiusura delle scuole. Quasi sicuramente riapriranno a settembre, ha spiegato il premier: l’età media dei docenti è altissima – la più alta d’Europa – e i focolai a scuola rischierebbero di fare una strage di insegnanti.

Eppure, lasciare le scuole chiuse non può rimanere un problema solo di chi ha figli. Come si fa riaprire uffici e aziende, se il necessario distanziamento sociale a cui sottoporremo gli anziani impedirà a molti di ricorrere ai nonni come babysitter? E chi non potrà permettersi di pagare qualcuno per prendersi cura dei bimbi a casa? E ovviamente sono tutte domande che si sommano alla questione, ben più profonda e complessa, degli effetti educativi e psicologici di un anno scolastico mandato in soffitta. Vale forse la pena, per capire se l’Italia sia diventata l’eccezione anche nel calendario della scuola, vedere come si stanno muovendo i diversi paesi europei.

In Francia, il rilassamento delle restrizioni sarà “progressivo” e “attento” e verrà rivalutato ogni tre settimane, con la possibilità di tornare a condizioni più rigide se il coronavirus riprende slancio. Lo ha annunciato il premier francese Edouard Philippe  davanti al parlamento, che lo ha votato dopo il dibattito. La fase 2 d’Oltralpe prevede un periodo di riapertura integrativa e facoltativa almeno delle scuole materne e primarie a partire dall’11 maggio. Le medie verranno riaperte solo nei dipartimenti in cui la circolazione del virus è molto debole, a partire dal 18 maggio. Quanto ai licei, “decideremo a fine maggio se potremo riaprirli, a cominciare da quelli professionali, ha spiegato Phillippe. Precisando che, se gli indicatori non saranno rispettati, si annullerà tutto.

Riusciranno i francesi a rispettare le regole che si sono imposti per le riaperture, tenendo che i dati sul contagio sembrano sballati un po’ ovunque in Europa? Non ci è dato saperlo, e del resto pare che Philippe sia stato molto criticato – nonostante una chiarezza oggettivamente superiore a quella di Conte – e potrebbe scaricare la colpa sui suoi ministri per l’eventuale fallimento.

In Spagna, per la prima volta in sei settimane di blocco completo, lo scorso weekend i bambini hanno potuto prendere una boccata d’aria. Per un massimo di un’ora, tra le 9 e le 21, e rimanendo entro un raggio di un chilometro da casa. Ma anche nel paese iberico – il secondo più colpito al mondo dal Covid-19 in termini di contagi ufficiali dopo gli Stati Uniti – le lezioni riprenderanno a settembre, salvo alcuni casi particolari. Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio, Pedro Sánchez del Partito socialista, parlando di “de-escalation” del confinamento, senza però fornire molti dettagli sulle tappe.

Il ministero della Pubblica istruzione spagnola è stato più preciso, spiegando che nella fase 2 si potranno andare a scuola i bambini di età inferiore ai sei anni i cui genitori non possono lavorare da remoto e gli alunni particolarmente vulnerabili della scuola primaria che hanno bisogno di classi di sostegno: tra il 10 e il 12 per cento delle classi, fanno sapere le autorità, anche se alla fine saranno i collegi dei docenti a decidere quali studenti possono tornare in questa fase. Così come in Francia, le classi speciali non dovranno superare le 15 unità e dovranno comunque alternare le lezioni faccia a faccia con quelle online.

Il governo federale della Germania, invece, ha annunciato una settimana fa che le scuole riapriranno gradualmente dal 4 maggio. Ma anche da quelle parti non ci sono certezze incrollabili. Alcuni stati hanno già riaperto le scuole primarie, tra le polemiche dei genitori, come il Nord Reno-Westfalia, uno dei lander con il maggior numero di casi positivi in Germania. Il ministro dell’Istruzione ha poi precisato che la decisione su come riaprire spetterà alle amministrazioni statali tedesche, anche se l’intenzione generale è di far tornare gli studenti di ogni età in classe prima dell’estate.

 

Ascolta “Wired Coronavirus” su Spreaker.

In Belgio, dove proporzionalmente ci sono più contagi che in Italia, il primo ministro Sophie Wilmes ha delineato un piano per un progressivo sblocco del paese non troppo dissimile dalla strategia italiana, ma spiegato meglio. Le persone potranno praticare attività sportive all’aperto con un massimo di due persone che non appartengono alla propria famiglia, riceveranno gratuitamente una maschera di stoffa dallo stato, e verranno incoraggiate a lavorare da casa il più possibile. Dall’11 maggio, tutti i negozi potranno riaprire aderendo a rigide linee guida. I parrucchieri riapriranno dopo, il 18 maggio, che è anche la data a partire dalla quale l’istruzione scolastica tornerà progressivamente alla normalità. Per le università se ne riparla in autunno.

Nei Paesi Bassi, dove secondo alcune fonti giornalistiche i decessi sarebbero lungamente sottostimati, le scuole materne e elementari riapriranno già dall’11 maggio. Le autorità sanitarie hanno fatto sapere che il rilassamento delle restrizioni è giustificato dal fatto che i rischi per la salute dei bambini sono molto limitati. Gli studenti dovranno tuttavia mantenere una distanza di un metro e mezzo tra loro laddove possibile, e con classi suddivise in gruppi più piccoli. Le scuole secondarie seguiranno l’1 giugno. Ai bambini e agli adolescenti è nuovamente consentito di praticare attività sportive all’aperto, ma tutti i grandi eventi continueranno a essere vietati fino a settembre.

In Polonia, dove c’è grande consenso dietro le restrizioni pesanti imposte dal governo nazionalconservatore, tutti gli asili nido, le scuole e le università rimarranno chiuse fino al 24 maggio al meno. Chiusura fino a tempo indeterminato, per il momento, anche per le scuole dei paesi baltici, che si giustificano dicendo di essere riusciti in questo modo a contenere la pandemia

Al contrario, in Austria gli asili e le scuole primarie saranno riaperte entro il 18 maggio per quei bambini che non possono permettersi di stare a casa, ma verranno ridotte in dimensioni. Il caso della Repubblica ceca è interessante perché il governo non ha mai imposto un lockdown nazionale degli asili, rimettendo la scelta ai singoli amministratori scolastici e il paese ha già iniziato a consentire l’ingresso dei viaggiatori d’affari da altri paesi Ue (purché dimostrino di aver effettuato un tampone nei quattro giorni precedenti). Le scuole secondarie e le università sono invece chiuse da un mese e mezzo, e non è detto che riapriranno prima dell’estate.

Cè un pattern che va colto: l’Europa che ha reagito con più prontezza al virus, e ne ha subito un impatto più lieve, è anche quella che fa tornare gli alunni a scuola più rapidamente. Le nazioni più colpite, invece – Spagna, Francia e Belgio – hanno più difficoltà a tornare alla normalità. E, anche quando i loro governi si preoccupano di spiegare in parlamento cosa hanno intenzione di fare, le polemiche e i dubbi non mancano. Per una larga fetta di popolazione europea non è ancora chiaro chi tornerà in classe, per fare cosa, per quanto tempo, e in quanti stabilimenti.

Inoltre, si può osservare per concludere che un dato che manca completamente da questo dibattito è il parere dei genitori: sarebbero disposti, in Italia come altrove, a mandare i figli a scuola il prima possibile? E con quali garanzie? E siamo sicuri che lo saranno a settembre? I sondaggi in tal senso latitano.



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