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Medicina

Siamo davvero pronti per la fase 2 (senza che riparta anche il coronavirus)?

Contagi sotto controllo, ospedali e luoghi di lavoro protetti, cittadini informati: ecco cosa serve per la fase 2. Abbiamo esaminato i criteri dell’Oms per capire se l’Italia è preparata

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(foto: Fabrizio Villa/Getty Images)

Scalpitano gli imprenditori che temono di fallire e non riaprire mai più. Scalpitano i lavoratori in cassa integrazione o senza stipendio. E ormai scalpitano tutti gli italiani, segregati in casa da un mese e mezzo. Metà della popolazione mondiale è in lockdown e dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, dalla Germania all’Italia, non c’è governo impegnato a escogitare un’exit strategy per mettere fine a una paralisi senza precedenti. Rischiamo persino di scordarci del coronavirus, tanto siamo presi dall’idea di tornare al più presto alla nostra vita di prima. E pazienza se non avremmo mai creduto di doverla rimpiangere, la nostra vita di prima. Ma ormai non si parla che di fase 2, e non facciamo che chiederci quando comincerà, anche se nessuno ha ancora capito cosa ci aspetti davvero.

La vera domanda, però, è un’altra: siamo pronti per abbandonare un lockdown che, per quanto insostenibile, finora è riuscito ad arginare la diffusione del contagio da Sars-Cov-2? Il timore che, non appena allentate le restrizioni, l’epidemia torni a dilagare è purtroppo fondato. Per guidare i governi in questo passaggio cruciale, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha perciò diffuso un documento con sei criteri da rispettare per uscire dal lockdown in sicurezza. Pur nella consapevolezza che, oltre agli aspetti sanitari, occorre considerare anche i costi economici e sociali delle restrizioni – disoccupazione, povertà, disagi psicologici, limitazioni delle libertà personali, ecc. – si tratta di uno strumento molto utile per valutare se siamo pronti all’agognata fase 2. Ecco come appare la situazione italiana alla luce dei sei criteri dell’Oms per uscire dall’emergenza.

1. Contagi sotto controllo

L’Oms raccomanda di allentare le restrizioni solo dopo esser riusciti ad azzerare i nuovi contagi o averli ridotti a un numero molto limitato (al più poche decine al giorno per regione) e quindi gestibile senza affanni dal sistema sanitario. Oggi è un requisito soddisfatto soltanto da alcune regioni del Centro-Sud, mentre appare un traguardo ancora lontano per quelle più colpite del Nord; per dare un’idea, il 22 aprile in Italia si sono contati 3.370 casi, di cui oltre 1.100 nella sola Lombardia. In linea di principio, dovrebbe essere l’azzeramento dei contagi a stabilire la fine del lockdowne non viceversa: inutile indicare il 4 maggio come data per la riapertura senza sapere se per quel giorno avremo effettivamente ultimato la discesa della curva epidemica.

L’Oms consiglia inoltre di rimuovere le restrizioni per gradi, e se possibile in modo controllato (per esempio, a intervalli di due settimane, il periodo di incubazione) al fine di valutarne l’efficacia o rilevare l’emergere di effetti indesiderati. Le misure di contenimento dovrebbero essere inoltre revocate su base territoriale, a partire dalle aree dove l’incidenza è più bassa e la concentrazione di persone è minore: dunque, per intenderci, il Molise prima della Lombardia, i piccoli centri urbani prima di Brescia o Milano, i negozi prima dei centri commerciali, e così via. Ma su questo non si è ancora capito dove il governo voglia andare a parare.

2. Contact tracing

Altro punto cruciale per uscire dall’emergenza è predisporre un sistema efficace di contact tracing, ovvero un sistema di monitoraggio epidemiologico territoriale per identificare e isolare ogni nuovo caso, spegnendo sul nascere l’emergere dei prossimi focolai. In pratica, si dovrà sottoporre a tampone tutti i casi sospetti e, con cadenza regolare, i soggetti più a rischio, a partire dagli operatori sanitari e dagli ospiti delle residenze per anziani; se il tampone risulta positivo, le persone contagiate dovranno essere isolate e curate, mentre chiunque sia venuto in contatto con loro (famigliari, conoscenti, colleghi, clienti, ecc.) dovrà essere identificato e messo in quarantena.

Per tracciare la catena dei contagi il governo ha deciso di affidarsi a un’apposita appImmuni. Sono però stati sollevati molti dubbi sull’efficacia di questo strumento, che per funzionare dovrà essere scaricato dal 60-70% degli italiani: una soglia difficile da raggiungere considerato che un terzo della popolazione non possiede uno smartphone. Del resto, nell’unico Paese dove il tracciamento tecnologico ha dato buoni risultati, la Corea del Sud, l’adesione non era certo facoltativa e, oltre alla localizzazione dei telefoni cellulari, si è fatto ricorso al controllo delle carte di credito e alle telecamere di sorveglianza.

In ogni caso, si dovrà disporre di personale sufficiente – adeguatamente formato e dotato di dispositivi di protezione individuale – per eseguire i tamponi, rintracciare chi è venuto in contatto con le persone infette, monitorare e assistere i pazienti in isolamento. Negli ospedali il numero di posti letto nelle terapie intensive è stato potenziato, ma i punti più critici restano la carenza di personale medico specializzato e la vulnerabilità dei sistemi sanitari del Meridione.

3. Ospedali e altri ambienti vulnerabili

Il terzo punto riguarda la riduzione del rischio di contagio negli ambienti a più alta vulnerabilità, a partire dagli ospedali, dagli ambulatori medici e dalle strutture sanitarie residenziali. Si tratta di un punto particolarmente critico alla luce di quanto accaduto in Italia in queste drammatiche settimane, giacché molte strutture ospedaliere e residenze per anziani (Rsa) sono diventate tra i principali focolai dell’epidemia. Il ministero della Salute aveva posto tra i punti cardine del piano per la fase 2 la creazione di ospedali ad hoc per i pazienti affetti da Covid-19. Resta però ancora molto da fare sia in termini organizzativi, soprattutto sul fronte della medicina territoriale e dell’assistenza domiciliare, sia per quanto riguarda la protezione del personale sanitario e dei pazienti.

La guida dell’Oms si sofferma infine sulle criticità dei luoghi di aggregazione in spazi chiusi (cinema, teatri, bar, ristoranti, palestre, scuole e università, palazzetti dello sport, luoghi di culto, ecc.) in cui è vitale rispettare rigide misure di distanziamento sociale, per quanto sia più facile a dirsi che a farsi; in Italia la loro riapertura appare ancora lontana.

4. Prevenzione sui luoghi di lavoro

La task force per la fase 2 coordinata da Vittorio Colao è al lavoro per definire le modalità di riapertura delle attività produttive, che sarà scaglionata in base alle tabelle del rischio dell’Inail e condizionata alla capacità di garantire la sicurezza dei lavoratori. Il 4 maggio si dovrebbe ripartire dai settori minerario, manufatturiero, costruzioni e servizi collegati. Secondo l’Oms, le misure di prevenzione sui luoghi di lavoro dovrebbero assicurare il distanziamento fisico, anche mediante il ricorso alla turnazione, la disponibilità di mascherine e di altri dispositivi di protezione individuale, il monitoraggio della temperatura corporea all’ingresso.

La riapertura delle scuole sembra invece essere rimandata a settembre, creando un disagio non indifferente sia ai genitori in telelavoro, sia per chi sarà costretto a tornare in fabbrica o in ufficio non sapendo a chi lasciare i bambini, visto che di affidarli ai nonni non se ne parla. Un altro punto critico sono i mezzi di trasporto pubblico, che saranno costretti a viaggiare semivuoti per rispettare le norme di distanziamento, con il rischio di assembramenti alle fermate in attesa di un autobus o di una metropolitana su cui riuscire a salire dopo avere superato tornelli e buttafuori, o di assistere a giganteschi ingorghi di auto nelle città più grandi e trafficate. Il governo pensa a turni di lavoro scaglionati per scongiurare l’affollamento delle ore di punta, ma sarà una bella sfida e forse rimpiangeremo di non avere investito di più in smart working e piste ciclabili.

5. Gestione dei casi importati o esportati

Il primo caso di Covid-19 in Italia è stato scoperto a Codogno il 20 febbraio ma oggi sappiamo che il virus circolava in Lombardia già da gennaio senza che nessuno se ne fosse accorto. Il nostro sistema di sorveglianza epidemiologica non era dunque riuscito a intercettare l’ingresso del virus nel Paese, che ha potuto diffondersi indisturbato per diverse settimane, nonostante i voli diretti con la Cina fossero stati sospesi già dal 30 gennaio. Per evitare che i viaggiatori provenienti dai Paesi più colpiti dall’epidemia possano innescare nuovi focolai, l’Oms consiglia di rafforzare il sistema di sorveglianza alle frontiere, sia in partenza sia in arrivo, e il sistema di contact tracing territoriale, rimediando alle carenze e imparando dagli errori fatti nei mesi scorsi. Per la peculiarità della situazione italiana, dovremo inoltre gestire i rischi legati agli spostamenti interni, in particolare dalle regioni del Nord, dove il virus è più diffuso, verso le regioni del Sud. Per questo si ipotizza di vietare gli spostamenti da una regione all’altra anche dopo la rimozione del lockdown nazionale prevista per il 4 maggio.

6. Coinvolgimento dei cittadini

L’Oms ritiene infine che i cittadini debbano essere informati, consultati e coinvolti nelle decisioni che riguardano gli interventi per arginare l’epidemia, poiché il loro successo dipende dalla più ampia cooperazione fra istituzioni e cittadinanza. Le persone devono essere consapevoli dell’importanza delle misure di prevenzione destinate ad accompagnarci nella nuova normalità, che sarà segnata da una lunga e difficile convivenza con la Covid-19, destinata a durare mesi, forse anni, finché non sarà raggiunta l’immunità di gregge (con o senza un vaccino).

Secondo l’Oms lo scenario più probabile è una successione di ondate pandemiche intervallate da periodi segnati da una minore circolazione del virus. Oltre ad abituarci alle mascherine e al distanziamento sociale, dobbiamo perciò mettere in conto l’eventualità che la fase 2 possa essere bruscamente interrotta da nuovi periodi di lockdown, con l’introduzione di zone rosse per contenere focolai localizzati o, nello scenario peggiore, con un nuovo blocco nazionale nel caso dovessimo affrontare una seconda ondata dell’epidemia.

In questo scenario, gli esperti dell’Oms ritengono essenziale una comunicazione trasparente, in grado di spiegare con chiarezza e onestà la realtà epidemiologica, gli interventi predisposti e il piano d’azione del governo. Un approccio agli antipodi da quanto abbiamo visto finora, in cui la comunicazione istituzionale, spesso approssimativa e incoerente, ha seguito un approccio paternalistico, come ha dimostrato di recente anche il caso del piano pandemico nascosto in un cassetto per non allarmare la popolazione. Auguriamoci allora una fase 2 anche per la comunicazione dell’emergenza, in cui la cittadinanza sia adeguatamente informata e coinvolta nella gestione della Covid-19.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

Covid-19 sta tornando in Europa, Sileri: “Pronti a chiudere le frontiere e nuovi controlli”

Il vice-ministro alla Salute: “Se continuiamo a monitorare e a contenere i focolai, seguendo le indicazioni sull’uso della mascherina, possiamo ridurre la ripresa dei contagi. Ma…”

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Pierpaolo Sileri

Troppi si erano rilassati e tanti hanno fatto finta di non vedere che nel resto del mondo la pandemia continuava a mietere vittime. Così nel nome del business c’è stata una corsa ad abbattere tutte le norme e un’ondata negazionista. Ma è bene mettere un freno prima che sia troppo tardi.

“Se continuiamo a monitorare e a contenere i focolai, seguendo le indicazioni sull’uso della mascherina, possiamo ridurre la ripresa dei contagi. Sarà importante osservare quanto accadrà nelle prossime settimane del Nord Europa, dove le temperature caleranno prima che da noi e il virus potrebbe generare maggiori contagi”.

A sottolinearlo è Pierpaolo Sileri, vice-ministro alla Salute, che alla ‘Stampa’ dice: “Una seconda ondata nei termini di marzo la vedo improbabile. Allora non eravamo preparati. Oggi usiamo le mascherine, i medici gestiscono la malattia meglio, i posti in terapia intensiva sono raddoppiati”. Ma la ripresa dei contagi in Europa può portare a nuove restrizioni alle frontiere? “Qualora servisse sì. Per questo in più di un’occasione ho parlato di una strategia comunitaria, europea: per adottare misure più lungimiranti, come l’uso del tampone ripetuto a distanza di pochi giorni dall’arrivo dai paesi sotto osservazione per numero di contagi, come dalle aree extra Schengen. La sfida ora è controllare tutti coloro che vengono dall’estero”.

L’app Immuni l’hanno scaricata in pochi. E ancora uno strumento su cui puntate? “Certo che lo è, Immuni è arrivata in un momento in cui l’epidemia, almeno in Italia, si stava riducendo, anche se siamo stati i primi, in Europa, a fornire una applicazione di tracciamento del contagio. C’è stato un rilassamento che ha indotto a non scaricare l’app, ma adesso il download si rivela fondamentale e soprattutto peri più giovani, a cui voglio rivolgermi: siate intelligenti come avete già dimostrato di essere durante il lockdown, scaricate Immuni perché potrete contribuire ad un migliore tracciamento sanitario, a vostro beneficio vostro, di amici e famiglie”.

Nonostante la ribellione di Salvini verrà prorogato l’obbligo di mascherina? “La mascherina, dove non è possibile mantenere il distanziamento e sicuramente al chiuso nei locali pubblici, sarà ancora con noi: protegge noi e gli altri. Serve dare il buon esempio, non invogliare ad una deroga”.



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Medicina

Ma quindi i bambini possono trasmettere il nuovo coronavirus?

Che ruolo hanno i più piccoli nella diffusione del nuovo coronavirus? Per ora una risposta non c’è, ma una nuova ricerca dimostra che possono presentare nel naso e nella gola livelli di rna virale da 10 a 100 volte superiori rispetto agli adulti

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(foto: Nicolò Campo/LightRocket via Getty Images)

È stata una delle domande più importanti fin dall’inizio della pandemia. E per cui ancora oggi non abbiamo una spiegazione definitiva. Qual è la relazione tra i bambini e il coronavirus e che ruolo svolgono nella sua trasmissione? Finora, infatti, sappiamo che i più piccoli presentano spesso sintomi più lievi da Covid-19 e che, quindi, vengono in qualche modo risparmiati dal virus. Ma oggi a tornare sull’argomento è un nuovo studio pubblicato sulle pagine di Jama Pediatrics, che ha evidenziato come i bambini al di sotto dei cinque anni possano ospitare nel naso e nella gola livelli di rna virale uguali e persino superiori agli adulti. Un dato, quindi, che indica per ora solo la possibilità che i più piccoli possano trasmettere il virus, ma che dovrebbe comunque far riflettere sulla tanto discussa riapertura delle scuole“Abbiamo scoperto che i bambini sotto i cinque anni con Covid-19 hanno una carica virale maggiore rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, e ciò potrebbe suggerire una maggiore trasmissione”, ha spiegato l’autrice della ricerca Taylor Heald-Sargent, infettivologa del Ann and Robert H. Lurie Children’s Hospital di Chicago. “Questi nuovi dati hanno importanti implicazioni per la salute pubblica, in particolare durante il dibattito sulla sicurezza della riapertura delle scuole e degli asili”.

Per capirlo, i ricercatori hanno analizzato campioni raccolti dai tamponi rinofaringeri tra il 23 marzo e il 27 aprile scorso in diverse aree di Chicago. I test provenivano da 145 persone positive al nuovo coronavirus, tra cui 46 bambini di età inferiore ai 5 anni, 51 bambini dai 5 ai 17 anni e 48 adulti dai 18 ai 65 anni. Il team ha incluso nello studio solamente i bambini e gli adulti che presentavano sintomi da lievi a moderati dell’infezione entro la prima settimana dall’esordio dei sintomi (sono stati esclusi, quindi, gli asintomatici e i pazienti che avevano sintomi da più di una settimana prima del tampone). Dai risultati, i ricercatori hanno osservato che i bambini più piccoli, quelli di età inferiore ai 5 anni, presentavano livelli di rna virale simili e persino superiori (da 10 a 100 volte) rispetto agli adulti. “Il nostro studio non è stato progettato per dimostrare che i bambini più piccoli diffondono la Covid-19 tanto quanto gli adulti, ma è una possibilità”, spiega Heald-Sargent. “Dobbiamo tenerne conto nelle strategie per ridurre la trasmissione, mentre continuiamo a conoscere meglio questo virus”.

Sebbene il nuovo studio abbia alcune limitazioni, come l’aver coinvolto un piccolo campione di partecipanti e aver analizzato solo la presenza del’rna virale (e non il virus infettivo), gli esperti sottolineano che ci sono prove sempre più evidenti del fatto che i bambini piccoli possono trasportare quantità significative del nuovo coronavirus“Ho sentito molte persone dire che i bambini non si infettano. E questo ultimo studio dimostra chiaramente che non è vero”, ha commentato al New York Times Stacey Schultz-Cherry, virologa del St. Jude Children’s Research Hospital. “Penso che questo sia un primo passo importante, davvero importante, per comprendere il ruolo che i bambini svolgono nella trasmissione”.

Informazioni, quindi, preziose soprattutto per la tanto discussa riapertura delle scuole“Ora che siamo alla fine di luglio e pensiamo di riaprire le scuole a breve, questi risultati devono davvero essere presi in considerazione”, aggiunge Jason Kindrachuk, virologo dell’Università di Manitoba. “Sospetto che probabilmente queste evidenze si tradurranno nel fatto che c’è anche il virus, ma non possiamo dirlo senza vedere i dati”, commenta Juliet Morrison, virologa all’Università della California, a Riverside.“Riapriremo asili nido e scuole elementari”. Ma se questi risultati dovessero essere confermati, “allora sì, sarei preoccupata”.



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Medicina

Due vaccini contro il coronavirus arrivano all’ultima fase di sperimentazione

La fase 3 del trial clinico del vaccino a mRna è partita e coinvolgerà 30mila persone negli Stati Uniti con l’obiettivo di verificarne l’efficacia

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I vaccini a mrna contro il nuovo coronavirus volano verso l’ultima fase della sperimentazione sull’essere umano. Sia la biotech statunitense Moderna Inc sia Pfizer/BioNTech hanno annunciato la partenza della fase 3 della sperimentazione clinica dei propri candidati basati sulla tecnologia a rna messaggero, rispettivamente il mrna-1273 (sviluppato in collaborazione con l’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive (Niaid) del National Institutes of Health) e il Bnt162b2 . L’obiettivo primario per entrambi gli studi sarà valutare l’efficacia dei dispositivi contro Sars-Cov-2.

Il vaccino mrna-1273 di Moderna

La fase 3 dello studio clinico del candidato vaccino mrna-1273, ribattezzata Cove (Coronavirus Efficacy) ha preso il via il 27 luglio con la somministrazione di una dose da 100 microgrammi nei nuovi volontari. Si tratta, precisa l’azienda in una nota, di uno studio randomizzato controllato, che significa che i 30mila partecipanti previsti verranno assegnati in modo casuale a due gruppi: un gruppo riceverà effettivamente il nuovo vaccino sperimentale, l’altro una dose equivalente di soluzione salina (placebo). Sarà svolto in doppio cieco, ossia né i volontari né i ricercatori che monitoreranno i dati sapranno a priori chi davvero è stato vaccinato contro Sars-Cov-2.

I volontari sono stati selezionati in decine di centri di riferimento negli Usa per rispecchiare la popolazione adulta (dai 18 anni in su), con particolare attenzione alle categorie più a rischio di contrarre il nuovo coronavirus e quindi di ammalarsi di Covid-19.

L’obiettivo del trial Cove è di valutare l’efficacia del candidato vaccino a mrna: nell’arco di 2 anni un comitato esterno e indipendente di ricercatori del Niaid monitorerà i volontari annotando le infezioni contratte per capire se mrna-1273 è in grado in primo luogo di prevenire la malattia sintomatica. In alternativa, gli esperti dovranno capire se il dispositivo ha la capacità di prevenire l’infezione da Sars-Cov-2 oppure di evitare le forme gravi di Covid-19 (quelle che necessitano del ricovero). Un’altra domanda a cui dovranno trovare una risposta è se sia sufficiente una sola somministrazione di vaccino per ottenere protezione o se ne occorrano altre successive. E infine c’è da capire per quanto tempo durerà un’eventuale immunità.

La sperimentazione di Moderna rientra nel programma Warp Speed dell’amministrazione Trump e l’azienda ha da poco ricevuto 472 milioni di dollari dal governo per implementare lo sviluppo del suo vaccino. Se tutto andrà bene, mrna-1273 sarà il primo vaccino a mrna approvato dalla Fda e Moderna, grazie a accordi commerciali con diversi partner, prevede di riuscire a erogare da 500 milioni a 1 miliardo di dosi all’anno a partire dal 2021.

Il vaccino Bnt162b2 di Pfizer

Quasi in contemporanea anche Pfizer e la partner BioNTech hanno annunciato l’inizio del trial clinico di fase 2/3 del candidato vaccino a mrna chiamato Bnt162b2, a base di un mrna per una glicoproteina di Sars-Cov-2 ottimizzato per suscitare una potente risposta immunitaria. Le aziende ne stanno sperimentando altre 3 varianti ma Bnt162b2 ha dato i migliori risultati per il momento.

Lo studio è di tipo randomizzato controllato in doppio cieco e prevede la partecipazione di 30mila volontari tra i 18 e gli 85 anni presso 12o centri di riferimento internazionali (esclusa la Cina). I volontari che verranno effettivamente vaccinati (metà di loro invece costituirà il gruppo di controllo con placebo) riceveranno due dosi da 30 microgrammi di Bnt162b2.

Obiettivo è appurare l’efficacia del candidato vaccino: i ricercatori dovranno capire se previene Covid-19 in persone che non hanno mai contratto Sars-Cov-2 e poi se previene la malattia indipendentemente da precedenti infezioni. In secondo luogo valuteranno se il candidato vaccino previene le forme gravi di Covid-19 oppure se impedisca l’instaurarsi dell’infezione.

Le aziende sono fiduciose del successo della sperimentazione e stanno preparando la documentazione da sottomettere alla Fda per richiedere l’approvazione già il prossimo ottobre per poter distribuire 100 milioni di dosi entro la fine del 2020 e 1,3 miliardi entro il 2021.

 



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