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Siamo tutti blasfemi

L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni.

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L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni. A differenza del 2017, però, quest’anno lo stesso atto di subvertising ha scatenato una polemica decisamente più ampia che si è conclusa con la rimozione dell’opera – obiettivo raggiunto soprattutto grazie agli amplificatori mediatici dei vari Salvini e Meloni, che da soli raggiungono ogni giorno cinque milioni di italiani.

L’opera di Hogre, raffigurante un bambino inginocchiato in preghiera davanti a un Cristo col membro in erezione, è un provocatorio atto di denuncia contro la diffusa pedofilia ecclesiastica – quella, per intenderci, sulla quale fino a ieri vigeva il segreto pontificio e che è stata sistematicamente occultata dal Vaticano, con effetti traumatici e disastrosi per migliaia di bambini in tutto il mondo, come messo in evidenza da Emanuela Provera (ex numeraria dell’Opus Dei) e Federico Tulli nel libro Giustizia Divina (Chiarelettere, 2019

In un paese più laico e progressista la provocazione di Hogre, oltre a provocare le legittime reazioni indignate dei cattolici, avrebbe dato il via a un dibattito sul tema della pedofilia ecclesiastica. Ne ha invece scatenato un altro – l’ennesimo – sulla blasfemia, tema tanto caro alla destra populista italiana. Stiamo parlando della stessa destra da sempre pronta a ridimensionare i vari scandali vaticani e il “cattivo cristianesimo” dei suoi esponenti, ma altrettanto pronta a ingigantire (e strumentalizzare) le più effimere questioni simbolico-identitarie, come i presunti attacchi al presepe, al Natale o al crocifisso.

Ora, quando si tratta di blasfemia, per degli atei è sempre sconveniente e impopolare intervenire, visto che si finisce sistematicamente sotto il fuoco incrociato di tutti: la destra identitaria, la sinistra “regressista”, i cattolici fondamentalisti, gli inediti alleati musulmani, e persino alcuni atei “smemorati”, nel senso che si chiarirà più avanti.

Inutile qui ribadire gli stessi “noiosi” argomenti giuridici che abbiamo già esposto in altre occasioni – la libertà di espressione come diritto universale e costituzionale; l’inconsistenza e la labilità giuridica delle leggi contro la blasfemia; il fatto che fu Mussolini a introdurre gli art. 724 e 402-405 del Codice Penale, nel 1930, a un anno di distanza dai Patti Lateranensi; l’arbitrarietà con la quale vengono punite la bestemmia e il vilipendio, con pene che vanno dalla multa fino ai due anni di carcere, etc.

Questo tipo di argomenti non serve a nulla se il nostro interlocutore non ragiona in termini di stato di diritto, ma solo in termini di sensibilità offesa, disgustata indignazione e identità violata. In questo articolo vale allora la pena provare a ragionare allo stesso modo, con tre argomenti più diretti e persuasivi che riguardano rispettivamente il passato, il presente e il futuro della blasfemia.

Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia

Iniziamo dal primo. Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia: con molta probabilità in passato sarebbero stati loro i blasfemi. Per un motivo o per un altro, sarebbero stati loro a offendere Dio “in parole, opere o omissioni”, meritandosi per questo di essere perseguitati dalla Chiesa Cattolica, che “ai tempi d’oro” era sovrana incontrastata del cielo, ma soprattutto della terra.

Blasfeme erano ad esempio le donne, messe al rogo in quanto streghe o sottoposte all’abominevole pratica dell’ordalia se sospettate di adulterio, come impartito da Dio a Mosè nel libro dei Numeri (5,11-31).

Blasfemi erano i sodomiti, che a seconda dell’interpretazione dottrinale possono essere i soli omosessuali, o chiunque metta in atto l’“abominevole” pratica del sesso anale, coppie eterosessuali incluse.

Blasfemi erano gli eterodossi che professarono “dottrine o opinioni diverse da quelle della maggioranza”, e blasfemi erano gli eretici, ovvero “chi, essendo membro della Chiesa Cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio (sic!) qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede”.

Blasfemo fu in tal senso un frate domenicano di nome Giordano Bruno, messo al rogo perché non riusciva a concepire la trinità di Dio, non credeva nella verginità della Madonna e pensava che il corpo di Cristo fosse nell’ostia solo simbolicamente. Blasfemo fu anche uno scienziato di nome Galileo Galilei, costretto all’abiura per aver osato contraddire le Sacre Scritture sostenendo che il Sole fosse al centro dell’universo e che la Terra ruotasse attorno a esso.

Infine – mais ça va sans dire – blasfemi erano tutti quei reietti della storia ecclesiastica che in un modo o nell’altro negarono Dio o l’autorità della Chiesa Cattolica: atei, anticlericali, risorgimentisti e sostenitori della laicità – sì, anche loro, come messo ben in mostra da Raffaele Carcano nel suo ultimo libro “Storia dell’antilaicità” (Nessun Dogma, 2019).

Ma – attenzione – perché adesso dirò una cosa che prenderà tutti in contropiede: blasfemi erano anche i cristiani che stanno leggendo questo articolo. Sì, proprio loro. Perché, da Socrate in poi, blasfemo fu chiunque professò divinità diverse da quelle venerate dalla maggioranza, incluso Gesù Cristo, accusato dal tribunale del Sinedrio di “bestemmia” per essersi autodefinito “figlio di Dio” – o per caso l’abbiamo dimenticato?

“Smemorati” non sono solo dunque gli atei che hanno dimenticato i roghi accesi per punire la loro blasfemia, ma anche i cristiani e i cattolici che sostengono oggi le leggi contro la blasfemia, forti della loro posizione di maggioranza, dimenticandosi di quando erano invece minoranza, costretti a pregare e seppellire i propri morti nelle catacombe, per non finire crocifissi uno dietro l’altro lungo la strada, proprio come il loro profeta.

Nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€

Ma basta parlare del passato. Il secondo argomento riguarda infatti il presente. Ed è un argomento di una logica sottile ma inoppugnabile. Avete presente quando i cattolici italiani si scagliano contro i musulmani perché nelle loro teocrazie mettono a morte i blasfemi e gli apostati – e anche alcuni dei loro confratelli cristiani? Bene, sappiate che ciò che differenzia i primi dai secondi non è una differenza qualitativa, bensì solo quantitativa: le teocrazie musulmane mettono a morte o imprigionano chi considerano “blasfemo”; nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€ nel recentissimo caso di Oliviero Toscani, condannato per “vilipendio di religione mediante offesa a ministri di culto”.

Ma – è questo il punto – dal fascismo in poi noi puniamo i nostri blasfemi in nome dello stesso principio giuridico per il quale i musulmani puniscono i loro, e cioè che sia giusto punire qualsiasi espressione o atto che offenda il sentimento religioso dei cittadini, siano o meno tra le file della “maggioranza” – anche se il sentimento religioso della maggioranza sembra avere un peso diverso rispetto a quello delle minoranze, una sorta di “corsia giuridica preferenziale” per così dire.

Ci rendiamo conto del paradosso? Di qui la necessità di abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. Perché il mantenimento delle nostre leggi sulla blasfemia legittima e giustifica le loro leggi sulla blasfemia – e infatti sono le teocrazie musulmane stesse ad additare l’ipocrisia europea, che da una parte sostiene in linea generale l’abolizione delle leggi sulla blasfemia (Raccomandazione 1805 del 2007), dall’altra lascia che la Corte Europea dei Diritti Umani condanni per blasfemia dei suoi cittadini, ancora oggi.

Se neanche questo argomento convince i sostenitori delle leggi contro la blasfemia, proviamo allora con quest’altro ragionamento laterale. Lasciamo stare le suddette leggi, focalizzandoci invece su quelle contro l’omosessualità e la sodomia. Sappiamo infatti che in circa 70 paesi l’omosessualità è punita con la prigione o con la pena di morte.

Il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità

Ora, ragionando per assurdo: se tra qualche anno in Italia passasse una legge simile, che punisse “effusioni e atteggiamenti omosessuali” con una multa fino a 309€, come reagiremmo? Sosterremmo, come qualcuno fa nel caso delle leggi contro la blasfemia, che in fondo si tratta “solo” di una multa? Che noi non siamo come l’Arabia Saudita o l’Iran, che impiccano gli omosessuali, soltanto perché le nostre pene sono “meno severe”?

Confido nella “buona fede” di tutti che non lo faremmo. Perché, multa o condanna a morte, il reato di omosessualità è assurdo. Ecco, quello che non riusciamo a capire – e che non riescono a capire persino alcuni non credenti, vittime di una “ateofobia interiorizzata” – è che il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità.

Ma veniamo al terzo e ultimo argomento, quello riguardo al futuro della blasfemia. Abbiamo detto che è necessario abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. È questo infatti il bivio che, in quanto membri dell’Unione Europea, ci si para davanti: seguire stati come la Polonia, la Spagna o l’Ungheria, che stanno inasprendo l’uso delle leggi contro la blasfemia al traino delle loro destre populiste, arrivando persino a bruciare dei libri di Harry Potter e ombrellini di Hello Kitty; o fare come Norvegia, Malta, Islanda, Danimarca, Irlanda e Grecia, che hanno tutte abolito le loro leggi sulla blasfemia dopo il 2015, l’anno del tragico attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

Il futuro della libertà di espressione è di fronte a noi. Ricordiamoci chi eravamo, guardiamoci attorno, e scegliamo saggiamente



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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in Rai meno messe papali, più informazione scientifica

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così l’annuncio, pubblicato sulle pagine social di Rai 1, che da oggi l’emittente trasmetterà ogni giorno alle 7 la messa celebrata da papa Francesco nella cappella del palazzo di Santa Marta.

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«Rai Vaticano, fiction religiose, una frequenza dedicata all’emittente dei vescovi, vaticanisti nelle redazioni, TG che aprono riportando affermazioni quasi sempre irrilevanti del papa. Ora anche la messa quotidiana su Rai 1. Mai come in questo momento il nostro paese meriterebbe un’informazione plurale, che valorizzi la ricerca, il confronto razionale su problemi e soluzioni e invece ciò che la Tv di Stato pensa di propinare a tutti è l’ossessiva promozione della religione cattolica. Siamo il paese che alla scuola primaria riserva due ore all’insegnamento della religione cattolica, lo stesso tempo dedicato all’insegnamento della scienza. Almeno da adulti vorremmo uscire da questo condizionamento».

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, commenta così l’annuncio, pubblicato sulle pagine social di Rai 1, che da oggi l’emittente trasmetterà ogni giorno alle 7 la messa celebrata da papa Francesco nella cappella del palazzo di Santa Marta.

«Non è solo una questione di mancata pluralità, che di per sé sarebbe ragione sufficiente per criticare l’ennesimo inserimento nel palinsesto di un contenuto religioso e nella fattispecie cattolico. Ma di momento storico: gli utenti vogliono informazione, dati scientifici, vogliono capire cosa sta succedendo e cosa fare affinché non accada più. La Rai cosa fa? Offre conforto religioso monoconfessionale. Conforto che peraltro il papa può già diffondere urbi et orbi attraverso la Tv della Conferenza episcopale italiana. Usciamo da questa logica d’altri tempi, si privilegi l’informazione, l’approfondimento, si parli dei nodi politici che ci hanno condotto all’attuale situazione. Per scongiurare altre future pandemie rosari e preghiere servono a poco».



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Coronavirus e fede, un binomio impossibile

Le fedi con cui il governo si è trovato a dover fare i conti sono addirittura due: quella cattolica e quella calcistica

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Si sa che in tempi difficili le persone religiose si sentono in genere spinte a rivolgere appelli alle loro divinità, e non c’è dubbio che l’attuale emergenza sanitaria per il coronavirus sia un momento particolarmente difficile per tutti. Una di quelle situazioni in cui a maggior ragione si dovrebbero chiedere risposte alla scienza e alla ricerca, le uniche realmente in grado di guidare l’intera società globale, a partire dai suoi governanti, verso l’uscita dal tunnel. Ma una preghiera la si può sempre recitare; al massimo potrà non avere effetti benefici, di certo non ne avrà di nocivi.

I sostenitori del regime hanno pubblicato dei video che li ritraggono mentre leccano spavaldi le suppellettili

Se però si va oltre la semplice preghiera spontanea, se si veicola il messaggio che la risposta al problema va ricercata nella religione e non nella scienza, allora sì che può essere arrecato nocumento. È ciò che sta accadendo in Iran, la nazione forse con il bilancio più pesante in termini di vittime dopo la Cina: per le autorità locali le vittime a fine febbraio erano al di sotto delle 50 unità, ma fonti non ufficiali ritengono che il numero sia più di quattro volte tanto. Come denuncia l’attivista e autrice Masih Alinejad, le autorità iraniane non hanno alcuna intenzione di limitare i pellegrinaggi verso i santuari di Qom, la seconda città santa iraniana dopo Mashhad e primo focolaio di Covid-19, né tantomeno prendono in considerazione l’idea di mettere in quarantena intere città. Anzi i sostenitori del regime hanno pubblicato dei video che li ritraggono mentre leccano spavaldi le suppellettili e incitano altri a farlo, compresi perfino dei bambini. Secondo Alinejad, a seguito della sua denuncia pubblica le autorità hanno arrestato due delle persone riprese in quei video, ma a nessuno dei religiosi che hanno esortato a compiere questi atti è stato contestato nulla. Per la cronaca, lo stesso viceministro della salute e la vice presidente dell’Iran hanno contratto il virus e un parlamentare è deceduto, eventi che infine hanno spinto le autorità a chiudere il parlamento.

In India le autorità hanno diramato un comunicato stampa in cui spiegano come comportarsi di fronte al nuovo virus. Naturalmente non potevano non ribadire le forme di prevenzione raccomandate dall’Oms, ma purtroppo non si sono limitate a questo; hanno anche elencato una serie di rimedi basati sulle medicine tradizionali alternative come Ayurveda e Unani, ovviamente prive di validità scientifica ma praticate comunemente. Una vera e propria fede, non nella religione ma nella pseudoscienza. In particolare uno dei rimedi proposti altro non è altro che una soluzione omeopatica a base di arsenico. E pensare che perfino il colosso di questa pseudoscienza, la francese Boiron, ha raccomandato ai suoi clienti di non usare l’omeopatia per curare chi è affetto da Covid-19.

In Indonesia la situazione sembrerebbe tutto sommato sotto controllo. Sembrerebbe, appunto. Il che per molti è sospetto, vista la vicinanza con l’epicentro cinese e i collegamenti aerei proprio con la tristemente famosa cità di Wuhan; si teme che le autorità nascondano una situazione ben peggiore, oppure che non abbiano attuato protocolli idonei, e il fatto che pazienti infetti in Malaysia e Nuova Zelanda erano stati in Indonesia sembra confermarlo. Tuttavia il ministro della salute indonesiano ha dichiarato che le preghiere sono alla base di questa presunta immunità del suo Paese, aggiungendo che in frangenti come questo a fare da guida dev’essere la fede. Certo non è bene fare leva sull’allarmismo, ma anche minimizzare la gravità della situazione e suggerire di rivolgersi alla preghiera come rimedio non è la cosa più intelligente da fare da parte di chi governa. Il focolaio in Corea del Sud è lì a dimostrare, se mai ve ne fosse bisogno, che la preghiera non ha effetti antivirali, visto che è nato e dilagato proprio all’interno di una comunità religiosa.

L’atteggiamento in merito degli Stati Uniti non è così spregiudicato ma non si può nemmeno dire che sia particolarmente cautelativo. Il vicepresidente Pence ha riunito in preghiera il team che dovrebbe occuparsi dell’emergenza coronavirus. Lo stesso Pence, come ricorda un lettore sul New York Times, in altri tempi ha dichiarato che il fumo non uccide, che i cambiamenti climatici non esistono e, soprattutto, nel momento in cui l’Hiv dilagava suggeriva proprio di pregare. Dal canto suo lo stesso Trump ha a un certo punto lamentato che l’emergenza coronavirus è stata gonfiata ad arte dai democratici per screditarlo; come dire che ogni pretesto è buono per essere strumentalizzato. Sempre dal mondo anglosassone è degna di nota la raccomandazione del sistema sanitario inglese ai suoi dipendenti: ha chiesto a chi porta la barba di radersi per massimizzare l’efficacia delle mascherine, ma solo se non ci sono “forti ragioni culturali o religiose” che impongono loro di tenerla. Ci penserà la fede a far funzionare comunque la mascherina?

Le fedi con cui il governo si è trovato a dover fare i conti sono addirittura due: quella cattolica e quella calcistica

E in Italia? Qui le fedi con cui il governo si è trovato a dover fare i conti sono addirittura due: quella cattolica e quella calcistica, e in entrambi i casi ci sono stati tentennamenti. Le partite non sono state fermate del tutto, si è andati avanti tra gare rinviate, gare disputate a porte chiuse e perfino a porte semichiuse; paradossalmente il mondo del pallone è riuscito a rimanere attivo il più possibile, a differenza di altre federazioni sportive più caute. Per quanto riguarda le manifestazioni religiose, dopo la messa del papa a Bari con migliaia di persone nella stessa piazza, che speriamo sia passata senza contagi ma è ancora presto per dirlo con certezza – qualche positivo lo si registra anche in Puglia e nel vicino Molise e uno di questi, o da questi contagiato, potrebbe essere stato dal papa – nelle regioni più colpite le messe sono state tutte sospese. La cosa ha però prodotto malumori. Andrea Riccardi cita come esempio virtuoso Carlo Borromeo che visitava gli appestati, ma anche il sociologo Stark che a sua volta tira in ballo i primi cristiani e la loro unità di fronte alle epidemie. I vescovi lombardi hanno chiesto alla Regione di permettere le messe feriali, di norma poco frequentate.

Non si fatica certo a credere che nei giorni feriali siano pochi i fedeli che vanno a messa, ci sarà più folla all’ufficio postale o al supermercato. Ma si può dire che la messa sia importante quanto la spesa? Non alimentare gli allarmismi è un conto, allentare la presa senza ragioni valide un altro. Non stiamo parlando di un virus particolarmente pericoloso, non è letale per persone sane, ma la sua velocità di diffusione è tale che non fare tutto quello che si può fare potrebbe avere come conseguenza la congestione del sistema sanitario. A quel punto le spese le faremmo tutti, chi è affetto da Covid-19 e chi ha bisogno di visite o terapie di tutt’altra natura. Nel dubbio se una misura può essere adeguata o esagerata sarebbe bene optare per la sua attuazione. Ad esempio sarebbe stato opportuno evitare le diecimila persone in fila a Bologna per una card gratuita, mentre bene prendere provvedimenti contro chi tenta di approfittarne come la dietologa vercellese che suggeriva l’alimentazione secondo lei adeguata. La fede può anche attendere; ci sono arrivati perfino a Lourdes, patria del turismo basato sulle false guarigioni miracolose, che alla fine ha preferito dar retta alla scienza.



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Altro che “culle vuote”: stiamo diventando troppi per un pianeta così piccolo

Come ogni anno l’Istat ha pubblicato le statistiche sulla natalità. E, come ogni anno, si sono subito alzati gli istituzionali lamenti, perché il calo continua. Il messaggio che ci vogliono trasmettere (non sempre implicitamente) è che sarebbe un male a prescindere, quasi il male assoluto: starebbero scomparendo gli italiani.

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Come ogni anno l’Istat ha pubblicato le statistiche sulla natalità. E, come ogni anno, si sono subito alzati gli istituzionali lamenti, perché il calo continua. Il messaggio che ci vogliono trasmettere (non sempre implicitamente) è che sarebbe un male a prescindere, quasi il male assoluto: starebbero scomparendo gli italiani.

Non è vero. Quello che è vero è che la popolazione mondiale continua invece a crescere a livelli sempre più insostenibili. Ma a quasi tutti i politici, i religiosi, gli storytellers sembra che i fatti non importino.

E allora, per affrontare seriamente una questione essenziale per le sorti dell’umanità, è forse utile partire da un episodio minore accaduto in una piccola realtà di provincia, che si è meritato la clericalata della settimana scorsa. Una vicenda in apparenza marginale è in grado di esemplificare meglio di tanti studi come vanno le cose, come dovrebbero andare e, purtroppo, come rischiamo che andranno realmente. Il contrasto non potrebbe essere maggiore, ma il futuro non potrebbe essere più fosco.

Il populismo popolazionista

Il Comune di Cremona pubblica un opuscolo sui cambiamenti climatici. Non contiene niente di particolare, in apparenza, ma illustra anche quelle che ritiene siano le “quattro azioni individuali più efficaci per mitigare i cambiamenti climatici”. Una di queste è fare “meno figli”. Non dovrebbe essere difficile capire che invitare a fare “meno figli” è faccenda molto diversa dall’invitare a non farne nessuno: per averne una riprova, basta dare un’occhiata ad altri due consigli, “no auto” e “no aereo”. E tuttavia, un semplice invito a fare meno figli è ormai di per sé sufficiente a far scoppiare polemiche su scala nazionale.

Per affrontare seriamente una questione essenziale per le sorti dell’umanità, è forse utile partire da un episodio minore

Il seguito è all’insegna della più scontata commedia all’italiana. Matteo Salvini tuona immediatamente su Facebook: “Ecco come il Comune di Cremona, a guida PD, usa i soldi dei contribuenti. Ma roba da matti!!!” Il sindaco giura di non saperne nulla e trova quanto scritto “profondamente sbagliato e stupido”. Lo sponsor protesta. Le assessore responsabili si scusano. L’opuscolo viene ritirato.

Scende in campo anche il quotidiano dei vescovi, Avvenire, che già nel titolo denuncia il “volantino choc”. Si percepisce che, in quanto natalisti, sono scioccati dall’invito a fare meno figli, ma dimenticano di spiegarne il motivo. Lasciano la parola al presidente del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo (già noto per essere stato nella giunta Alemanno e per aver proposto gli asili nido parrocchiali), secondo il quale “se hai un figlio anche fare la differenziata diventa un atto di amore e non un obbligo comunale”. Indubbiamente persuasivo.

Se davvero si vuole ridurre l’impronta ecologica degli umani, prima devono calare le nascite

Avvenire cita anche alcune frasi della nota diramata dalla diocesi di Cremona, che svicolano a loro volta dalle questioni di merito: “la difesa del Creato passa dalla difesa e generazione della vita”; “si deve puntare sulla sobrietà e sulla cultura della cura”; “la spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo”. A meno che non si siano convertiti alla decrescita (all’insaputa di tutti), il loro sembra un banale tentativo di greenwashing della teologia popolazionista. E comunque, se davvero si vuole ridurre l’impronta ecologica degli umani, prima devono calare le nascitepoi i consumi. Le nascite impattano enormemente più dei consumi.

Quale approfondimento, il sito di Avvenire rimanda a un articolo scritto qualche giorno prima da Alessandro Rosina, docente dell’università cattolica del Sacro Cuore. È il demografo italiano più in vista del momento: non scrive soltanto sul quotidiano cattolico, ma anche in luoghi che dovrebbero essere più laici come La Voce, il Sole 24 Ore e Repubblica; viene citato dal Fatto Quotidiano e pubblica libri per Laterza. Fa ‘opinione’. Ma anche Rosina si affida agli slogan a effetto.

Invita infatti i giovani a concepirsi come lobby: “meno peso elettorale per le nuove generazioni quindi anche meno forza per scelte collettive che inglobino le loro istanze e sensibilità”. Ricorda l’esigenza della “sostenibilità del sistema sociale” – che è come invitare i giovani a far figli per lo scopo egoistico di vedersi riconosciuta, prima o poi (molto poi), una pensione. Ci rammenta che “già oggi possiamo vedere in modo crescente in aree montane o decentrate l’effetto dello spopolamento con la presenza di soli anziani”, che tuttavia è un fenomeno ormai secolare e mondiale provocato da cambiamenti economici (e anche ambientali, nel caso degli Appennini). Non sapendo più a cosa aggrapparsi attacca chi chiede meno nascite, sostenendo che, “con la stessa logica si può, magari, pensare di ridurre anche la disoccupazione giovanile, le stragi del sabato sera, il bullismo nelle scuole, e così via”. È sgradevole vedere un accademico che, per assenza di argomentazioni, si riduce alla polemica gratuita. Nel suo articolo Rosina non ricorda mai il numero raggiunto dagli esseri umani e non cita alcuna previsione sul loro futuro. Purtroppo, non è l’unico a comportarsi così.

Ha infatti agito allo stesso modo persino il capo dello stato. Che, in occasione della pubblicazione dei dati Istat, ha ricevuto al Quirinale una delegazione del Forum delle associazioni familiari guidata, ovviamente, proprio da Gigi De Palo. E se ne è uscito, Sergio Mattarella (colui che dovrebbe rappresentare tutti), con dichiarazioni che più cattoliche sarebbe difficile scovare: “è un problema che riguarda l’esistenza del nostro Paese. Come conseguenza dell’abbassamento di natalità vi è un abbassamento del numero delle famiglie. Le famiglie non sono il tessuto connettivo dell’Italia, le famiglie sono l’Italia. Questo significa che il tessuto del nostro Paese si indebolisce e va assunta ogni iniziativa per contrastare questo fenomeno”.

Al sud c’è meno lavoro e meno sicurezza, e quindi si fanno ora meno figli che al nord

Sarebbe sin troppo facile, signor presidente, ricordarle quanto l’atavico familismo, o il più recente mammismo, hanno danneggiato l’Italia – e soprattutto il meridione. L’indipendenza economica delle donne italiane è ancora insufficiente (in Europa fa peggio soltanto la Grecia), eppure, anche se ne restano così tante a casa, non si verifica alcun aumento delle nascite. Il calo, come ammette anche Avvenire, è più accentuato in nazioni come Portogallo, Spagna, Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Polonia: paesi che non sono esattamente i motori dello sviluppo economico europeo. Avvenire non prova nemmeno a domandarsi perché: del resto, è riuscito incoerentemente a dare la colpa della detanalità anche al capitalismo (che pure qualche interesse potrebbe avercelo, a un aumento dei consumatori). In Italia, un paese oggettivamente sovrappopolato per il suo territorio prevalentemente montuoso, i connazionali che emigrano continuano a essere più numerosi di quelli che rientrano. Il sud è più cattolico e più familista, ma al sud c’è meno lavoro e meno sicurezza, e quindi si fanno ora meno figli che al nord. Succede perché gli europei sono enormemente più istruiti di quanto lo fossero i loro trisnonni, e quindi non abboccano alle argomentazioni retoriche dei natalisti. Sembrano quasi ribattere loro: “prima la stabilità esistenziale, poi i figli”. Come mantenerli, altrimenti?

C’è una drammatica confusione tra causa ed effetto: non è il calo delle nascite a mettere a rischio l’esistenza del paese, è la diffusa percezione che il paese è vicino al collasso a spingere a fare pochi figli. Purtroppo, questa convinzione non è diffusa ovunque. Le culle vuote andrebbero spedite in Africa.

2100: odissea sulla Terra?

Anche Rosina, nel suo articolo, cita di sfuggita il libro Population bomb di Paul R. Ehrlich, che nel 1968 diede avvio al dibattito sulla sovrappopolazione. Ehrlich è ormai diventato il bersaglio preferito dei natalisti, l’esempio vivente dello scienziato catastrofista le cui previsioni non si avverano. E questo è vero, quantomeno per ora. Com’è vero che, se le previsioni di Ehrlich non si sono avverate, è stato grazie alla cosiddetta “rivoluzione verde”, che nel 1970 fruttò al suo esponente più noto, Norman Borlaug, il premio Nobel per la pace. Le innovazioni agricole introdotte a quel tempo hanno effettivamente fronteggiato la crescita dell’umanità. Se è capitato una volta, sostengono i natalisti, perché non dovrebbe capitare nuovamente?

Così facendo, trascurano il monito che lo stesso Borlaug lanciò nel suo discorso di accettazione del Nobel: “la rivoluzione verde ha dato all’uomo un po’ di respiro. Ma lo spaventoso potere della riproduzione umana deve essere imbrigliato, altrimenti il successo della rivoluzione verde si rivelerà effimero”. La sua speranza era che, “entro le prossime due decadi, l’uomo riconoscerà il percorso autodistruttivo lungo la strada della crescita irresponsabile della popolazione”.

Si sbagliava anche Borlaug. Parte dell’umanità non sembra proprio voler limitare la propria riproduzione

Sfortunatamente si sbagliava anche Borlaug. Parte dell’umanità non sembra proprio voler limitare la propria riproduzione, e nello stesso tempo sta scomparendo anche la sensibilità al problema, all’epoca ben più diffusa. Quando Borlaug pronunciava il suo discorso eravamo 3,7 miliardi. Oggi siamo più del doppio, circa 7,7 miliardi. Nel 2050, prevede una stima (media) dell’Onu, saremo 9,7 miliardi; a fine secolo, 11 miliardi. Solo allora la popolazione mondiale potrebbe frenare la sua continua crescita.

Un piccolo sasso scagliato nell’universo può ospitare undici miliardi di persone? È la domanda da cui i demografi natalisti scantonano con sconcertante regolarità. C’è diffuso scetticismo che possa accadere. Più della metà della popolazione mondiale è stipata in centri abitati sempre più grandi: nel mondo vi sono ormai 548 città con più di un milione di abitanti, e il fenomeno è in ulteriore crescita, soprattutto dove le condizioni di vita sono peggiori. Già oggi non riusciamo ad alimentare tutti gli umani: uno su nove patisce ancora la fame, dicono le Nazioni Unite. Quasi un bambino su due che muore prima dei cinque anni ancora muore a causa della denutrizione, sua e/o di sua madre. Aumentare le nascite significa aumentare anche queste morti.

Quasi 800 milioni di umani, ricorda l’Oms, sono privi di acqua, e due miliardi accedono ad acqua contaminata con feci, provocando così quasi 500.000 morti all’anno per diarrea. Circa metà della popolazione mondiale vive in aree con carenze idriche – anche perché sono quelle più sovrappopolate. Il surriscaldamento climatico farà il resto, riducendo non soltanto l’acqua, ma anche la biodiversità e la terra coltivabile. L’Onu ha già messo le mani avanti, manifestando seri dubbi sulla possibilità di raggiungere gli obbiettivi 2030 per un progresso sostenibile.

L’unica soluzione sinora individuata è invitare gli umani a mangiare meno carne. Ma per far fronte al riscaldamento globale, alla deforestazione e alla mancanza d’acqua il consumo dovrebbe ridursi del 90%, afferma uno studio pubblicato su Lancet. Senza peraltro spiegare come convincere gli umani a farlo, dal momento che una famiglia di dodici burundesi consuma mediamente meno di tre texani. Ed è quindi più facile pensare che siano i burundesi a voler (giustamente, dal loro punto di vista) consumare la stessa quantità di carne che si consuma in Texas. Oggi. E nel 2100?

Si finisce quindi per sperare nel “miracolo” di una nuova rivoluzione verde

Il tentativo della Fao di promuovere il consumo di insetti sembra tra l’altro già fallito. Si finisce quindi per sperare nel “miracolo” di una nuova rivoluzione verde. Eppure dovrebbe essere evidente che le nascite devono diminuire prima che siano attuati straordinari miglioramenti nella produzione alimentare che, al momento, sono ancora da individuare.

Senza dimenticare (ma come è possibile dimenticarlo?) che le varie zone del mondo sono come vasi che in passato erano relativamente poco pieni e scarsamente comunicanti. Oggi comunicano molto, e non si può quindi pensare di riempirli all’infinito, perché da qualche parte si perderà acqua. Le enormi implicazioni dei fenomeni migratori richiederebbero prima strategie razionali per affrontare il problema, poi la gestione degli eventuali trasferimenti di massa di centinaia di milioni di persone. Che aspirano legittimamente allo stesso tenore di vita dei paesi più sviluppati, e che dovremmo quindi cercare di accontentare. O li vogliamo lasciare in uno status perpetuo di minorità per il solito scopo egoistico di ricevere, prima o poi, uno straccio di pensione?

C’è chi ritiene non più impensabile una migrazione umana in Antartide: del resto, per la prima volta vi si sono superati i venti gradi. Roba da matti? Matteo Salvini non è un matto. Come quasi tutti i governanti africani, è soltanto uno a cui non importa nulla di cosa accadrà nel 2100, quando sarà ormai morto da un pezzo.

La ragionevolezza di controllare le nascite

Le critiche al popolazionismo mettono in seria difficoltà i leader politici e religiosi, che non sembrano in grado di confutarle. I natalisti vogliono una crescita della popolazione europea che risalga al cosiddetto livello di sostituzione (2,1 figli per ogni donna), ma non chiedono che scenda, in quei paesi dove oggi è molto al di sopra. L’esercizio della carità non è di aiuto: al contrario, a chi la riceve dà la falsa sicurezza che il cibo continuerà ad arrivare sempre, indipendentemente dal numero di figli generati. Di fronte a una situazione del genere il modello cattolico familista-popolazionista è ormai diventato inservibile.

È un messaggio, quello natalista, che tuttavia trasmettono anche altri. Si porta spesso a esempio la “laica” Francia per i suoi servizi di sostegno ai neo-genitori, che le permettono di avere tassi di natalità tra i più alti in Europa. La ragione è diversa, geopolitica: la secolare strategia di creare un contrappeso numerico alla Germania. Una scelta che diverse difficoltà comincia però a crearle, nella lotta alla disoccupazione.

Il natalismo viene promosso anche da qualche maldestro tentativo di incoraggiare la politica dell’accoglienza

Il natalismo viene promosso anche da qualche maldestro tentativo di incoraggiare la politica dell’accoglienza. Un buon esempio è rappresentato da una recente copertina di Internazionale: “Questo bambino salverà il mondo. La popolazione globale invecchia e secondo alcuni calerà entro la fine del secolo. Ma c’è un continente che potrà ancora contare sull’energia dei giovani: l’Africa”. Azzardato, come minimo. Per fare un esempio, la Nigeria ha ora 206 milioni di abitanti, che secondo le previsioni “medie” dell’Onu diventeranno 733 a fine secolo. Dovremmo tutti chiederci dove vivranno i 527 milioni in più, visto che già oggi più dell’8% della popolazione nigeriana vive all’estero, e il 45% di quelli rimasti manifesta a sua volta la volontà di andarsene a cercare fortuna altrove.

Piaccia o no, i dati sono questi. Le considerazioni da trarne dovrebbero essere obbligate. Non possiamo sperare che le tragga Salvini, di cui – guarda caso – non è possibile rintracciare alcuna dichiarazione a favore del natalismo africano. Chi è abituato a trarle, come gli scienziati statunitensi, ritiene invece (nell’82% dei casi) che la crescente popolazione mondiale costituirà un problema importante, perché non ci saranno cibo e risorse a sufficienza. È dunque tempo di pensare seriamente a un nuovo modello di sviluppo che consenta all’umanità di continuare ancora per millenni la sua avventura su questo pianeta, nelle migliori condizioni desiderate da ogni essere umano. Condizioni che prevedano anche la scelta di non diventare genitori, o di diventarlo quando, come e con chi si preferisce.

Non che non vi siano problemi. Lo squilibrio generazionale, per esempio, è un fenomeno indiscutibile che si riverbera sui sistemi pensionistici. Ma chi lo rimarca tralascia troppo spesso i suoi aspetti positivi: è anche il frutto della vittoria nella lunga battaglia scientifica per aumentare la lunghezza della vita. Dimentica anche i precedenti storici (si è verificato dopo ogni guerra particolarmente cruenta) e non ne analizza le cause, tra cui vi è l’esagerata natalità del passato – che dovrebbe quindi costituire anche un avvertimento a non ripetere lo stesso errore. Resta comunque un problema contingente: se riusciamo a superarlo, avremo creato le condizioni per un futuro enormemente più stabile.

Non siamo soli. Qualcuno che si batte contro la sovrappopolazione c’è per fortuna ancora

Non siamo soli. Qualcuno che si batte contro la sovrappopolazione c’è per fortuna ancora, ed è consolante constatare che è spesso di sesso femminile. Come la giovane promessa del Partito democratico Usa, Alexandria Ocasio-Cortez, che si è chiesta se sia giusto continuare a fare figli. O come Leticia Adelaide Appiah, che dirige il National Population Council del Ghana e che ha proposto di limitare a tre il numero dei figli per famiglia, negando nel contempo la gratuità dei servizi pubblici a chi supera tale limite nel suo paese.

Certo, per una politica globale di controllo delle nascite occorrono anche risorse economiche, che gli stati non sembrano avere molta voglia di erogare. Siamo arrivati al punto che la principale finanziatrice dell’Unfpa (il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) è la Bill & Melinda Gates Foundation. Per quando enorme possa esserne il beneficio, non servono però somme altrettanto enormi. E non è nemmeno determinante la politica del figlio unico, attuata in passato in Cina – che, per quanto ben poco laica, ha comunque evitato il collasso al paese, contribuendo a dare uno slancio economico che Africa e Medio Oriente hanno potuto soltanto sognare. È invece sufficiente diffondere consapevolezza, in modo che ogni essere umano sia libero di fare le sue scelte rendendosi conto delle conseguenze. A cominciare dalla correlazione indiretta (in quanto mediata dal reddito) tra numero di figli e felicità: maggiore il primo, minore la seconda. Vale per gli individui come per le nazioni.

Favoriamo quindi lo sviluppo degli esseri umani, non la loro massa. Diminuiamo drasticamente le nascite su scala mondiale, perché è l’unico modo per aumentare la qualità della vita di uomini e donne. Annulliamo la pletora di bonus-bebé che serve soltanto a disperdere gli scarsi fondi pubblici, e rendiamo palese che la libertà di procreare finisce dove inizia quella di chi è costretto a finanziare l’incoscienza riproduttiva. Libero chi vuole di essere irresponsabile, ma a proprie spese: vale per i troppi figli come per l’abuso di nicotina.

Siamo ancora in tempo per concretizzare una transizione razionale, senza conflitti generazionali

Anzi, cerchiamo di essere ancora più efficaci: visto che la maggior parte della natalità si concentra nei paesi in via di sviluppo, subordiniamo ogni aiuto economico all’attuazione di serie politiche demografiche. Siamo ancora in tempo per concretizzare una transizione razionale, senza conflitti generazionali. A Cremona come in Nigeria, nel Burundi come in Texas.

Quale prospettiva preferite, per il 2100? Un pianeta con undici miliardi di persone che fanno la fame e si fanno la guerra per le ultime risorse disponibili, o con sei miliardi che vivono molto meglio di noi? Quaranta milioni di italiani che si godono un magnifico paese, o sessanta milioni incolleriti perché soltanto pochi di loro riescono a tirare fine mese? La risposta dovrebbe essere scontata almeno quanto è importante.

A scanso di equivoci, non mi è di alcun interesse riflettere su quale sarà il colore della pelle di quei sei miliardi e di quei quaranta milioni. Mi piace invece pensarli felici. E mi piace impegnarmi perché siano davvero felici.



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Crediti :

UAAR

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