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Siamo tutti blasfemi

L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni.

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L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni. A differenza del 2017, però, quest’anno lo stesso atto di subvertising ha scatenato una polemica decisamente più ampia che si è conclusa con la rimozione dell’opera – obiettivo raggiunto soprattutto grazie agli amplificatori mediatici dei vari Salvini e Meloni, che da soli raggiungono ogni giorno cinque milioni di italiani.

L’opera di Hogre, raffigurante un bambino inginocchiato in preghiera davanti a un Cristo col membro in erezione, è un provocatorio atto di denuncia contro la diffusa pedofilia ecclesiastica – quella, per intenderci, sulla quale fino a ieri vigeva il segreto pontificio e che è stata sistematicamente occultata dal Vaticano, con effetti traumatici e disastrosi per migliaia di bambini in tutto il mondo, come messo in evidenza da Emanuela Provera (ex numeraria dell’Opus Dei) e Federico Tulli nel libro Giustizia Divina (Chiarelettere, 2019

In un paese più laico e progressista la provocazione di Hogre, oltre a provocare le legittime reazioni indignate dei cattolici, avrebbe dato il via a un dibattito sul tema della pedofilia ecclesiastica. Ne ha invece scatenato un altro – l’ennesimo – sulla blasfemia, tema tanto caro alla destra populista italiana. Stiamo parlando della stessa destra da sempre pronta a ridimensionare i vari scandali vaticani e il “cattivo cristianesimo” dei suoi esponenti, ma altrettanto pronta a ingigantire (e strumentalizzare) le più effimere questioni simbolico-identitarie, come i presunti attacchi al presepe, al Natale o al crocifisso.

Ora, quando si tratta di blasfemia, per degli atei è sempre sconveniente e impopolare intervenire, visto che si finisce sistematicamente sotto il fuoco incrociato di tutti: la destra identitaria, la sinistra “regressista”, i cattolici fondamentalisti, gli inediti alleati musulmani, e persino alcuni atei “smemorati”, nel senso che si chiarirà più avanti.

Inutile qui ribadire gli stessi “noiosi” argomenti giuridici che abbiamo già esposto in altre occasioni – la libertà di espressione come diritto universale e costituzionale; l’inconsistenza e la labilità giuridica delle leggi contro la blasfemia; il fatto che fu Mussolini a introdurre gli art. 724 e 402-405 del Codice Penale, nel 1930, a un anno di distanza dai Patti Lateranensi; l’arbitrarietà con la quale vengono punite la bestemmia e il vilipendio, con pene che vanno dalla multa fino ai due anni di carcere, etc.

Questo tipo di argomenti non serve a nulla se il nostro interlocutore non ragiona in termini di stato di diritto, ma solo in termini di sensibilità offesa, disgustata indignazione e identità violata. In questo articolo vale allora la pena provare a ragionare allo stesso modo, con tre argomenti più diretti e persuasivi che riguardano rispettivamente il passato, il presente e il futuro della blasfemia.

Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia

Iniziamo dal primo. Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia: con molta probabilità in passato sarebbero stati loro i blasfemi. Per un motivo o per un altro, sarebbero stati loro a offendere Dio “in parole, opere o omissioni”, meritandosi per questo di essere perseguitati dalla Chiesa Cattolica, che “ai tempi d’oro” era sovrana incontrastata del cielo, ma soprattutto della terra.

Blasfeme erano ad esempio le donne, messe al rogo in quanto streghe o sottoposte all’abominevole pratica dell’ordalia se sospettate di adulterio, come impartito da Dio a Mosè nel libro dei Numeri (5,11-31).

Blasfemi erano i sodomiti, che a seconda dell’interpretazione dottrinale possono essere i soli omosessuali, o chiunque metta in atto l’“abominevole” pratica del sesso anale, coppie eterosessuali incluse.

Blasfemi erano gli eterodossi che professarono “dottrine o opinioni diverse da quelle della maggioranza”, e blasfemi erano gli eretici, ovvero “chi, essendo membro della Chiesa Cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio (sic!) qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede”.

Blasfemo fu in tal senso un frate domenicano di nome Giordano Bruno, messo al rogo perché non riusciva a concepire la trinità di Dio, non credeva nella verginità della Madonna e pensava che il corpo di Cristo fosse nell’ostia solo simbolicamente. Blasfemo fu anche uno scienziato di nome Galileo Galilei, costretto all’abiura per aver osato contraddire le Sacre Scritture sostenendo che il Sole fosse al centro dell’universo e che la Terra ruotasse attorno a esso.

Infine – mais ça va sans dire – blasfemi erano tutti quei reietti della storia ecclesiastica che in un modo o nell’altro negarono Dio o l’autorità della Chiesa Cattolica: atei, anticlericali, risorgimentisti e sostenitori della laicità – sì, anche loro, come messo ben in mostra da Raffaele Carcano nel suo ultimo libro “Storia dell’antilaicità” (Nessun Dogma, 2019).

Ma – attenzione – perché adesso dirò una cosa che prenderà tutti in contropiede: blasfemi erano anche i cristiani che stanno leggendo questo articolo. Sì, proprio loro. Perché, da Socrate in poi, blasfemo fu chiunque professò divinità diverse da quelle venerate dalla maggioranza, incluso Gesù Cristo, accusato dal tribunale del Sinedrio di “bestemmia” per essersi autodefinito “figlio di Dio” – o per caso l’abbiamo dimenticato?

“Smemorati” non sono solo dunque gli atei che hanno dimenticato i roghi accesi per punire la loro blasfemia, ma anche i cristiani e i cattolici che sostengono oggi le leggi contro la blasfemia, forti della loro posizione di maggioranza, dimenticandosi di quando erano invece minoranza, costretti a pregare e seppellire i propri morti nelle catacombe, per non finire crocifissi uno dietro l’altro lungo la strada, proprio come il loro profeta.

Nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€

Ma basta parlare del passato. Il secondo argomento riguarda infatti il presente. Ed è un argomento di una logica sottile ma inoppugnabile. Avete presente quando i cattolici italiani si scagliano contro i musulmani perché nelle loro teocrazie mettono a morte i blasfemi e gli apostati – e anche alcuni dei loro confratelli cristiani? Bene, sappiate che ciò che differenzia i primi dai secondi non è una differenza qualitativa, bensì solo quantitativa: le teocrazie musulmane mettono a morte o imprigionano chi considerano “blasfemo”; nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€ nel recentissimo caso di Oliviero Toscani, condannato per “vilipendio di religione mediante offesa a ministri di culto”.

Ma – è questo il punto – dal fascismo in poi noi puniamo i nostri blasfemi in nome dello stesso principio giuridico per il quale i musulmani puniscono i loro, e cioè che sia giusto punire qualsiasi espressione o atto che offenda il sentimento religioso dei cittadini, siano o meno tra le file della “maggioranza” – anche se il sentimento religioso della maggioranza sembra avere un peso diverso rispetto a quello delle minoranze, una sorta di “corsia giuridica preferenziale” per così dire.

Ci rendiamo conto del paradosso? Di qui la necessità di abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. Perché il mantenimento delle nostre leggi sulla blasfemia legittima e giustifica le loro leggi sulla blasfemia – e infatti sono le teocrazie musulmane stesse ad additare l’ipocrisia europea, che da una parte sostiene in linea generale l’abolizione delle leggi sulla blasfemia (Raccomandazione 1805 del 2007), dall’altra lascia che la Corte Europea dei Diritti Umani condanni per blasfemia dei suoi cittadini, ancora oggi.

Se neanche questo argomento convince i sostenitori delle leggi contro la blasfemia, proviamo allora con quest’altro ragionamento laterale. Lasciamo stare le suddette leggi, focalizzandoci invece su quelle contro l’omosessualità e la sodomia. Sappiamo infatti che in circa 70 paesi l’omosessualità è punita con la prigione o con la pena di morte.

Il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità

Ora, ragionando per assurdo: se tra qualche anno in Italia passasse una legge simile, che punisse “effusioni e atteggiamenti omosessuali” con una multa fino a 309€, come reagiremmo? Sosterremmo, come qualcuno fa nel caso delle leggi contro la blasfemia, che in fondo si tratta “solo” di una multa? Che noi non siamo come l’Arabia Saudita o l’Iran, che impiccano gli omosessuali, soltanto perché le nostre pene sono “meno severe”?

Confido nella “buona fede” di tutti che non lo faremmo. Perché, multa o condanna a morte, il reato di omosessualità è assurdo. Ecco, quello che non riusciamo a capire – e che non riescono a capire persino alcuni non credenti, vittime di una “ateofobia interiorizzata” – è che il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità.

Ma veniamo al terzo e ultimo argomento, quello riguardo al futuro della blasfemia. Abbiamo detto che è necessario abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. È questo infatti il bivio che, in quanto membri dell’Unione Europea, ci si para davanti: seguire stati come la Polonia, la Spagna o l’Ungheria, che stanno inasprendo l’uso delle leggi contro la blasfemia al traino delle loro destre populiste, arrivando persino a bruciare dei libri di Harry Potter e ombrellini di Hello Kitty; o fare come Norvegia, Malta, Islanda, Danimarca, Irlanda e Grecia, che hanno tutte abolito le loro leggi sulla blasfemia dopo il 2015, l’anno del tragico attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

Il futuro della libertà di espressione è di fronte a noi. Ricordiamoci chi eravamo, guardiamoci attorno, e scegliamo saggiamente



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Taglio dei parlamentari? Ma perché prima non tagliamo il Concordato?

«È veramente singolare questa smodata attenzione sul risparmio che deriverebbe dal taglio dei parlamentari (che frutterebbe quanto? 80 milioni di euro l’anno?) mentre nessuno parla di ridiscutere un patto che pesa sulle casse dello Stato per tre miliardi di euro l’anno».

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Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), commenta così il dibattito sul taglio del numero dei parlamentari che da settimane sembra aver monopolizzato il dibattito politico nel nostro paese.

«Oggi ricorre l’anniversario della firma dei Patti lateranensi», ricorda Grendene: «Quale momento migliore per riflettere su questo accordo del Ventennio fascista che nel 1984 fu rivisto in peggio dal punto di vista dei contribuenti, eliminando sì il carattere esclusivo della religione cattolica ma aumentando i privilegi di cui già godeva?». «È paradossale vedere quante energie sono state e sono tuttora assorbite dalla questione “taglio parlamentari sì, taglio parlamentari no” quando ben più risorse potrebbero liberarsi abolendo il Concordato: da solo – ricorda ancora il segretario Uaar –, il suo costo diretto e indiretto grava infatti sui contribuenti per circa tre miliardi di euro all’anno, con somme che pesano per oltre un miliardo come l’Otto per mille e assurde regalie come il pagamento delle bollette di acqua e luce per il Vaticano, che costano 5 milioni l’anno. Una uscita di denaro che peraltro non costituisce la totalità dei fondi che lo Stato destina alla Chiesa cattolica: bisogna infatti aggiungervi altri 4 miliardi di euro per un totale di quasi 7 miliardi di euro cui ogni anno lo Stato rinuncia a favore della Chiesa».

«A prescindere da come la si pensi a riguardo, di fronte a questo semplice raffronto, una misura come quella sulla quale saremo chiamati a votare con referendum il 29 marzo non può che apparire come fumo negli occhi. A quando – conclude il segretario – una classe dirigente che sappia prendere decisioni davvero nell’interesse dei cittadini?».

Per saperne di più si consulti il sito www.icostidellachiesa.it, ora completamente rinnovato, che consente di accedere agevolmente ad ogni costo pubblico della Chiesa.



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Aborto, appello di associazioni e medici contro Università Campus Bio-Medico di Roma

“Impone l’obiezione di coscienza”. AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) si rivolge alle istituzioni per chiedere la revoca dell’accreditamento “se percorso studi non è completo e non comprende contraccezione e interruzione volontaria della gravidanza”. Aderiscono, tra gli altri, medici, ginecologi, Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.

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«La scuola di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia dell’Università Campus Bio Medico di Roma nella sua carta definisce “crimine” l’interruzione volontaria della gravidanza e impone a studenti e frequentatori l’obiezione di coscienza in aperta violazione della legge 194 che, all’articolo 9, riconosce il diritto del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza esclusivamente in base a una scelta personale, e non come linea di condotta imposta dalla scuola o dal posto di lavoro».

Questa la denuncia di AMICA, (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto), che stamattina ha organizzato alla Camera una conferenza stampa sul tema. Nell’occasione è stato presentato anche un appello ai Ministri di Università e Salute, cui hanno già aderito, tra gli altri, medici, ginecologi, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti(Uaar). Alle istituzioni si chiede la revoca dell’accreditamento se non sarà assicurato agli specializzandi un percorso completo che comprenda contraccezione e interruzione volontaria della gravidanza e se non si terrà conto del principio di laicità e di quello di appropriatezza.

Dal 2014 i laureati in Medicina e Chirurgia possono accedere alle Scuole di Specializzazione Universitarie di Area Sanitaria solo dopo aver superato un concorso nazionale che esita in una graduatoria, in base alla quale si procede all’assegnazione dei vincitori alle varie scuole.

Al fine di garantire a tutti gli specializzandi un’adeguata formazione teorica e clinica, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha definito, con Decreto del 13 giugno 2017 (Gazzetta Ufficiale, Supplemento ordinario n. 38 del 14 luglio 2017 – Serie generale n.163, allegato n.1), i requisiti e gli indicatori di attività formativa e assistenziale necessari per l’accreditamento delle varie Scuole di Specializzazione. Nel 2017 l’Osservatorio Nazionale per la Formazione Medica Specialistica, supportato da AGENAS e ANVUR, ha accreditato pienamente 672 Scuole di Specializzazione, mentre 629 sono state accreditate “con riserva”, ossia in via provvisoria e in attesa di ulteriore verifica. Tra queste figura la Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia del Campus Biomedico di Roma, che ad oggi continua a ricevere gli specializzandi dalla graduatoria nazionale. Il Campus Biomedico è retto «da uno Statuto conforme alle finalità e ai principi ispiratori dell’Istituzione, come espressi nella Carta delle Finalità e nel Codice Etico» (cfr: https://www.unicampus.it/ateneo/mission-e-storia). Nella Carta delle Finalità, agli artt. 10 e 11 si afferma quanto segue:

art. 10: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università si impegnano a rispettare la vita dell’essere umano dal momento iniziale del concepimento fino alla morte naturale. Essi considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza e ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni».

Art. 11: «Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna, ed è sempre degna della più alta considerazione. I criteri morali che devono guidare l’atto medico in questo campo si deducono dalla dignità della persona, dal significato e dalle finalità della sessualità umana. Tutti considerano, pertanto, inaccettabili interventi quali la sterilizzazione diretta e la fecondazione artificiale».

«Tali dichiarazioni – sostengono i firmatari – evidenziano come la formazione offerta dal Campus Biomedico agli specializzandi in Ostetricia e Ginecologia sia basata su una impostazione ideologica e confessionale, carente di insegnamenti su temi fondamentali per l’attività professionale del ginecologo, quali la interruzione volontaria di gravidanza e la contraccezione. Le affermazioni contenute nella Carta delle Finalità costituiscono inoltre una grave violazione della legge 194, che non ammette l’imposizione dell’obiezione di coscienza da parte della struttura a cui si è stati assegnati sulla base di una graduatoria e non per libera scelta personale».

Per questo AMICA e le associazioni, realtà e personalità aderenti chiedono:

• al Ministro della Salute e al Ministro dell’Università e della Ricerca di attivare la verifica, da parte dell’Osservatorio Nazionale per la Formazione Medica Specialistica, della completezza dei programmi di studio della Scuola di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia del Campus Biomedico in tema di interruzione volontaria della gravidanza e contraccezione. Qualora tali insegnamenti non fossero presenti nei programmi formativi, si chiede la revoca dell’accreditamento;

• al Ministro dell’Università e della Ricerca di specificare nel dettaglio, tra i criteri e i requisiti fondamentali per l’accreditamento, gli argomenti che devono essere obbligatoriamente trattati nei programmi di studio delle Scuole di Specializzazione. In particolare, le Scuole di Specializzazione in Ostetricia e Ginecologia non possono escludere la formazione sull’interruzione volontaria della gravidanza, la contraccezione, la fecondazione medicalmente assistita.

• al Ministro della Salute di agire nei confronti del Campus Biomedico per la piena applicazione delle norme in vigore in Italia, che prevedono il rispetto della legge 22 maggio 1978 n. 194, che non ammette l’imposizione dell’obiezione di coscienza;

• al Ministro della Salute, al Ministro dell’Università e della Ricerca e ai Presidenti di Regione di vigilare sull’attuazione dell’art. 15 della legge 194 del 1978, che impegna le Università, le Regioni e le Aziende Ospedaliere a promuovere la formazione e «l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza».



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Il vento gelido dell’antiabortismo

Dagli Usa all’America Latina, i fondamentalisti cristiani hanno sferrato un durissimo attacco ai diritti riproduttivi delle donne

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Non ci sono giudici atei nella Corte suprema degli Stati Uniti d’America. Il che non ha impedito alla Corte di sentenziare favorevolmente al diritto di scelta della donna in tema di aborto fin dal 1973, con la storica decisione sul caso Roe v. Wade. Ma i tempi cambiano e purtroppo non sempre verso contesti più consapevoli e favorevoli alla libertà, all’autodeterminazione dell’individuo e al riconoscimento dei diritti umani.

Nel 2018 la Corte bocciò – di misura, cinque a tre – la legge che limitava il diritto all’aborto in Texas. E il 2020 sarà un anno decisivo perché stati federali come Louisiana, Ohio, Kentucky, Mississippi, Georgia, Alabama stanno tentando di restringere e ridurre a vario titolo la libertà di scelta della donna sull’interruzione della gravidanza.

Su queste leggi dovrà esprimersi la Corte suprema, nella quale l’ultimo arrivato è il cattolicissimo Brett Kavanaugh; la sua nomina, un altro dei graziosi omaggi che Trump ha regalato agli Usa e al mondo intero, rallegra i più influenti gruppi antiabortisti statunitensi, stando alle dichiarazioni di LifeNews.com, National Right to Life Committee e March for Life rilasciate per commentare la scelta del nuovo Giudice.

Su queste leggi dovrà esprimersi la Corte suprema, nella quale l’ultimo arrivato è il cattolicissimo Brett Kavanaugh

Già nel lontano 1989 il giudice Blackmun – che era stato l’estensore della decisione Roe v. Wade del 1973 – manifestò la sua pessimistica opinione nella relazione di dissenso relativa al caso Webster v. Reproductive Health Services. Si trattava di una legge del Missouri che di misura confermava il diritto all’autodeterminazione della donna, ma riduceva le risorse che lo stato avrebbe messo a disposizione per garantirlo. Scriveva Blackmun: «Temo per il futuro. I segni sono evidenti e nefasti, e soffia un vento freddo». Vento freddo che negli Usa è diventato gelido, soffiando ora in giro per il mondo.

90 milioni di donne in età fertile vivono nei 26 paesi dove, secondo i dati del Center for Reproductive Rights, l’aborto è sempre illegale. Sempre. Anche per donne incinte per stupro, per incesto e anche quando la loro salute è in pericolo. Nei paesi dove il diritto all’aborto è riconosciuto con più o meno restrizioni, nuove strategie antiabortiste si affermano e si affiancano a quelle storiche per conquistare altri target di opinione pubblica e influenzare la classe politica. Si tentano approcci differenti per ridurre, limare e infine sottrarre alle donne il diritto di scelta sulla propria salute e sulla propria vita. I fondamentalisti continuano a colpevolizzare e criminalizzare le donne che scelgono di abortire, agitando i loro miseri spauracchi nella più vieta e odiosa tradizione.

Il valore dell’essere umano donna viene svilito e umiliato. La persona incinta è equiparata ad una mera incubatrice

Più subdolo, ma non meno pericoloso è l’atteggiamento condiscendente di chi enfatizza la tutela del feto, trascurando il diritto imprescindibile della donna a decidere sul proprio corpo e sul proprio futuro. In questo caso il valore dell’essere umano donna viene svilito e umiliato. La persona incinta è equiparata ad una mera incubatrice, che realizza la sua funzione sociale sfornando paffuti neonati, dalla cura dei quali “lo stato” gentilmente si offre di esonerare le gestanti.

Addirittura, la deputata argentina Marcela Campagnoli ha proposto di sottoporre a un cesareo le donne che vogliono abortire alla ventesima settimana, ipotizzando di incubare il feto fino al termine e di farlo adottare! La soluzione è a suo dire utile a contemperare i bisogni delle “madri” che desiderano abortire con quelli del “nascituro”. Suonano simili le magnanime parole del vescovo argentino Oscar Ojea quando sollecita il parlamento a «trovare nuove e creative soluzioni affinché le donne non prendano la decisione che non è la soluzione per nessuno», e ringrazia le donne che nelle più difficili circostanze hanno scelto di prendersi cura del loro bambino.

Nel vicino Cile l’aborto è stato considerato un crimine fino al 2017 – anno in cui, con un piccolo passo in avanti, una legge lo ha depenalizzato, ma solo in caso di stupro, pericolo di vita per la donna o per la sopravvivenza del feto. José Antonio Kast, leader di Accion Republicana, il partito di ultradestra che nel suo programma ha tra l’altro la proposta di riabilitare gli aguzzini di Pinochet in galera, si vanta di voler abolire questa legge tornando al divieto assoluto di aborto legale. Intanto l’obiezione di coscienza, che in Cile non necessita di motivazioni e può estendersi all’intera struttura sanitaria con una semplice comunicazione al ministero della salute, può diventare un ostacolo insormontabile all’accesso al diritto. Il trasferimento della donna in una struttura disponibile – in teoria un servizio pubblico e gratuito per legge – diventa infatti, nelle zone andine e rurali, talmente complicato da essere spesso di fatto impossibile.

Raccapricciante la situazione in Salvador, dove l’aborto è illegale sempre e comunque

Raccapricciante la situazione in Salvador, dove l’aborto è illegale sempre e comunque, anche quando la vita della donna si trova in grave pericolo. Le interviste raccolte da Amnesty International testimoniano di vere e proprie inquisizioni della polizia direttamente negli ospedali, di donne portate in prigione in attesa del processo, ancora sanguinanti per l’emorragia. Qualsiasi emergenza ostetrica, emorragia o aborto spontaneo, viene indagata come interruzione di gravidanza, considerata un crimine e sia le donne, sia i sanitari che le assistono rischiano anni di prigione.

Anche quest’anno l’11 ottobre, giornata internazionale delle ragazze, è stata una occasione per ricordare tutte le giovani donne che devono scegliere fra una gravidanza indesiderata e un aborto clandestino. I dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità parlano di 4 milioni di ragazze – fra i 15 e i 19 anni – che ogni anno ricorrono all’aborto in condizioni non sicure, e di 16 milioni di ragazze che partoriscono un bambino, con la conseguenza di dover spesso abbandonare gli studi o sposarsi contro la loro volontà.

La lotta per l’autodeterminazione della donna vede le associazioni e le donne molto impegnate per ottenere diritti fondamentali legati alla salute e alla riproduzione, ma anche quelli già ottenuti dobbiamo tenerceli ben stretti, perché le forze reazionarie sono virulente. E soprattutto molto ben finanziate.



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