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Siamo tutti blasfemi

L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni.

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L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni. A differenza del 2017, però, quest’anno lo stesso atto di subvertising ha scatenato una polemica decisamente più ampia che si è conclusa con la rimozione dell’opera – obiettivo raggiunto soprattutto grazie agli amplificatori mediatici dei vari Salvini e Meloni, che da soli raggiungono ogni giorno cinque milioni di italiani.

L’opera di Hogre, raffigurante un bambino inginocchiato in preghiera davanti a un Cristo col membro in erezione, è un provocatorio atto di denuncia contro la diffusa pedofilia ecclesiastica – quella, per intenderci, sulla quale fino a ieri vigeva il segreto pontificio e che è stata sistematicamente occultata dal Vaticano, con effetti traumatici e disastrosi per migliaia di bambini in tutto il mondo, come messo in evidenza da Emanuela Provera (ex numeraria dell’Opus Dei) e Federico Tulli nel libro Giustizia Divina (Chiarelettere, 2019

In un paese più laico e progressista la provocazione di Hogre, oltre a provocare le legittime reazioni indignate dei cattolici, avrebbe dato il via a un dibattito sul tema della pedofilia ecclesiastica. Ne ha invece scatenato un altro – l’ennesimo – sulla blasfemia, tema tanto caro alla destra populista italiana. Stiamo parlando della stessa destra da sempre pronta a ridimensionare i vari scandali vaticani e il “cattivo cristianesimo” dei suoi esponenti, ma altrettanto pronta a ingigantire (e strumentalizzare) le più effimere questioni simbolico-identitarie, come i presunti attacchi al presepe, al Natale o al crocifisso.

Ora, quando si tratta di blasfemia, per degli atei è sempre sconveniente e impopolare intervenire, visto che si finisce sistematicamente sotto il fuoco incrociato di tutti: la destra identitaria, la sinistra “regressista”, i cattolici fondamentalisti, gli inediti alleati musulmani, e persino alcuni atei “smemorati”, nel senso che si chiarirà più avanti.

Inutile qui ribadire gli stessi “noiosi” argomenti giuridici che abbiamo già esposto in altre occasioni – la libertà di espressione come diritto universale e costituzionale; l’inconsistenza e la labilità giuridica delle leggi contro la blasfemia; il fatto che fu Mussolini a introdurre gli art. 724 e 402-405 del Codice Penale, nel 1930, a un anno di distanza dai Patti Lateranensi; l’arbitrarietà con la quale vengono punite la bestemmia e il vilipendio, con pene che vanno dalla multa fino ai due anni di carcere, etc.

Questo tipo di argomenti non serve a nulla se il nostro interlocutore non ragiona in termini di stato di diritto, ma solo in termini di sensibilità offesa, disgustata indignazione e identità violata. In questo articolo vale allora la pena provare a ragionare allo stesso modo, con tre argomenti più diretti e persuasivi che riguardano rispettivamente il passato, il presente e il futuro della blasfemia.

Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia

Iniziamo dal primo. Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia: con molta probabilità in passato sarebbero stati loro i blasfemi. Per un motivo o per un altro, sarebbero stati loro a offendere Dio “in parole, opere o omissioni”, meritandosi per questo di essere perseguitati dalla Chiesa Cattolica, che “ai tempi d’oro” era sovrana incontrastata del cielo, ma soprattutto della terra.

Blasfeme erano ad esempio le donne, messe al rogo in quanto streghe o sottoposte all’abominevole pratica dell’ordalia se sospettate di adulterio, come impartito da Dio a Mosè nel libro dei Numeri (5,11-31).

Blasfemi erano i sodomiti, che a seconda dell’interpretazione dottrinale possono essere i soli omosessuali, o chiunque metta in atto l’“abominevole” pratica del sesso anale, coppie eterosessuali incluse.

Blasfemi erano gli eterodossi che professarono “dottrine o opinioni diverse da quelle della maggioranza”, e blasfemi erano gli eretici, ovvero “chi, essendo membro della Chiesa Cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio (sic!) qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede”.

Blasfemo fu in tal senso un frate domenicano di nome Giordano Bruno, messo al rogo perché non riusciva a concepire la trinità di Dio, non credeva nella verginità della Madonna e pensava che il corpo di Cristo fosse nell’ostia solo simbolicamente. Blasfemo fu anche uno scienziato di nome Galileo Galilei, costretto all’abiura per aver osato contraddire le Sacre Scritture sostenendo che il Sole fosse al centro dell’universo e che la Terra ruotasse attorno a esso.

Infine – mais ça va sans dire – blasfemi erano tutti quei reietti della storia ecclesiastica che in un modo o nell’altro negarono Dio o l’autorità della Chiesa Cattolica: atei, anticlericali, risorgimentisti e sostenitori della laicità – sì, anche loro, come messo ben in mostra da Raffaele Carcano nel suo ultimo libro “Storia dell’antilaicità” (Nessun Dogma, 2019).

Ma – attenzione – perché adesso dirò una cosa che prenderà tutti in contropiede: blasfemi erano anche i cristiani che stanno leggendo questo articolo. Sì, proprio loro. Perché, da Socrate in poi, blasfemo fu chiunque professò divinità diverse da quelle venerate dalla maggioranza, incluso Gesù Cristo, accusato dal tribunale del Sinedrio di “bestemmia” per essersi autodefinito “figlio di Dio” – o per caso l’abbiamo dimenticato?

“Smemorati” non sono solo dunque gli atei che hanno dimenticato i roghi accesi per punire la loro blasfemia, ma anche i cristiani e i cattolici che sostengono oggi le leggi contro la blasfemia, forti della loro posizione di maggioranza, dimenticandosi di quando erano invece minoranza, costretti a pregare e seppellire i propri morti nelle catacombe, per non finire crocifissi uno dietro l’altro lungo la strada, proprio come il loro profeta.

Nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€

Ma basta parlare del passato. Il secondo argomento riguarda infatti il presente. Ed è un argomento di una logica sottile ma inoppugnabile. Avete presente quando i cattolici italiani si scagliano contro i musulmani perché nelle loro teocrazie mettono a morte i blasfemi e gli apostati – e anche alcuni dei loro confratelli cristiani? Bene, sappiate che ciò che differenzia i primi dai secondi non è una differenza qualitativa, bensì solo quantitativa: le teocrazie musulmane mettono a morte o imprigionano chi considerano “blasfemo”; nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€ nel recentissimo caso di Oliviero Toscani, condannato per “vilipendio di religione mediante offesa a ministri di culto”.

Ma – è questo il punto – dal fascismo in poi noi puniamo i nostri blasfemi in nome dello stesso principio giuridico per il quale i musulmani puniscono i loro, e cioè che sia giusto punire qualsiasi espressione o atto che offenda il sentimento religioso dei cittadini, siano o meno tra le file della “maggioranza” – anche se il sentimento religioso della maggioranza sembra avere un peso diverso rispetto a quello delle minoranze, una sorta di “corsia giuridica preferenziale” per così dire.

Ci rendiamo conto del paradosso? Di qui la necessità di abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. Perché il mantenimento delle nostre leggi sulla blasfemia legittima e giustifica le loro leggi sulla blasfemia – e infatti sono le teocrazie musulmane stesse ad additare l’ipocrisia europea, che da una parte sostiene in linea generale l’abolizione delle leggi sulla blasfemia (Raccomandazione 1805 del 2007), dall’altra lascia che la Corte Europea dei Diritti Umani condanni per blasfemia dei suoi cittadini, ancora oggi.

Se neanche questo argomento convince i sostenitori delle leggi contro la blasfemia, proviamo allora con quest’altro ragionamento laterale. Lasciamo stare le suddette leggi, focalizzandoci invece su quelle contro l’omosessualità e la sodomia. Sappiamo infatti che in circa 70 paesi l’omosessualità è punita con la prigione o con la pena di morte.

Il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità

Ora, ragionando per assurdo: se tra qualche anno in Italia passasse una legge simile, che punisse “effusioni e atteggiamenti omosessuali” con una multa fino a 309€, come reagiremmo? Sosterremmo, come qualcuno fa nel caso delle leggi contro la blasfemia, che in fondo si tratta “solo” di una multa? Che noi non siamo come l’Arabia Saudita o l’Iran, che impiccano gli omosessuali, soltanto perché le nostre pene sono “meno severe”?

Confido nella “buona fede” di tutti che non lo faremmo. Perché, multa o condanna a morte, il reato di omosessualità è assurdo. Ecco, quello che non riusciamo a capire – e che non riescono a capire persino alcuni non credenti, vittime di una “ateofobia interiorizzata” – è che il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità.

Ma veniamo al terzo e ultimo argomento, quello riguardo al futuro della blasfemia. Abbiamo detto che è necessario abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. È questo infatti il bivio che, in quanto membri dell’Unione Europea, ci si para davanti: seguire stati come la Polonia, la Spagna o l’Ungheria, che stanno inasprendo l’uso delle leggi contro la blasfemia al traino delle loro destre populiste, arrivando persino a bruciare dei libri di Harry Potter e ombrellini di Hello Kitty; o fare come Norvegia, Malta, Islanda, Danimarca, Irlanda e Grecia, che hanno tutte abolito le loro leggi sulla blasfemia dopo il 2015, l’anno del tragico attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

Il futuro della libertà di espressione è di fronte a noi. Ricordiamoci chi eravamo, guardiamoci attorno, e scegliamo saggiamente


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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Macron annuncia stretta su islamismo radicale: “Stop a scuole religiose”

“Le scuole devono istruire dei cittadini, non dei credenti”, ha detto il presidente, dopo che le autorità hanno scoperto numerose scuole ‘clandestine’ dove c’è l’obbligo di preghiera e il personale femminile indossa il niqab o il velo.

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Stop alle scuole religiose controllate dagli imam, divieto di esporre simboli religiosi come il velo, anche per le dipendenti delle aziende private che forniscono servizi pubblici. Sono alcune delle misure annunciate dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron nell’ambito dell’offensiva contro l’islamismo radicale. A partire dal prossimo anno, ha detto Macron, l’iscrizione nelle scuole regolari sarà obbligatoria per tutti i ragazzi francesi, con eccezione per quei casi in cui le lezioni ‘private’ si rendono necessarie per ragioni di salute.

“Le scuole devono istruire dei cittadini, non dei credenti”, ha detto il presidente, dopo che le autorità hanno scoperto numerose scuole ‘clandestine’ dove c’è l’obbligo di preghiera e il personale femminile indossa il niqab o il velo.

Inoltre, ha annunciato il presidente, il divieto di indossare simboli religiosi, che colpisce particolarmente le donne di fede islamica, sarà esteso anche alle lavoratrici del settore privato, impiegate in aziende che forniscono servizi di utilità pubblica. Lo Stato, ha detto Macron, avrà anche il potere di ribaltare le decisioni degli enti locali che cedono alle pressioni degli islamisti, permettendo “menù religiosi nelle mense scolastiche o la separazione tra uomini e donne nelle piscine.


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Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

 

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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