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Simpatia per il diavolo: come Satana è cambiato nell’ arte attraverso i secoli

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Il diavolo non è stato sempre raffigurato nell’arte nella maniera in cui lo conosciamo oggi. Dal Medioevo al Rinascimento e in tempi più moderni, Satana ha avuto molte incarnazioni differenti rappresentate nel mondo nell’arte.

Il diavolo, Satana, Lucifero, si sa, il ragazzo con le corna e il pizzetto, il forcone e le gambe di capra …. Questa è l’immagine che abbiamo oggi del Signore delle tenebre, ma nel corso dei secoli l’iconografia pubblica di Satana si è modificata continuamente.

Una mostra, tenutasi fino al 1 ° dicembre 2014  presso il Cantor Arts Center nella Stanford University, intitolata ” Simpatia per il diavolo: Satana, il peccato e gli inferi”, ha celebrato l’arrivo del Lucifero di Jackson Polloock. Il Centro era già custode della Porta dell’Inferno: una scultura di Auguste Rodin, oltre che di quaranta opere che hanno formato la collezione del Cantor Arts Center, tracciante l’evoluzione del diavolo nell’arte durante oltre 500 anni.

Nell’immagine in copertina qui sopra è presente un’ incisione del 1500, intitolata “La Morte e il Diavolo che sorprendono due donne”, ove il demonio è rappresentato da una figura raccapricciante che persegue l’innocente dietro il mantello della morte.

La mostra riprende dal 16 ° secolo, disponendo il “Tormento dell’Inferno” di Albrecht Dürer; diverse versioni del Giudizio, tra cui un dipinto della scuola di Hieronymus Bosch; alcune allegorie di Pieter Brueghel che rappresentano i peccati che condannano le persone e i tormenti inflitti dal diavolo e dai suoi demoni ed immagini di streghe, come il frenetico “Sabbath” di Louis Boulanger, raffigurante coloro che scelgono di servire il diavolo.

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Johannes Sadeler, Inferno, 1590. Il diavolo viene qui interpretato da ungulati neoclassici che attingono da influenze umanistiche del dio greco Pan.

 

L’esistenza di Satana è stata resa ufficiale da parte del Consiglio Ecumenico solo nel 553 d.C. Così, dal momento che era incerta l’esistenza del diavolo, non vi era alcuna necessità per la Chiesa di commissionare sue raffigurazioni. Fino al 6 ° secolo, vediamo dunque serpenti e draghi rappresentati come nemici spirituali dell’umanità, solo successivamente il diavolo venne rappresentato come una persona e i demoni “gargoyle” divennero un tema comune.

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Agostino Musi, chiamato Agostino Veneziano, “gli scheletri” (1518). Il diavolo è una figura riconoscibile al fianco della Morte, iconograficamente influenzato da ricordi pagani.

 

Paganesimo come demoniaco

Mentre esisteva una rappresentazione standardizzata di Dio e di Gesù, così come della Madonna e molti santi, Satana, anche se era una figura importante nella teologia cristiana, non aveva una chiara immagine pubblica. Infatti proprio attraverso il Medioevo, il diavolo appare alternativamente sotto forma di diversi tipi di animali. Dal momento che la capra e il serpente erano simboli tipici pagani è stato facile per la chiesa cristiana assegnare loro l’identificazione col diavolo. Così nelle rappresentazioni medievali, il diavolo è stato identificato con le dottrine pagane e viceversa.

Alto Medioevo

Per tutto il Medioevo, il diavolo e i suoi seguaci sono descritti come mostri bestiali, con denti affilati, artigli e spesso con le ali. Era così che la Chiesa comunicava agli analfabeti i pericoli in cui si incorre soccombendo alle tentazioni del male. Attraverso l’arte, i parrocchiani potevano vedere molto chiaramente quello che li attendeva se non seguivano l’unica vera Chiesa. Così il diavolo ha assunto un aspetto più ‘demoniaco’ durante il Medioevo. Ildegarda di Bingens, uno scrittore mistico medievale ha dichiarato: “Il diavolo mantiene l’uomo da bene, con un migliaio di macchinazioni vomitate dal ventre, in modo che quando una persona sospira per fare del bene, lo trafigge con i suoi alberi; e quando desidera abbracciarsi con Dio e con tutto l’amore, lo sottopone a tribolazioni velenose, cercando di pervertire il buon lavoro davanti a Dio. E quando una persona cerca la virtù, il demonio gli dice che non sa quello che sta facendo, e lui gli insegna che può impostare la propria legge per se stesso. ”

 

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Cornelis Galle I, “Lucifero” (1595), il Rinascimento rappresenta il diavolo come persona.

 

Rinascimento

Durante il Rinascimento il diavolo è spesso stato rappresentato in un modo piccolo o non facilmente visibile. Nel 2011, i restauratori hanno lavorato su uno dei più famosi affreschi di Giotto, presente nella Basilica di San Francesco ad Assisi, trovando nell’immagine un Satana nascosto tra le nuvole nel pannello della scena raffigurante la morte di San Francesco. I grandi artisti del Rinascimento evitavano le intimidatorie raffigurazioni del diavolo per il volgo, preferendo invece inserire la sua presenza in modo più sottile. Ciò spiega le origini del detto ‘il diavolo sta nei dettagli’.

 

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La morte di San Francesco, Giotto. Il diavolo appare nei dettagli delle nuvole, recentemente scoperti dai restauratori.

Barocco

Durante il periodo barocco, il diavolo assunse un’immagine molto più umana e anche sensuale. Spesso venne descritto come Lucifero: l’angelo caduto. Il suo volto era spesso bellissimo, con caratteristiche effeminate, e il suo corpo aveva tutte le stesse caratteristiche degli angeli del cielo, tra cui le ali piumate. Tuttavia aveva denti sporgenti e demoniaci o grossi artigli. Il Paradiso Perduto di Milton ha influenzato molto l’immaginario romantico del diavolo, con una rappresentazione quasi comprensiva di Satana medesimo.

 

 

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Thomas Stothard, “Satana Invoca le sue legioni” (1790). Satana non è più un mostro raccapricciante, ma una figura umana riconoscibile.

Rivoluzione

Dopo la Rivoluzione Francese, il demonio entra nella sfera umana e viene spesso raffigurato come un essere umano. Vediamo il diavolo raffigurato come una figura eroica di ribellione contro l’autorità patriarcale. Sotto l’influenza di Goethe e del ‘Faust’, nel 19° secolo, il diavolo si fa un dandy, si rivela in abiti eleganti. Invece di essere rappresentato come una raccapricciante intimidazione, il diavolo utilizza l’ astuzia e l’inganno per convincere le sue vittime a vendergli la loro anima.

 

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Eugène Delacroix, “Mefistofele vola sopra la città” (1828) La raffigurazione faustiana del diavolo come un eroe.

 

Le Porte dell’Inferno

Il Cantor Arts Center presso la Stanford University è la sede permanente di uno dei cinque calchi di ‘Le Porte dell’Inferno’, di Auguste Rodin. Lo scultore francese è stato incaricato dal governo di creare un portale per una proposta al museo delle arti decorative. Rodin ha iniziato con l’Inferno di Dante, e ha lavorato sul pezzo per due decenni, incorporando motivi tratti delle poesie di Victor Hugo e di Charles Baudelaire.

 

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Le Porte dell’Inferno di Rodin, ispirate all’ Inferno di Dante

L’era della ragione

Entrando nell’Era della Ragione al diavolo vengono assegnati spazi sempre più ristretti fino al 20 ° secolo, dove diventa quasi una figura del ridicolo, che adorna le divise delle squadre di calcio o che si presenta nelle pubblicità con rimedi per il bruciore di stomaco. Ciò riflette il terrore della società moderna per il diavolo e per i ‘mali’ in generale. Nella nostra mente razionale, gli esseri umani sono da temere molto più di qualsiasi demone fantastico o figura biblica. Il nostro concetto moderno di Satana si può riassumere con un’osservazione di Jean-Paul Sartre: “L’inferno sono gli altri”. Esso diviene abitato da persone normali che fanno cose cattive, come nel dipinto di Jerome Witkin ‘ Il Diavolo come Tailor ‘, in cui Satana appare come un sarto che cuce i vestiti dei nazisti.

 

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Jackson Pollock, Lucifero, 1947. Una rappresentazione completamente astratta descrive Satana come un concetto, piuttosto che come una figura.

Questo non vuol dire che il diavolo non sia più in grado di spaventare. E ‘qualcosa che è profondamente radicato nella nostra coscienza collettiva e risale al lontano Medioevo. Forse la sua capacità di mutare forma è esattamente ciò che lo rende più snervante: “La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste”  (I soliti sospetti, film statunitense del 1995, regia di Bryan Singer).

 

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Hieronymus Bosch, Giudizio Universale, fine del 15 ° seco

 

 

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Hendrick Goltzius, “La discesa agli inferi dei dannati” (1577)

 

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Albrecht Dürer, “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” (1498)

 

 

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Louis Boulanger, “Il ciclo del Sabbath (La Ronde du Sabbat)” (1828)

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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La storia di Jack la Lanterna, Jack o’Lantern

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Una vecchia leggenda narrana di un certo Jack o’Lantern, un fabbro irlandese, ubriacone e taccagno, che incontrò il Diavolo in un’osteria nella notte del 31 ottobre, dopo l’ennesima sbronza. L’uomo, rimasto senza soldi per un’ultima bevuta, barattò la propria anima in cambio di una moneta con la quale avrebbe pagato l’ennesimo bicchiere di vino. Il  Diavolo si trasformò allora in una moneta da 6 pence.

Jack però non utilizzò la moneta per pagare la consumazione ma se ne impossessò mettendola nel proprio portafoglio.  Afferrò avidamente la moneta e la mise nel suo portafoglio accanto ad una croce d’argento. Il Diavolo rimase così imprigionato. Riottenne la libertà posticipando di un anno la morte di Jack, visto che  era diventato il padrone della sua anima, dopo il patto stipulato nell’osteria, vista la situazione imbarazzante che lo costringeva nel portafoglio dell’uomo, regalò un anno di vita in più. Jack liberò così il Diavolo.

Quando il Diavolo si ripresentò l’anno successivo per impossessarsi dell’anima di Jack, questi lo ingannò con una scusa, gli disse: «Verrò con te, ma prima potresti prendermi una mela da quell’albero?». Il Diavolo, pensando di non aver nulla da temere, balzò sulle spalle dell’uomo per prendere la mela. L’artigiano tirò fuori un coltello e intagliò una croce sul tronco dell’albero. Questo lasciò il Diavolo a mezz’aria, incapace di raggiungerlo. Il fabbro gli fece promettere di non tornare mai più per reclamare la sua anima e, non vedendo via d’uscita, il Diavolo acconsentì. La leggenda, però, non spiega come il Diavolo sia riuscito a tornare di nuovo a terra.

Quando l’uomo morì, anni dopo, non fu ammesso in cielo a causa della sua vita dissoluta da ubriacone e truffatore. Così, si recò all’entrata dell’inferno, dove anche il Diavolo lo rimandò indietro. Quell’essere volle mantenere la promessa: quella di non prendere mai la sua anima. «Ma dove posso andare?», chiese allora il fabbro. «Torna da dove sei venuto!», gli rispose Lucifero. Ma la strada del ritorno era buia e ventosa e l’uomo implorò Satana di dargli almeno una luce per trovare la giusta via. Il Diavolo, spazientito, gli gettò contro un carbone ardente che proveniva dalle fiamme dell’inferno. Per illuminare il cammino e per non farlo spegnere dal vento, il fabbro lo mise in una rapa che stava mangiando. Da allora, il fabbro fu condannato a vagare nell’oscurità con la sua lucerna, fino al Giorno del Giudizio e divenne il simbolo delle anime dannate.

Finita la leggenda inizia la storia: il termine Jack o’Lantern apparve per la prima volta in uno scritto del 1750, in riferimento a una sentinella o ad un uomo che portava un lume. La sua storia cominciò quindi ad essere collegata al culto degli spiriti vaganti nella notte di Halloween. Per difendersi da spiacevoli visite la gente cominciò a intagliare e dipingere delle facce nelle rape in cui mettevano delle candele illuminate, sperando che il simulacro di un’anima dannata potesse far scappare i fantasmi.

La spaventosa carestia delle patate, in Irlanda (1845-50) obbligò più di 700 mila persone ad immigrare in America. Questi immigranti portarono con loro anche le tradizioni di Halloween. Ma negli Usa, le rape non erano così diffuse come in Irlanda (anche se venivano utilizzate persino le patate e le barbabietole), così le sostituirono più che egregiamente con le zucche americane. Oggi la zucca intagliata rappresenta la faccia sogghignante del furbo fabbro, l’icona più famosa di questa festa horror.





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Satanismo Razionalista e pensiero magico

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In un famoso racconto di Edgar Allan Poe, “La lettera rubata”, cui rimando, si fa riferimento ad una importante e compromettente missiva che, nell’intento di essere ben nascosta, viene posta praticamente sotto gli occhi di chi la vuole cercare.

orrei inoltrarmi nel cuore di questo articolo, di non certo facile approccio, proprio con la metafora di questo breve racconto: come mantenere un importante segreto? Semplice, mettendolo all’ovvia conoscenza di tutti. Come celare i suoi essenziali contenuti? Semplice, nascondendoli nella foga di un’ accurata e strenua ricerca.
Non credo sia azzardato trattare un argomento chiamato magia proprio come l’enigmatica lettera di Edgar Allan Poe. La magia, a pensarci bene, è da sempre sotto ai nostri occhi, chi la conosce e ne ha dimestichezza non fa altro che sviare i nostri sforzi verso una ricerca snervante che va a finire ad un palmo dal nostro naso, in una labirintica chiusura del cerchio che i più sagaci liquidano in un paio di mosse intuitive.

Ma attenzione, questi sagaci che scorgono la lettera senza affannarsi troppo nella sua ricerca sono giunti soltanto ad un primo livello di conoscenza: essi non sono in grado di decifrarne il suo contenuto, possono, al massimo, averne una vaga idea. I sagaci hanno solo compreso un machiavellico meccanismo per cui il segreto va custodito nell’ovvio, nel cesto delle cianfrusaglie, nella paccottiglia del quotidiano; essi sono a buon punto ma ancora ben lontani dalla verità.
Alla fine del racconto di Poe, infatti, noi non sapremo nulla degli scandali paventati nella missiva, ci rimarrà uno strano senso di inappagamento.
Questo articolo sarà qualcosa di simile alla “Lettera rubata”, esso non rivelerà nulla di più di ciò che sta proprio davanti al nostro sguardo (ma che spesso non si riesce a vedere) e non svelerà scottanti contenuti.

Quindi, se alla sola evocazione della parola magia vi aspettate un formulario per parlare coi defunti o una fattura per far ritornare il\la partner che vi ha lasciato, potete saltare direttamente la trattazione ed affidarvi alle numerose offerte che si prospettano in giro, dal web al giornale del parrucchiere, a vari costi e mai sicuri benefici.
Detto questo, come si evince dal titolo, la discussione è recintata nell’ambito del Satanismo Razionalista ed è quindi ad autori quali Anton Szandor LaVey e Peter H.Gilmore che farò riferimento.
Non è difficile scorgere una certa somiglianza di struttura tra La Bibbia Satanica del 1969 e le Scritture Sataniche del 2007: entrambi i saggi infatti sono quasi spaccati in due, come fossero attraversati da due anime. Dopo i principi, le discussioni, le tematiche sociali e concettuali del Satanismo, l’ultima parte dei testi è riservata agli aspetti magico-cerimoniali e alla descrizione di vari rituali.

Questo dulcis in fundo potrebbe rivelarsi qualcosa di ben più che una semplice scelta strutturale del testo, come esporrò nella conclusione di questo articolo. Ma non anticipo.
Anzitutto, cercherò, in modo sintetico e personale, di spiegare in cosa consistono magia e ritualistica nel Satanismo Razionalista, perlomeno da quel che se ne può dedurre dai testi ufficiali.
I concetti che ricorrono frequentemente sono “psicodramma”, “catarsi”, “esorcizzazione”, “immaginazione”, “potenziamento di sé”. Insomma, la trasformazione della realtà esterna ad opera del magus o della maga passa necessariamente attraverso una mutazione interiore. Azzardando un accostamento che va preso con le giuste cautele, si può notare che non siamo qui molto lontani dalla tradizione alchemica, nel suo versante più esoterico e simbolico: il passaggio dal piombo all’oro è anzitutto la metafora del raggiungimento di uno stato metafisico di conoscenza.
La trasmutazione è un fatto interiore e i suoi effetti possono ricadere nel reale cambiando lo stato delle cose; l’atto magico è principalmente una concentrazione energetica volta al sé, alla comprensione di ogni oscuro angolo della propria psiche e all’attuazione di un desiderato cambiamento. Di sicuro, l’accendere una candela o recitare alcune formule sono atti che non hanno nessun impatto sullo stato delle cose in modo diretto; possono tuttalpiù funzionare da “catalizzatori per le azioni”; ed è proprio con queste parole che Anton Szandor LaVey definisce i riti nel suo “The Satanic Rituals”.

Sempre citando questo testo, possiamo notare che la Messa Nera è definita “uno psicodramma nel senso più vero” il cui scopo è quello di “ridurre o negare lo stigma acquisito attraverso l’indottrinamento passato”. Dunque, al di là delle morbose chiacchiere riversate su questa pratica, essa rappresenterebbe, in fondo, una sorta di esorcismo interiore, una liberazione dai pesanti e umilianti condizionamenti della morale catto-cristiana.
Altro esempio: il rito di derivazione tedesca “Das Tierdrama” che rappresenta “l’ammissione della propria eredità di quadrupede” e il cui scopo è quello di “regredire spontaneamente ad un livello animale, assumendo attributi animali di onestà, purezza e un’aumentata percezione sensoriale”. Anche qui, lo psicodramma ci mette in contatto con la nostra natura istintuale permettendoci di riesumare aspetti della nostra essenza umana che tendiamo a soggiogare.
Questi esempi sono paradigmatici e possono fornirci la strada per comprendere la natura profonda della magia satanica razionalista.
Gli effetti a cascata sul reale che questi rituali possono scatenare sono molteplici: si potrebbe immaginare una persona che, liberata dagli orpelli dogmatici di una religione monoteista, si tuffi nella conoscenza scientifica e trovi una cura al cancro; oppure altri che, liberando la propria sessualità animale repressa, guariscano da malattie psicosomatiche o di stampo nevrotico. Non siamo qui nel campo dei miracoli ma di circostanze perfettamente spiegabili.
La magia del Satanismo Razionalista è un’apertura del possibile, un’elevazione del sé, un’autocelebrazione delle proprie potenzialità.
Non avrai una macchina nuova tracciando un cerchio nel pavimento ed evocando spiriti, la potrai avere se evochi in te stesso una forte motivazione e una determinazione atta a raggiungere l’obiettivo (ad esempio quella di lavorare per guadagnare).

A scanso di equivoci, è opportuno distinguere tra i termini magia e pensiero magico, sintetizzando in modo brutale poiché una dissertazione specifica di queste tematiche mi porterebbe ben lontano dagli spazi di questa trattazione. In pochissime parole, il termine “magia” deriva dal greco magheia (scienza, saggezza) e spazia dal corpus operativo in senso stretto alla storia di queste pratiche; il pensiero magico invece riguarda tutti quei processi cognitivi che esulano dal pensiero logico stabilendo connessioni altre tra causa ed effetto e tra eventi spazio-temporali.
I due concetti si compenetrano vicendevolmente, quel che li accomuna è il fatto che entrambi, molto spesso, si riferiscano a qualcosa di primitivo, infantile, arcaico. Non è raro che, in psicologia e antropologia, questi termini abbiano un’accezione negativa, ma in questa sede verranno trattati in modo neutro.
Il fatto che il pensiero magico sia legato alla primitività (Lévy-Bruhl) e all’infanzia (Piaget) non deve trarre in inganno: il pensiero magico è presente in ognuno di noi come una sorta di stratificazione, un basamento roccioso sopra il quale si sono formati altri strati di materiale che svettano, che chiamiamo pensiero logico-scientifico o pensiero adulto.
Con una metafora: il pensiero magico è l’Atlante che sorregge il nostro accesso all’intelletto, per questo motivo è semplicistico sbarazzarsene come qualcosa di ormai superato. Primitivo, arcaico e infantile non coincidono necessariamente col passato.
Gli studi recenti della psicologia e dell’antropologia, infatti, tendono sempre meno a distinguere nettamente tra pensiero logico e pensiero magico, privilegiando perlopiù un approccio olistico all’insieme dei processi cognitivi.

Tanto più che il dato storico va oltre le riduttive tesi evoluzioniste: dalle statistiche emerge che nella storia dell’Occidente, l’epoca della magia non è né il Medio Evo né il Rinascimento, dove pure tali interessi esistevano, ma è il XX secolo, nel quale si assiste ad una straordinaria rinascita dell’occultismo e dell’esoterismo. Il fenomeno è sorprendente se si considera il fatto che l’interesse per l’occulto perdura nel nostro secolo nonostante l’avanzato progresso tecnologico.
Il Satanismo Razionalista, nella sua ricerca di completezza umana, nel suo continuo affannarsi in una conciliazione degli opposti, difficoltosa e proficua, non può certo accantonare il problema: gettare il bambino con l’acqua sporca non è nel nostro stile.

Tutto ciò che esula dalla razionalità comunemente intesa è da noi rigettato: superstizione, credenze insulse, illusioni a buon mercato; ma l’irrazionale in sé, nelle sue manifestazioni umane, antropologiche, psicologiche ed artistiche è parte fondante della nostra filosofia cultuale. Se così non fosse, non potremmo definirci satanisti.
Il pensiero magico, così come l’atavico senso del sacro, non sono estirpabili dalla natura umana, possiamo accantonarli ma ciò non significa che essi smettano di esistere. Una loro razionalizzazione può essere utile per tenerne conto nel giusto modo, per inserirli nel tempo e nel pensiero avanzato della civiltà occidentale, con la loro dignità, espungendo da essi il senso del ridicolo di cui soffrono a causa della volgarità e della creduloneria della maggioranza.

L’approccio del Satanismo Razionalista va in questa direzione e pare spingersi sempre oltre in questo processo di razionalizzazione.
I segnali di questo corso si possono facilmente rinvenire, ad esempio, nelle affermazioni di Gilmore riguardo i rituali del Satanismo: essi non sono obbligatori e non hanno nulla di dogmatico, molti satanisti non sentono il bisogno di attuarli o li attuano intimamente con la creazione artistica e intellettuale.
Sulla scia delle frontiere aperte anche dalla Chaos Magic, il rituale va sempre più personalizzandosi, assumendo progressivamente ampi spazi di libertà dal già scritto e dal dogma. Nell’ambito della letteratura ritualistica esistente, scrive il Magus Gilmore: “You may even have multiple versions to be used for differing ritual intent. The choice is yours”.
La personalizzazione dei rituali, nel Satanismo Razionalista contemporaneo, allarga le maglie della loro operatività: essi si mantengono in equilibrio in una zona limbica tra stringente razionalismo e ancestrale irrazionalismo, il cambiamento del paradigma li rende adattabili al tempo e dunque ne perpetua l’efficacia.

Forse solo questa non facile posizione liminare può tentare di compiere l’agognata sintesi tra pensiero logico e pensiero magico; sappiamo che la scelta esclusiva dell’uno porta ad una perdita di contatto con la nostra archetipica essenza umana, mentre abbracciando senza riserve l’altro si rischia di scivolare nel baratro della volgare ignoranza.
E’ certo che questo tentativo di quadratura del cerchio ha affascinato nei secoli poeti, intellettuali, scienziati, artisti, politici.
In un testo illuminante di cui caldeggio la lettura, “La Magia e il Potere. L’esoterismo nella politica occidentale”di Giorgio Galli, troviamo tracce del pensiero magico in personaggi che hanno fondato il pensiero razionale, in scienziati e statisti di notevole levatura intellettuale e proverbiale spregiudicatezza: dal Richelieu a Thomas Hobbes, da Max Weber a Napoleone, da Newton a Cartesio, da Carl Marx a Mussolini.

E se poco ci sorprende scoprire movimenti magici dietro la rivoluzione francese, il bolscevismo russo, il nazismo di Hitler, i regimi totalitari di Ceausescu e Péron, rimaniamo leggermente scossi dalle scivolate magiche di un Romano Prodi, di un Ronald Reagan, di un Winston Churchill o di un Clinton.
Le riposte a tali evidenti attriti tra razionalità e forme di pensiero magico possono essere trovate su due piani interconnessi. Quello storico, a detta del Galli, che vedrebbe una sopravvivenza occulta di tutto un pensiero esoterico che va dal ’400 al ’600, da Marsilio Ficino ad Agrippa di Nettesheim, spazzato via dall’Illuminismo e messo in pericolo dal catto-cristianesimo, che sarebbe dovuto entrare, per forza di cose, in clandestinità. E quello antropologico, ovvero, lo zoccolo duro della parte più arcaica della stratificazione cognitiva umana che riemerge anche (e forse soprattutto) negli intelletti più fini.

Se il pensiero magico sopravvive in ambiti quali la politica e la scienza, come non trovarlo nella più spirituale di tutte le arti, la musica? Riporto un passo di Jules Combarieu in “La Musica e la Magia” che sintetizza anch’esso una tesi affascinante:
“Il canto impiegato nelle religioni antiche e moderne è una sopravvivenza di magia; deriva da quest’idea primitiva che vi sono degli Spiriti benigni e degli Spiriti maligni, e che si può essere graditi agli uni e ridurre all’impotenza gli altri, con l’aiuto del canto e delle offerte. Il canto magico è un ordine; il canto religioso una preghiera: ecco tutta la differenza. Ogni musica religiosa, qualunque essa sia, si ricollega a questo principio. Un’invocazione assira a Marduk, un inno orfico a Zeus, un salmo, un offertorio: un introito della messa cantata, un cantico sacro di Gabrieli o di Palestrina, una messa di Bach o di Beethoven, infine le nostre sinfonie profane, termine ultimo dell’evoluzione, derivano dallo stesso fatto: l’incantesimo primitivo”.
Ora, trarre delle conclusioni da questo discorso, per una satanista razionalista come me, non è affatto semplice. Ma il Satanismo Razionalista, come ho sempre detto, è un percorso difficile. Coloro che lo hanno codificato si sono trovati essi stessi in un un groviglio di rovi.

Come ho accennato all’inizio di questa trattazione, i testi di LaVey e Gilmore sembrano essere spaccati due: il pensiero logico e il pensiero magico. È una mia tesi personale e molto azzardata, ma credo che anche l’analisi della struttura dei testi possa rivelare in qualche modo il messaggio che un autore vuole veicolare.
Il Satanismo Razionalista è una filosofia cruda e realista dove non c’è spazio per il buonismo edulcolorato delle masse rimbecillite, il mondo è visto nella sua essenza spoglia di vittime e carnefici e il satanista razionalista ne è consapevole, al di là del ruolo che assume, che decide o è spinto ad assumere. Nelle maglie della lotta per la sopravvivenza, nei concetti di lex talionis e di stratificazione sociale, e nella continua affermazione di sé, oltre i dettami del conformismo, ci si può imbattere in un realismo aspro, freddo, deterministico, privo di illusioni, che pochi riescono ad accettare.
Al di là dei ragazzini che si vestono di nero e che ascoltano metal di scarso livello o delle adolescenti frustrate che si spacciano streghe da quattro soldi; il Satanismo Razionalista genuino, se visto nella sua profondità, è un pugno allo stomaco, lo ammetto senza riserve. Il contraltare magico, immaginativo, psicodrammatico, è necessario; il doversi auto-potenziare per avere la forza di poter cambiare uno status quo di inimmaginabile durezza, è necessario; il decomprimersi negli sforzi intellettuali della conoscenza e dello studio, è necessario.

L’apparente dualità dei testi principali di LaVey e Gilmore esprime questi bisogni, che sono i bisogni dell’uomo nella sua completezza: l’uomo razionale e cinico che non dimentica di essere stato mago, e che sogna di esserlo ancora. Come promesso all’inizio di questo articolo, il contenuto della “Lettera rubata” non è stato rivelato, ho fatto solo un giro all’esterno della sfera: “il magico con entrambi i piedi al suolo” è qui, “Non cercare altrove!”, così recita la Bibbia Satanica.

Testi citati:

La lettera rubata (The Purloined Letter), Edgar Allan Poe, 1845
The Satanic Bible, Anton Szandor LaVey, 1969
The Satanic Scriptures, Peter H. Gilmore, 2007
La Magia e il Potere. L’esoterismo nella politica occidentale, Giorgio Galli, 2004
La Musica e la Magia, Jules Combarieu, 1982.

Immagine: Emblema XIV, Atalanta Fugiens, Micheal Maier, 1617

 

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Animali considerati demoniaci: storie e tradizioni

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Nei secoli e nelle varie tradizioni sono stati attribuiti connotati sacri o demoniaci ad una vasta moltitudine di specie animali. Questo ha portato in un caso allo sterminio (e talvolta all’estinzione) della fauna locale, altre volte alla sovrappopolazione di una razza considerata inviolabile.

Miti e leggende sono radicate tutt’oggi nelle consuetudini tipiche delle differenti culture, tanto è vero che l’incontrare o il sognare talune fiere viene spesso interpretato come presagio di fortuna o di sventura, a seconda del capriccio folcloristico.

1) Il gatto

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Probabilmente non esiste un animale più simbolico di questo per la cultura europea da quando, nei primi decenni del 1200, papa Gregorio IX diede inizio allo sterminio del gatto considerato incarnazione del Diavolo. Ad essere presi particolarmente di mira furono i gatti dal pelo nero, spesso gettati dai campanili durante le funzioni sacre, bruciati vivi e perfino crocifissi.

Solo al dilagare della peste bubbonica, causata dal crescente numero di topi privati del loro predatore naturale, tale superstizione venne abbandonata.  Ancora oggi però, incontrare un gatto nero, rimane sintomo di sventura.

Secondo la demonologia Re Baal e Duca Aim possiedono tre teste, una di queste parrebbe essere di gatto.

2) Il Serpente

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Il serpente ha assunto differenti significati nel tempo e nei luoghi del mondo, tra cui: l’eterno ciclo naturale delle cose (Uroboro)la regalità (cobra nell’antico Egitto), il cambiamento espresso nella muta della pelle (presso popolazioni africane ed indiane), la conoscenza (Bastone di Asclepio), la fertilità e la sessualità (vedasi la Dea dei serpenti minoica).

Ciò a cui pare comunque legato in maniera più salda è l’immaginario dell’esegesi ebraica, secondo cui il Diavolo tentatore assunse le fattezze di un serpente nel famoso episodio di Eva e della mela. In virtù di ciò questo rettile sarà spesso considerato metafora di astuzia e malvagità, di superbia ed intelligenza perversa. Durante il Medioevo venne persino associato alle attività delle streghe, in virtù del suo potere velenifero.

L’ignoranza e la superstizione portano queste affascinanti creature a riscoprirsi tutt’oggi vittime inconsapevoli dell’idiozia umana, con grande danno nei confronti della biodiversità.

In demonologia Duca Astaroth, Re Asmodeus, Marchese Marchosias, Conte Vinè, Re Balam e Conte Andromalius appaiono legati alla figura del serpente.

3) Il ragno

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Nonostante il ragno sia rappresentativo di valori considerati generalmente positivi (varie sono le leggende che lo collegano alla creazione del mondo, al dono del fuoco e al buon augurio), esso viene spesso associato ad una paura atavica insita nell’uomo.

Il ragno non solo sa dimostrarsi un abile e paziente predatore, ma anche e soprattutto un letale killer. Agile, intelligente, dall’aspetto raccapricciante e molto spesso velenoso si insinua con molta facilità negli incubi più frequenti.

4) Il pipistrello

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In molte leggende il pipistrello appare al servizio di streghe e vampiri, considerato animale astutissimo fin dalle favole di Esopo.

Se in Cina e presso i nativi americani questa creatura veniva tenuta in gran considerazione, presso i bestiari medievali venne associata all’idolatria e alla depravazione del peccato (avendo questi la tendenza ad accoppiarsi anche con esemplari del medesimo sesso).

Lo stesso Dante munirà il suo Lucifero Trifronte di ali da pipistrello.

5) Il corvo

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Il corvo costituisce un archetipo ambivalente, rappresentando infatti tanto la fine quanto il principio di tutte le cose. Storicamente è prevalsa però una simbologia legata al morte e alla sfortuna:  «Ero così giunto alla concezione di un Corvo, l’uccello di malaugurio che va reiterando con monotonia l’unica parola “mai più” …» per citare Edgar Allan Poe.

Il suo manto nero e la sua attitudine a nutrirsi di carogne lo ha dunque relegato ad un immaginario spettrale.

In demonologia Marchese Aamon, Marchese Naberius, Principe Stolas, Presidente Malphas e Marchese Andras vengono rappresentati con fattezze di corvo.

 

 

Crediti :

Giulia Conti

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