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Sisma in Pakistan: almeno 50 morti

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1272999_619315004786973_554767229_oL’epicentro nella provincia del Baluchistan (a Nord-Ovest).
La scossa di magnitudo 7,7 è stata avvertita anche in India.
Fonti locali: «Molte case crollate»

Almeno 50 persone sono morte e decine sono rimaste ferite a causa di un forte sisma che ha colpito oggi la provincia del Baluchistan, a Sud-Ovest del Pakistan.
Secondo il capo segretario della provincia, Babar Yagoob Fateh Mohammed «un grande numero di case sono crollate» nell’area di Awaram, epicentro della scossa. Squadre di soccorso sono state inviate nelle zone colpite.
Il responsabile dell’Ufficio meteorologico pachistano ha precisato che «la popolazione nell’area colpita è molto sparsa» e che «la maggior parte delle case sono fatte di fango, mentre solo poche sono di mattoni o cemento». Secondo i meteorologi pachistani, il sisma è stato di magnitudo 7.7 e ha avuto come epicentro l’area di Awaran, a 120 chilometri a sud-ovest del distretto di Khuzdar.
Il terremoto che ha colpito oggi il Pakistan è stato superficiale ed è avvenuto in una delle zone più complesse della Terra, punto di incontro di tre placche tettoniche. «Il sisma è avvenuto alla profondità di poche decine di chilometri ed è quindi potenzialmente dannoso, ha colpito una zona vasta, ma molto poco popolata», ha osservato il sismologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), Ganluca Valensise.

Quello colpita oggi in Pakistan «è una delle zone più complesse della Terra poiché è il punto di incontro della placca Indiana, a Sud-Est, la placca Araba a Sud-Ovest e la placca Eurasiatica a Nord». «Abbiamo scoperto – ha aggiunto il sismologo – che il terremoto è stato generato da una struttura tettonica nota, chiamata faglia Kirthar, orientata in direzione Nord-Est».
Secondo le prime stime la rottura della faglia potrebbe avere un’estensione notevole, fino a 200 chilometri e tocca la regione montuosa e deserta del Belucistan, affacciata sull’Oceano Indiano. «In questa zona- spiega Valensise – si trova una catena montuosa con molti sistemi di pieghe, generati dal movimento di compressione causato dal’l’incontro delle tre placche». In questa zona, infatti, sia la placca Indiana sia quella Araba spingono contro la placca Eurasiatica e scivolano progressivamente sotto quest’ultima al ritmo, rispettivamente, di 4 e 2 centimetri l’anno. L’ultimo terremoto avvenuto in questa area e confrontabile con quello di oggi risale al 1935, a Questa, con una magnitudo compresa fra 7,7 e 7,8.

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Le prime immagini del centro Ames della Nasa

In occasione dei primi 50 anni di questo luogo importantissimo per la scienza spaziale, un video storico dell’Agenzia spaziale americana

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Era il 1939 quando, in qualità di secondo polo nazionale degli Stati Uniti per la ricerca in aeronautica, nasceva il centro Ames della Nasa: un conglomerato delle più grandi e sofisticate strutture per i test di volodell’epoca.

Sono trascorsi esattamente 50 anni e, in occasione di questo anniversario importante, l’Agenzia spaziale ricorda lo sviluppo di questo luogo del cuore attraverso le voci dei suoi personaggi e le immagini originali dei primi anni di attività. Un video da non perdere per gli appassionati di storia.

(Video credit: Nasa/Ames Research Center)





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Sulla Luna andata e ritorno: la missione Heracles

Il trailer del progetto delle agenzie spaziali internazionali per un nuovo rover che raccoglierà campioni di roccia sul nostro satellite

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Una sonda che raggiunge la Luna, scorrazza tra i crateri raccogliendo dei campioni di terreno e poi risale a bordo e rientra sulla Terra. La missione è nell’agenda dei prossimi anni delle agenzie spaziali (NasaEsa, ma non solo), che si stanno riunendo per questo grande progetto, che ha già un nome: Heracles.

Anche il sito per l’allunaggio è già stato definito: una piccola regione nei pressi del polo sud lunare, che potrebbe rivelarsi particolarmente interessante stando al parere dei ricercatori.

Qui nel video, appena diffuso dall’Agenzia spaziale europea, il trailer della missione.

(Credit video: Esa)





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Il software italiano che ha cambiato il mondo della polizia predittiva

L’algoritmo di KeyCrime è diverso dagli altri software che cercano di prevenire il crimine, sotto accusa per le loro limitazioni. Lo descrive il suo ideatore

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Diversamente dagli altri software, l’algoritmo italiano di KeyCrime non si basa sulla divisione in “zone pericolose” (foto: Getty Images)

Un quadrato rosso si accende sul display in dotazione alla volante della polizia, indicando in quale area della città e in che fascia oraria è più probabile che venga compiuto un crimine. Una previsione statistica effettuata analizzando migliaia di dati – dove sono stati compiuti i crimini più recenti, quando, in che circostanze, in quali condizioni meteo e altro ancora – e mettendo all’opera gli algoritmi di machine learning.

Le statunitensi PredPol, HunchLab, Palantir; la tedesca Precobs e molte altre funzionano – in estrema sintesi – in questo modo: sfruttando la cosiddetta hotspot analysis per segnalare alla polizia le aree calde della città. Un meccanismo che ha sollevato parecchie perplessità sulla sua effettiva utilità: se in una zona vengono segnalati più crimini – e di conseguenza viene inviata più polizia – inevitabilmente verranno individuati ancora più crimini; rendendo quella stessa zona, di conseguenza, ancora più soggetta a controllo.

Una sorta di circolo vizioso della polizia predittiva che – come sottolineato da The Verge – rischia di essere poco efficace, di lasciare completamente scoperte altre zone della città e di mettere sotto maggiore pressione determinate comunità, rafforzando il timore che questi algoritmi possano esasperare i pregiudizi già presenti nella società.

L’eccezione italiana: KeyCrime

Tutti i software di polizia predittiva funzionano in questo modo. Tutti, tranne uno: l’italiano KeyCrime, ideato dall’ex assistente capo della Questura di Milano Mario Venturi, il quale – dopo aver lavorato per decenni nella polizia – ha intrapreso una nuova carriera da imprenditore, trasformando il suo software in una startup. “Ho iniziato a lavorarci nel 2004. Quattro anni più tardi è iniziata la sperimentazione, quando l’allora questore decise di impiegare il mio sistema di analisi dei crimini per contrastare le rapine in ambito commerciale, racconta Venturi a Wired.

Il 2008 è stato infatti un anno difficile per i negozianti. Solo nella città di Milano ci furono 664 rapine (banche escluse). “È un tipo di reato che ha un impatto fortissimo sulla cittadinanza, il cui danno maggiore non è tanto nel crimine contro il patrimonio, ma in quello contro la persona, prosegue l’ex poliziotto. “Ho visto gestori chiudere la loro attività perché, dopo aver subito una rapina, vivevano nel terrore. Trattandosi di un crimine particolarmente diffuso e odioso, si è deciso di sperimentare il software in quell’ambito. Nel primo anno di sperimentazione siamo riusciti a individuare le responsabilità del 47% delle rapine compiute.

È un dato che continua a crescere negli anni e che oggi ha raggiunto il 60%“Numeri che non hanno eguali a livello mondiale”, afferma Venturi, e che hanno garantito a KeyCrime partnership con realtà come Ibm, validazioni scientifiche da parte di istituzioni come la Essex University o il National Bureau of Economic Research di Boston e l’ambizione di diffondere questo software – che per il momento è utilizzato solo nella provincia di Milano, e di cui a brevissimo sarà pronta la nuova versione – a livello globale. Tutto questo, facendo affidamento anche su 1,2 milioni di euro di investimenti forniti dalla società di venture capital Oltre, dal socio investitore Sdg Group e dall’imprenditore Giorgio Gandini.

Il ruolo del crime linking

Ma cos’è che differenzia KeyCrime dagli altri software di polizia predittiva? “L’idea è nata analizzando, per lavoro, una montagna di fascicoli inerenti ai vari crimini, in cui i dati erano raccolti malamente ma che contenevano comunque informazioni che avrebbero permesso di ipotizzare dietro quali crimini, seppur avvenuti in tempi e luoghi diversi, ci fosse la stessa mano, racconta il fondatore di KeyCrime.

Dietro a centinaia di rapine, infatti, non ci sono centinaia di rapinatori, ma qualche decina. Invece di utilizzare la hotspot analysis per prevedere in quale area della città potrebbero avvenire dei crimini (con tutti i limiti già evidenziati), non sarebbe meglio sfruttare un software per capire quali crimini vengano compiuti dagli stessi rapinatori e prevedere dove, come e quando questi stessi rapinatori compiranno le loro prossime azioni?

È questa la caratteristica fondamentale di KeyCrime, che analizza migliaia di dati (dove si sono compiute le rapine, a che ora, in che modo, come si sono comportati i rapinatori, che mezzi e armi hanno usato, come erano vestiti e molto altro ancora) per mettere in correlazione diversi crimini e determinare quali sono stati compiuti dalla stessa persona o gruppo di persone. È il crime linking, quindi, l’aspetto fondamentale del software ideato da Mario Venturi; che permette di segnalare le serie criminali effettuate dagli stessi soggetti e prevedere dove si svolgeranno le prossime azioni.

Dopo aver individuato una serie di furti compiuti in una farmacia, per esempio, KeyCrime è in grado di prevedere statisticamente quando e in quale farmacia si potrebbe compiere la prossima rapina“Questo è l’aspetto più scenico, che attrae di più l’attenzione. Ma senza il primo passaggio, senza l’algoritmo che ci permette di astrarre la serie criminale, non potremmo sviluppare questa capacità predittiva”, prosegue Venturi. Un altro aspetto fondamentale del crime linking è che consente – dopo il lavoro di indagine dei procuratori – di imputare a un rapinatore la sua intera serie criminosa (e non solo l’evento che ha portato all’arresto) e di ottimizzare il lavoro della polizia; facendo sì che a occuparsi di un’intera serie di crimini sia un unico ufficio.

Quante delle previsioni di KeyCrime su un crimine futuro si avverano? “Questo è un dato che non forniamo e che personalmente considero poco importante”, replica Venturi. “Quel che conta è la riduzione dei crimini, che ha raggiunto il 50%. Una percentuale che rappresenta un caso unico in Italia e che è confermata da analisi indipendenti basate su dati Ossif.

L’utilizzo del crime linking ha però un altro risvolto importante: “Noi non criminalizziamo le aree, come invece può avvenire con l’utilizzo degli hotspot. Noi poniamo la nostra attenzione solamente sull’autore o sugli autori dei crimini che abbiamo individuato e sugli obiettivi a rischio”, spiega Venturi. Una precisazione importante, che può ridurre ampiamente il pericolo che questi strumenti di polizia predittiva si trasformino in un via libera tecnologico per sottoporre a controlli indiscriminati chi magari ha la sola colpa di vivere nelle zone meno sicure delle città o di passeggiare in un quartiere segnalato dal software.

KeyCrime, a differenza di altri sistemi (che vi hanno rinunciato in seguito a numerose polemiche, che hanno mostrato come l’utilizzo di questi algoritmi possa causare discriminazioni contro i soggetti più deboli della società), archivia e utilizza anche i dati relativi all’etnia del rapinatore. “A livello di indagine, le informazioni sull’etnia di chi ha compiuto i crimini sono fondamentali; se gli sviluppatori di alcuni software hanno deciso di non raccogliere questi dati, mi vengono dei dubbi sulla bontà del loro software”.

I rischi della polizia predittiva

Per chiarire questo punto fondamentale, è utile fare un esempio. Un software come PredPol potrebbe indicare che in un quartiere di Milano, a una certa ora e in base ad altri fattori (comprese le condizioni atmosferiche), è possibile che si verifichino violenze a opera magari di una certa minoranza etnica. Questo sistema rischia di provocare un eccesso di controlli e perquisizioni su persone che hanno la sola colpa di essere della stessa etnia di quella indicata dal software. Una conseguenza insopportabile (che, per ovvie ragioni, non può invece avvenire nei confronti della maggioranza etnica) che ha portato alcuni software a escludere dal database le informazioni relativa all’etnia.

KeyCrime, lavorando sul profilo degli autori di una serie criminale e sui luoghi precisi dove potrebbero colpire ancora, riduce effettivamente questo rischio; fornendo un appoggio molto più circostanziato alla polizia di quanto non sia l’indicazione di quale area pattugliare. “Noi conosciamo molte caratteristiche della persona che stiamo cercando”, prosegue Venturi. “Sappiamo, per esempio, che gira su un motorino bianco, che è alto 1.82, di corporatura robusta e anche di che etnia è. In alcuni casi, abbiamo anche una sua immagine. Di conseguenza, la polizia non ferma le persone indiscriminatamente, ma solo quelle che corrispondono al profilo. Inoltre, i rapinatori solitamente vengono bloccati appena prima di compiere la rapina, quando sono già con la pistola in mano, o addirittura subito dopo”.

Nonostante le valide rassicurazioni sul funzionamento dell’algoritmo di Venturi, un dubbio rimane: non sarebbe il caso che un algoritmo con compiti di tale responsabilità, e che maneggia informazioni così delicate, fossero trasparenti e analizzabili dall’opinione pubblica? “Non ce n’è bisogno”, conclude Venturi. “La prevenzione nel nostro caso è mirata: il software ti propone solo il crime linking e la predizione dei prossimi obiettivi. KeyCrime inoltre non ha valenza scientifica in sede processuale. Il nostro algoritmo è parte di un processo che segue un iter giudiziario normale e in cui è la polizia a decidere se e come utilizzare le informazioni che le forniamo. KeyCrime è un tassello importante di un processo investigativo, ma l’ultima parola dev’essere sempre dell’uomo.





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