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Solar Decathlon, l’Italia presenta un progetto rivoluzionario

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Al via un progetto che vede l’Italia protagonista sul fronte delle energie rinnovabili

Solar-Decathlon-italia-300x180Solar Decathlon, l’Italia presente un progetto rivoluzionario 16/06/2014 – In un mondo sempre più povero di idrocarburi e materie prime, le energie rinnovabili rappresentano il futuro dell’umanità. In tal senso il SolarDecathlon rappresenta un appuntamento d’eccellenza a livello globale per discutere di questi temi. Anche l’Italiaparteciperà con un progetto rivoluzionario di una casa completamente alimentata con fonti di energia rinnovabili denominato RhOME for denCity. Il progetto ha come obiettivo la costruzione di nuovi insediamenti della periferia di Roma. Solar Decathlon si svolge da 12 anni in diverse capitali. E’ un’iniziativa del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti rivolto a tutte le università del mondo per progettare una casa completamente sostenibile.

Solar Decathlon 2014 l’Italia dunque presenterà ilprogetto di un quartiere moderno e rivoluzionario. Quest’anno si svolgerà in Francia, a Versailles, nella Citè du Soleil che è in costruzione per l’evento. La casa, realizzata a Bolzano, è stata progettata da un team dell’Università di Roma Tre, composto da oltre 50 ricercatori e guidato da Chiara Tonelli: orgoglio diItalia?

 

Fonte

 

 

 

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Al via in Oman l’orto “marziano” made in Italy 15 febbraio 2018

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Osservando le immagini che arrivano dalle sonde in opera su Marte, l’accostamento viene facile. La superficie del pianeta rosso somiglia infatti -temperature a parte, decisamente più fredde- a quella di molti deserti terrestri.
Allora perché non sfruttare proprio le zone più desertiche del nostro pianeta per “addestrare” uomini e mezzi alle future missioni che porteranno presumibilmente anche l’uomo a visitare questo poco ospitale ma affascinante vicino del Sistema Solare?
Proprio a questo scopo è partita ufficialmente la missione Amadee-18 in Oman, nella penisola arabica, dove fino al 28 febbraio, 5 “astronauti” condurranno 15 esperimenti riproducendo alcune delle condizioni del pianeta rosso con l’obiettivo di testare strumenti e procedure per future esplorazioni spaziali.

 

A fornire cibo fresco a questi futuri astronauti ci pensa l’Italia, con un orto ipertecnologico realizzato da Enea, Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Università degli Studi di Milano nell’ambito del progetto “HortExtreme”. Grazie a una rete di sensoristica avanzata, i ricercatori italiani coordineranno e monitoreranno dal Centro Enea Casaccia le attività sperimentali fino alla fine della missione, in collegamento diretto con la base.

Per la missione Amadee-18 in Oman, coordinata dall’Austrian Space Forum, i ricercatori hanno allestito, all’interno di una tenda gonfiabile, una camera di crescita e un prototipo a contenimento per l’esperimento di biologia delle piante. Conclusa la fase preliminare della missione, necessaria a fornire il supporto logistico e scientifico all’avvio della sperimentazione, i ricercatori Luca Nardi (Enea), Sara Piccirillo (Asi) e Francesco Cavaliere (Università di Milano), hanno lasciato la “Kepler Station”, il campo base installato in Oman nel deserto del Dohfar, dove è iniziata la fase dell’isolamento e della conduzione diretta degli esperimenti a cura dei 5 astronauti “analoghi” a quelli di una futura missione su Marte.

Gli esperimenti sull’orto made in Italy serviranno non solo a verificare la fattibilità dell’impianto, ma anche a comprenderne i consumi energetici, a prevederne la produttività e a selezionare delle varietà di piante che possano adeguarsi alle condizioni ambientali sia di luoghi estremi terrestri, come l’Antartide, che di pianeti lontani, come Marte.
Con l’installazione di quattro comparti dedicati alla germinazione e alla crescita, i ricercatori hanno completato il sistema verticale multilivello di coltivazione idroponica “fuori suolo”, il cosiddetto orto “marziano” di 4 metri quadri composto da 4 specie di microverdure “rosse” – amaranto, cavolo cappuccio, senape e ravanello – accuratamente selezionate tra quelle con ciclo di coltura di 15 giorni. Grazie a luci a led, atmosfera controllata e riciclo dell’acqua, le microverdure senza pesticidi né agrofarmaci, garantiranno un corretto apporto nutrizionale e un’alimentazione di alta qualità ai “membri dell’equipaggio”.

«L’infrastruttura tecnologica interna renderà possibile osservare e monitorare la crescita delle piante in ogni loro fase e fungerà da controllo remoto in caso di possibili problemi legati allo svolgimento della missione, il tutto con un ritardo temporale di circa 20 minuti tra l’invio delle trasmissioni e la ricezione delle risposte, proprio come se gli astronauti si trovassero sul suolo marziano», evidenzia Luca Nardi dell’Enea.
«L’allestimento dell’ambiente di coltura è un passaggio delicato, fondamentale per il corretto avvio dell’esperimento che ci permette di verificare l’accuratezza della prima semina e, attraverso una rete di sensoristica avanzata, di controllare le condizioni ambientali a cui saranno sottoposte le quattro colture vegetali nel prototipo», aggiunge Sara Piccirillo dell’Asi.

«La tenda gonfiabile è composta da 8 tubolari di circa 35 cm di diametro e da una trave centrale dello stesso diametro. L’assemblaggio dei moduli è stato eseguito con tecniche in grado di evitare esplosioni dovute all’aumento della pressione a causa dell’irraggiamento solare. Abbiamo installato, inoltre, un telo che consente un flusso di aria costante, 6 stabilizzatori che rendono la tenda rigida e resistente ai venti forti e 8 finestre che permettono sia l’entrata dei cavi che l’uscita dei sensori per acquisire i vari parametri dell’esperimento», conclude Francesco Cavaliere dell’Università di Milano.

Come gli astronauti delle future missioni sul Pianeta rosso, i membri dell’equipaggio, durante la fase di isolamento in Oman, seguiranno un regime alimentare composto prevalentemente da cibo in scatola, che potranno integrare con le microverdure coltivate nell’ambito dell’esperimento. Tali microverdure sono state opportunamente selezionate perché in grado di accumulare grandi quantità di sostanze minerali e fitonutrienti quali vitamine, carotenoidi e flavonoidi tra cui le antocianine, molecole a elevato potere antiossidante, per un benefico effetto antistress sulla salute.

 

 
  

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“Tornerò in Italia, perché credo che la mia ricerca possa aiutare i bambini affetti da leucemia”

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Le leucemie pediatriche rappresentano la forma di cancro infantile più diffusa. Sul loro sviluppo e su un possibile percorso per aumentare la percentuale di guarigione, si è concentrato il lavoro di Claudia Alicata, ricercatrice 33enne nata in Sicilia e partita all’estero per apprendere nuove tecniche. Ora, è pronta a ritornare in Italia, per riportare qui i frutti dei suoi studi e migliorare la selezione dei donatori di cellule staminali, al fine di aumentare la percentuale di guarigione delle leucemie infantili.

Per le leucemie ad alto rischio, infatti, l’unica terapia salvavita è il trapianto di cellule staminali ematopoietiche da donatore. Questi trapianti alle volte falliscono e la scienza non è stata ancora in grado di motivarne il perché. Per trovare una risposta la dottoressa Alicata analizzerà un gruppo di ragazzi che 5 anni fa ha ricevuto un trapianto, e i loro donatori.

 Claudia Alicata

Claudia Alicata

 

“Analizzerò i Kir, una classe di 15 geni dell’immunità che producono delle cellule afruttate per curare pazienti con la leucemia, attraverso il trapianto di cellule staminali ematopoietiche”, ha spiegato Alicata ad HuffPost, “Nonostante questi trapianti abbiano un’alta percentuale di successo, capita con una frequenza non troppo bassa che falliscano”.

Quando viene effettuata la selezione dei donatori, viene valutato se questi geni siano presenti o assenti, ma per la ricercatrice un ulteriore parametro potrebbe determinare il fallimento o successo di un’operazione: “Tutti questi geni esistono in varie forme alleliche. Avere un allele piuttosto che un altro ha un grande effetto sulla funzionalità del recettore. Noi al momento non abbiamo un sistema per sequenziare questi geni, poiché sono tra loro tutti molti simili, dunque è molto difficile operare una distinzione. Per questo motivo sono andata tre anni fa negli Stati Uniti, dove stavano attuando degli studi in merito. Adesso voglio tornare in Italia con in mano la tecnica appresa, riprendere tutti i miei pazienti di 5 anni fa e vedere se le differenze nell’esito del trapianto abbiano a che fare con la differenza allelica”.

Se le sue ipotesi venissero confermate, in futuro nella scelta di un donatore non si controllerà unicamente l’assenza o presenza dei geni Kir, ma anche la loro forma allelica, “aumentando ulteriormente la percentuale di guarigione dei bambini affetti da leucemie ad alto rischio”.

Nella sua ricerca ha creduto Fondazione Veronesi, che ha deciso di finanziare il progetto, convincendola così a ritornare qui per completare i suoi studi: “La situazione in Italia non la vedo così nera come la percepivo prima di partire. Sono andata all’estero pensando di trovare il mondo delle favole ed è vero,la ricerca è molto più finanziata e i ricercatori molto più considerati, ma credo si possa fare dell’ottima ricerca anche nel nostro paese. Sono convinta che l’Italia si stia sensibilizzando alle tematiche della salute pubblica. Ho la speranza che si possa migliorare, non sarei tornata altrimenti”

 
  

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I nanorobot sono in grado di distruggere ogni tipo di tumore

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Importanti scoperte ci giungono dalla Cina e ci tengono aggiornati sul settore riguardante i tumori . Qualche tempo fa sui social si parlava di vaccino contro il cancro, dove una singola dose è in grado di di sconfiggere il 97% delle forme cancerogene; oggi ci giunge un’altra importantissima ricerca che riguarda un’altra interessante novità.

Che funzione hanno i nanorobot?

In Cina sono stati inventati alcuni #nanorobot composti da piccoli dna frammentati che si muovono nel nostro organismo e che sono capaci di uccidere tutti tipi di tumori, chiudendo i vasi sanguigni che li nutrono. I primi test condotti in Cina sono stati studiati su topi da laboratorio sui quali sono state prodotte cellule tumorali umane, tipiche dei tumori che si possono sviluppare al seno, alle ovaie, ai polmoni.

Il ricercatore Hai Yan dell’Università dell’Arizona ha dichiarato che questo tipo di sistema robotico fatto di Dna è completamente autonomo e programmato per una terapia anticancro. Questi nanorobot sono stati studiati e programmati con un enzima che ha il compito di svolgere una funzione letale contro questo tipo di male, poichè chiuderebbe tutti i vasi sanguigni, senza riportare alcun tipo di effetto collaterale. Nei tre giorni a seguire si sono osservati trombi in tutti i vasi tumorali. [VIDEO]

Come i nanorobot sconfiggono il cancro

Questi organismi artificiali sono davvero molto molto piccoli si parla di una dimensione di circa 90 per 60 milionesimi di millimetro, si possono definire nanometri. Su di essi viene equipaggiato l’enzima trombina, che svolge la funzione coagulante del sangue, così da permettere la chiusura dei vasi sanguigni che nutrono il tumore stesso.

 


Dai test svolti sui topolini da laboratorio i nanorobot sono stati addirittura in grado, di riconoscere le cellule malate, questo grazie ad una molecola che riesce a legare solo con quelle di tipo cancerogeno. In questo modo sono completamente autonomi, l’enzima trombina si libera e li uccide affamandoli.

Poche ore sono sufficienti per eliminare il cancro

Il trattamento basato sui nanorobot è quindi, in grado di bloccare sul nascere il tumore generando un danno alle cellule malate entro un tempo di 24 ore dall’applicazione di tale trattamento, senza danneggiare le cellule buone, e non verificando l’insorgenza di alcun tipo di effetto collaterale. Nei tre giorni successivi si sono osservati trombi in tutti i vasi tumorali. C’è da aggiungere che nei topi in cui vi era presente una forma di melanoma, il tumore, grazie ai nanorobot è stato debellato completamente, non solo agendo contro il cancro primario ma è stato capace anche di prevenire la formazione di eventuali #metastasi. In tal caso la vita media dell’animale si è raddoppiata riguardo i trattamenti che effettuano in standard.

Si è verificato che questo studio mostra un potenziale terapeutico promettente. [VIDEO]

Dire basta agli effetti collaterali

Molto importante è che questo trattamento fatto con i nanorobot non ha nessun tipo di effetto collaterale. Quindi si spera che presto si potrà sostituire alla chemioterapia, che come tutti già sappiamo ha sul nostro organismo un impatto assai invasivo. Questo studio ha acceso una nuova speranza.

 
  

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Trovi qualcosa qua : https://www.bambinidisatana.com/arrivo-la-pillola-inverte-linvecchiamento/
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