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Stati Uniti. Cina. Unione europea. Russia, India, Giappone e (ultimamente) Etiopia. E ancora: SpaceX, Virgin Galactic, Blue Origin, Stratolaunch. Segnatevi bene questi nomi, perché saranno i protagonisti di una competizione senza esclusione di colpi, che si giocherà tutta nei cieli. Molto in alto, per la verità: a cinquant’anni (complottisti permettendo) dallo sbarco statunitense sulla Luna, momento culmine della corsa allo Spazio che impegnò Stati Uniti e Unione sovietica nel periodo della guerra fredda, potrebbe presto cominciare, secondo alcuni tra i più autorevoli esperti di politiche spaziali, una nuova battaglia (pacifica, si spera) per l’esplorazione e la conquista dello Spazio. Con conseguenze al momento del tutto imprevedibili: è vero che la prima corsa allo Spazio ebbe ricadute scientifiche e tecnologiche di ampissima portata, ma bisogna considerare il rischio che la competizione passi oggi dal campo della scienza a quello militare. Uno scenario solo apparentemente distopico: le attuali posizioni dell’amministrazione Trump e il segreto impenetrabile sulle reali capacità tecnologiche della Cina in ambito spaziale lasciano aperte le porte a tutte le possibilità.

Ecco il nostro recap della situazione attuale.

Lo stolto guarda il dito, la Cina indica la Luna

 

Non possiamo che cominciare dalla Cina, se non altro per questioni di attualità. Pochi giorni fa, come vi abbiamo raccontato, la sonda cinese Chang’e-4 è atterrata sulla faccia nascosta del nostro satellite, stabilendo un primato storico: mentre la parte visibile della Luna, infatti, è stata esplorata in più occasioni, nessuno finora – né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea, né la Russia, aveva tentato lo sbarco, ben più difficile, sul lato opposto.

La missione era stata lanciata il 7 dicembre scorso dalla base spaziale di Xichang, nella provincia del Sichuan, e dopo poco meno di un mese di viaggio il lander e il rover sono allunati nel cratere von Karman, un buco di dimensioni enormi – circa 2500 chilometri di diametro – ovviamente non visibile dalla Terra. Obiettivi della missione: lo studio della superficie lunare e di ciò che c’è immediatamente sotto e la rilevazione delle onde radio provenienti dallo Spazio.

L’impresa di Chang’-e 4, comunque, non è che la punta dell’iceberg. Il programma spaziale cinese iniziò ufficialmente negli anni cinquanta, quando, assistiti dall’Unione Sovietica, gli scienziati asiatici si concentrarono sullo sviluppo di missili balistici; successivamente, con il consolidamento del potere di Mao e il suo cosiddetto grande balzo in avanti (il piano di trasformazione dell’economia cinese da sistema agricolo a società industriale), il programma subì una battuta d’arresto. Bisognerà infatti aspettare al 1970 per il lancio in orbita del primo satellite cinese; otto anni più tardi, Deng Xiaoping dichiarò esplicitamente che la Cina non avrebbe preso parte alla corsa allo Spazio, almeno per quanto riguardava l’esplorazione in senso stretto, e si sarebbe piuttosto concentrata sullo sviluppo di veicoli e satelliti per le telecomunicazioni e la meteorologia.

Nel ’92, altro cambio di programma: i cinesi si resero conto, come ha ricostruito su The Conversation Wendy Whitman-Cobb, docente di scienze politiche della Cameron Unviersity, esperta in politiche spaziali, che possedere una stazione spaziale orbitante avrebbe significato guadagnare un significativo aumento di prestigio presso la comunità internazionale. Detto, fatto: fu inaugurato un nuovo programma spaziale, che portò allo sviluppo della navicella Shenzou. Successivamente iniziarono i voli con equipaggio, fu costruita la prima stazione spaziale, Tiangong-1, e poi, in tempi più recenti, fu avviata la missione Chang’e, con obiettivo la Luna. Il successo di Chang’e 4 è solo l’inizio: la Cina ha infatti in mente piani ancora più ambiziosi, tra cui la costruzione di una nuova stazione, il recupero di campioni dal suolo marziano e la fondazione di una base permanente sulla Luna. La Cina non va troppo per il sottile: stando alla road map messa a punto da China Aerospace Science and Technology Corp, la repubblica del dragone si è prepotentemente candidata a diventare leader mondiale nella tecnologia spaziale entro il 2045.

Stati Uniti: arriva lo Space Launch System, ma…https://www.youtube.com/watch?v=AOj3n0HfobU
Come rispondono (se rispondono) gli Stati Uniti. Così e così. Il Washington Post racconta che oltreoceano “non è stato ancora possibile mettere a punto una controproposta credibile ai piani di sviluppo a lungo termine della Cina. Né il popolo americano né il comando delle forze armate sembrano percepire l’importanza strategica delle operazioni della Cina nello spazio tra la Terra e la Luna. Vedono tutto attraverso le lenti dell’esperienza passata durante la guerra fredda, assumendo che le motivazioni che spingono la Cina siano le stesse di quelle che spingevano l’Unione sovietica – sostanzialmente prestigio e ‘spunta di caselle’ – ma non è così”.

Il programma su cui più di ogni altro si sta concentrando l’agenzia spaziale statunitense è lo sviluppo e la costruzione dello Space Launch System, “il razzo più grosso e potente mai realizzato nella storia”, che nelle intenzioni dovrebbe aprire una nuova era per l’esplorazione dello Spazio aperto, al di là della bassa orbita terrestre. Sostanzialmente, lo Sls è un vettore che la Nasa impiegherà per il lancio delle nuove particelle, con o senza equipaggio, come per esempio la capsula Orion, con destinazione Marte.

Poi ci sono, naturalmente, altre questioni sul tavolo: il mantenimento in vita della Stazione spaziale internazionale, il recupero di campioni dagli asteroidi, l’esplorazione di Venere. Ma la strada americana per lo Spazio rischia di essere più complicata del previsto. “Al momento”, ci ha raccontato Whitman-Cobb“non vedo alcuna risposta significativa degli Stati Uniti alle mosse cinesi, almeno in termini di esplorazione spaziale pacifica. Date le attuali restrizioni di budget, è molto improbabile che la Nasa riesca ad avere le risorse necessarie ad accelerare lo sviluppo dello Sls; per quanto riguarda la Stazione spaziale internazionale, è interessante notare che l’amministrazione Trump, inizialmente, aveva intenzione di terminare la partecipazione statunitense all’inizio del decennio 2020-2030, ma i partner internazionali del progetto, insieme ad alcuni membri influenti del Congresso americano, vorrebbero prolungarla almeno fino al 2030, per evitare che la Cina, che nel frattempo sta sviluppando la sua seconda stazione spaziale, rimanga l’unica nazione con presenza umana permanente nello Spazio”.

I privati, dal canto loro, non stanno certo a guardare. Dei piani di SpaceXabbiamo parlato in più occasioni; progetti simili, anche se meno ambiziosi, sono sulle scrivanie degli ingegneri di Blue OriginVirgin Galactic Stratolaunch. L’ascesa dei privati nel campo dell’esplorazione spaziale ha dato già i suoi primi significativi risultati: fino a non molto tempo fa, portare in orbita un chilo di materiale costava all’incirca 20mila euro; oggi SpaceX ha ridotto la spesa a un quarto della cifra, rendendo di fatto lo Spazio molto più accessibile a privati, scuole, nazioni in via di sviluppo e altre aziende.

Dove si colloca tutto ciò in una possibile nuova corsa allo Spazio? Secondo Whitman-Cobb, la conseguenza è lo spostamento degli obiettivi delle agenzie pubbliche: “La Nasa, per esempio, ha essenzialmente modificato la destinazione delle sue missioni, spostandola al di là della bassa orbita terrestre e lasciando quest’ultima alle aziende private”.

Guerra nello Spazio?
Torniamo alla questione iniziale. Ci sono davvero gli estremi per l’inizio di una corsa allo Spazio? E cosa potrebbe accadere se gli intenti di questa corsa non dovessero essere così pacifici? La risposta, come accennavamo, non è semplice. In linea di massima, ci dice Whitman-Cobb, “le corse allo Spazio non sono negative, di per sé. La rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la guerra fredda ha portato allo sviluppo di tecnologie e spin-off che hanno aiutato l’economia globale: satelliti meteorologici, Gps, comunicazioni più efficienti, computer più piccoli. Una nuova corsa allo Spazio potrebbe avere anche conseguenze positive in termini di esplorazione, spingendo più in là i limiti dell’attuale conoscenza”. Il rovescio della medaglia: “Se ci dovesse essere una corsa allo Spazio”, continua l’esperta, “temo però che si potrebbe gareggiare in campo militare. Il che sarebbe naturalmente più pericoloso. La maggior parte della tecnologia spaziale ha un doppio utilizzo: può essere usata per scopi sia pacifici che bellici. Quindi, nonostante le nazioni continuino ad affermare che i propri satelliti (o altri strumenti) siano stati sviluppati per scopi pacifici, la paura è che possano essere usati anche in altro modo. L’amministrazione Trump, per esempio, si sta servendo dello spettro di una minaccia russa o cinese per perorare la necessità di una American Space Force. La Cina ha condotto un test anti-satelliti per distruggere (secondo la versione ufficiale) un satellite meteorologico guasto, il che ha creato una nuvola di detriti orbitanti che mettono in pericolo altre navicelle sulla stessa orbita, come nel film Gravity. E il Dipartimento della difesa cinese, nel suo report del 2018, ha dichiarato che il programma militare spaziale ‘continua a crescere rapidamente’”. Incrociamo le dita.





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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Fisica

Nel 2019 sui giornali italiani ancora si nega che siamo arrivati sulla Luna

“Sulla Luna non ci siamo mai stati”. È la tesi di un articolo sul Fatto a firma del giornalista e autore tv Ivo Mej. Ma tutto lascia intendere il contrario

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(foto: Kordite/Flickr)

Quali grandi novità, frutto di approfondite inchieste giornalistiche e indagini scientifiche, sono emerse negli ultimi giorni per riaprire ancora una volta il dibattito se l’umanità abbia o meno messo piede sulla Luna? Ebbene – tenetevi forte – nessuna.

Tuttavia, nella giornata dell’8 luglio sul sito de Il Fatto quotidiano è stato pubblicato un articolo (cliccare sul link non dà traffico al sito) dal titolo emblematico: Insomma, sulla Luna ci siamo stati o no?. Una raccolta di valutazioni soggettive e prove non-scientifiche a sostegno della tesi del falso allunaggio, che cade a fagiolo proprio a pochi giorni dal 50esimo anniversario del successo della missione spaziale Apollo 11. Quella che, scetticismi a parte, ci ha portati per la prima volta sul nostro satellite naturale.

La scienza a sentimento

L’articolo in questione è firmato da Ivo Mej, giornalista e autore tv, che esordisce nell’articolo affermando che “la mia personale opinione è che no, sulla Luna non si saremmo mai potuti andare con la tecnologia degli anni Sessanta, tant’è vero che non riusciamo ad andarci neanche oggi”. Non è chiaro però quali elementi fattuali supportino questa sua sensazione, né quali prove possano far concludere che la Nasa ha “inventato miriadi di supercazzole”, dato che i pochissimi esempi riportati sono poco attinenticon l’evento dell’allunaggio (e comunque falsi, come vedremo tra poco).

Addirittura, Mej pare essere riuscito nell’incredibile impresa – altro che allunaggio – di fare il complottista su se stesso, smentendo la sua opinione espressa poco prima: “Come è possibile che in mezzo secolo non sia mai venuta fuori la verità sulla conquista mai avvenuta del nostro satellite?”. Per il resto nell’articolo si fa riferimento perlopiù a imprecisate “incongruenze logiche”, a “strane dimissioni” e ad “ammissioni a mezza bocca dei dirigenti Nasa”: tutte cose sentite e risentite, e su cui in questo caso non è nemmeno possibile argomentare dato che non è specificato di che cosa si tratti con precisione.

Curioso che gli unici esperti citati siano registifotografi e documentaristi, mentre manca del tutto la voce di tecnici spaziali, scienziati e astronauti. Se questo è l’approccio con cui si tenta di affrontare seriamente la questione, probabilmente avranno vita lunga pure il terrapiattismo, l’arrivo di Nibiru e i rapimenti alieni. Chissà quando uscirà l’inchiesta: “Insomma la Terra è piatta o no?”.

I pochi esempi si confutano al volo

Nell’articolo sono esplicitate in sostanza tre sole argomentazioni contro l’allunaggio. La prima riguarda un obiettivo fotografico messo a disposizione del regista Stanley Kubrick per il film Barry Lyndon, che sarebbe stato costruito dalla Nasa e poi regalato per le sue riprese. Una storia però che non ha alcun aspetto di mistero, come è stata raccontata da Neil Oseman e ripresa anche Paolo Attivissimo: non è affatto vero che l’obiettivo sia stato donato, e poi la sua costruzione è stata motivata proprio dalla volontà di fare riprese della Luna dalle sonde spaziali Nasa. Dove starebbe, di preciso, il problema?

Un secondo punto citato a favore dello scetticismo verso la versione ufficiale riguarda “l’attraversamento delle micidiali fasce di Van Allen, in grado di friggere qualsiasi apparato radio (non parliamo dei corpi degli astronauti)”. Anche in questo caso non occorre molto sforzo per confutare la tesi: basta infatti una buona schermatura e una scelta adeguata della traiettoria di lancio per risolvere il problema, come peraltro dimostrano tutti i satelliti e le sonde che hanno viaggiato oltre le fasce di Van Allen e sono ancora in perfetta forma. In proposito, c’è un bell’approfondimento su Medium.

Infine, viene richiamato il caso del rifiuto da parte degli astronauti dell’Apollo 11 di giurare sulla Bibbia davanti a un noto complottista dell’allunaggio, il regista Bart Sibrel. Già la descrizione del fatto basta a spiegare il perché del rifiuto, ma in ogni caso (come fa notare anche in questo caso Attivissimo) altri membri degli equipaggi della missione Apollo hanno accettato di giurare, come Ed Mitchell, Gene Cernan e Alan Bean. Fino a prova contraria, poi, rifiutarsi di stare al gioco dei complottisti non rappresenta una prova a favore del complotto. Per non parlare del valore squisitamente scientifico e oggettivo del test del giuramento su testo sacro.

E se alla fine fosse solo una pubblicità?

Dato che stiamo giocando con i complottismi, proviamo a divertirci un po’ anche qui su Wired. Tanto per parlare di coincidenze, nell’articolo di Ivo Mej viene citato per 3 volte il documentario American Moon del fotografo e regista Massimo Mazzucco, peraltro noto sostenitore di diverse teorie del complotto. Quello stesso film viene definito dal giornalista “incredibile” (a quanto pare con il significato di prodigioso, e non con quello più calzante e letterale di inverosimile), viene richiamato nel secondo e nell’ultimo paragrafo dell’articolo, segnalando in chiusura anche il giorno e il luogo della prossima proiezione del film in Italia.

Difficile valutare quanto la trasmissione al grande pubblico del documentario abbia svolto il ruolo di pretesto per poter scrivere dell’allunaggio, e quanto invece i complottismi siano stati sfruttati – se non per fare clickbaiting – per parlare dell’evento cinematografico in programma e, implicitamente, promuoverlo. Quel che è certo è che i commenti sotto l’articolo de Il Fatto quotidiano sono già diventati più di 700, di cui alcuni piuttosto divertenti.





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Fisica

Il collasso diretto dei buchi neri supermassicci

Questi oggetti estremi del cosmo erano presenti già nell’epoca primordiale dell’universo: per spiegarne l’origine, un nuovo modello prevede che si siano formati con un processo molto rapido, e non dal collasso di stelle

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(Scott Woods, Western University)

Non c’è bisogno di una stella che collassa per avere un buco nero supermassiccio. E questo spiega perché questo tipo di oggetti potevano essere presenti anche nell’epoca primordiale dell’universo. Lo afferma un nuovo studio pubblicato sulle “Astrophysical Journal Letters” da Shantanu Basu e Arpan Das della University of Western Ontario, in Canada.

I buchi neri supermassicci sono una tipologia di buchi neri caratterizzata da una massa molto elevata, che arriva a milioni o miliardi di volte la massa del Sole. Malgrado le loro caratteristiche estreme però non sono oggetti rari: si stima che ogni galassia o quasi ospiti nel proprio nucleo un buco nero supermassiccio.

Sulla loro origine non c’è accordo tra gli astrofisici. Una prima ipotesi è che derivino dall’accrescimento di buchi neri di dimensioni normali, che a loro volta sono l’esito ultimo del collasso di stelle giunte al termine del loro ciclo vitale. Quando infatti le reazioni di fusione nucleare all’interno della stella hanno trasformato quasi tutto l’idrogeno in elio, la pressione di radiazione verso l’esterno non è più in grado di contrastare la forza gravitazionale che agisce in senso opposto, e tutta la massa tende a concentrarsi nel nucleo.

Altre ipotesi prevedono invece che i buchi neri supermassicci si formino in seguito al collasso di particolari tipologie di stelle o di ammassi stellari.

Nell’ultimo decennio il panorama delle conoscenze su questo argomento si è arricchito di numerose osservazioni di buchi neri supermassicci estremamente lontani, che ci appaiono quindi com’erano poche centinaia di milioni di anni dopo l’origine dell’universo. Ciò depone a favore di una formazione molto rapida e diretta di questi oggetti.

Tenuto conto di questi dati, Basu e Das propongono ora nuovo modello di formazione dei buchi neri supermassicci basato su un’idea di base molto semplice: la loro origine è un collasso molto rapido.

“I buchi neri supermassicci hanno avuto solo un periodo di tempo breve per formarsi e crescere, e a un certo punto la loro produzione nell’universo è cessata”, ha spiegato Basu. “È questo lo scenario del collasso diretto”.

Le simulazioni al computer dei due autori mostrano che le osservazioni e i dati sperimentali dei buchi neri supermassicci già presenti in un’epoca primordiale dell’universo sono compatibili con un accrescimento esponenziale del buco nero, che inizia la sua vita con una massa compresa tra 10.000 e 100.000 masse solari.





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Andromeda: rilevata l’onda anomala della Galassia

Un nuovo studio, frutto di una collaborazione internazionale guidata dalla Sapienza, ha evidenziato un’emissione anomala nelle microonde proveniente dalla galassia di Andromeda attraverso osservazioni astrofisiche effettuate con il Sardinia Radio Telescope. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Astrophysical Journal Letter

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Composizione dell' immagine ottica della galassia di Andromeda ottenuta dalla Digitalized Sky Syrvey con l'immagine nelle onde radio a 6.7 GHz osservata con il Sardinia Radio Telescope (toni di rosso). E' ben visibile un anello di emissione radio associato al disco di Andromeda e numerose sorgenti puntiformi sullo sfondo riconducibili a lontane galassie
Un nuovo studio, frutto di una collaborazione internazionale guidata dalla Sapienza, ha scoperto un’emissione anomala nelle microonde proveniente dalla Galassia di Andromeda grazie a osservazioni astrofisiche effettuate con il radio telescopio di 64 metri Sardinia Radio Telescope (SRT), una nuova eccellenza mondiale per la radio astronomia gestita dall’Istituto Nazionale di Astrofisica.

La galassia di Andromeda è la più grande del gruppo locale, un aggregato di oltre 70 galassie a cui appartiene anche la nostra Via Lattea. Molto ben studiata nelle bande dello spettro elettromagnetico, Andromeda tuttavia non era mai stata indagata approfonditamente in quella delle microonde.

A far luce su questo aspetto è un team internazionale a cui hanno partecipato il Dipartimento di Fsica della Sapienza, l’Osservatorio astronomico di Cagliari (Inaf), l’Instituto de Astrofisica de Canarias (Spagna), la University of British Columbia (Canada), il California Institute of Technology (USA) e l’Istituto di Radio astronomia di Bologna (Inaf). Il lavoro, pubblicato sulla rivista Astrophysical Journal Letter, ha effettuato una mappatura completa della galassia di Andromeda nelle microonde, alla lunghezza d’onda di 4,5 cm e alla frequenza di 6,7 GHz.

Si è osservato che, oltre alle emissioni classiche legate alle interazioni tra il materiale interstellare e il campo magnetico di Andromeda, la Galassia presenta “un’onda anomala” in eccesso che non è spiegabile se non con nuovi meccanismi di radiazione. I modelli più accreditati per tale emissione sono legati alla rapida rotazione di piccoli grani di polvere interstellare (Spinning Dust).

“Già nel 2015 il satellite Planck aveva intravisto questo tipo di emissione con una bassa significatività statistica – spiega Elia Battistelli del Dipartimento di Fisica della Sapienza e coordinatore del progetto – ma ora si ha la certezza che una radiazione del genere sia effettivamente presente nella emissione globale della galassia di Andromeda”.
“Date le dimensioni di Andromeda – spiega Matteo Murgia dell’Inaf – osservare la galassia con il necessario livello di dettaglio è molto difficile ma, grazie alle caratteristiche del Sardinia Radio Telescope, è stato possibile realizzare immagini di svariati gradi quadrati garantendo adeguata sensibilità e risoluzione angolare.”

Questi risultati, che consentono per la prima volta di osservare Andromeda nella sua interezza e di analizzare effetti finora studiati solo nella nostra Galassia, permetteranno di acquisire maggiori informazioni sulla formazione stellare di Andromeda, sul suo campo magnetico e sulla possibilità che siano presenti emissioni laser nelle microonde causate dalla presenza di molecole dell’acqua.





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