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Studiosi russi al CERN per scoprire il Bosone di Higgs

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Cinque anni fa è stato lanciato ufficialmente il Grande Collisore di Androni, il più grande acceleratore di particelle del mondo creato dall’Organizzazione europea per la Ricerca Nucleare (CERN). La creazione e gli studi del collisore hanno coinvolto più di diecimila scienziati provenienti da più di cento paesi.

2013015913Anche la Russia ha dato un importante contributo tecnologico per la realizzazione dell’acceleratore: circa un migliaio di scienziati russi hanno partecipato alla realizzazione del collisore. Il lancio del collisore ha provocato molto scalpore: gli scienziati ritenevano che con il suo ausilio sarebbero state fatte scoperte rivoluzionarie, tra cui anche la risposta al mistero dell’universo. Allo stesso tempo, i media hanno spaventato gli uomini comuni con la minaccia della fine del mondo, a causa delle ipotesi circa la possibile formazione di microscopici buchi neri che avrebbero inghiottito dapprima lo stesso primo collisore, e poi l’intero pianeta. Tuttavia l’apocalisse non c’è stata: come spiegano gli scienziati, se l’energia generata dal collisore avesse davvero contribuito alla formazione di buchi neri, questi sarebbero stati avvistati nei raggi cosmici. Ma finora non è stato rilevato alcun buco nero, né alcun segno della loro presenza. Inoltre, uno studio specifico dei processi teoricamente favorevoli per la creazione di buchi neri ha dimostrato l’infondatezza di tali presupposti. Per quanto riguarda le scoperte, nonostante l’enorme quantità di lavoro svolto, la vera svolta deve ancora esserci, afferma con certezza il capo del laboratorio di Fisica Nucleare relativistica dell’Istituto per la Ricerca Nucleare, Dottore in Scienze Fisiche e Matematiche Aleksej Kurepin: Solo sul nostro dispositivo sono state pubblicate più di un centinaio di lavori. Ma sono tutti i lavori attuali, che ci permettono di pianificare ulteriori studi. Dobbiamo trovare le reazioni nucleari che ci permettono di affermare con certezza che esistono dei nuovi stati della materia nucleare. Ora stiamo andando in questa direzione, e abbiamo selezionato le reazioni nucleari che ci possono fornire queste informazioni. Il cosiddetto “Modello Standard” oggi esistente, ovvero la struttura teorica delle particelle elementari, non è definitivo. Gli scienziati infatti credono che questo debba essere parte di una teoria più profonda della struttura del microcosmo. Questa è la “nuova fisica”: gli scienziati sperano che la ricerca sul Grande Collisore permetterà loro di ottenere almeno un accenno di questo tipo di teoria più profonda. Secondo il capo della Divisione di Fisica Nucleare e di Astrofisica dell’Istituto di Fisica, Oleg Dal’karov: I processi rari che si progettava di osservare nel Grande Collisore di Androni, sono stati principalmente associati con il tentativo di rilevare il cosiddetto “Bosone di Higgs”, una particella unica, è responsabile di tutte le masse delle particelle elementari osservate nel presente. Questo è un campo unico che ha collegato tutti i fenomeni e le particelle osservate, e che ha conferito a queste particelle le proprietà che conosciamo. Senza queste particelle la teoria moderna sarebbe come appesa in aria. Il Bosone di Higgs era stato previsto nel 1964 nel quadro del Modello Standard, ma i risultati finora non hanno concluso se sia stata scoperta o meno una nuova particella. Ora gli scienziati hanno istituito degli esperimenti per migliorare il Grande Collisore di Androni. Oleg Dal’karov nota: Oggi si sta lavorando per una modernizzazione del collisore, che aumenterà l’intensità e l’energia è di circa due volte. Il lavoro principale avrà inizio nel 2018. Questi esperimenti, penso, saranno indirizzati principalmente verso la possibile individuazione di particelle previste da parte delle cosiddette teorie Supersimmetriche, che non rientrano nel modello standard. Attualmente gli scienziati russi stanno prendendo parte a tutti i principali esperimenti sul Grande Collisore di Androni. Nel 2012, la Federazione Russa ha chiesto di aderire al CERN come membro associato, e secondo gli esperti, questo aumenterà in modo significativo il suo contributo al lavoro sul Grande Collisore.  
http://italian.ruvr.ru

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Risolto uno dei misteri delle pietre di Stonehenge

Una nuova dettagliata analisi della composizione dei megaliti del monumentale sito neolitico ha rivelato che furono estratte a ben 25 chilometri di distanza. Ancora da scoprire, invece, come furono trasportati i macigni, che hanno un peso medio di 20 tonnellate

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Per più di quattro secoli, archeologi e geologi hanno cercato di stabilire l’origine geografica delle pietre utilizzate per costruire Stonehenge migliaia di anni fa. Individuare l’origine dei grandi blocchi di pietra detta sarsen che formano la maggior parte del monumento si è rivelato particolarmente difficile, ma ora i ricercatori hanno risolto il mistero: 50 dei 52 sarsen esistenti a Stonehenge provenivano dal sito di West Woods, nella contea del Wiltshire, situato a 25 chilometri a nord di Stonehenge. I risultati sono pubblicati su “Science Advances”.

I geologi spesso usano caratteristiche macroscopiche e microscopiche delle rocce per abbinarle all’affioramento da cui sono state prelevate. Queste tecniche hanno permesso ai ricercatori di determinare che molte delle “pietre blu” più piccole di Stonehenge erano state trasportate dal Galles sud occidentale.

Ma “il problema con la pietra di sarsen è che è tutta uguale”, dice la coautrice dello studio Katy Whitaker, dell’Università di Reading, e assistente listing adviser alla Historic England. “Guardandola al microscopio, si vedono granelli di sabbia di quarzo legati insieme con altro quarzo”. Così il team si è affidato alla spettrometria a fluorescenza a raggi X, una tecnica non distruttiva che bombarda un campione con raggi X e analizza le lunghezze d’onda della luce che il campione emette in risposta, mostrando la sua composizione chimica.

La tecnica ha rivelato la presenza di elementi traccia, che si trovano cioè in quantità minime, sulla superficie dei sarsen di Stonehenge. Quasi tutte queste pietre condividevano una composizione chimica molto simile, il che indica che si sono formate insieme. I dati non erano però sufficienti a individuare dove si trovava la fonte.

La svolta è arrivata inaspettatamente nel 2018, quando un campione estratto da uno dei sarsen di Stonehenge durante un restauro del 1958 è stato restituito all’Inghilterra dopo aver trascorso 60 anni in una collezione privata. I ricercatori hanno ottenuto il permesso di distruggere parte del campione per un’analisi più dettagliata. “Non riuscivamo a contenere l’eccitazione”, racconta l’autore principale, David Nash, geografo fisico dell’Università di Brighton.

Utilizzando due tipi di spettrometria di massa, il team ha determinato i livelli di 22 elementi traccia nel carotaggio e li ha confrontati con i livelli presenti nei campioni di sarsen provenienti da 20 siti diversi sparsi per l’Inghilterra meridionale. La firma chimica corrispondeva esattamente a quella di uno dei siti: quello di West Woods, un’area di circa sei chilometri quadrati.

La scoperta “appare abbastanza convincente e piuttosto conclusiva”, dichiara Joshua Pollard, archeologo dell’Università di Southampton, che non era coinvolto nella nuova ricerca. “È un risultato importante”. Situato appena a sud del fiume Kennet, West Woods è stato spesso trascurato nella ricerca archeologica, aggiunge. Finora la teoria prevalente aveva ipotizzato che i sarsen avessero avuto origine a nord del fiume, nelle Marlborough Downs.

Anche se il gruppo di Nash ha identificato l’origine di 50 sarsen, gli ultimi due – Stone 26 e Stone 160 – non corrispondono a nessuno dei siti studiati, e non corrispondono uno all’altro. Poiché dalla costruzione di Stonehenge sono andati persi fino a 30 sarsen, è impossibile sapere se quelle due pietre sono uniche oppure sono i resti di un grande nucleo di rocce portate da un sito diverso da West Woods.

Per Nash, l’implicazione più affascinante del ritrovamento è che le pietre di West Woods sono state probabilmente spostate tutte durante la seconda fase di costruzione del monumento, intorno al 2500 a.C. “Quello che mi colpisce di più è lo sforzo erculeo che è stato fatto per realizzare questa struttura in una finestra di tempo ragionevolmente breve”, sottolinea. Non si sa ancora come esseri umani del Neolitico siano riusciti a trasportare pietre così massicce, che hanno un peso medio di 20 tonnellate. Ma gli archeologi concordano sulla necessità di un coordinamento sociale su larga scala.

Le ricerche future cercheranno di scoprire il percorso seguito dai costruttori di Stonehenge per trasportare le pietre. E le tecniche geochimiche sperimentate dal team di Nash potrebbero portare ad approfondimenti su altri monumenti preistorici di Henge in Inghilterra. “Ci sono infinite domande, infinite aree che necessitano di ulteriori indagini e riflessioni”, dice Pollard. “Questo è un viaggio che non finirà mai”.

L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Scientific American” il 29 luglio 2020.


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SpaceX Falcon 9 rocket will launch Starlink 7 communication satellites Low-Earth Orbit 550 km. It will lift off from Space Launch Complex 40 (SLC-40) at Cape Canaveral AFS, Florida. Launch window begins at 09:25pm EST (1:25am UTC) ▰ Livestream Chat: https://discord.gg/jkbWhGK (Discord invite link) Starlink 7 mission

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SpaceX Falcon 9 rocket will launch Starlink 7 communication satellites Low-Earth Orbit 550 km. It will lift off from Space Launch Complex 40 (SLC-40) at Cape Canaveral AFS, Florida. Launch window begins at 09:25pm EST (1:25am UTC) ▰ Livestream Chat: https://discord.gg/jkbWhGK (Discord invite link) Starlink 7 mission will be SpaceX’s 9th mission this year and the 86th flight of a Falcon 9 rocket. It’ll deliver more than 41,000 pounds (18,500 kg) of cargo consisting of 60 starlink v1.0 communication satellites. The booster supporting this mission is B1049. Courtesy of SpaceX https://www.spacex.com/ www.spaceofficial.com SPACE (Official) Network We love ❤ Space Do you?
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Come condividere il proprio computer per la ricerca contro il coronavirus

Il progetto di Ibm: raccogliere la potenza computazionale dei dispositivi nel mondo e concentrarla in un supercomputer virtuale per processare moli e moli di dati sanitari

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Ibm chiede l’aiuto di chiunque possieda un computer connesso a internet per partecipare al progetto OpenPandemics – Covid-19. Ogni utente avrà la possibilità di mettere a disposizione la potenza di calcolo della propria macchina per aiutare la ricerca di una cura al coronavirus. Esattamente come avviene in Dragonball quando Goku chiede alle persone della terra di alzare le mani per donargli l’energia necessaria a sconfiggere MajinBu, Ibm, con il suo progetto OpenPandemics – Covid-19, chiede di mettere a disposizione la potenza computazionale dei loro personal computer. Più computer partecipano al progetto più aumenta la capacità di calcolo del supercomputer virtuale di Ibm.

World Community Grid come Goku, sfrutterà la potenza di calcolo dei computer degli utenti nel mondo per aiutare gli scienziati a sconfiggere il coronavirus


Il gigante dell’elettronica intende sfruttare la potenza di calcolo inutilizzata dai computer degli utenti, che decideranno di partecipare, per alimentare la sua World Community Grid. Grazie a questo supercomputer virtuale, gli scienziati che stanno cercando una cura per il virus, potranno elaborare l’immensa mole di dati raccolti in questi mesi d’emergenza. La potenza di calcolo condivisa permetterà quindi alla World Community Grid di effettuare i milioni di calcoli al secondo necessari per le simulazioni dei composti bio-chimici necessari per debellare il virus. Attualmente più di 770mila persone e 450 organizzazioni hanno già contribuito ad alimentare la World Community Grid fornendo quasi due milioni di anni di potenza di calcolo a sostegno di 30 progetti di ricerca, tra cui studi su cancro, Ebola, Zika, malaria e Aids. Il progetto è stato ideato dall’istituto di ricerca Scripps Research e a dirigerne lo sviluppo c’è il ricercatore italiano Stefano Forli, assistente del dipartimento di Biologia integrativa strutturale e computazionale di Scripps Research. “Sfruttare la potenza di elaborazione inutilizzata su migliaia di dispositivi ci fornisce un’incredibile potenza di calcolo utile a selezionare virtualmente milioni di composti chimici”, spiega Forli in una nota: “Il nostro sforzo congiunto con i volontari di tutto il mondo promette di accelerare la nostra ricerca di nuovi, potenziali farmaci candidati ad affrontare le minacce biologiche emergenti presenti e future, sia che si tratti di Covid-19 o di un agente patogeno completamente diverso”. Per mettere a disposizione la potenza di calcolo inutilizzata del proprio computer è sufficiente iscriversi al progetto e scaricarne l’applicazione. World Community Grid di Ibm opererà in background senza rallentare i sistemi degli utenti e garantendo la massima sicurezza della privacy proteggendone le informazioni personali.  
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