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Fisica

Terra: il nostro pianeta “alieno” . I misteri e gli “strani suoni” spiegati

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download gli sforzi di cercare la vita extraterrestre nello spazio, il nostro pianeta Terra nasconde luoghi più “alieni” di quanto l’umanità possa pensare.

All’interno della penisola Jamal o Yamal sono apparsi crateri che misurerebbero fino a 100 metri di larghezza; non a caso la stessa penisola è stata soprannominata la “penisola dell’apocalisse” e forse sarà per questi avvistamenti che le ipotesi speculative abbiano pensato che l’origine e la profondità di questi crateri siano le conseguenze dell’impatto di un velivolo alieno o lo schianto di un enorme meteorite.

La penisola Jamal ha clima polare con temperature di gennaio comprese fra i -22C° e i -26C° e come conseguenza il manto vegetale prevalente è la tundra artica, ricca di laghi e zone paludose, inoltre la penisola è sede di importanti giacimenti di petrolio e gas naturale.

E’ più probabile che la causa dei crateri sia di tipo geologico, tant’è vero che il Sub-Artic Scientific Research Center ha una spiegazione più precisa: l’area di Yamal è ricca di gas naturale, è la zona di produzione principale delle forniture dirette verso l’Europa.

Probabilmente una sacca di gas, combinatasi con acqua e sale, avrebbe prodotto un’esplosione relativamente grande; mentre altra ipotesi potrebbe essere un crollo a causa dello scioglimento del permafrost dovuto ai cambiamenti climatici.

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altro mistero affascinante della natura è quello delle “Rocce Viventi” avvistate in Romania a circa 35 km da Ramnicu Valcea dove si trova anche il Muzeul Trovantilor, una riserva naturale trasformata in un museo a cielo aperto.

Queste rocce vengono chiamate “trovants”, simili alle rocce della Death Valley in California, capaci di spostarsi da un luogo all’altro, le rocce rumene al contatto con l’acqua sono capaci di riprodursi e di crescere, proprio come un essere vivente biologico.

Dopo una pioggia molto intensa i trovants partendo da strutture di 6/8 millimetri possono arrivare a formare rocce fino a 6/10 metri di diametro.

I geologi ipotizzano che queste pietre siano comparse nell’area circa 6 milioni di anni fa, a seguito di una qualche potente attività sismica.

Nel 2012 sono stati sentiti degli strani suoni in ogni parte del mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, dall’Ucraina alla Costa Rica e questi suoni sono stati definiti “i suoni dell’apocalisse”.

Ovviamente la fine del mondo non c’entra nulla, la spiegazione va ricercata non nei fenomeni soprannaturali, bensì nei fenomeni di geodinamica.

[pullquote] 2012 sono stati sentiti degli strani suoni in ogni parte del mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, dall’Ucraina alla Costa Rica e questi suoni sono stati definiti “i suoni dell’apocalisse”.
Ovviamente la fine del mondo non c’entra nulla, la spiegazione va ricercata non nei fenomeni soprannaturali, bensì nei fenomeni di geodinamica.[/pullquote]

La fonte di questa manifestazione potente di onde acustiche arriverebbe da enormi processi energetici; questi processi comprendono potenti eruzioni solari e flussi energetici correndo verso la superficie terrestre e destabilizzando la magnetosfera, la ionosfera e l’atmosfera superiore.

Gli effetti delle potenti esplosioni solari, l’impatto delle onde d’urto nel vento solare e i flussi di corpuscoli e delle esplosioni di radiazioni elettromagnetiche sarebbero le cause delle onde acustiche.

Tra il 1980 e il 1990 sono stati scritti diversi articoli sul ritrovamento di una serie di piccole sfere metalliche antiche quasi 3 miliardi, di anni di diametro da 1 a 2 centimetri e ritrovate nelle cave di pirofillite presso la cittadina di Ottosdal in Sudafrica.

Queste sfere prendono il nome dal museo di Klerksdorp,in cui erano custodite e furono soggette a diverse ed innumerevoli teorie allo scopo di dare una spiegazione esauriente sulla loro presenza.

Lo stesso curatore del museo, Rolfe Marx, affermò che fossero frutto di un’attività umana nonostante fossero fatte risalire ad un’epoca in cui l’uomo non esisteva, inoltre essendo state rinvenute in una cava di pirofillite, materiale piuttosto morbido e utilizzato anche come isolante elettrico, il quale si origina dalla trasformazione metamorfica di un deposito sedimentario e questo dimostrerebbe che la formazione sia posteriore ai 2,8 miliardi di anni fa.

Di idea contraria è lo studioso di Oopart e della cultura preistorica, Micheal Cremo, secondo il quale queste sfere possono essere la dimostrazione che, in un passato remotissimo, il nostro pianeta Terra abbia ospitato vita intelligente indigena o di origine extraterrestre.

Marx rispondendo alla teoria di Cremo affermava, invece, che la pirofillite è un materiale abbastanza morbido e nella scala utilizzata per classificare la durezza dei minerali ha un fattore di soli 3 Mohs, inoltre queste sfere si trovavano nello strato di sedimenti corrispondenti a 2,8 miliardi di anni fa.

Concludo l’articolo con il record italiano ottenuto, nell’ottobre 2014, dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare: il metro cubo più freddo dell’universo.

Nel corso dell’esperimento “Cuore”, ossia Cryogenic Underground Observatory for Rare Events, l’INFN ha portato una struttura di rame del volume di un metro cubo e del peso di 400 chilogrammi ad una temperatura prossima allo zero assoluto.

 

 

 

scopo dell’esperimento è lo studio delle proprietà dei neutrini, in particolare si è voluto replicare un fenomeno raro chiamato: “ doppio decadimento beta” (DBD)senza emissione di neutrini e studiare questo processo consentirebbe non solo di determinare la massa dei neutrini, ma anche di dimostrare la loro eventuale natura di particelle di Majorana fornendo, così, una possibile interpretazione dell’asimmetria tra materia e antimateria nell’Universo.

Cuore è stato progettato per lavorare in condizioni di ultrafreddo, infatti è composto da cristalli di Tellurite progettati per funzionare a temperature di circa 10 millikelvin, ossia 10 millesimi di grado sopra lo zero assoluto.

La vera sfida è portare allo stesso range di temperature l’intera struttura dei rivelatori che fanno parte di Cuore, che ha una massa di quasi due tonnellate.

 

Flavia Cantù

Dedicato a Marco Dimitri e ad Andrea Pasciuta

 

 

 

 

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Fisica

Un biohacker racconta com’è avere un hotspot impiantato nella gamba

Potenziare il corpo umano attraverso la tecnologia è da sempre un’ambizione per gli innovatori più estremi. Il racconto di chi in prima persona ha deciso di mettersi alla prova

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L’idea di caricare contenuti direttamente nel cervello, o di aprire casa grazie a un chip inserito direttamente nella mano, è certamente affascinante. Ma se per la gran parte della popolazione resta una frontiera lontana, per molte altre persone è già realtà cambiare il proprio corpo attraverso la tecnologia. In questo video, il giornalista di Wired Daniel Oberhaus si confronta con il biohacker Michael Laufer, tra gli inventori del device PegLeg: una svolta sul fronte della privacy, ma anche della conservazione e del trasferimento dei dati.

Laufer ha impiantato PegLeg direttamente nella sua gamba: l’operazione in sé non è così traumatica e non dura moltissimo. Di cosa si tratta? L’inventore lo definisce, con grande semplicità, un hotspot wifi che crea una rete wireless locale a cui possono accedere altri device. PegLegs può naturalmente archiviare un’ampia mole di dati, fungere da server per diverse operazioni e può dialogare con altri suoi simili.

Il creatore di PegLeg spiega quali sono i vantaggi di avere un dispositivo impiantato nel proprio corpo e come, nell’ambito della più ampia cultura hacker, agisca la sottocultura grinder a cui appartiene. Il tema più grande, oltre al potenziamento del corpo umano, è quello della libertà rispetto a terze parti o a provider che possono censurare o strozzare i servizi.

Non manca certo anche un discorso più radicale legato alla piena libertà della persona: per i biohacker il discorso è semplice, e si traduce più o meno nel concetto il corpo è mio, posso fare quello che voglio e non mi spaventa. Anche perché è il prezzo per un mondo migliore, no?





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Come insegnare a un’intelligenza artificiale a essere eticamente corretta

Un team di ricercatori della University of Massachusetts Amherst ha sviluppato un metodo basato su algoritmi chiamati Seldonian in grado di insegnare all’Ai a essere eticamente giusta

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Le stiamo insegnando qualsiasi cosa, dal fare diagnosi a risolvere il cubo di Rubik. Ma ora all’intelligenza artificiale (Ai), a quanto pare, si può insegnare anche ad essere equa e giusta, un requisito, quello dell’etica, fondamentale soprattutto quando si parla di criminalità, pregiudizi o differenze di genere. Basti pensare che, come raccontava Science circa un mese fa, un algoritmo comunemente utilizzato negli ospedali statunitensi per distribuire l’assistenza sanitaria ai pazienti ha sistematicamente discriminato le persone di colore. In altre parole, l’algoritmo aveva meno probabilità di indirizzare le persone di colore rispetto ai bianchi che erano ugualmente malati per programmi mirati a migliorare l’assistenza a pazienti con complesse esigenze mediche.

A porre nuovamente l’accento sul problema dell’etica nel machine learning in uno studio appena pubblicato su Science sono stati i ricercatori della University of Massachusetts Amherst che hanno descritto un nuovo metodo per prevenire ciò che il team di ricerca chiama “comportamento indesiderato” nell’Ai.

Garantire un comportamento sicuro ed equo delle Ai, spiegano i ricercatori, è ancora oggi un problema. “Quando qualcuno applica un algoritmo di machine learning, è difficile controllarne il comportamento”, spiega Philip Thomas, tra gli autori dello studio. “Ma gli algoritmi di apprendimento automatico incidono sempre più sulla nostra vita ed è quindi di fondamentale importanza garantirne l’equità ed evitare danni”. In recente studio, continua l’esperto, sono state elencate 21 diverse definizioni di equità nell’apprendimento automatico“È importante consentire all’utente di selezionare la definizione appropriata per l’applicazione prevista. L’interfaccia fornita con un algoritmo Seldonian consente all’utente di fare proprio questo: definire cosa significa “comportamento indesiderato” per la propria applicazione”.

Il framework appena sviluppato si basa sugli algoritmi chiamati appunto Seldonian, che prendono il nome dal protagonista Hari Seldon della famosa saga di romanzi di fantascienza di Isaac Asimov, il Ciclo delle Fondazioni. Tra le sperimentazioni, il team ha sviluppato proprio un algoritmo Seldonian per prevedere le medie dei voti di 43mila studenti, dimostrandosi in grado di evitare diversi tipi di pregiudizi di genere.

Questi algoritmi non si limitano a garantire un comportamento corretto, spiegano i ricercatori, ma è possibile controllare qualsiasi tipo di comportamento, ad esempio funzioni di sicurezza complesse nei sistemi medici. Ad esempio per controllare una pompa per l’insulina automatizzata e per prevedere in modo sicuro le dosi per una persona in base ai livelli ematici di glucosio.“Se uso un algoritmo Seldonian per trattare il diabete, posso specificare che un “comportamento indesiderato” significa la presenza di livelli di glicemia pericolosamente bassi o ipoglicemia”, spiega l’autore. “Posso, quindi, dire all’Ai: mentre stai cercando di migliorare il controller nella pompa per insulina, non apportare modifiche che aumenterebbero la frequenza dell’ipoglicemia. La maggior parte degli algoritmi disponibili non ti dà un modo per mettere questo tipo di vincolo sul comportamento”.

I ricercatori sottolineano che questi esperimenti servono solo come prova di cosa sono capaci gli algoritmi Seldonian e che il framework può essere usato da altri scienziati come guida per costruire futuri sistemi di intelligenza artificiale“Riteniamo che ci sia un enorme margine di miglioramento in questo settore”, conclude Thomas. “Anche con i nostri algoritmi abbiamo ottenuto risultati impressionanti. Speriamo che gli esperti del machine learning continuino a sviluppare algoritmi nuovi e più sofisticati servendosi il nostro framework, che può essere utilizzato in modo responsabile anche per le applicazioni in cui si considerava l’apprendimento automatico rischioso”.





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Ecco l’ultima straordinaria immagine della cometa interstellare Borisov

Gli astronomi di Yale hanno scattato nuove immagini ravvicinate del secondo “turista” interstellare che sta attraversando il Sistema solare

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foto: Pieter van Dokkum, Cheng-Han Hsieh, Shany Danieli, Gregory Laughlin

Paparazzata da Yale. Come previsto, la cometa interstellare 2I/Borisov nella sua strana traiettoria iperbolica si sta avvicinando alla Terra e all’inizio di dicembre dovrebbe trovarsi alla minima distanza da noi, a un po’ più di 300 milioni di chilometri. E gli astronomi ne stanno approfittando per scattare degli straordinari primi piani. Ecco dunque l’ultima immagine, catturata con gli strumenti del WM Keck Observatory delle Hawaii.

Avvistato per la prima volta la scorsa estate, 2I/Borisov è il secondo oggetto proveniente dallo Spazio profondo ad attraversare il Sistema solare. Il primo era stato Oumuamua, l’asteroide dalla strana forma a sigaro. 2I/Borisov però è la prima cometa e gli scienziati pensano che si sia originata fuori dal Sistema solare e sia stata espulsa dal suo sistema d’origine a causa forse di una collisione tra pianeti.

Per questa sua aura misteriosa ed esotica, 2I/Borisov continua a far parlare di sé. Adesso anche per la sua immensa bellezza.

Il primo piano è stato scattato il 24 novembre dagli astronomi di Yale Pieter van Dokkum, Cheng-Han Hsieh, Shany Danieli e Gregory Laughlin, che hanno utilizzato lo spettrometro el WM Keck Observatory delle Hawaii.

E per permetterci di capire quanto dovremmo sentirci piccoli in confronto a questo turista spaziale hanno anche creato un’immagine che mostra come apparirebbe la cometa di fianco alla Terra.

Il nucleo ghiacciato della cometa dovrebbe essere largo solo un chilometro e mezzo circa, ma il calore del Sole lo sta facendo evaporare creando una coda di gas e polveri lunga quasi 160 mila chilometri, che conferisce alla cometa un aspetto spettrale





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