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Tesla nello Spazio, smontiamo le obiezioni dei terrapiattisti

 

Bufala!

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Molti ne hanno parlato con l’entusiasmo affascinato di chi è spettatore di un evento epocale. Qualcun altro l’ha definita una manovra pubblicitaria ben congegnata con un valore scientifico del tutto marginale. Ma su una cosa tutti sembravano essere d’accordo: la Tesla Roadster di Elon Musk è stata davvero lanciata nello Spazio con il razzo Falcon Heavy lo scorso martedì 6 febbraio.

E invece no, già poche ore dopo il lancio – e via via nei giorni a seguire – hanno iniziato a diffondersi online video caricati su YouTube e articoli che spiegavano perché, secondo quanto sostenuto dagli autori di quei contenuti, tutto l’evento non fosse che l’ultima messa in scena da parte delle agenzie spaziali per farci credere che siamo in grado di andare nello Spazio e che la Terra non è piatta.

Ecco allora una lista delle obiezioni sollevate da complottisti vari, nostrani e non, per sostenere che la diretta del lancio sia stata solo una bufala. Per ciascuna di queste fantomatiche incongruenze esiste una spiegazione ben precisa.

1. Perché l’automobile è stata ripresa da angolazioni diverse?
Sarà forse perché tutte le immagini sono state raccolte in uno studio televisivo? No, molto più semplicemente, la Tesla Roadster è stata lanciata insieme a una base e a una serie di intelaiature e supporti, sui quali erano installate le telecamere. Ovviamente i punti da cui effettuare le riprese sono stati accuratamente studiati per evitare che le telecamere si inquadrassero reciprocamente, dunque durante la diretta del lancio nessuno ha potuto vedere né i supporti né le apparecchiature di ripresa.

Il piccolo trucchetto cinematografico ha sicuramente aumentato la spettacolarità del filmato, ma ha alimentato anche i sospetti dei più scettici. Tuttavia, a fugare ogni dubbio è stata un’immagine pubblicata già prima del lancio e che mostra esattamente la posizione delle telecamere e dei supporti.

tesla spazio

2. Perché l’illuminazione cambia e compaiono delle ombre?

L’automobile e la sua intelaiatura non erano dotate di alcuna sorgente luminosa, dunque tutta la luce che ha permesso di eseguire le riprese era quella naturale. Dato che nella sua orbita l’auto è stata sottoposta a diverse condizioni di illuminazione in base alla sua posizione relativa al Sole, l’effetto (spettacolare) che ne è derivato è stata l’enorme varietà di giochi di luci e ombre. Inevitabile che in certi momenti anche i supporti proiettassero le loro ombre sulla carrozzeria della Roadster. Le ombre, semmai, sono una prova dell’originalità del video, non che si tratta di una messa in scena.

3. Esistono conferme indipendenti della veridicità del lancio?

Molte, moltissime. A parte le agenzie spaziali di tutto il mondo (che per i sostenitori delle teorie del complotto sono dei complici, quindi non si contano), astrofili e astrofili hanno raccolto prove che l’automobile fosse davvero in volo. Ma sappiamo che, per chi non vuol sentir ragioni, si potrebbero trovare decine o centinaia di testimonianze e non si risulterebbe comunque convincenti. A titolo di esempio, ecco che cosa ha raccolto il Virtual Telescope Project inquadrando l’automobile.

4. Perché al Kennedy Space Center le nuvole si spostavano a caso?

Si tratta di una tesi rilanciata da un video caricato su YouTube, nel quale si sostiene che due piccole nubi che all’inizio si trovano a destra della rampa di lancio a un certo punto si spostino sulla sinistra, svelando (secondo l’autore) chissà quale mistificazione. In realtà il confronto proposto riguarda immagini riprese da telecamere diverse, quindi c’è anzitutto una questione di prospettiva che dipende dal punto di osservazione. Inoltre, le nubi delle due immagini non sono affatto uguali, come si può notare anche nello stesso video complottista.

5. Perché al momento dell’uscita della Roadster si vede un lampo di luce?

In un altro video visibile su YouTube si sostiene che la prova incontrovertibile che si tratta di una messa in scena si trovi al momento dell’uscita dell’automobile dal corpo del razzo. In quell’istante si vede un forte bagliore, che viene presentato come “un modo per risolvere un problema tecnico legato allo schermo verde” al momento del “cambio di sfondo” tra l’ambiente interno al razzo e lo Spazio. La tesi del video sarebbe rafforzata, secondo chi lo ha caricato online, dal fatto che almeno un fotogramma della sequenza è completamente bianco, e dunque rappresenterebbe il passaggio tra le due ambientazioni artificiali. La spiegazione, invece, è che nel passaggio all’esterno sono cambiate le condizioni di luminosità, quindi le telecamere hanno avuto bisogno di qualche frazione di secondo per regolare automaticamente le condizioni di ripresa, risultando accecate per qualche decimo di secondo.

5. Elon Musk in persona ha dichiarato che si tratta di un falso?

Assolutamente no, ha affermato proprio il contrario. Con una battuta durante la conferenza stampa, Musk ha detto che “possiamo essere sicuri che sia tutto vero perché sembra terribilmente un falso”, facendo riferimento a quanto le immagini dello Starman siano stravaganti ed eccentriche.

6. Nel video si vede che la Terra è piatta o addirittura concava?
Si tratta di un’effetto di distorsione ottica dovuto alle lenti. In alcuni fotogrammi raccolti dalle telecamere esterne del razzo Heavy Falcon la Terra appare, sul bordo sinistro dell’immagine, effettivamente deformata. Così, armati di righello, i sostenitori del terrapiattismo hanno verificato che in quei fotogrammi la superficie della Terra non solo appare diritta, ma leggermente ricurva dalla parte opposta. Anziché essere sferica, dunque, la Terra sarebbe a forma di conca: il celebre terraconchismo.

7. Le immagini della Terra mostrate sullo sfondo sono false?

In un video in italiano caricato su YouTube si sostiene proprio questo, dicendo che nelle immagini della Terra si vede troppa acqua. La prova schiacciante sarebbe dunque che, nel presunto video-montaggio, chi ha costruito il filmato avrebbe deciso di mettere sullo sfondo una foto della Terra diversa da quella che ci hanno sempre mostrato. Forse l’ideatore del video non sa che la Terra è coperta per più di due terzi da acqua, e inoltre sostiene che non ci siano terre emerse sulla base di un’immagine sfocata e con il globo terrestre in buona parte coperto da formazioni nuvolose.

8. Le formazioni nuvolose restano identiche anche a distanza di giorni?

Sì, se riguardi sempre lo stesso video in loop. In un contenuto caricato su YouTube nei giorni scorsi e ora rimosso (qui il link originale) si sostiene che tutta l’operazione di Elon Musk sia un falso poiché la Tesla Roadster sembra percorrere sempre la medesima orbita intorno alle Terra e nelle immagini sullo sfondo la superficie terrestre appare coperta sempre dalle stesse identiche conformazioni nuvolose. Peccato che l’abile smascheratore di truffe non si sia accorto che stava seguendo una diretta video fake rimandata in loop da qualche canale YouTube, che ritrasmetteva a ciclo continuo le immagini ufficiali di SpaceX durate solo qualche ora. (Esistono canali YouTube, infatti, che sull’onda del successo mediatico dell’operazione stanno continuando a trasmettere le immagini attraverso dirette video simulate, per accaparrarsi qualche click in più.) Smascherato dagli utenti, autore del video lo ha prontamente cancellato.

9. Dallo sfondo dell’inquadratura sono state rimosse le stelle?
In buona parte delle riprese che ritraggono l’automobile non è possibile individuare le stelle. Si tratta di un’obiezione complottista sollevata già altre volte in occasione delle riprese relative alla Stazione Spaziale Internazionale: la spiegazione, dunque, è sempre la stessa. Le stelle sono visibili dalla superficie terrestre e ancora meglio dallo Spazio (ossia fuori dall’atmosfera), ma per catturarle in un’immagine occorre che il sistema di ripresa sia nelle condizioni adeguate. Se nell’inquadratura sono presenti corpi molto luminosi come la Terra o, in questo caso, un’automobile direttamente investita dalla luce solare, il tempo di esposizione deve essere mantenuto basso. Ciò impedisce di raccogliere nell’immagine gli elementi meno luminosi, come ad esempio le stelle. In alcune sequenze del video più buie, però, le stelle sono visibili, come si può vedere facilmente in questo video intorno alla posizione 3:36:20 (soprattutto nell’angolo in basso a sinistra dell’inquadratura).

Ci sono poi una serie di altri evergreen del complottismo che sono emersi di nuovo, ma che probabilmente non meritano di essere approfonditi perché già sentiti e risentiti. Fra questi, l’idea che la Tesla Roadster non fosse nello Spazio ma sott’acqua (e che dunque i minuscoli bagliori luminosi sullo sfondo non fossero in realtà stelle ma bollicine d’aria), che tutta la SpaceX non sia altro che una costola della Nasa sfruttata per fare propaganda spaziale, che nelle immagini ci siano una serie di foto-ritocchi e che non possa esistere un’automobile di un materiale così robusto da resistere nello Spazio.

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Sul serio c’è gente che pensa che la terra sia piatta????

Anonimo
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c’è bisogno di dare retta ai dementibiblici?

Anonimo
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No, mai

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La tubercolosi è tornata a diffondersi a causa dei migranti? Spoiler: no

Il ruolo degli stranieri è tutt’altro che trascurabile nelle statistiche, ma il trend generale in Italia è di diminuzione dell’incidenza di tubercolosi. Gli allarmismi, dunque, sono ingiustificati

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“Può una rondine far primavera? “, si chiederebbero alcuni. E, allo stesso modo, basta il caso di un solo migrante (o magari di una decina, come avevamo raccontato il mese scorso) malato di tubercolosi per giungere alla conclusione che c’è un allarme sanitario nazionale? O, a maggior ragione, per annunciare la presenza di una vera e propria epidemia in corso?

Dati alla mano, i numeri sembrano scongiurare la presenza di un’emergenza. Resta pur vero che mancano ancora le statistiche degli ultimi mesi (i dati per ora si fermano al 2016) e che sono possibili più interpretazioni dei dati ministeriali, ma le serie storiche suggeriscono che il trend evolva in maniera abbastanza regolare di anno in anno. E che sia di diminuzione.

L’episodio di cronaca

Ma andiamo con ordine. A far tornare il tema in primo piano sono state le dichiarazioni del presidente del consiglio regionale del Veneto, Roberto Ciambetti, a proposito della fuga di un immigrato (che aveva contratto la tubercolosi) da una struttura di accoglienza della provincia di Vicenza, a Sandrigo. La notizia della fuga, riportata tra gli altri da Il Gazzetino, è stata commentata con relativa cautela da Ciambetti: “abbiamo una ulteriore riprova [che] la cittadinanza è chiamata a pagare i costi non solo economici ma anche sociali e sanitari di politiche scellerate”, ha dichiarato. E continua: “sono preoccupato [per il] passaggio dai 16 casi registrati nel 2015 ai 40 già individuati quest’anno nella provincia di Vicenza, un dato che non va sottovalutato ma nemmeno enfatizzato. L’incremento dei casi di tubercolosi e la diffusione di questa malattia gravissima tra immigrati ed extracomunitari richiede una energica e tempestiva risposta da parte delle autorità sanitarie”.A rincarare la dose è stato poi il vicepremier e ministro dell’interno Matteo Salvini, che su Facebook ha scritto, commentando la stessa notizia: “Immigrato malato e in fuga, forse inconsapevole della gravità della sua condizione. Purtroppo la tubercolosi è tornata a diffondersi, gli italiani pagano i costi sociali e sanitari di anni di disastri e di invasione senza regole e senza controlli”.

Reazioni e repliche
La prima risposta è arrivata da Maurizio Marceca, presidente della Società italiana di medicina delle migrazioni. Ai giornalisti di Ansa Marceca ha rivolto un invito alla prudenza, spiegando che “in Italia non abbiamo alcun allarme tubercolosi legato agli immigrati” e che con le dichiarazioni inquiete sulla tubercolosi “si rischia di creare allarme, anche laddove un allarme non esiste. Intervenendo con affermazioni poco scientifiche”, ha aggiunto, “si rischia di creare panico sociale”. Mareca ha richiamato anche le linee guida dell’Istituto superiore di sanità per il contrasto delle tubercolosi tra gli immigrati in Italia (pdf), e ha dichiarato che al momento il sistema sanitario dispone “di tutti gli strumenti per governare il fenomeno”.

Nella stessa giornata è intervenuto anche Roberto Cauda, direttore del dipartimento di malattie infettive del policlinico Gemelli di Roma. Il medico ha riferito che “almeno in Italia non assistiamo in questo momento a un aumento dei casi”, e ha ricordato che le fluttuazioni statistiche sono il risultato di fenomeni “estremamente complessi, non attribuibili a un unico fattore”.

Un’ulteriore rassicurazione è giunta poi su scala locale, da parte del viceprefetto vicario di Vicenza Lucio Parente“Il protocollo è stato rispettato come da normativa, quindi sotto l’aspetto sanitario non c’è nulla da temere”, ha dichiarato. Il protocollo, in questo caso, è consistito nell’isolare i locali frequentati dal malato a Sandrigo e nell’esecuzione di screening di controllo sulle persone con cui ha avuto contatti. La trasmissione del batterio della tubercolosi, Mycobacterium tuberculosis, avviene infatti per via aerea, tramite saliva, con un colpo di tosse o uno starnuto. Contemporaneamente, Parente ha confermato che la persona in fuga continua a essere irreperibile, e che le forze di polizia sono al lavoro per rintracciarlo.

Il senso dei dati
Ma quindi la tubercolosi si diffonde sempre più, oppure no? Come abbiamo già raccontato in diverse occasioni, ragionando sul lungo periodo l’incidenza della malattia è drasticamente in calo. Basta pensare ai 12mila casi del 1955 conto i 4.032 del 2016. Solo negli ultimi 10 anni si è passati da 7,4 casi ogni 100mila abitanti nel 2008 a 6,6 nel 2016. In media ogni anno il numero di pazienti a cui viene diagnosticata la tubercolosi cala dell’1,8% (anche se ci sono fluttuazioni significative da un anno all’altro: basta pensare ai 5.200 casi del 2010), e in termini assoluti i decessi sono poco più di 300 all’anno sui 4mila malati totali.

In questo trend di diminuzione, è pur vero che sale sempre più l’incidenza degli stranieri. Il sorpasso rispetto ai nati in Italia è avvenuto nel 2009, e attualmente i cittadini stranieri coprono circa il 60% dei casi complessivi. A seconda di che cosa si vuol fare emergere, numeri uguali possono raccontare storie diverse. Se infatti si valuta l’incidenza della malattia sugli stranieri (e cioè si tiene conto anche dell’aumento nel numero di persone straniere in Italia negli ultimi anni), si scopre che l’incidenza della tubercolosi su soli stranieri è stata di 84 casi ogni 100mila stranieri nel 2006, e di 44 nel 2016. Il rischio di contrarre la malattia sta dunque calando anche per questa fascia di popolazione, nonostante in termini quantitativi l’incidenza resti quasi 10 volte più alta rispetto ai nati in Italia.

Per avere un’idea di quanto il tema sia articolato, anche dal punto di vista delle autorità sanitarie, basta dare un’occhiata al documento di 64 pagineredatto in proposito a febbraio dall’Istituto superiore di sanità. Per fare un’esempio, per gli immigrati esiste una dipendenza estremamente forte tra l’incidenza della tubercolosi e il Paese d’origine, anche di un fattore 10.

Che la presenza di stranieri sia un fattore che incrementa il numero di casi di tubercolosi è fuori discussione, ma ventilare l’idea di un’emergenza sanitaria – in un contesto in cui il trend generale complessivo è di diminuzione dell’incidenza – sa di allarmismo ingiustificato. Sempre ammesso che la statistica citata da Ciambetti e relativa alla provincia di Vicenza (ossia che si è passati dai 16 casi del 2015 ai 40 di quest’anno) non si dimostri in linea con un nuovo trend nazionale. Per ora, però, il dato è decisamente troppo locale per trarre conclusioni generali.

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10 bufale sul crollo del ponte Morandi a Genova

Purtroppo le bufale, chi le condivide e chi le mette online non mancano mai, anche in disastri come quasto

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Dalle teorie del complotto alle foto false, tutte le fake news che stanno circolando in Rete a proposito del disastro autostradale in Liguria. Finti salvataggi, cani eroi e strane compenetrazioni tra edifici: di bufale ce n’è di tutti i tipi

Insieme alla cronaca e alle valutazioni politiche, sul crollo del ponte Morandi a Genova non potevano mancare anche le fake news, che si sono moltiplicate nelle ultime ore. A fare da padrone, accanto alle valutazioni sulla mobilità, alle ricostruzioni storiche e alle tante immagini del disastro, sono anche teorie del complotto, notizie di falsi salvataggie soprattutto le foto decontestualizzate. Tra le tantissime bufale diventate virali in rete, abbiamo selezionato qui le 10 più significative.

1. Il ponte Morandi NON è stato fatto esplodere con il tritolo

Ponte Morandi

Foto: Valery Hache/Getty Images)

 

Anche stavolta non poteva mancare la bufala complottista, quella che attribuisce la responsabilità della tragedia all’atto volontario di qualche oscuro signore che si nasconde nell’ombra. Nello specifico, l’arma di distruzione sarebbe stato un ordigno al tritolo, e la prova schiacciantesarebbe stato il bagliore nel cielo prima del crollo che molti hanno associato a un lampo.

Tra i rilanciatori della fake news, segnalata tra gli altri da Bufale.netc’è anche il solito Rosario Marcianò, che ha parlato anche di una “demolizione controllata”. Altre versioni del complotto, ancora più fantasiose, riferiscono dell’utilizzo di sistemi bellici d’avanguardia come le non meglio precisate “armi a microonde”. La diffusione di storie come queste si spiega non solo con la volontà di identificare un nemico a tutti i costi, ma con il bisogno di ricercare cause sorprendenti per eventi eccezionali.

2. La foto del dettaglio arrugginito NON è autentica

Circola online un’immagine che mostrerebbe lo stato di degrado di una parte del ponte Morandi e che sarebbe stata scattata “qualche settimana fa”. In questo caso il mistero è presto risolto: la foto, facilmente cercabile online, è antecedente al 2011 e non riguarda il ponte Morandi a Genova bensì quello di Ripafratta in provincia di Pisa. Si tratta dunque di un palese falso, utilizzato per alimentare le polemiche in modo malizioso, come per primi hanno mostrato David Puente e Paolo Attivissimo.

3. Il cane eroe “angelo con la coda” NON c’entra con Genova

Altra immagine diventata virale sui social, altro fake. In questo caso si tratta della foto di un cane da soccorso che sarebbe stato trasportato nella zona delle macerie con un sistema di cavi e carrucole. Nonostante lo scatto sia autentico, non è relativo al disastro di Genova, ma risale al 15 settembre 2001 e riguarda le fasi di soccorso successive al crollo delle Torri Gemelle a New York. Lo scopo con cui è stata creata questa falsa notizia, segnalata da diversi siti anti-bufala, pare essere la valorizzazione del contributo degli animali durante le operazioni di soccorso. Forse, però, si rivelerebbe più utile alla causa l’utilizzo di foto autentiche.

4. NON c’è (né c’è mai stata) alcuna emergenza sangue

(Foto: Photofusion/Getty Images)

 

Circolata sui social – in particolare su Instagram – nelle ore immediatamente successive al disastro, la notizia della presunta carenza di sangueall’ospedale San Martino di Genova non ha alcun fondo di verità. Diverse istituzioni sanitarie sono intervenute per smentire ufficialmente la falsa notizia, tra cui le Avis di Chiavari e di Genova. D’altra parte il numero di persone ferite e ricoverate in ospedale non è stato particolarmente alto (si tratta di meno di 20 persone in tutto), dunque le riserve di sangue sono state sufficienti a gestire la fase dell’emergenza. Resta comunque l’invito ad “andare a donare periodicamente”, il “miglior modo per affrontare tutte le esigenze del sistema trasfusionale italiano”.

5. I palazzi NON sono resi instabili dal contatto con il ponte

(Foto: Google Street View)

 

Secondo una ricostruzione errata di cui si discute molto sui social, i palazzi in prossimità del ponte sarebbero stati evacuati perché la struttura stessa del viadotto poggerebbe contro le abitazioni. La foto che proverebbe questa teoria, pur essendo vera e correttamente attribuita, non dimostra affatto quanto si vorrebbe far credere. Si tratta infatti di un’immagine ricavata da un ingrandimento di Google Street View relativo a via Enrico Porro, la cui versione originale dovrebbe risalire (secondo Bufale.net) al 2009.

Seppur autentica, la foto non è di per sé sufficiente per giungere a conclusioni ingegneristiche, e di certo non può dimostrare una recente evoluzione della situazione, dato che risale a quasi 10 anni fa. I tetti di alcuni palazzi sono effettivamente stati modificati per lasciare spazio al ponte quando fu costruito, e proprio per questo il ponte e le abitazioni non dovrebbero avere punti di contatto. Il motivo delle evacuazioni, infatti, è il timore che altri crolli del ponte possano investire i condomini presenti sotto, ma è improbabile che il viadotto sia attualmente sorretto grazie a un fantomatico appoggio sui palazzi.

6. NON è stata estratta una bambina viva dalle macerie

Una di quelle notizie che tutti vorremmo sentire, ma che questa volta è solo un’invenzione creata per raccogliere qualche click. Viaggia infatti sui social l’immagine di una bambina portata fuori in braccio da un cumulo di macerie grazie all’intervento dei pompieri. L’immagine, tuttavia, è stata palesemente decontestualizzata, come dimostrano sia la conformazione delle macerie sia i dettagli riconoscibili sulle uniformi dei vigili del fuoco. Come ha stabilito Bufale.net, la foto è stata scattata in occasione del terremoto a Ischia, e il pompiere indossava un caschetto dedicato al terremoto a L’Aquila.

7. Il viadotto di Morandi in Sicilia NON è aperto al traffico

In questi giorni si discute molto anche di tutte le altre opere realizzate dall’ingegnere Riccardo Morandi. Tra queste c’è il viadotto che collega Agrigento a Porto Empedocle, sul quale si è diffusa parecchia disinformazione. Le foto autentiche che mostrano lo stato di degrado del ponte, infatti, spesso non sono accompagnate dalla precisazione che il viadotto è attualmente chiuso al traffico, e che rimarrà precluso al transito di veicoli almeno fino al 2021. Non c’è dunque alcun pericolo imminente per gli automobilisti, anche se ovviamente è necessario completare tutti i doverosi interventi strutturali prima di procedere con la riapertura. Qui trovate ulteriori dettagli in merito.

8. Le ambulanze NON pagano l’autostrada durante le emergenze

(Foto: Paolo Rattini/Getty Images)

 

L’idea che un’ambulanza debba pagare l’autostrada come un normale veicolo non è di per sé così assurda, visto che la questione è al centro di un dibattito che si protrae da anni ed è ben lontano da una soluzione. Tuttavia, come ha chiarito anche Bufale.net, nel caso specifico di Genova le ambulanze (in generale) non stanno pagando per transitare in autostrada quando svolgono un intervento emergenziale.

La storia del pagamento del pedaggio non è però una completa bufala, nel senso che – per poter entrare e uscire al casello – anche i veicoli di soccorso devono passare attraverso i sistemi automatici (o manuali) di riscossione dei pedaggi. Ciò significa che, almeno nei casi di emergenza, di norma la società che gestisce l’autostrada non riceve alcun compenso, ma i veicoli d’emergenza devono comunque rispettare tutti gli step di pagamento, e a posteriori avviene il rimborso oppure viene annullata la multa per mancato pagamento.

(Aggiornamento delle 17:00) La questione è diventata uno dei principali argomenti di discussione politica della giornata in seguito alla ricezione di alcuni verbali di mancato pagamento relativi ai mezzi della Croce Bianca di Rapallo. Sulla vicenda si sono espressi anche il vicepremier Matteo Salvini e il sottosegretario ai trasporti Edoardo Rixi. Oltre a confermare l’esenzione dal pedaggio per le ambulanze che rispondono a chiamate di emergenza, è stata annunciata la volontà di escludere dal pagamento anche tutti i transiti autostradali ordinari dei veicoli sanitari. Genova Today è uno dei giornali che ha seguito da più vicino gli sviluppi della vicenda.

9. Elena, Jacopo, Amanda e Paolo NON sono tra le vittime

(Foto: Paolo Rattini/Getty Images)

Tra le tante storie drammatiche che circolano sui giornali e in rete, ce n’è una completamente inventata. Si tratta del racconto strappalacrime relativo a una famiglia di quattro persone (Elena, Amanda, Paolo e Jacopo) che sarebbe rimasta interamente uccisa in seguito al crollo. Pur trattandosi di una narrazione verosimile, la storia è falsa sia perché non c’è corrispondenza con gli elenchi ufficiali delle vittime, sia perché è stata pubblicata a un paio d’ore dal disastro, decisamente troppo presto. Pizzicatada diversi siti anti-bufala la storia si avvale dell’espediente narrativo del narratore-bambino, che tipicamente viene sfruttato come trucchetto per moltiplicare le condivisioni sui social.

10. Il pilone senza supporto NON è del ponte Morandi

Un’altra immagine diventata virale in rete è quella che mostra il pilone di un ponte che poggia in maniera apparentemente instabile sul terreno sottostante. Tuttavia, come ha precisato Il Secolo XIX, l’immagine riguarda il viadotto di Mele sulla A26, e nulla ha a che fare con il ponte Morandi. Secondo la Società Autostrade, comunque, per il ponte ritratto “non sussistono pericoli”.

Extra. NON tutte le foto del ponte sono correttamente attribuite

In parallelo alle numerose bufale palesi che abbiamo raccontato qui sopra, c’è poi una serie di immagini controverse per quanto riguarda la corretta collocazione temporale. Alcuni scatti autentici, infatti, vorrebbero dimostrare lo stato di usuraassottigliamento o precarietà del ponte, ma non è chiaro se si tratti di immagini recenti o meno. La discussione sta coinvolgendo, tra gli altri, RepubblicaIl PostGenova TodayBufale.netPaolo Attivissimo e David Puente, e non è ancora del tutto definito chi abbia ragione e chi no.

Per evitare fraintendimenti, è importante sapere che una parte del ponte è sempre stata più sottile delle altre, e che quella parte non è stata interessata dal crollo. Altre immagini che ritraggono lavori di consolidamento in corso, invece, possono essere più o meno recenti, e alcune riguardano un importante intervento di manutenzione del 2006, quando il ponte fu anche chiuso per un periodo.

 
  

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La bufala delle calamite sul frigorifero che provocano il cancro

L’unico studio scientifico legato a questa leggenda metropolitana si è rivelato un falso, e non esiste alcun motivo per temere il campo magnetico generato da una calamita. Per i frigoriferi hi-tech, poi, la bufala è ancora meno sensata

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L’idea che una calamita appiccicata alla parte esterna del frigorifero possa esercitare un influsso sui cibi conservati all’interno, fino a farli diventare in qualche modo cancerogeni, può apparire una completa scemenza. E in effetti lo è.

Anticipiamo subito la conclusione: non esiste alcuna prova scientifica – né principio fisico o biologico – che possa giustificare una correlazione tra la presenza di magneti permanenti in prossimità degli alimenti e una loro alterazione tale da generare un rischio cancro. Al di là delle solite precauzioni ovvie (per esempio fare attenzione ai bambini piccoli, che potrebbero ingerire le calamite scambiandole per cibo vero), si possono attaccare quanti magneti si desidera al proprio frigorifero metallico senza alcuna preoccupazione.

Le origini della leggenda metropolitana
La falsa storia sulla pericolosità dei magneti da frigorifero compie proprio questa settimana otto anni, almeno nella sua versione digitale. Era infatti il luglio del 2010 quando iniziò a diffondersi a macchia d’olio, prevalentemente via email, una catena allarmistica nella quale veniva citato un fantomatico studio condotto all’università di Princeton, negli Stati Uniti.

Più recentemente, invece, la stessa catena ha ripreso a circolare tramite WhatsApp.

Secondo questa ricerca scientifica, che in realtà è essa stessa un falso, i ricercatori avrebbero condotto (sui topi) uno studio “lungo molti mesi”, in cui avrebbero somministrato a un primo gruppo il cibo conservato in un frigorifero normale, mentre il secondo gruppo sarebbe stato alimentato con il cibo contenuto in un frigorifero decorato con calamite colorate.

Il risultato? I ricercatori (che, ribadiamo, non esistono) avrebbero concluso che nutrirsi con cibo tenuto in prossimità dei magneti aumenta dell’87% la probabilità di sviluppare il cancro. La ricerca sarebbe, si legge, “uno studio clinico rigoroso”, condotto per capire “come la radiazione elettromagnetica irradia il cibo”.

Perché è una bufala
Di motivi se ne potrebbero citare tanti. Anzitutto lo studio menzionato non esiste, né nell’intera letteratura scientifica mondiale si trovano studi che giungano a conclusioni analoghe o simili. In secondo luogo, i portavoce della stessa università di Princeton, contattati da Hoax Slayer, hanno negato il coinvolgimento dell’ateneo in studi di questo genere e hanno espresso preoccupazione per la circolazione di una simile tesi allarmistica senza fondamento.

In aggiunta, la catena menzognera contiene evidenti errori scientifici, attribuendo alle calamite la generazione di un campo elettromagnetico (quando in realtà si tratta di un campo magnetico statico, come accade per tutti i magneti permanenti) e saltando a pie’ pari diversi passaggi logici tutt’altro che assodati. Tra questi, il fatto che eventuali effetti irradiativi sul cibo si trasmettano a chi lo ingerisce, l’analogia tra la reazione nei topi e negli esseri umani, oltre che l’effettiva intensità del campo magneticogenerato dalle calamite e propagato all’interno del frigorifero.

Già quest’ultima questione, da sola, sarebbe sufficiente a far crollare tutto il castello di sabbia degli allarmismi. I magneti da frigorifero sono di solito delle calamite ben poco potenti e il campo magnetico che generano non penetra in modo apprezzabile nella cavità dove sono contenuti gli alimenti, o comunque ha un’intensità del tutto trascurabile rispetto ad altre fonti di campi magnetici (o elettromagnetici). Quindi il campo magnetico delle calamite non solo è innocuo, ma è anche di fatto assente sulle scaffalature dove c’è il cibo.

Come mai la storia sta diventando via via più folle
Con il passare degli anni, emerge sempre più chiaramente l’assurdità della leggenda metropolitana. I frigoriferi di costruzione più recente, infatti, contengono numerose altre sorgenti di campi magnetici ed elettromagnetici, a iniziare dal motore alimentato elettricamente e senza dimenticare che ormai molti modelli sono dotati di un sistema magnetico di chiusura che garantisce una corretta sigillatura della camera refrigerata. Perché ci dovremmo preoccupare della calamite all’esterno e non delle fonti interne? Come mai gli “studi rigorosi” se ne sono del tutto dimenticati?

Già da tempo nei veri laboratori di ricerca, e recentemente anche in quelli di sviluppo industriale, sono allo studio sistemi di refrigerazione che raffreddano proprio sfruttando le proprietà dei campi magnetici. Nessuno, finora, ha mai sollevato perplessità legate alla sicurezza sanitaria di tali sistemi. E se è vero che il tema dell’effetto dei campi elettromagnetici sulla salute umana è un capitolo tutt’altro che chiuso, il dibattito scientifico verte semmai sull’esposizione diretta di una persona a un simile campo, non sulla trasmissione di questi eventuali effetti negativi attraverso il cibo ingerito.

Qualche esempio di rischio più concreto sui magneti da frigo
Oltre al già citato pericolo di ingestione accidentale da parte dei bambini, un altro elemento a cui fare attenzione è l’interazione tra magneti da frigorifero e pacemaker. Alcuni magneti – soprattutto al neodimio – possono interferire con il funzionamento del dispositivo, e dunque è sconsigliabile per un portatore di pacemaker avvicinarsi a uno sportello del frigorifero decorato con calamite se non se ne conoscono le caratteristiche di fabbricazione.

Infine, trattandosi di oggetti che vengono tipicamente tenuti in cucina, potrebbe essere opportuno fare un controllo sulle certificazioni delle calamite prima di appiccicarle al frigorifero. Non per il campo magnetico in sé, ma per i materiali di costruzione e le caratteristiche di lavorazione. Un prodotto contraffatto, ad esempio, potrebbe rilasciare sostanze non particolarmente desiderabili.

 

 
  

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Crediti :

Wired

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