The Walking Dead, futili accuse di eccessiva violenza

C’è davvero più violenza nel Vangelo o nella Bibbia, in un TG o nella vita di tutti i giorni che nella serie The Walking Dead, ora accusata nuovamente di essere troppo splatter, troppo sangue, troppa atrocità. Siamo alle solite, il mondo della finzione viene investito da gruppi di perbenisti, anche se questa finzione è rappresentativa di dinamiche umane (o inumane) a cui tutti i giorni siamo succubi. Ciò che The Walking Dead, sia il fumetto che la serie TV, vuole rappresentare è l’oppressione a cui siamo costretti, il nostro innalzare barriere che spesso si rivelano labili contro una ferocia costantemente minacciosa. È il meccanismo degli zombie, spesso superato dalla follia di chi è sopravvissuto e riversa il disagio su altri branchi di sopravvissuti.

Violenza futile polemica

In sostanza sono dinamiche che viviamo ogni giorno, anche se ci barrichiamo in casa c’è chi minaccia e pretende, c’è chi ci porta al collasso nervoso. Negarlo è ipocrisia.

Di seguito un articolo di Wired a tale proposito:

Per qualcuno (parte della critica, il Parents Television Council, una fetta di telespettatori), gli autori di The Walking Dead, ieri, hanno esagerato. La première della settima stagione – si legge su The Verge – è la goccia che ha fatto traboccare il vaso; ora basta, “I quit”. Io mollo. Il problema sarebbe “l’eccessiva violenza”.

 The Walking Dead

Ora. Non entreremo nello specifico della scena (anche se, ormai, tutti stanno spoilerando chi è morto e come è morto); ma partiremo da un altro presupposto: non esiste una violenza più o meno limitata o, all’opposto, una violenza più o meno eccessiva. La violenza è violenza: è sempre terribile ed è sempre sconvolgente.

L’obiettivo degli autori di The Walking Dead è stato chiaro fin dall’inizio:stordire lo spettatore; lasciare il segno; fare sì che non ci si dimenticasse facilmente dell’episodio di ieri sera. Non c’entra niente, come qualcuno ha scritto, la celebrazione del male (ancora?). C’è una sceneggiatura, ci sono delle decisioni a monte; e la scena – quello, cioè, che ne viene fuori – è la somma di tanti momenti, di tante intuizioni e, soprattutto, di tante intenzioni.

È intrattenimento? Anche, sì.

In The Walking Dead, quello che viene raccontato non è il mondo civile (o presunto tale) di oggi. È un mondo totalmente diverso. In cui vige, spesso, un’unica legge: quella del più forte. “Il diavolo”, ha detto Stephen King in un’intervista di qualche anno fa a Rolling Stone, “siamo noi”. Ed è così. Nella serie tv ispirata al fumetto di Kirkman, i mostri – per citare un altro autore, Tiziano Sclavi – siamo noi. Gli esseri umani. Non gli zombie, o i walkers. Sono le persone: con le loro paure, che scatenano la rabbia; e con le loro decisioni, che possono fare o meno la differenza.

La violenza di ieri sera è stata il culmine di una serie di situazioni e di personaggi. La fine di un crescendo. Il rilascio liberatorio – e sanguinoso – dopo la tensione. È stata, non diversamente dallo scontro tra la Montagna e la Vipera Rossa in Game of Thrones, la degna – degna, sì – conclusione di una parte della storia. Era necessaria? Forse no. Ma stiamo parlando di un prodotto di finzione, in cui molto spesso la scelta eclatante, più spettacolare, è la scelta migliore. Non quella più giusta.

Sangue ovunque, un teschio spaccato a metà, il rumore secco, straziante, delle ossa che si frantumano. E un sorriso, quello di Negan, che è la sintesi perfetta di un’idea: estrema, sì; inaccettabile, pure; ma concreta, possibile e verosimile.I mostri siamo noi. È il lato oscuro dello storytelling: il pathos, il climax, l’esplosione narrativa, possono raggiungere anche questi livelli. Il punto è capire se tutto il resto – il racconto, la situazione, la resa dei personaggi – sono in linea.

 

Crediti :

Wired

Categorie
Cinema e TV

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma
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