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Al termine della tredicesima rivoluzione, il Lunar Excursion Module, ben più noto come Lem, si separa dall’astronave madre. Come fosse al rallentatore, il ragno metallico galleggia nello spazio per iniziare la discesa verso la superficie lunare. Comincia la parte più pericolosa di tutto il viaggio dell’Apollo 11, comprensiva del point of no return, il momento decisivo, quello in cui o la va, o la spacca. A Roma sono le 19:47. Nello studio 3 di via Teulada, la trasmissione Rai è partita da qualche minuto“… e ora la parola a Stagno per il collegamento” . Solo in quell’istante la spia rossa sulla 5 indica a lui, all’uomo che il comandante dell’Apollo 8, Frank Borman, ha già ribattezzato “Mr. Moonlight”, l’inizio delle trenta ore di diretta con un altro mondo: Tito Stagno, entrato in tv nel 1954 con Furio Colombo, Gianni Vattimo e Umberto Eco, sta arrivando sulla Luna

“Ha toccato, ha toccato il suolo lunare!” urla poco dopo le 22 e 16 minuti, scatenando gli applausi in studio e più di una lacrima fra i milioni di occhi che lo guardano da casa, dai bar, ovunque sia possibile seguire le immagini televisive (la diretta registrò il 96% di share, un record). “No”, gli risponde una voce al di là dell’oceano, quella di Ruggero Orlando in collegamento da Houston: “non ha toccato”.

Tito Stagno

Ma come tutto quel che accade in quella notte fra il 20 e il 21 luglio 1969, anche il piccolo battibecco ha già inciso la storia. E non solo quella della televisione.

Per questo, a 50 anni esatti da allora, è doveroso riviverne le emozioni e i retroscena con lui, Tito Stagno: 89 anni compiuti lo scorso gennaio – “sono nato nel 1930, come Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins” –, fugace esperienza d’attore (nel 1943, in Marinai senza stelle di Francesco De Robertis), classe da giornalista vecchia scuola, di quelli che parlano solo se conoscono bene e quando non conoscono bene vanno sul posto a verificare, dizione capace di non tradire mai le origini cagliaritane, Stagno è e rimarrà per sempre la voce della Luna.

Insomma, l’Eagle aveva o non aveva toccato il suolo lunare ?

“Fu una banale incomprensione con l’amico Ruggero, beninteso, il miglior commentatore che abbia mai conosciuto. In realtà avevamo ragione tutti e due, ma ci fu un malinteso sui verbi: io dissi ‘ha toccato‘ e non ‘è atterrato‘, perché mi riferivo al momento in cui le antenne sotto le zampe del Lem saggiarono il suolo lunare per verificarne la pendenza, che per garantire alla Eagle di ripartire non doveva superare i 20 gradi. Poi ci fu un ritardo di 40 secondi nell’allunaggio, perché Armstrong dovette scansare un’area rocciosa per posare il Lem in una zona più sicura”.

Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto alla Eagle (foto: Nasa)

Neil Armstrong e Buzz Aldrin passeggiano sulla Luna accanto alla Eagle (foto: Nasa)

l risultato fu che deste la notizia dell’avvenuto allunaggio dieci secondi dopo la comunicazione di Armstrong.

“Vero, ci perdemmo il momento esatto in cui il comandante dell’Apollo 11 disse: ‘Eagle has landed‘, l’Aquila è atterrata. A 50 anni di distanza posso dire che la mia frase, ‘ha toccato‘, fosse corretta e che Ruggero ritardò la sua? [sorride, ndr].

“Battute a parte, furono 40 secondi drammatici: Armstrong prese d’autorità i comandi della navicella [che spettavano in realtà al pilota, Aldrin] per cercare disperatamente una zona dove posarsi. Se avessero toccato la superficie una ventina di secondi dopo, non avrebbero avuto abbastanza propellente per ripartire e ricongiungersi con l’astronave di Collins. In quei momenti era possibile sentire Aldrin scandire il tempo rimasto; ci si immagini la tensione”.

Che cosa ascoltava con gli auricolari in studio?

“Il centro di Houston e le voci degli astronauti. Seguivo attimo per attimo quel che succedeva e non era complesso, perché conoscevo a memoria tutte le fasi della missione. In occasione di ogni lancio, la Nasa inviava ai giornalisti pacchi di materiale informativo, piani di volo compresi. Due anni prima, poi, ero stato negli Stati Uniti, ospite dell’agenzia spaziale presso le varie basi, da Cape Kennedy a Houston fino ad Hunstville, dove Wernher von Braun progettò il Saturn V”.

Perché scelsero lei per commentare la diretta più importante della storia?

“Perché ne avevo tutti i meriti. Meriti che derivavano dall’avere affrontato l’argomento Spazio, sia pure casualmente, per primo. Vale a dire dal 1957, quando strappai dalla telescrivente il dispaccio d’agenzia che annunciava la messa in orbita, da parte dell’Unione sovietica, dello Sputnik, il primo satellite artificiale mai andato oltre l’atmosfera. Una cosa curiosa, almeno per me, perché Sputnik significa letteralmente ‘compagno di viaggio‘ e di certo accompagnò me.

“Ebbi la fortuna, non ricordo nemmeno dove, forse nello studio di un dentista, di aver letto una rivista scientifica in cui si parlava di tecnologia satellitare e astronautica. Quindi compresi subito l’importanza della notizia e intuii che in un domani piuttosto prossimo un essere vivente sarebbe andato nello Spazio. Per questo preparai un pezzo approfondito per il telegiornale della notte. Lo scrissi al volo, a tamburo battente, e quando i sovietici lanciarono in orbita la cagnetta Laika, circa un mese dopo, tornai sull’argomento e lasciai intendere quanto l’era spaziale fosse alle porte”.

Andò così.

“Non proprio: il lancio di Jurij Gagarin arrivò solo nel 1961, quattro anni dopo. Ma anche in quell’occasione mi occupai io della notizia: seguì la missione sovietica usando le immagini che arrivavano in Intervisione, quella che io considero il patto di Varsavia della tv, nel senso che erano i paesi dell’Est a scambiarsi le informazioni. Quelle immagini ci arrivavano in una qualità pessima, ma mostravano una folla immensa festeggiare a Mosca e poi qualche scena grigia, molto sfocata, di Gagarin nell’unica orbita completata attorno alla Terra. Ne ricavai una specie di cronaca in diretta, pochi minuti più tardi, durante il telegiornale. Da lì si susseguirono il lancio della prima cosmonauta, Valentina Tereshkova, che conobbi anni dopo, e poi, nel 1965, la missione di Aleksej Leonov, il primo essere umano a uscire dalla navicella e a galleggiare nel vuoto cosmico (per 12 minuti e nove secondi). Insomma, feci il mio mestiere, che è sempre stato quello del telecronista”.

Ha nominato von Braun, un personaggio controverso, ma che portò gli Stati Uniti sulla Luna. Lei lo incontrò…

“Controverso? Von Braun aveva militato nelle Ss naziste, diciamolo francamente. Fu lui che alla base di Peenemünde, con gli altri scienziati tedeschi, creò le V1 e le V2, cioè i primi missili guidati che si sarebbero abbattuti su Londra.

“Intuita la mala parata durante la guerra, decise di consegnarsi agli americani piuttosto che ai russi. Gli Stati Uniti capirono immediatamente chi avevano fra le mani e quando, all’inizio degli anni ’60, lui passò alla Nasa, gli affidarono lo sviluppo dei razzi che culminò con il progetto del Saturn V, un gigante – fidatevi, ci sono salito – il cui primo stadio bruciava tre tonnellate di carburante al secondo.

“Tornando a von Braun sì, lo incontrai due volte, la prima in modo ufficiale, nel 1966 in Alabama, quando viaggiai tre mesi negli Stati Uniti per studiare il progetto Apollo e per visitare tutti i centri e le basi spaziali da Huston fino a New Orleans. In quell’occasione parlammo del Saturn e del sistema che von Braun aveva ideato per sbarcare l’uomo sulla Luna.

“Il nostro secondo incontro fu a Roma, nel ’71, per una visita in Vaticano cui teneva moltissimo: andai a prenderlo all’aeroporto di Fiumicino con la mia Fiat 130, la prima automobile ad avere l’aria condizionata, e poi passammo in Rai, dove commentammo in diretta alcuni filmati spaziali. Devo ammettere che oltre a essere un progettista supremo era anche un cronista eccellente, capace di introdurre con un tempismo perfetto qualsiasi raccordo del servizio. La sera, con l’ingegner Luigi Broglio e tutti i dirigenti dell’Agenzia spaziale italiana, cenammo a Trastevere – von Braun amava mangiare e bere, anzi, mangiava e beveva come non l’avesse mai fatto prima. Ricordo che andammo da Ciceruacchio, perché il nome del ristorante mi diede l’opportunità di fare all’ingegnere una piccola lezione di storia, una delle materie che amo di più. Fuori dal ristorante c’erano alcuni sciuscià, che si divertivano a far esplodere dei barattoli con il carburo. Li chiamò e disse loro che anche lui faceva qualcosa di simile per lavoro“.

Rocco Petrone e Wernher von Braun (foto: Nasa/MSFC)

Un uomo simpatico?

“Elegante e bello come un attore di Hollywood, anche a sessant’anni. Un’altra cosa ricordo molto bene di von Braun, l’uomo, come scrissi allora, che in due decenni si era convertito da genio al servizio del Male assoluto a luminoso arciere del nuovo sogno americano: fu lui a presentarmi Rocco Petrone, l’altro grande protagonista della cavalcata spaziale degli Stati Uniti. ‘La prima volta che vidi questo posto‘, mi disse Petrone quando lo incontrai a Cape Canaveral, in un inglese che manteneva una lontana reminiscenza di accento del Sud Italia, ‘c’erano solo paludi con zanzare e alligatori, e qualche carovana di zingari‘. In pochi anni era riuscito a mettere su la più grande base di lancio e il più avanzato centro di addestramento spaziale del pianeta, coordinando il lavoro di migliaia di persone e centinaia di piccole e grandi imprese d’appalto. Erano uomini così, come von Braun e Petrone, a incarnare lo spirito di Apollo”.

Lo spirito di Apollo? Lungi da un sogno romantico, era anche il frutto di un’aspra competizione ideologica, politica e militare fra Stati Uniti e Unione sovietica.

“Senza dubbio: i due giganti usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale avevano iniziato presto a guardarsi in cagnesco. La guerra fredda aveva minacciato di diventare incandescente quando i russi decisero di installare una base missilistica a Cuba, a due passi dalla Florida. Fu il momento in cui sfiorammo più da vicino un conflitto globale che avrebbe potuto essere il più catastrofico della storia. Per fortuna i contrasti vennero risolti pacificamente: John Fitzgerald Kennedy e Nikita Chruščëv trovarono un accordo capace di salvare la faccia a entrambi. Da lì in poi, però, la guerra fredda si trasformò in qualcosa di diverso: una corsa al prestigio, per dimostrare la propria superiorità sociale, tecnologica e scientifica, una corsa lunga sette anni che vide i sovietici in grande vantaggio fino a che due uomini ribaltarono la situazione a favore degli americani. Erano, appunto, von Braun e Petrone”.

Conobbe anche gli astronauti dell’Apollo 11?

“Sì, ma dopo la loro impresa, quando vennero in Italia alla fine del ‘69. Andarono in visita dal papa e poi al Quirinale, dove ci incontrammo. Ci fu un ricevimento in loro onore e chiacchierai di cosa avessi fatto, di come avessi raccontato la loro avventura.

“Con gli anni, sono diventato molto amico di Aldrin. Ho anche trascorso una vacanza con lui e sua moglie in Abruzzo e in quell’occasione mi ha regalato un filmato di nove minuti montato e commentato da lui con tutti i momenti più significativi del programma Apollo”.

Tito Stagno con Ruggero Orlando e Neil Armstrong

In Quel giorno sulla Luna, Oriana Fallaci descrive Armstrong e Aldrin come due persone poco colte – al di là della grande competenza tecnica – e molto antipatiche. Che cosa ne pensa?

“Antipatici non direi; erano uomini di ghiaccio entrambi. Io ho l’unica fotografia in cui Armstrong sorride; Collins è triste, come al solito, e Aldrin sull’attenti. Se mi si chiedesse di scegliere, direi che il più simpatico di tutti era ed è Buzz, che dopo l’impresa ha anc he avuto qualche guaio fra depressione e alcolismo. Ne è uscito molto bene e ci ha pure scritto un libro. Oggi ha 89 anni e pare voglia divorziare dalla terza moglie. Buzz, che cosa ti viene in mente alla tua età? [ride]. Insomma, la tempra del personaggio mi sembra evidente”.

Qual è il ricordo più vivido di quella notte trascorsa in diretta?

“Ricordo perfettamente quando, un minuto prima del distacco verso l’orbita lunare, mi dissero che non avrei avuto le immagini, perché il computer dell’Apollo era sovraccarico. Sia chiaro: i computer di bordo e tutti quelli alla Nasa avevano una potenza di calcolo complessiva che oggi ha un qualsiasi telefonino. A pensarci col senno di poi, andare nello Spazio e sulla Luna in quelle condizioni fu una follia. Ma cosa dovevo fare in quel momento? Ancora una volta, il cronista: raccontai per 12 minuti senza un’immagine quello che succedeva, interpretando le comunicazioni fra Houston e la Eagle.

“Al contrario di quanto si possa pensare, però, fu una trasmissione tranquilla, molto più facile di tante altre, perché tutto andò secondo i piani di volo”.

Il momento esatto in cui Neil Armstrong scese la scaletta del Lem (foto: Nasa)

Torneremo sulla Luna?

“Senza dubbio; lo faremo perché la Luna è un trampolino verso altre destinazioni, perché ci siamo già stati e, tutto sommato, è abbastanza facile raggiungerla. Questa volta, però, sarà necessario costruirci abitazioni e serre, in modo da poter avere qualcosa di fresco da mangiare. Sono peraltro convinto che ci andranno per primi i cinesi, perché stanno facendo le cose sul serio e sono già molto attivi sul nostro satellite naturale. Può darsi la raggiungano presto anche i privati; la space economy ha dato un grosso impulso a tutte le attività e agli interessi oltre la nostra atmosfera”.

E per quanto riguarda Marte?

“Non sono ottimista. È un viaggio lungo ed è difficile immaginare quale tipo di veicolo e di carburante possa portare un equipaggio (e che equipaggio?) a milioni di chilometri di distanza. Credo se ne parlerà seriamente solo tra qualche decina d’anni”.

Oggi, a mezzo secolo dal primo allunaggio e nonostante la miriade di prove, perché c’è chi lo mette in dubbio?

“Perché manca una sincera voglia di ricerca. C’è molta banalità in quello che facciamo, nel poco che leggiamo, e questo determina non si ami molto la scienza. In più si è affievolito lo spirito di frontiera, di conquista, tanto da sembrarmi dimenticato. Quella trasmissione della Rai fu un fiore all’occhiello in Europa, nemmeno in America organizzarono trenta ore di diretta. Il gradimento toccò il 96%; mi piace pensare che i complottisti siano in quel 4% a cui la trasmissione non piacque. Ricordo un’altra cosa: quando lo incontrai a Roma, von Braun a un certo punto mi disse: ‘Tito, vedrai che un giorno, magari per farsi pubblicità o per finire in televisione, qualcuno dirà che il mio lavoro, che tutto quello che abbiamo fatto, è una balla‘. Anche in questo caso, aveva

ragione lui.

Con Piero Angela negli studi di “Porta a porta” (foto: Camilla Morandi/Ipa)

 


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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Ricerca

Risolto uno dei misteri delle pietre di Stonehenge

Una nuova dettagliata analisi della composizione dei megaliti del monumentale sito neolitico ha rivelato che furono estratte a ben 25 chilometri di distanza. Ancora da scoprire, invece, come furono trasportati i macigni, che hanno un peso medio di 20 tonnellate

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Per più di quattro secoli, archeologi e geologi hanno cercato di stabilire l’origine geografica delle pietre utilizzate per costruire Stonehenge migliaia di anni fa. Individuare l’origine dei grandi blocchi di pietra detta sarsen che formano la maggior parte del monumento si è rivelato particolarmente difficile, ma ora i ricercatori hanno risolto il mistero: 50 dei 52 sarsen esistenti a Stonehenge provenivano dal sito di West Woods, nella contea del Wiltshire, situato a 25 chilometri a nord di Stonehenge. I risultati sono pubblicati su “Science Advances”.

I geologi spesso usano caratteristiche macroscopiche e microscopiche delle rocce per abbinarle all’affioramento da cui sono state prelevate. Queste tecniche hanno permesso ai ricercatori di determinare che molte delle “pietre blu” più piccole di Stonehenge erano state trasportate dal Galles sud occidentale.

Ma “il problema con la pietra di sarsen è che è tutta uguale”, dice la coautrice dello studio Katy Whitaker, dell’Università di Reading, e assistente listing adviser alla Historic England. “Guardandola al microscopio, si vedono granelli di sabbia di quarzo legati insieme con altro quarzo”. Così il team si è affidato alla spettrometria a fluorescenza a raggi X, una tecnica non distruttiva che bombarda un campione con raggi X e analizza le lunghezze d’onda della luce che il campione emette in risposta, mostrando la sua composizione chimica.

La tecnica ha rivelato la presenza di elementi traccia, che si trovano cioè in quantità minime, sulla superficie dei sarsen di Stonehenge. Quasi tutte queste pietre condividevano una composizione chimica molto simile, il che indica che si sono formate insieme. I dati non erano però sufficienti a individuare dove si trovava la fonte.

La svolta è arrivata inaspettatamente nel 2018, quando un campione estratto da uno dei sarsen di Stonehenge durante un restauro del 1958 è stato restituito all’Inghilterra dopo aver trascorso 60 anni in una collezione privata. I ricercatori hanno ottenuto il permesso di distruggere parte del campione per un’analisi più dettagliata. “Non riuscivamo a contenere l’eccitazione”, racconta l’autore principale, David Nash, geografo fisico dell’Università di Brighton.

Utilizzando due tipi di spettrometria di massa, il team ha determinato i livelli di 22 elementi traccia nel carotaggio e li ha confrontati con i livelli presenti nei campioni di sarsen provenienti da 20 siti diversi sparsi per l’Inghilterra meridionale. La firma chimica corrispondeva esattamente a quella di uno dei siti: quello di West Woods, un’area di circa sei chilometri quadrati.

La scoperta “appare abbastanza convincente e piuttosto conclusiva”, dichiara Joshua Pollard, archeologo dell’Università di Southampton, che non era coinvolto nella nuova ricerca. “È un risultato importante”. Situato appena a sud del fiume Kennet, West Woods è stato spesso trascurato nella ricerca archeologica, aggiunge. Finora la teoria prevalente aveva ipotizzato che i sarsen avessero avuto origine a nord del fiume, nelle Marlborough Downs.

Anche se il gruppo di Nash ha identificato l’origine di 50 sarsen, gli ultimi due – Stone 26 e Stone 160 – non corrispondono a nessuno dei siti studiati, e non corrispondono uno all’altro. Poiché dalla costruzione di Stonehenge sono andati persi fino a 30 sarsen, è impossibile sapere se quelle due pietre sono uniche oppure sono i resti di un grande nucleo di rocce portate da un sito diverso da West Woods.

Per Nash, l’implicazione più affascinante del ritrovamento è che le pietre di West Woods sono state probabilmente spostate tutte durante la seconda fase di costruzione del monumento, intorno al 2500 a.C. “Quello che mi colpisce di più è lo sforzo erculeo che è stato fatto per realizzare questa struttura in una finestra di tempo ragionevolmente breve”, sottolinea. Non si sa ancora come esseri umani del Neolitico siano riusciti a trasportare pietre così massicce, che hanno un peso medio di 20 tonnellate. Ma gli archeologi concordano sulla necessità di un coordinamento sociale su larga scala.

Le ricerche future cercheranno di scoprire il percorso seguito dai costruttori di Stonehenge per trasportare le pietre. E le tecniche geochimiche sperimentate dal team di Nash potrebbero portare ad approfondimenti su altri monumenti preistorici di Henge in Inghilterra. “Ci sono infinite domande, infinite aree che necessitano di ulteriori indagini e riflessioni”, dice Pollard. “Questo è un viaggio che non finirà mai”.

L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Scientific American” il 29 luglio 2020.


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WATCH NOW: SpaceX to Launch Starlink Falcon

SpaceX Falcon 9 rocket will launch Starlink 7 communication satellites Low-Earth Orbit 550 km. It will lift off from Space Launch Complex 40 (SLC-40) at Cape Canaveral AFS, Florida. Launch window begins at 09:25pm EST (1:25am UTC) ▰ Livestream Chat: https://discord.gg/jkbWhGK (Discord invite link) Starlink 7 mission

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SpaceX Falcon 9 rocket will launch Starlink 7 communication satellites Low-Earth Orbit 550 km. It will lift off from Space Launch Complex 40 (SLC-40) at Cape Canaveral AFS, Florida. Launch window begins at 09:25pm EST (1:25am UTC) ▰ Livestream Chat: https://discord.gg/jkbWhGK (Discord invite link) Starlink 7 mission will be SpaceX’s 9th mission this year and the 86th flight of a Falcon 9 rocket. It’ll deliver more than 41,000 pounds (18,500 kg) of cargo consisting of 60 starlink v1.0 communication satellites. The booster supporting this mission is B1049. Courtesy of SpaceX https://www.spacex.com/ www.spaceofficial.com SPACE (Official) Network We love ❤ Space Do you?

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Come condividere il proprio computer per la ricerca contro il coronavirus

Il progetto di Ibm: raccogliere la potenza computazionale dei dispositivi nel mondo e concentrarla in un supercomputer virtuale per processare moli e moli di dati sanitari

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Ibm chiede l’aiuto di chiunque possieda un computer connesso a internet per partecipare al progetto OpenPandemics – Covid-19. Ogni utente avrà la possibilità di mettere a disposizione la potenza di calcolo della propria macchina per aiutare la ricerca di una cura al coronavirus.

Esattamente come avviene in Dragonball quando Goku chiede alle persone della terra di alzare le mani per donargli l’energia necessaria a sconfiggere MajinBu, Ibm, con il suo progetto OpenPandemics – Covid-19, chiede di mettere a disposizione la potenza computazionale dei loro personal computer. Più computer partecipano al progetto più aumenta la capacità di calcolo del supercomputer virtuale di Ibm.

World Community Grid come Goku, sfrutterà la potenza di calcolo dei computer degli utenti nel mondo per aiutare gli scienziati a sconfiggere il coronavirus


Il gigante dell’elettronica intende sfruttare la potenza di calcolo inutilizzata dai computer degli utenti, che decideranno di partecipare, per alimentare la sua World Community Grid. Grazie a questo supercomputer virtuale, gli scienziati che stanno cercando una cura per il virus, potranno elaborare l’immensa mole di dati raccolti in questi mesi d’emergenza.

La potenza di calcolo condivisa permetterà quindi alla World Community Grid di effettuare i milioni di calcoli al secondo necessari per le simulazioni dei composti bio-chimici necessari per debellare il virus.

Attualmente più di 770mila persone e 450 organizzazioni hanno già contribuito ad alimentare la World Community Grid fornendo quasi due milioni di anni di potenza di calcolo a sostegno di 30 progetti di ricerca, tra cui studi su cancro, Ebola, Zika, malaria e Aids.

Il progetto è stato ideato dall’istituto di ricerca Scripps Research e a dirigerne lo sviluppo c’è il ricercatore italiano Stefano Forli, assistente del dipartimento di Biologia integrativa strutturale e computazionale di Scripps Research.

Sfruttare la potenza di elaborazione inutilizzata su migliaia di dispositivi ci fornisce un’incredibile potenza di calcolo utile a selezionare virtualmente milioni di composti chimici”, spiega Forli in una nota: “Il nostro sforzo congiunto con i volontari di tutto il mondo promette di accelerare la nostra ricerca di nuovi, potenziali farmaci candidati ad affrontare le minacce biologiche emergenti presenti e future, sia che si tratti di Covid-19 o di un agente patogeno completamente diverso”.

Per mettere a disposizione la potenza di calcolo inutilizzata del proprio computer è sufficiente iscriversi al progetto e scaricarne l’applicazione. World Community Grid di Ibm opererà in background senza rallentare i sistemi degli utenti e garantendo la massima sicurezza della privacy proteggendone le informazioni personali.

 

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