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Trent’anni senza il muro ma le divisioni si accentuano

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

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Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro di Berlino. Non il muro fisico, che poi originalmente erano i muri visto che la separazione tra le due parti della città era composta da due recinzioni in cemento armato separate da una striscia detta “della morte”, bensì quello ideale. Quel giorno infatti venne decretata l’apertura delle frontiere e la libera circolazione dei berlinesi dell’est e dell’ovest; la demolizione della recinzione prefabbricata cominciò nei giorni seguenti e la riunificazione politica della Germania avvenne quasi un anno dopo, il 3 ottobre 1990.

Si trattò forse dell’evento più significativo di quella fase, iniziata con la perestrojka dell’ultimo presidente sovietico, Gorbačëv, e terminata con la dissoluzione dell’Urss/Csi che segnò la fine della guerra fredda tra due mondi caratterizzati da visioni politico/economiche diametralmente opposte, ma accomunati da simili mire egemoniche. I due blocchi erano profondamente diversi anche nei confronti della dimensione religiosa: quello americano/capitalista era a forte trazione cristiana e arrivava a negare agli atei alcuni diritti civili, mentre quello sovietico/comunista affermava la necessità di uno Stato lontano da qualsiasi culto e di fatto perseguiva le religioni, poi concretizzatasi in un vero e proprio ateismo di Stato nel regime illiberale albanese di Hoxha. Tuttavia alla caduta del comunismo non è corrisposto un analogo declino dell’incredulità, anzi. Semmai oggi sono i religiosi a diminuire costantemente lasciando spazio a non affiliati e non credenti, soprattutto e paradossalmente in Occidente.

In generale il dopo muro veniva visto come foriero di distensione e quindi di pace. Mai come in quel momento gli spettri della seconda guerra mondiale prima e della guerra fredda poi sembravano destinati a svanire, se non definitivamente almeno per parecchio tempo. Niente più prevaricazione violenta, non fascismi di qualsivoglia colore ma democrazia, non odio ma fratellanza, al limite leale confronto.

L’Unione europea, nata proprio con l’intenzione di abbattere muri, frontiere e differenti visioni politiche, si allargava agli Stati che prima gravitavano intorno al Patto di Varsavia, consolidando così il processo di pace. Era tutto un sogno o una concreta e lecita aspirazione?

Il muro di Berlino è citato in questi giorni della ricorrenza del trentennale più o meno ovunque, ma in un caso in particolare è stato tirato in ballo dal sindaco di Predappio Roberto Canali in un contesto insolito: quello di un treno della memoria in viaggio verso Auschwitz. In breve: secondo un progetto che va avanti da diversi anni, all’amministrazione predappiese è stato nuovamente chiesto un contributo di 370 euro per portare due studenti locali a visitare l’ex campo di sterminio, ma il sindaco ha negato il contributo sostenendo che l’iniziativa promuoverebbe una visione di parte della storia tralasciando altre tragedie, come appunto l’oppressione stalinista di cui è simbolo il muro di Berlino o le foibe.

Indubbiamente una visione di parte in tutto ciò c’è, se Canali vuole vederne il vero promotore non ha che da guardare in uno specchio. Nessuno si sognerebbe di negare gli eventi tragici a cui tiene in particolare Canali, farlo sarebbe certamente partigiano, ma da qui a dire che o si parla di tutto o non si deve parlare di nulla ce ne corre, e anche parecchio. Aggiungiamo a tutto ciò altre due considerazioni che completano il quadro: la prima è che Predappio ha dato i natali a Mussolini e periodicamente vi si svolgono celebrazioni del fascismo, come per le ricorrenze della marcia su Roma e del compleanno di Mussolini, e questo aggrava se vogliamo la posizione di Canali. La seconda è che, essendo globale e molto più grande la portata dell’orrore nazifascista, la giornata della memoria nella data della liberazione di Auschwitz è una ricorrenza internazionale e non è possibile subordinarla ad altri orrori di diverso segno politico per una sorta di “par condicio ideologica”. Non senza risultare veramente, veramente di parte. E anche abbastanza patetici.

Ad Auschwitz è scampata la senatrice Liliana Segre, una delle ultime sopravvissute ancora viventi. Non sono purtroppo sopravvissuti con lei anche i suoi familiari. Anche Segre deve aver vissuto la fine del secolo scorso nella speranza che il terzo millennio sia improntato alla pace, perché con quello spirito ha recentemente promosso in Parlamento l’istituzione di una commissione straordinaria contro intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e violenza. La sua mozione è stata approvata dal Senato senza voti contrari ma con ben 98 astenuti. Astensioni pesanti, da parte di Lega, Fdi e Fi che sono anche rimasti seduti durante l’ovazione tributata alla senatrice perché vedevano nella mozione un velato rischio contro la libertà di espressione. Che è poi un leitmotiv di tutte le volte in cui si vuole rivendicare il diritto di odiare e di negare diritti all’oggetto dell’odio: allora si grida al bavaglio, come a suo tempo nel caso della proposta di legge contro l’omofobia.

Di certo non è l’esercizio della libertà di parola che ha portato in questi giorni il prefetto di Milano a decidere di assegnare una scorta a Segre. Non sono libertà di opinione i 200 messaggi minacciosi che la senatrice riceve quotidianamente, e non lo sono nemmeno gli striscioni gratuiti esposti da Forza nuova per protestare proprio contro il diritto di Segre di raccontare, di parlare di discriminazioni, soprattutto nelle scuole. È odio, è intolleranza. Da parte di chi vuole che l’odio dilaghi e l’intolleranza diventi un diritto. Da parte di chi vuole ricordare il peggio del ventesimo secolo ma non per starne alla larga, non come monito affinché non riaccada ciò che è accaduto, bensì per celebrarlo e magari ripristinarlo.

La società dei diritti è vista come una minaccia da queste persone, perché impedisce loro di rivolgere il loro astio contro chiunque non corrisponda a quell’individuo che essi assumono a modello ideale. Quella attuale è per loro un tipo di società da azzerare, da riformare affinché sia omogenea, perché l’eterogeneità è il male. Il diverso è un cancro. Nella comunicazione però la frittata viene girata allo scopo di far credere che sia la società a odiare piuttosto l’odiatore, a impedirgli di esprimere se stesso, la sua individualità. Il tormentone creato in varie forme sul discorso di Giorgia Meloni è in questo senso emblematico, perché ripete ossessivamente “io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana” lasciando intendere di essere discriminata per questo. Ma chi discrimina Meloni perché donna? Sono le persone Lgbt a essere discriminate, da Meloni innanzitutto, e sono sì discriminate spesso le donne ma a nessuno è permesso di rivendicarlo come diritto. E chi la discrimina perché cristiana? Sono gli ebrei come Segre ad aver subito molto più che semplice discriminazione, sono gli atei a essere discriminati in varie parti del mondo e anche qui, da noi. Non sono i cristiani a subire discriminazioni, almeno non nel nord del mondo dove anzi godono di immensi privilegi.

E allora, per tornare al discorso di partenza, il nostro sogno di un mondo di pace e di rispetto reciproco era solo un’illusione o possiamo ancora considerarlo valido? Il muro di Berlino è crollato nell’89 tirandosi idealmente dietro un secolo di guerre e di regimi oppressivi di vari colori, da quelli neri che hanno portato alla grande guerra a quelli rossi che hanno portato miseria e paura. Adesso i muri sembrano voler risorgere, non sotto forma di cemento e mattoni ma in modo più subdolo: nelle menti e nelle coscienze. Siamo sempre in tempo per ostacolare questa rinascita. Speriamo di non perdere l’occasione di farlo.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Il vento gelido dell’antiabortismo

Dagli Usa all’America Latina, i fondamentalisti cristiani hanno sferrato un durissimo attacco ai diritti riproduttivi delle donne

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Non ci sono giudici atei nella Corte suprema degli Stati Uniti d’America. Il che non ha impedito alla Corte di sentenziare favorevolmente al diritto di scelta della donna in tema di aborto fin dal 1973, con la storica decisione sul caso Roe v. Wade. Ma i tempi cambiano e purtroppo non sempre verso contesti più consapevoli e favorevoli alla libertà, all’autodeterminazione dell’individuo e al riconoscimento dei diritti umani.

Nel 2018 la Corte bocciò – di misura, cinque a tre – la legge che limitava il diritto all’aborto in Texas. E il 2020 sarà un anno decisivo perché stati federali come Louisiana, Ohio, Kentucky, Mississippi, Georgia, Alabama stanno tentando di restringere e ridurre a vario titolo la libertà di scelta della donna sull’interruzione della gravidanza.

Su queste leggi dovrà esprimersi la Corte suprema, nella quale l’ultimo arrivato è il cattolicissimo Brett Kavanaugh; la sua nomina, un altro dei graziosi omaggi che Trump ha regalato agli Usa e al mondo intero, rallegra i più influenti gruppi antiabortisti statunitensi, stando alle dichiarazioni di LifeNews.com, National Right to Life Committee e March for Life rilasciate per commentare la scelta del nuovo Giudice.

Su queste leggi dovrà esprimersi la Corte suprema, nella quale l’ultimo arrivato è il cattolicissimo Brett Kavanaugh

Già nel lontano 1989 il giudice Blackmun – che era stato l’estensore della decisione Roe v. Wade del 1973 – manifestò la sua pessimistica opinione nella relazione di dissenso relativa al caso Webster v. Reproductive Health Services. Si trattava di una legge del Missouri che di misura confermava il diritto all’autodeterminazione della donna, ma riduceva le risorse che lo stato avrebbe messo a disposizione per garantirlo. Scriveva Blackmun: «Temo per il futuro. I segni sono evidenti e nefasti, e soffia un vento freddo». Vento freddo che negli Usa è diventato gelido, soffiando ora in giro per il mondo.

90 milioni di donne in età fertile vivono nei 26 paesi dove, secondo i dati del Center for Reproductive Rights, l’aborto è sempre illegale. Sempre. Anche per donne incinte per stupro, per incesto e anche quando la loro salute è in pericolo. Nei paesi dove il diritto all’aborto è riconosciuto con più o meno restrizioni, nuove strategie antiabortiste si affermano e si affiancano a quelle storiche per conquistare altri target di opinione pubblica e influenzare la classe politica. Si tentano approcci differenti per ridurre, limare e infine sottrarre alle donne il diritto di scelta sulla propria salute e sulla propria vita. I fondamentalisti continuano a colpevolizzare e criminalizzare le donne che scelgono di abortire, agitando i loro miseri spauracchi nella più vieta e odiosa tradizione.

Il valore dell’essere umano donna viene svilito e umiliato. La persona incinta è equiparata ad una mera incubatrice

Più subdolo, ma non meno pericoloso è l’atteggiamento condiscendente di chi enfatizza la tutela del feto, trascurando il diritto imprescindibile della donna a decidere sul proprio corpo e sul proprio futuro. In questo caso il valore dell’essere umano donna viene svilito e umiliato. La persona incinta è equiparata ad una mera incubatrice, che realizza la sua funzione sociale sfornando paffuti neonati, dalla cura dei quali “lo stato” gentilmente si offre di esonerare le gestanti.

Addirittura, la deputata argentina Marcela Campagnoli ha proposto di sottoporre a un cesareo le donne che vogliono abortire alla ventesima settimana, ipotizzando di incubare il feto fino al termine e di farlo adottare! La soluzione è a suo dire utile a contemperare i bisogni delle “madri” che desiderano abortire con quelli del “nascituro”. Suonano simili le magnanime parole del vescovo argentino Oscar Ojea quando sollecita il parlamento a «trovare nuove e creative soluzioni affinché le donne non prendano la decisione che non è la soluzione per nessuno», e ringrazia le donne che nelle più difficili circostanze hanno scelto di prendersi cura del loro bambino.

Nel vicino Cile l’aborto è stato considerato un crimine fino al 2017 – anno in cui, con un piccolo passo in avanti, una legge lo ha depenalizzato, ma solo in caso di stupro, pericolo di vita per la donna o per la sopravvivenza del feto. José Antonio Kast, leader di Accion Republicana, il partito di ultradestra che nel suo programma ha tra l’altro la proposta di riabilitare gli aguzzini di Pinochet in galera, si vanta di voler abolire questa legge tornando al divieto assoluto di aborto legale. Intanto l’obiezione di coscienza, che in Cile non necessita di motivazioni e può estendersi all’intera struttura sanitaria con una semplice comunicazione al ministero della salute, può diventare un ostacolo insormontabile all’accesso al diritto. Il trasferimento della donna in una struttura disponibile – in teoria un servizio pubblico e gratuito per legge – diventa infatti, nelle zone andine e rurali, talmente complicato da essere spesso di fatto impossibile.

Raccapricciante la situazione in Salvador, dove l’aborto è illegale sempre e comunque

Raccapricciante la situazione in Salvador, dove l’aborto è illegale sempre e comunque, anche quando la vita della donna si trova in grave pericolo. Le interviste raccolte da Amnesty International testimoniano di vere e proprie inquisizioni della polizia direttamente negli ospedali, di donne portate in prigione in attesa del processo, ancora sanguinanti per l’emorragia. Qualsiasi emergenza ostetrica, emorragia o aborto spontaneo, viene indagata come interruzione di gravidanza, considerata un crimine e sia le donne, sia i sanitari che le assistono rischiano anni di prigione.

Anche quest’anno l’11 ottobre, giornata internazionale delle ragazze, è stata una occasione per ricordare tutte le giovani donne che devono scegliere fra una gravidanza indesiderata e un aborto clandestino. I dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità parlano di 4 milioni di ragazze – fra i 15 e i 19 anni – che ogni anno ricorrono all’aborto in condizioni non sicure, e di 16 milioni di ragazze che partoriscono un bambino, con la conseguenza di dover spesso abbandonare gli studi o sposarsi contro la loro volontà.

La lotta per l’autodeterminazione della donna vede le associazioni e le donne molto impegnate per ottenere diritti fondamentali legati alla salute e alla riproduzione, ma anche quelli già ottenuti dobbiamo tenerceli ben stretti, perché le forze reazionarie sono virulente. E soprattutto molto ben finanziate.



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Ma la chiesa non arriva mai gratis

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità

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Che le home page dei quotidiani italiani dedichino l’apertura al papa in fondo ci può stare, a Natale. Perché a Natale, narra la leggenda, siamo tutti un po’ più buoni. La presunta maggior bontà non dovrebbe però far venire meno il senso critico. Specialmente quando il papa, celebrando messa nella basilica più sfarzosa del mondo, dice che, “mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore”.

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità

Non c’è bisogno di essere attivisti laici per osservare che la stessa chiesa non è né particolarmente sensibile alla gratuità, né refrattaria alla logica del dare e dell’avere. Da sempre. È noto che il primo imperatore romano cristiano Costantino (tuttora venerato come santo dalla comunità ortodossa) finanziò la costruzione di numerose basiliche, tra cui san Pietro e san Giovanni in Laterano. Tuttavia, la storia non ci ha tramandato alcuna sua politica in favore dei meno abbienti. Sappiamo invece che la sua azione di governo aumentò le disuguaglianze tra ricchi e poveri: un’eredità “tramandata” al millennio successivo. Perché lasciò “sussidiaristicamente” l’attività di assistenza ai vescovi? Forse. Ma i vescovi erano, nello stesso tempo, sostenitori e beneficiari del suo espansivo programma di edilizia religiosa. Mentre la “cura dei poveri” era anche uno strumento di marketing.

Come ha evidenziato lo storico Peter Brown nel libro Potere e cristianesimo nella tarda antichità, già nel III secolo la ridistribuzione dei fondi a disposizione era ristretta ai fedeli più zelanti. Un’attività che, col tempo, divenne “una componente di grande risalto nella rappresentazione cristiana dell’autorità del vescovo”, tanto che i poveri ‘a libro paga’ erano chiamati a far parte del suo corteo. In ogni caso, era un’attività con un impatto marginale rispetto a quella edificatoria. Al punto che, nel V secolo, “la lamentela che il cibo per i poveri era divorato dalla pietra, dai marmi multicolori e dai mosaici d’oro delle nuove basiliche faceva il giro di tutto il Mediterraneo”.

Di quelle gesta si è persa traccia, nell’opinione pubblica. Quando Vittorio Sgarbi decanta (giustamente) la bellezza delle cattedrali, invariabilmente dimentica le decine e decine di milioni di esseri umani che, durante i lunghi secoli del totalitarismo cristiano (380-1648: un periodo più lungo dello stesso medioevo), le hanno dovute finanziare con un decimo del proprio scarso reddito, e hanno dunque avuto una vita più triste, hanno patito la fame, sono morti prematuramente. Quanta sofferenza è costata l’aver voluto innalzare alla gloria di Dio quelle meravigliose costruzioni?

I costi pubblici della chiesa cattolica, benché impossibili da verificare al centesimo, sono però noti e quantificabili

Le analisi costi-benefici non danno sempre risultati univoci, perché il peso attribuito ai singoli costi e ai singoli benefici può essere differente. I costi pubblici della chiesa cattolica, benché impossibili da verificare al centesimo, sono però noti e quantificabili, e superano in Italia i sei miliardi di euro. A dimostrazione che la logica del dare-avere ce l’ha anche la chiesa (ma molto sbilanciata sull’avere), da parte cattolica non si è mai negata tale cifra, preferendo cercare di stimare gli assai meno quantificabili benefici. Spesso, poi, anche tali benefici hanno un’origine pubblica: la Caritas di Como ha sicuramente regalato vestiti ai bisognosi, ma erano vestiti sequestrati dalla Finanza. Controlli in entrata ma non in uscita, dunque? Come non pensarlo, quando ci tocca leggere che l’ex governatore Galan è stato condannato per aver versato 24 milioni di euro al patriarcato di Venezia affinché ristrutturasse la basilica, il seminario e la sede patriarcale. Una volta di più, ad avere è stata la chiesa e a dare sono state le istituzioni pubbliche, che inizialmente dovevano invece utilizzerei soldi dei contribuenti per interventi a salvaguardia della laguna. L’acqua alta avrà probabilmente portato via il fetore di certi accordi, ma i documenti restano.

“Diventare dono è dare senso alla vita. Ed è il modo migliore per cambiare il mondo”, ha sostenuto il papa nel corso della funzione. Nel suo mantra, la povertà è l’unico problema e la carità (cattolica) l’unica soluzione. Ma nell’epoca dei bitcoin, dell’intelligenza artificiale e dei robot che costruiscono altri robot il mondo è diventato troppo complesso per affrontarlo con una visione così spaventosamente sempliciottistica. Se lo si vuole veramente cambiare, occorre invece rendere ogni individuo capace di prendere decisioni consapevoli dettate dalla competenza e dalla ragione, non dalla paura o dalla tradizione. Le frasi a effetto a vocazione pubblicitaria non ci riusciranno mai.



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Siamo tutti blasfemi

L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni.

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L’artista italiano Hogre ha affisso nuovamente a Roma la sua opera intitolata “ECCE HOMO erectus”, per la seconda volta in due anni. A differenza del 2017, però, quest’anno lo stesso atto di subvertising ha scatenato una polemica decisamente più ampia che si è conclusa con la rimozione dell’opera – obiettivo raggiunto soprattutto grazie agli amplificatori mediatici dei vari Salvini e Meloni, che da soli raggiungono ogni giorno cinque milioni di italiani.

L’opera di Hogre, raffigurante un bambino inginocchiato in preghiera davanti a un Cristo col membro in erezione, è un provocatorio atto di denuncia contro la diffusa pedofilia ecclesiastica – quella, per intenderci, sulla quale fino a ieri vigeva il segreto pontificio e che è stata sistematicamente occultata dal Vaticano, con effetti traumatici e disastrosi per migliaia di bambini in tutto il mondo, come messo in evidenza da Emanuela Provera (ex numeraria dell’Opus Dei) e Federico Tulli nel libro Giustizia Divina (Chiarelettere, 2019

In un paese più laico e progressista la provocazione di Hogre, oltre a provocare le legittime reazioni indignate dei cattolici, avrebbe dato il via a un dibattito sul tema della pedofilia ecclesiastica. Ne ha invece scatenato un altro – l’ennesimo – sulla blasfemia, tema tanto caro alla destra populista italiana. Stiamo parlando della stessa destra da sempre pronta a ridimensionare i vari scandali vaticani e il “cattivo cristianesimo” dei suoi esponenti, ma altrettanto pronta a ingigantire (e strumentalizzare) le più effimere questioni simbolico-identitarie, come i presunti attacchi al presepe, al Natale o al crocifisso.

Ora, quando si tratta di blasfemia, per degli atei è sempre sconveniente e impopolare intervenire, visto che si finisce sistematicamente sotto il fuoco incrociato di tutti: la destra identitaria, la sinistra “regressista”, i cattolici fondamentalisti, gli inediti alleati musulmani, e persino alcuni atei “smemorati”, nel senso che si chiarirà più avanti.

Inutile qui ribadire gli stessi “noiosi” argomenti giuridici che abbiamo già esposto in altre occasioni – la libertà di espressione come diritto universale e costituzionale; l’inconsistenza e la labilità giuridica delle leggi contro la blasfemia; il fatto che fu Mussolini a introdurre gli art. 724 e 402-405 del Codice Penale, nel 1930, a un anno di distanza dai Patti Lateranensi; l’arbitrarietà con la quale vengono punite la bestemmia e il vilipendio, con pene che vanno dalla multa fino ai due anni di carcere, etc.

Questo tipo di argomenti non serve a nulla se il nostro interlocutore non ragiona in termini di stato di diritto, ma solo in termini di sensibilità offesa, disgustata indignazione e identità violata. In questo articolo vale allora la pena provare a ragionare allo stesso modo, con tre argomenti più diretti e persuasivi che riguardano rispettivamente il passato, il presente e il futuro della blasfemia.

Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia

Iniziamo dal primo. Si guardino allo specchio coloro che sostengono la bontà delle leggi contro la blasfemia: con molta probabilità in passato sarebbero stati loro i blasfemi. Per un motivo o per un altro, sarebbero stati loro a offendere Dio “in parole, opere o omissioni”, meritandosi per questo di essere perseguitati dalla Chiesa Cattolica, che “ai tempi d’oro” era sovrana incontrastata del cielo, ma soprattutto della terra.

Blasfeme erano ad esempio le donne, messe al rogo in quanto streghe o sottoposte all’abominevole pratica dell’ordalia se sospettate di adulterio, come impartito da Dio a Mosè nel libro dei Numeri (5,11-31).

Blasfemi erano i sodomiti, che a seconda dell’interpretazione dottrinale possono essere i soli omosessuali, o chiunque metta in atto l’“abominevole” pratica del sesso anale, coppie eterosessuali incluse.

Blasfemi erano gli eterodossi che professarono “dottrine o opinioni diverse da quelle della maggioranza”, e blasfemi erano gli eretici, ovvero “chi, essendo membro della Chiesa Cattolica, nega pertinacemente o anche soltanto mette in dubbio (sic!) qualcuna delle verità rivelate o dei dogmi di fede”.

Blasfemo fu in tal senso un frate domenicano di nome Giordano Bruno, messo al rogo perché non riusciva a concepire la trinità di Dio, non credeva nella verginità della Madonna e pensava che il corpo di Cristo fosse nell’ostia solo simbolicamente. Blasfemo fu anche uno scienziato di nome Galileo Galilei, costretto all’abiura per aver osato contraddire le Sacre Scritture sostenendo che il Sole fosse al centro dell’universo e che la Terra ruotasse attorno a esso.

Infine – mais ça va sans dire – blasfemi erano tutti quei reietti della storia ecclesiastica che in un modo o nell’altro negarono Dio o l’autorità della Chiesa Cattolica: atei, anticlericali, risorgimentisti e sostenitori della laicità – sì, anche loro, come messo ben in mostra da Raffaele Carcano nel suo ultimo libro “Storia dell’antilaicità” (Nessun Dogma, 2019).

Ma – attenzione – perché adesso dirò una cosa che prenderà tutti in contropiede: blasfemi erano anche i cristiani che stanno leggendo questo articolo. Sì, proprio loro. Perché, da Socrate in poi, blasfemo fu chiunque professò divinità diverse da quelle venerate dalla maggioranza, incluso Gesù Cristo, accusato dal tribunale del Sinedrio di “bestemmia” per essersi autodefinito “figlio di Dio” – o per caso l’abbiamo dimenticato?

“Smemorati” non sono solo dunque gli atei che hanno dimenticato i roghi accesi per punire la loro blasfemia, ma anche i cristiani e i cattolici che sostengono oggi le leggi contro la blasfemia, forti della loro posizione di maggioranza, dimenticandosi di quando erano invece minoranza, costretti a pregare e seppellire i propri morti nelle catacombe, per non finire crocifissi uno dietro l’altro lungo la strada, proprio come il loro profeta.

Nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€

Ma basta parlare del passato. Il secondo argomento riguarda infatti il presente. Ed è un argomento di una logica sottile ma inoppugnabile. Avete presente quando i cattolici italiani si scagliano contro i musulmani perché nelle loro teocrazie mettono a morte i blasfemi e gli apostati – e anche alcuni dei loro confratelli cristiani? Bene, sappiate che ciò che differenzia i primi dai secondi non è una differenza qualitativa, bensì solo quantitativa: le teocrazie musulmane mettono a morte o imprigionano chi considerano “blasfemo”; nella nostra democratica Italia chi è considerato “blasfemo” è costretto a pagare una “semplice” multa fino ai 6000€ – 4000€ nel recentissimo caso di Oliviero Toscani, condannato per “vilipendio di religione mediante offesa a ministri di culto”.

Ma – è questo il punto – dal fascismo in poi noi puniamo i nostri blasfemi in nome dello stesso principio giuridico per il quale i musulmani puniscono i loro, e cioè che sia giusto punire qualsiasi espressione o atto che offenda il sentimento religioso dei cittadini, siano o meno tra le file della “maggioranza” – anche se il sentimento religioso della maggioranza sembra avere un peso diverso rispetto a quello delle minoranze, una sorta di “corsia giuridica preferenziale” per così dire.

Ci rendiamo conto del paradosso? Di qui la necessità di abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. Perché il mantenimento delle nostre leggi sulla blasfemia legittima e giustifica le loro leggi sulla blasfemia – e infatti sono le teocrazie musulmane stesse ad additare l’ipocrisia europea, che da una parte sostiene in linea generale l’abolizione delle leggi sulla blasfemia (Raccomandazione 1805 del 2007), dall’altra lascia che la Corte Europea dei Diritti Umani condanni per blasfemia dei suoi cittadini, ancora oggi.

Se neanche questo argomento convince i sostenitori delle leggi contro la blasfemia, proviamo allora con quest’altro ragionamento laterale. Lasciamo stare le suddette leggi, focalizzandoci invece su quelle contro l’omosessualità e la sodomia. Sappiamo infatti che in circa 70 paesi l’omosessualità è punita con la prigione o con la pena di morte.

Il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità

Ora, ragionando per assurdo: se tra qualche anno in Italia passasse una legge simile, che punisse “effusioni e atteggiamenti omosessuali” con una multa fino a 309€, come reagiremmo? Sosterremmo, come qualcuno fa nel caso delle leggi contro la blasfemia, che in fondo si tratta “solo” di una multa? Che noi non siamo come l’Arabia Saudita o l’Iran, che impiccano gli omosessuali, soltanto perché le nostre pene sono “meno severe”?

Confido nella “buona fede” di tutti che non lo faremmo. Perché, multa o condanna a morte, il reato di omosessualità è assurdo. Ecco, quello che non riusciamo a capire – e che non riescono a capire persino alcuni non credenti, vittime di una “ateofobia interiorizzata” – è che il reato di blasfemia è assurdo quanto il reato di omosessualità.

Ma veniamo al terzo e ultimo argomento, quello riguardo al futuro della blasfemia. Abbiamo detto che è necessario abolire le leggi sulla blasfemia al più presto, invece che inasprirle. È questo infatti il bivio che, in quanto membri dell’Unione Europea, ci si para davanti: seguire stati come la Polonia, la Spagna o l’Ungheria, che stanno inasprendo l’uso delle leggi contro la blasfemia al traino delle loro destre populiste, arrivando persino a bruciare dei libri di Harry Potter e ombrellini di Hello Kitty; o fare come Norvegia, Malta, Islanda, Danimarca, Irlanda e Grecia, che hanno tutte abolito le loro leggi sulla blasfemia dopo il 2015, l’anno del tragico attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

Il futuro della libertà di espressione è di fronte a noi. Ricordiamoci chi eravamo, guardiamoci attorno, e scegliamo saggiamente



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