Contattaci

LAICITA'

Troppi Charlie che ciarlano

Pubblicato

il

È già passato un mese dall’attentato terroristico alla sede di Charlie Hebdo. Le immagini di quei giorni sono ancora talmente nitide che sembra quasi sia stato ieri: i fratelli Kouachi col mitra in mano mentre fuggono, le foto di Coulibaly e della sua compagna fuggita in Siria, gli ostaggi che escono dal supermercato Kosher. Ma anche, e soprattutto, il corteo che quattro giorni dopo sfilava per le strade di Parigi guidato da leader politici di tutto il mondo e lo slogan che campeggiava un po’ ovunque, da magliette e striscioni ad hashtag e immagini di profili sui social network: “Je suis Charlie”. Tutti ci sentivamo, e ci sentiamo, Charlie, offesi noi nell’orgoglio democratico forse non meno di chi si era offeso per le vignette raffiguranti Maometto, a gridare il nostro diritto di esprimerci liberamente per quanto ciò possa disturbare chi esige il totale rispetto di ciò che ritiene sacro.

A rischio di oscuramento siti che si limitano a esercitare della sana critica

Paradossalmente, e forse anche inevitabilmente, a soccombere nell’immediato furono però proprio quei meccanismi di garanzia che consentono a tutti di esprimersi liberamente. Con un decreto predisposto in fretta e furia il governo di Hollande conferì allora alla polizia postale il potere di disporre il blocco di interi siti internet, a sua totale discrezione e senza la necessità di un ordine della magistratura, qualora questi fossero stati ritenuti responsabili di apologia o istigazione al terrorismo. È chiaro che si tratta di reati che occorre in qualche modo prevenire e fermare, ma è altrettanto chiaro che misure simili hanno come effetto collaterale quello di mettere a rischio di oscuramento siti che si limitano a esercitare della sana critica. Cosa contestualmente avvenuta con l’arresto del comico Dieudonné, più volte in passato accusato di antisemitismo e adesso incriminato di apologia per aver scritto su Facebook che si sente Charlie Coulibaly. A poche ore e un lembo di mare di distanza un altro premier europeo, il britannico Cameron, prometteva di impegnarsi già dalla prossima campagna elettorale per mettere al bando le comunicazioni informatiche che fanno uso di crittografia, tra cui i popolari servizi Whatsapp e Snapchat. A voler essere cinici si potrebbe dire che qualche risultato i terroristi l’hanno raggiunto.

E se quelle erano le reazioni a caldo, dettate da paura e urgenza, a freddo la situazione è pure peggiore. Mark Zuckerberg aveva pubblicato orgogliosamente su Facebook, il social network di cui è fondatore, le seguenti parole il giorno dopo la strage: “Noi rispettiamo le leggi di ogni paese, ma non permettiamo mai a nessun paese o gruppo di persone di dirci quello che la gente può condividere con tutto il mondo”. Belle parole, da vero Charlie, ma c’è un problema; cosa fa Facebook se la legge di un paese gli impone di non pubblicare determinati contenuti? Per coerenza dovrebbe rivendicare la propria autonomia accettando il rischio di vedere oscurati i propri servizi in quel paese, ma secondo il Washington Post in realtà vi si è sempre adeguato e continua tuttora a farlo. E lo fa in particolare nella Turchia presieduta da Erdogan e governata da Davutoglu, un altro Charlie della prima ora che non ha resistito a mettersi in mostra nel corteo parigino di solidarietà alle vittime salvo poi, una volta tornato a casa, riprendere una delle sue attività preferite: la censura di oppositori e blasfemi.

Già, la blasfemia. Il delitto d’opinione per antonomasia visto che punisce chi critica i convincimenti altrui. Un delitto che tutt’oggi viene considerato tale in molte nazioni e che dal 30 gennaio scorso è oggetto di una nuova campagna globale lanciata dall’Iheu, organismo umanista internazionale di cui fa parte anche l’Uaar che quindi aderisce pienamente anche alla campagna “End Blasphemy Laws”. Quando si pensa al reato di blasfemia si immaginano istintivamente le vittime dei regimi teocratici islamisti, come le cristiane Meriam e Asia Bibi ma anche come il libero pensatore Raif Badawi, recentemente nominato per il nobel per la pace insieme al suo avvocato, e i tanti atei tra cui Alber Saber e il recentissimo caso di Karim al-Banna. Non bisogna però dimenticare che anche in occidente vi sono tuttora leggi anacronistiche che puniscono la blasfemia, anche se in genere si tratta di reati amministrativi poco applicati, e in Italia vige ancora perfino il reato penale di vilipendio. A ben vedere non è che qui gli Charlie veri siano poi così tanti come si potrebbe pensare.

Tra tanti paesi che continuano a mantenere leggi contro la blasfemia, per inerzia o per non rischiare di urtare la suscettibilità delle religioni con la loro abolizione, ne spicca uno che il reato l’ha addirittura introdotto appena cinque anni fa, in pieno ventunesimo secolo. È l’Irlanda, paese da sempre caratterizzato da una forte influenza della Chiesa cattolica e che adesso, nel dopo Parigi, si trova a dover fare i conti con quella legge scellerata che punisce chi arreca insulto o offesa riferendosi a ciò che viene ritenuto sacro da una religione. Non deve essere sembrato vero ad Ahmed Hasain, segretario del Centro Culturale Islamico, che ha infatti subito puntato il dito sulla recente pubblicazione della rivista Charlie Hebdo in Irlanda dicendo che questa è illegale. E non gli si può dare torto, tecnicamente è proprio così. Il paradosso irlandese dimostra clamorosamente, se mai ce ne fosse il bisogno, che quando si cerca di tutelare i permalosi si uccide di fatto la libertà di tutti.

Anche Fry ha tecnicamente violato la legge irlandese e potrebbe essere incriminato

Come se non bastasse di recente l’attore Stephen Fry, notoriamente ateo, in un’intervista su un canale televisivo irlandese ha risposto al presentatore che gli chiedeva cosa direbbe a Dio se un giorno dovesse incontrarlo con queste parole: “Come ti sei permesso di creare un mondo dove c’è tanta miseria di cui non abbiamo colpa? Non è giusto. È totalmente sbagliato. Perché dovrei rispettare un Dio capriccioso, narcisistico e stupido che crea un mondo pieno di ingiustizie e sofferenze?”. Anche Fry ha tecnicamente violato la legge irlandese e potrebbe essere incriminato secondo le leggi locali se solo le autorità volessero. A dirla tutta pure noi potremmo essere processati se facessimo affiggere i nostri manifesti “Senza D” nelle strade di Dublino.

Perfino l’arcivescovo di Canterbury si è sentito in dovere di difendere Fry: “È nel diritto di Stephen Fry dire ciò che ha detto e non essere attaccato dai cristiani com’è nel diritto dei cristiani celebrare Gesù Cristo”. Lo stesso arcivescovo che insieme ad altri 28 leader religiosi britannici ha chiesto al suo governo di rivedere la decisione di escludere le teorie laico-umanistiche dall’insegnamento della religione nelle scuole, in modo che il curricolo sia più ampio e inclusivo. Si dirà che comunque la Chiesa anglicana, così come le religioni cristiane protestanti diffuse nell’Europa settentrionale, ha una visione più laica e moderna, e certamente si avrebbe ragione a dirlo ma fatto sta che in Francia perfino musulmani, buddhisti ed ebrei hanno aderito alla campagna di Reporter senza frontiere intitolata “La libertà d’espressione non ha religione”, il cui scopo è quello di rivendicare il diritto di critica verso le religioni. Questo per dire che a volte gli Charlie si nascondono dove meno te l’aspetti, a dispetto di tanti altri sedicenti Charlie.

 

Crediti :

UAAR

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Continua a leggere
Clicca per commentare

Lascia una recensione

Per commentare puoi anche connetterti tramite:




avatar
  Iscriviti  
Notificami

ITALIA

Gay Pride Roma, la marcia arcobaleno sfila nelle strade della Capitale

“Siamo mezzo milione” Il corteo è partito da piazza della Repubblica. Hanno aderito anche il presidente della Regione Zingaretti e il Pd. Manifestazioni anche a Trento e Pavia

Pubblicato

il

Sfilerà con il motto “Brigata Arcobaleno, la liberazione continua” il gay pride organizzato a Roma oggi, sabato 9 giugno, per chiedere uguali diritti per tutti i cittadini e che rientra nella serie di appuntamenti previsti in tutta Italia all’interno dell’Onda Pride. Una manifestazione che arriva nel weekend che chiude la settimana segnata dalle dichiarazioni del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, secondo cui “per la legge non esistono le famiglie arcobaleno”. La comunità Lgbtqi percorrerà le vie della Capitale accompagnata da due testimonial d’eccezione: i partigiani Tina Costa di 93 anni e Modesto 92 anni, che parteciparono alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Alla marcia per i diritti delle persone omosessuali hanno aderito, tra gli altri, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il Pd, LeU e Amnesty International Italia.

Chi parteciperà al gay pride

Alla parata parteciperà anche il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, che ha detto: “Sarò al #RomaPride il 9 giugno perché è un grande, festoso e bellissimo evento civile e popolare. Quando una piazza chiede più diritti e dignità per tutti, allora è la nostra piazza, c’è la nostra gente e per questo la Regione Lazio e io ci saremo”. Non ci sarà invece la sindaca di Roma Virginia Raggi, ma il Campidoglio sarà rappresentato dal vicesindaco Luca Bergamo. Anche il Pd ha annunciato la sua adesione, alla manifestazione della Capitale e a quelle che seguiranno in tutta Italia, con una nota del segretario reggente Maurizio Martina e del presidente Matteo Orfini: “Esiste il diritto delle persone LGBT – si legge – a realizzare pienamente e liberamente se stesse nella società, così come esistono le famiglie Arcobaleno e il diritto dei bambini di essere tutelati”. Al Pride hanno annunciato la loro presenza anche le ambasciate del Regno Unito, del Canada e Quebec, della Germania, della Spagna, della Svizzera, della Danimarca e degli USA. Ma anche la Cgil, l’Unione Sindacale di Base dei Vigili del Fuoco, Amnesty International, i Radicali Italiani e Liberi e Uguali.

Gli appuntamenti dell’Onda Pride fino ad agosto

La serie di appuntamenti Onda Pride per sostenere i diritti della comunità Lgbtqi continuerà poi in tutta Italia fino a settembre. Oggi, oltre che a Roma, ci saranno cortei a Trento, dove sfilerà per la prima volta il Dolomiti Pride, e Pavia, mentre sabato prossimo, 16 giugno, a Barletta, Genova, Mantova, Siena, Siracusa, Torino e Varese e Caserta. Il 30 giugno sarà la volta di Milano, Padova, Pompei e Perugia. A luglio si inizia sabato 7 con Alba, Bologna e Cagliari, e si prosegue il 14 con Napoli e Ostia e il 28 con Rimini e Campobasso. L’11 agosto sarà la volta di Gallipoli mentre dal 3 al 19 agosto si svolgerà il Torre del Lago Pride 2018. La manifestazione di Palermo, prevista per giugno, è stata invece posticipata a settembre.

Roma candidata per il World Pride del 2025

Intanto Roma si è candidata anche per il World Pride del 2025 tramite il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. La storica associazione Lgbtqi italiana ha già organizzato vari eventi tra cui il World Pride del 2000, il primo World Pride della storia, e l’Europride del 2011, con la partecipazione di Lady Gaga al Circo Massimo.

I numeri

Nel maggio 2016 il parlamento italiano ha approvato la legge Cirinnà che istituisce le unioni civili per le coppie formate da persone dello stesso sesso. Secondo un’indagine Doxa, “Gli italiani e le discriminazioni”, commissionata da Amnesty International Italia e realizzata  intervistando un campione rappresentativo della popolazione italiana  adulta (18-70 anni), per un italiano su due si tratta di un passo di civiltà. L’86% pensa che alle persone Lgbtqi debbano essere riconosciuti gli stessi diritti delle altre persone ma, nonostante i progressi, per un italiano su cinque le coppie formate da persone dello stesso sesso sono ancora vittime di omofobia. Il 40,3% delle persone Lgbtqi afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro.

Diritti Lgbti e lotta all’omofobia, Italia ancora indietro. I DATI

Italia ferma sui diritti delle persone Lgbti e sulla lotta contro le discriminazioni. È il quadro che emerge dall’edizione 2018 di Rainbow Europe, l’indice elaborato da Ilga, una delle più importanti ong per i diritti umani Lgbti, che classifica gli Stati in base al loro sistema legislativo e alle politiche adottate per garantire uguaglianza e parità di diritti. Il progresso verso l’uguaglianza e la parità di diritti per le persone Lgbti, misurato da Rainbow Europe in termini percentuali, è rimasto in Italia a poco meno del 27%, che vale al nostro Paese il 32esimo posto su 49 Paesi europei. La stessa situazione di un anno fa, dopo l’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili del 20 maggio 2016. Ma il quadro resta critico in tutto il mondo: sono ancora più di 70 gli Stati nei quali l’omosessualità è reato, e 13 quelli dove è prevista la pena di morte per rapporti consensuali con persone dello stesso sesso (6 quelli in cui viene applicata).

Malta, Belgio e Norvegia sul podio per diritti Lgbti. Russia e Turchia in fondo alla classifica

L’indice Rainbow Europe prende in considerazione diversi indicatori per misurare l’avanzamento dei diritti delle persone Lgbti, classificando i Paesi in base a sei categorie: uguaglianza e non discriminazione, diritto di famiglia, crimini d’odio e hate speech,riconoscimento legale di genere (che include il diritto di cambiare legalmente sesso), libertà di espressione e associazione, e diritto d’asilo per persone Lgbti perseguitate nei Paesi di origine. Gli stati che fanno meglio in Europa secondo questi criteri sono Malta (91%, al primo posto), seguita da Belgio, Norvegia, Gran Bretagna e Finlandia. In generale, fanno bene i Paesi scandinavi e dell’Europa centrale, mentre tra i peggiori ci sono i Paesi dell’Est Europa e dell’ex Unione Sovietica. È proprio in questo gruppo che va a collocarsi l’Italia, preceduta da Cipro e Slovacchia e seguita da Georgia, Bulgaria e Romania. Preoccupante la situazione in Russia e Turchia, tra i peggiori, rispettivamente al 45esimo e al 47esimo posto sui 49 totali.

diritti gay lgbt

Per un italiano su cinque le coppie omosessuali sono vittime di omofobia

A confermare che per i diritti delle coppie omosessuali c’è ancora molto da fare è anche la recente indagine “Gli italiani e le discriminazioni” di Amnesty International, realizzata in collaborazione con Doxa: per il 14% degli intervistati non dovrebbero avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali. Una convinzione che porta un italiano su cinque (il 22%) ad affermare che, nonostante i progressi fatti, le coppie formate da persone dello stesso sesso siano ancora vittime di omofobia.

“Le discriminazioni, in ogni loro forma, sono ancora oggi all’ordine del giorno e sappiamo che c’è ancora tanto da fare”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Secondo la relazione finale della Commissione Parlamentare Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio del luglio 2017infatti, il 40,3% delle persone Lgbti affermava di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università, mentre il 22% sul posto di lavoro.

Italia indietro su pari diritti e discriminazione

Il nostro Paese realizza solo uno – quello delle norme anti discriminazione sul lavoro – dei 19 punti presi in considerazione dall’indice Rainbow Europe che riguardano pari diritti in ambiti come quello dell’educazione, della sanità e in generale la presenza di principi di non discriminazione nelle leggi. Non va meglio per quanto riguarda le leggi su reati d’odio e sull’hate speech. L’Italia è uno dei pochi Paesi nel contesto occidentale, insieme a Russia, Turchia e pochi altri, che non include orientamento sessuale e identità di genere tra le aggravanti specifiche nelle leggi sui crimini d’odio e hate speech, e che non ha una strategia nazionale perseguita e continuata negli anni per contrastare l’odio e la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti.

Le associazioni Lgbti: “Enorme ritardo”

“Il report annuale di Ilga Europe evidenzia nuovamente l’enorme ritardo dell’Italia rispetto agli altri Paesi d’Europa”, commentano in una nota congiunta i responsabili di Associazione radicale Certi Diritti, Arcigay, Circolo di Cultura Omosessuale – Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno e Movimento identità trans. “Nonostante il passo avanti sulle unioni civili, spiccano le tante aree di intervento ancora prive di normative e politiche attive”. Concorda sul ritardo dell’Italia anche Evelyne Paradis, direttrice esecutiva di Ilga Europe: “L’Italia è superata da molti dei suoi vicini europei. Nessuna legge contro i crimini o i discorsi d’odio, un riconoscimento ad hoc delle famiglie arcobaleno, persino una legislazione di base contro le discriminazioni è assente. Nel

L’omosessualità è reato in oltre un Paese su tre

Ma qual è la situazione nel resto del mondo? Restano molti i Paesi in cui l’omosessualità è un reato. Secondo i dati di Ilga, sono 72 gli stati in cui l’orientamento sessuale può portare in prigione. Più di un Paese su tre al mondo. Paesi dove l’omosessualità può portare, oltre a condanne detentive (in diversi Paesi africani le pene previste superano i 14 anni, fino ad arrivare all’ergastolo), alla somministrazione di ormoni e altri trattamenti chimici. A questi 72 Paesi se ne aggiungono tre che non criminalizzano l’omosessualità ma hanno approvato leggi contro la “propaganda omosessuale”: Russia, Lituania e Indonesia. Solo una la novità importante rispetto al 2017: lo scorso 12 aprile, l’Alta Corte di Trinidad e Tobago ha dichiarato incostituzionali gli articoli del codice penale che criminalizzano i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso. Un verdetto definitivo è atteso nei prossimi mesi, ma il governo ha annunciato che ricorrerà in appello.

Dove l’omossessualità è considerata ancora illegale

Pena di morte in 13 Paesi

In 13 Paesi è prevista la pena di morte per rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso. Come riporta Ilga, sono sei gli Stati in cui viene applicata, quattro a livello nazionale (Iran, Arabia Saudita, Yemen e Sudan) e due in determinate province (Somalia e Nigeria). Il numero sale ad otto se si considerano anche alcune zone dell’Iraq e della Siria occupate dall’Isis. In altri cinque stati (Afghanistan, Pakistan, Qatar, Emirati Arabi e Mauritania) la pena di morte è prevista per legge ma non viene utilizzata e vengono applicate pene inferiori. Lo scorso ottobre il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha approvato per la prima volta una risoluzione che condanna l’imposizione della pena di morte per rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso.

 
  

Licenza Creative Commons

Help Chat 
Crediti :

Sky Tg24

Continua a leggere

LAICITA'

Milano, figli di due mamme: il sindaco Sala registra gli atti di nascita per quattro famiglie arcobaleno

L’orgoglio del primo cittadino: “Che gioia sapere che in questa città si può essere uguali nel rispetto di tutti”

Pubblicato

il

“A Milano, nel rispetto di tutti, si può essere tutti uguali”: ha scelto una cerimonia pubblica, per dare il massimo risalto, non solo simbolico, al suo atto. Il sindaco di Milano Beppe Sala ha registrato per la prima volta i figli di quattro famiglie arcobaleno. Nove bambini in tutto, figli di quattro coppie di donne: finora tutti i bimbi erano riconosciuti soltanto dalle loro madri biologiche, da oggi sono registrati all’Anagrafe di Milano come figli di entrambe le madri. Nella sala giunta di Palazzo Marino, presenti le coppie, alcuni bambini, parenti e amici, il sindaco ha letto gli atti di nascita, quindi gli atti di riconoscimento delle madri non biologiche e ha infine annotato sugli atti anche il nome della seconda madre.

 

 

Una registrazione che arriva pochi giorni dopo che il neo ministro alla Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, aveva detto che “le famiglie arcobaleno non esistono”, mentre l’amministrazione milanese aveva subito dopo assicurato che le registrazioni ci sarebbero state presto. Ed è proprio a lui che il sindaco Sala si è rivolto nel suo breve discorso, prima di passare agli atti formali: “Non è un giorno da polemica oggi, ma è un momento importante per la nostra città: tutti siamo amministratori pro tempore, lo è un ministro e lo sono anche io. Ciò che non è pro tempore è lo spirito e la civiltà di una città” ha concluso.

La prima bambina a essere registrata è stata una neonata di appena 3 giorni, figlia di Valentina e riconosciuta dalla compagna Fedya. Poi è toccato al piccolo Eric Manfredi, nato il 2 giugno da Francesca e riconosciuto dalla compagna Corinna. Le due donne avevano scritto una lettera aperta al Comune e indirizzata all’amministrazione chiedendo il riconoscimento della bigenitoritalità per il figlio e di fatto gettando l’amo per l’inizio di questo processo, subito accolto dall’assessore alle politiche Sociali, Pierfrancesco Majorino. I tre gemelli di 4 mesi, figli di Giovanna e riconosciuti oggi dalla compagna Chiara, hanno ottenuto anche loro il riconoscimento.

 
  

Licenza Creative Commons

Help Chat 

 

Crediti :

la Repubblica

Continua a leggere

LAICITA'

La Corte Ue riconosce i matrimoni omosessuali. Gli Stati non possono ostacolare

Sentenza storica dopo il ricorso di una coppia, un rumeno e un americano: gli Stati non possono ostacolare il soggiorno del coniuge, anche se dello stesso sesso

Pubblicato

il

Con una sentenza storica, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di fatto riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso ai sensi delle regole sulla libera circolazione delle persone. Giudicando su un ricorso presentato da un cittadino rumeno e da un cittadino americano, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la nozione di «coniuge», ai sensi delle disposizioni del diritto dell’Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari, comprende i coniugi dello stesso sesso. Secondo la Corte Ue, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio.

Il caso era stato sollevato davanti ai giudici della Corte di giustizia dell’Ue dopo che la Romania aveva rifiutato a un cittadino americano sposato con un cittadino rumeno il diritto di soggiornare nel paese, per il fatto che non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Le autorità rumene avevano respinto la richiesta di soggiorno oltre i tre mesi del signor Robert Clabourn Hamilton, cittadino americano sposato con il cittadino rumeno Relu Adrian Coman, perché per la legislazione nazionale non poteva essere qualificato come «coniuge» di un cittadino Ue. Coman e Hamilton hanno proposto dinanzi ai giudici rumeni un ricorso diretto a far dichiarare l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione. La Curtea Constituionala (Corte costituzionale rumena, ndr) ha dunque chiesto alla Corte di giustizia dell’Ue se il signor Hamilton rientri nella nozione di «coniuge» di un cittadino dell’Unione che ha esercitato la sua libertà di circolazione e debba ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania. Con la loro sentenza di oggi, i giudici di Lussemburgo hanno constatato che, «nell’ambito della direttiva relativa all’esercizio della libertà di circolazione, la nozione di “coniuge” che designa una persona unita ad un’altra da vincolo matrimoniale è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso».

Secondo la Corte, lo stato civile delle persone a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell’Ue non pregiudica tale competenza. Spetta dunque agli Stati membri decidere se prevedere o meno il matrimonio omosessuale. Tuttavia i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il rifiuto da parte di uno Stato membro di riconoscere ai fini del diritto di soggiorno derivato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, legalmente contratto in un altro Stato membro, è atto ad ostacolare l’esercizio del diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio dell’Ue. La libertà di circolazione, infatti, varierebbe da uno Stato membro all’altro in funzione delle disposizioni di diritto nazionale che disciplinano il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

 
  

Licenza Creative Commons

Help Chat 

 

Crediti :

la Stampa

Continua a leggere

Newsletter

Laicità

Sbattezzo

Commenti più votati

  • 9 February 2018 by Giovanni Darko

  • 1 March 2018 by Graziella Di Gasparro

2

Tesla nello Spazio, smontiamo le obiezioni dei terrapiattisti

c’è bisogno di dare retta ai dementibiblici?
  • 20 February 2018 by

2

Tesla nello Spazio, smontiamo le obiezioni dei terrapiattisti

Sul serio c’è gente che pensa che la terra sia ...
  • 17 February 2018 by Simona Masini

2

I nanorobot sono in grado di distruggere ogni tipo di tumore

Trovi qualcosa qua : https://www.bambinidisatana.com/arrivo-la-pillola-inverte-linvecchiamento/
  • 14 February 2018 by Bambini di Satana

I più letti

Loading...