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Troppi Charlie che ciarlano

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È già passato un mese dall’attentato terroristico alla sede di Charlie Hebdo. Le immagini di quei giorni sono ancora talmente nitide che sembra quasi sia stato ieri: i fratelli Kouachi col mitra in mano mentre fuggono, le foto di Coulibaly e della sua compagna fuggita in Siria, gli ostaggi che escono dal supermercato Kosher. Ma anche, e soprattutto, il corteo che quattro giorni dopo sfilava per le strade di Parigi guidato da leader politici di tutto il mondo e lo slogan che campeggiava un po’ ovunque, da magliette e striscioni ad hashtag e immagini di profili sui social network: “Je suis Charlie”. Tutti ci sentivamo, e ci sentiamo, Charlie, offesi noi nell’orgoglio democratico forse non meno di chi si era offeso per le vignette raffiguranti Maometto, a gridare il nostro diritto di esprimerci liberamente per quanto ciò possa disturbare chi esige il totale rispetto di ciò che ritiene sacro.

A rischio di oscuramento siti che si limitano a esercitare della sana critica

Paradossalmente, e forse anche inevitabilmente, a soccombere nell’immediato furono però proprio quei meccanismi di garanzia che consentono a tutti di esprimersi liberamente. Con un decreto predisposto in fretta e furia il governo di Hollande conferì allora alla polizia postale il potere di disporre il blocco di interi siti internet, a sua totale discrezione e senza la necessità di un ordine della magistratura, qualora questi fossero stati ritenuti responsabili di apologia o istigazione al terrorismo. È chiaro che si tratta di reati che occorre in qualche modo prevenire e fermare, ma è altrettanto chiaro che misure simili hanno come effetto collaterale quello di mettere a rischio di oscuramento siti che si limitano a esercitare della sana critica. Cosa contestualmente avvenuta con l’arresto del comico Dieudonné, più volte in passato accusato di antisemitismo e adesso incriminato di apologia per aver scritto su Facebook che si sente Charlie Coulibaly. A poche ore e un lembo di mare di distanza un altro premier europeo, il britannico Cameron, prometteva di impegnarsi già dalla prossima campagna elettorale per mettere al bando le comunicazioni informatiche che fanno uso di crittografia, tra cui i popolari servizi Whatsapp e Snapchat. A voler essere cinici si potrebbe dire che qualche risultato i terroristi l’hanno raggiunto.

E se quelle erano le reazioni a caldo, dettate da paura e urgenza, a freddo la situazione è pure peggiore. Mark Zuckerberg aveva pubblicato orgogliosamente su Facebook, il social network di cui è fondatore, le seguenti parole il giorno dopo la strage: “Noi rispettiamo le leggi di ogni paese, ma non permettiamo mai a nessun paese o gruppo di persone di dirci quello che la gente può condividere con tutto il mondo”. Belle parole, da vero Charlie, ma c’è un problema; cosa fa Facebook se la legge di un paese gli impone di non pubblicare determinati contenuti? Per coerenza dovrebbe rivendicare la propria autonomia accettando il rischio di vedere oscurati i propri servizi in quel paese, ma secondo il Washington Post in realtà vi si è sempre adeguato e continua tuttora a farlo. E lo fa in particolare nella Turchia presieduta da Erdogan e governata da Davutoglu, un altro Charlie della prima ora che non ha resistito a mettersi in mostra nel corteo parigino di solidarietà alle vittime salvo poi, una volta tornato a casa, riprendere una delle sue attività preferite: la censura di oppositori e blasfemi.

Già, la blasfemia. Il delitto d’opinione per antonomasia visto che punisce chi critica i convincimenti altrui. Un delitto che tutt’oggi viene considerato tale in molte nazioni e che dal 30 gennaio scorso è oggetto di una nuova campagna globale lanciata dall’Iheu, organismo umanista internazionale di cui fa parte anche l’Uaar che quindi aderisce pienamente anche alla campagna “End Blasphemy Laws”. Quando si pensa al reato di blasfemia si immaginano istintivamente le vittime dei regimi teocratici islamisti, come le cristiane Meriam e Asia Bibi ma anche come il libero pensatore Raif Badawi, recentemente nominato per il nobel per la pace insieme al suo avvocato, e i tanti atei tra cui Alber Saber e il recentissimo caso di Karim al-Banna. Non bisogna però dimenticare che anche in occidente vi sono tuttora leggi anacronistiche che puniscono la blasfemia, anche se in genere si tratta di reati amministrativi poco applicati, e in Italia vige ancora perfino il reato penale di vilipendio. A ben vedere non è che qui gli Charlie veri siano poi così tanti come si potrebbe pensare.

Tra tanti paesi che continuano a mantenere leggi contro la blasfemia, per inerzia o per non rischiare di urtare la suscettibilità delle religioni con la loro abolizione, ne spicca uno che il reato l’ha addirittura introdotto appena cinque anni fa, in pieno ventunesimo secolo. È l’Irlanda, paese da sempre caratterizzato da una forte influenza della Chiesa cattolica e che adesso, nel dopo Parigi, si trova a dover fare i conti con quella legge scellerata che punisce chi arreca insulto o offesa riferendosi a ciò che viene ritenuto sacro da una religione. Non deve essere sembrato vero ad Ahmed Hasain, segretario del Centro Culturale Islamico, che ha infatti subito puntato il dito sulla recente pubblicazione della rivista Charlie Hebdo in Irlanda dicendo che questa è illegale. E non gli si può dare torto, tecnicamente è proprio così. Il paradosso irlandese dimostra clamorosamente, se mai ce ne fosse il bisogno, che quando si cerca di tutelare i permalosi si uccide di fatto la libertà di tutti.

Anche Fry ha tecnicamente violato la legge irlandese e potrebbe essere incriminato

Come se non bastasse di recente l’attore Stephen Fry, notoriamente ateo, in un’intervista su un canale televisivo irlandese ha risposto al presentatore che gli chiedeva cosa direbbe a Dio se un giorno dovesse incontrarlo con queste parole: “Come ti sei permesso di creare un mondo dove c’è tanta miseria di cui non abbiamo colpa? Non è giusto. È totalmente sbagliato. Perché dovrei rispettare un Dio capriccioso, narcisistico e stupido che crea un mondo pieno di ingiustizie e sofferenze?”. Anche Fry ha tecnicamente violato la legge irlandese e potrebbe essere incriminato secondo le leggi locali se solo le autorità volessero. A dirla tutta pure noi potremmo essere processati se facessimo affiggere i nostri manifesti “Senza D” nelle strade di Dublino.

Perfino l’arcivescovo di Canterbury si è sentito in dovere di difendere Fry: “È nel diritto di Stephen Fry dire ciò che ha detto e non essere attaccato dai cristiani com’è nel diritto dei cristiani celebrare Gesù Cristo”. Lo stesso arcivescovo che insieme ad altri 28 leader religiosi britannici ha chiesto al suo governo di rivedere la decisione di escludere le teorie laico-umanistiche dall’insegnamento della religione nelle scuole, in modo che il curricolo sia più ampio e inclusivo. Si dirà che comunque la Chiesa anglicana, così come le religioni cristiane protestanti diffuse nell’Europa settentrionale, ha una visione più laica e moderna, e certamente si avrebbe ragione a dirlo ma fatto sta che in Francia perfino musulmani, buddhisti ed ebrei hanno aderito alla campagna di Reporter senza frontiere intitolata “La libertà d’espressione non ha religione”, il cui scopo è quello di rivendicare il diritto di critica verso le religioni. Questo per dire che a volte gli Charlie si nascondono dove meno te l’aspetti, a dispetto di tanti altri sedicenti Charlie.

 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Il Venti Settembre è una festa. Anche perché l’Italia ha vinto una guerra contro il papa.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

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Non ci può essere Italia senza Roma, la sua capitale. Tuttavia, Roma diventò italiana quando l’Italia esisteva già da nove anni. Accadde infatti il 20 settembre 1870: esattamente 150 anni dopo, dovremmo quindi festeggiare. Tutti.

Ma non accadrà, per quanto grande possa essere l’impegno dell’Uaar e degli attivisti laici.

Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali

Non accadrà perché i politici e i mezzi di informazione non hanno molto interesse a ricordare alla popolazione il motivo per cui, 150 anni e un giorno fa, Roma non faceva parte dell’Italia. La città eterna era allora la capitale di un altro stato, diverso dall’Italia. Molto diverso. Uno stato arretrato: anzi, uno dei più arretrati d’Europa. Uno stato illiberale: per la precisione, uno dei meno liberi d’Europa. Roma era la capitale di uno stato arretrato e illiberale perché il potere era nelle mani del papa e dei cardinali. Nel vero senso della parola: governavano loro. Facevano e disfacevano tutto loro.E mandavano alla forca tante persone che volevano un cambiamento.

Poiché si tratta di dati di fatto, chi detiene il potere non ha troppo interesse a trasmetterli alla cittadinanza.

Al punto che, nel 2010, le autorità italiane presenti alla cerimonia ufficiale del Venti Settembre rimasero addirittura zitte. Lasciarono parlare, e con toni da vero vincitore, soltanto il segretario vaticano Bertone (quello del superattico costruito con i soldi di un ospedale per bambini). Nello stesso tempo, gli attivisti Uaar venivano bloccati dalla Digos: una specie di rievocazione storica di quanta poca libertà di espressione vi fosse a Roma finché c’era il papa-re. Quest’anno, come se non bastasse la pandemia, il governo ha convocato elezioni e referendum proprio il 20 settembre: quando si dicono le coincidenze (clericali). Così vanno purtroppo le cose in Vaticalia: siamo un paese a sovranità limitata. E non da adesso.

Per oltre mille anni, dalla metà dell’ottavo secolo fino al 1870, una parte importante del territorio italiano somigliava infatti parecchio a quello che oggi è l’Iran (ma da soli quarant’anni): una teocrazia. Era persino peggio, a ben vedere: perché l’Iran è una repubblica, mentre lo Stato pontificio era invece una monarchia, con a capo il papa-re. Il papa deteneva anche il potere militare, quello legislativo, quello esecutivo, quello giudiziario. Con buona pace dei buontemponi che sostengono che la laicità l’ha inventata il cristianesimo, una simile concentrazione del potere in una sola persona è degna semmai di un califfo. Al punto che è forse più facile che siano stati i papi, successori di san Pietro, a copiare i califfi, successori di Maometto.

La loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe

Perché quando nacque lo Stato pontificio, a metà dell’ottavo secolo, la religione trendy era l’islam. Il califfato abbaside, nato proprio in quegli anni, si estendeva ormai dalla Spagna all’Afghanistan. L’islam aveva clamorosamente ridimensionato l’impero bizantino: che non andava ormai molto oltre l’attuale Turchia, ma che in Italia continuava formalmente a possedere parti della Romagna, dell’Umbria e delle Marche, nonché il Lazio. Poiché era un governo remoto e debolissimo, i papi decisero che era venuto il momento di mettersi in proprio. Essendo però molto meno potenti dei califfi, furono costretti ad allearsi: prima con i longobardi contro i bizantini, poi con i franchi contro i longobardi. Senza alcuna preoccupazione etica. Ma la loro disinvoltura fu premiata: ottennero tutti i territori ex-bizantini e diverse zone limitrofe, arrivando fino a Bologna. Giustificarono tali possedimenti inventandosi in modo ancora più spudorato un famosissimo falso storico, la donazione di Costantino.

Nello Stato della chiesa comandavano loro, che assegnavano gli incarichi ai familiari e agli ecclesiastici. Non c’era libertà di espressione: i dissenzienti venivano condannati a morte. Non c’era libertà religiosa: si poteva essere soltanto cattolici (o ebrei: ma a condizione di vivere nel ghetto). Non c’erano nemmeno libertà politiche: non si tenevano elezioni, e anche i governatori locali erano nominati dai papi. Nei territori occupati scoppiavano periodiche rivolte, ma venivano regolarmente represse col sangue: contro i forlivesi fu persino indetta una crociata.

Era un vero e proprio totalitarismo, prima del totalitarismo.

Nel 1849, però, Roma fu lo scenario di un brillante esempio di anti-totalitarismo. In seguito all’ennesimo tumulto popolare, Pio IX fuggì, e fu proclamata la Repubblica romana. Furono introdotte la democrazia, libere elezioni a suffragio universale e le libertà di religione e di parola, e furono abolite la censura, la tortura e la pena di morte. Se vi piace la costituzione italiana, sappiate che è enormemente più vicina a quella della Repubblica romana che a quella attuale del Vaticano, il cui impianto somiglia invece ancora moltissimo a quella del papa-califfo.

Patrioti da ogni regione affluirono allora nella Repubblica romana, con la speranza che la fosse la prima pietra su cui costruire la nazione italiana. Ma durò solo qualche mese. Fu spenta dall’invasione degli eserciti francese, austriaco e spagnolo, tutti accorsi in aiuto del papa.

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio

Tuttavia, dieci anni dopo fu il nascente stato italiano a invadere quello pontificio, conquistando le Marche e l’Umbria, mentre Bologna e la Romagna si erano già liberate da sole dall’autorità papale. Ancora dieci anni e fu il turno del Lazio: il 20 settembre 1870 fu infine conquistata anche Roma.

Fu una guerra? Sì: anche se fece poche vittime, lo fu. Fu una guerra necessaria per unire l’Italia: la legittimità dell’intervento fu confermata dai successivi plebisciti – svoltisi in regioni dove, finché c’era il papa-re, non si poteva nemmeno votare.

La breccia di Porta Pia non concretizzò tutte le speranze suscitate venti anni prima della Repubblica romana? È vero anche questo. Ma aprì comunque una stagione di riforme e di (parziale) laicità laddove prima c’era un arcaico regime assolutista,inviso a gran parte della popolazione.

Ci sono dunque due buonissime ragioni per celebrare ancora oggi il Venti Settembre. È la data che rappresenta l’Unità d’Italia: non a caso, fino al fascismo fu festa nazionale ogni anno, a differenza del 17 marzo (che fu festeggiato soltanto nel 1911). Ed è la data che rappresenta la nascita, per quanto imperfetta, della laicità dello stato italiano: guarda caso, il fascismo soppresse la festività subito dopo la stipula dei Patti lateranensi e la creazione dello Stato della Città del Vaticano, lo stato più piccolo e meno democratico al mondo.

Festeggiare il Venti Settembre significa quindi anche ricordare che, per essere liberi, vivere in una democrazia, avere uguali diritti – in poche parole, per affermare i migliori valori della nostra società – si dovettero usare controvoglia le armi.

E se le ultime parole vi hanno ricordato anche la Liberazione, meglio.


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Cala l’8×1000 alla Chiesa e sale quello allo Stato

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Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef

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«Nonostante le martellanti e costosissime campagne pubblicitarie in onda su tutte le tv, la Chiesa cattolica continua a perdere colpi in materia di 8×1000. I dati resi noti dal ministero dell’Economia mostrano che nel 2019 è stato il 31,8% dei contribuenti ad apporre la propria firma nella casella della Chiesa: un punto percentuale in meno rispetto all’anno precedente. Un calo costante dal 2014, quando era il 37,04% a scegliere come destinazione la Chiesa cattolica».
Il segretario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar), Roberto Grendene, non nasconde la propria soddisfazione rispetto ai dati diffusi in questi giorni dal Mef: «Si tratta di numeri che certificano non solo un allontanamento degli italiani dalla religione – come confermato dall’Istat che ha reso noto che durante il lockdown solo il 42% degli italiani ha pregato almeno una volta a settimana – ma anche una maggiore propensione alla laicità sul tema della spesa pubblica. Un risultato che ci spinge a continuare con ancora più convinzione nella campagna “Occhiopermille”, che da anni ci vede impegnati in prima linea affinché i contribuenti facciano una scelta informata in materia».
Sulla stessa lunghezza d’onda il responsabile della campagna, Manuel Bianco: «Cresce ancora lo Stato, anche se colpevolmente non fa nessuna forma di pubblicità a suo favore», sottolinea. «E crescono anche i contribuenti che non appongono nessuna firma (quasi il 60% del totale), molti pensando che in questo modo i soldi rimangano allo Stato. Sbagliato! Con il 31,80% delle scelte la Chiesa cattolica metterà le mani sul 77,18% della torta! Proprio per far comprendere i tanti aspetti perversi dell’8×1000, la campagna “Occhiopermille” si è recentemente arricchita di nuove infografiche (“8 fatti per l’8×1000”) e di un quiz per il contribuente che non vuole farsi ingannare. Tutti materiali disponibili sul sito occhiopermille.it. Nonostante la soddisfazione di questi giorni – conclude Bianco – l’Uaar continuerà a lavorare affinché il sistema dell’8×1000 venga abolito o quantomeno sostituito con un sistema di tassazione diretta, ossia con una tassazione aggiuntiva solo per i contribuenti che vogliono espressamente finanziare la propria religione. Come avviene per esempio in Germania, Svizzera, Austria e nei paesi scandinavi».


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Verso la proroga dello stato di emergenza al 31 ottobre: ecco cosa resta chiuso

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Al decreto seguiranno poi come sempre le ordinanze delle regioni volte a restringere o allentare, ciascuna secondo la propria situazione epidemiologica.

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Diverse autorità, tra cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia, hanno presenziato alla benedizione cattolica per l’inaugurazione del Mose di Venezia. Il Consiglio comunale di Verona ha approvato una mozione, con primo firmatario Andrea Bacciga, contro il disegno di legge Zan-Scalfarotto sull’omofobia e la misoginia. La decisione è stata presa con 17 voti a favore, 4 contro e 4 astensioni. Secondo Bacciga, già famigerato per la vicinanza a movimenti di estrema destra, la legge è “liberticida”. Dello stesso tenore il commento del consigliere leghista Alberto Zelger, integralista cattolico anti-aborto, che parla di “bavaglio contro la libertà di espressione” e di “lobby gay che vorrebbero instaurare un regime di pensiero”. La copertura ideologica autorevole alla mozione viene rintracciata dai firmatari nel comunicato della conferenza episcopale Omofobia, non serve una nuova legge.

La ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia Viva), intervistata dal Tg3, ha parlato di “opposti ideologismi” in merito al dibattito sulla legge contro l’omotransfobia e la misoginia presentata dall’onorevole Alessandro Zan.

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13 August 2017

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