Tutti i segreti di Zerocalcare

I momenti bui, le insicurezze, i sensi di colpa: quelli che il fumettista tiene per sé, e quelli che rivela in quest'intervista

“Come va, sei pronto?”

“A dire la verità farla con te, che ci conosciamo, mi agita un po’”.

“Ma io dicevo per le dediche di domani, mica per stasera! Pronostico sull’orario di chiusura?”

“Alle due e mezza siamo a letto”.

Zerocalcare è praticamente da sempre convinto che “il momento” sia finito, che l’impazzimento collettivo nei suoi confronti stia passando, che questa volta all’incontro pubblico alla Feltrinelli di Milano per fare dediche sul suo nuovo lavoro (Macerie Prime, Bao Publishing) non verrà nessuno. “Fa freddo, c’è anche la partita dell’Italia”.

Comincerà alle dieci di sera e andrà avanti a firmare libri fino alle 8 meno un quarto del mattino.

Michele Rech è il protagonista di uno dei più grossi casi editoriali degli ultimi anni. Partito dalle autoproduzioni, dal blog, dalle fanzine e dalle locandine per i centri sociali, è diventato un autore di best seller in grado di scalare le classifiche e di dare fastidio con i suoi fumetti (tutti pubblicati da Bao Publishing) ai nomi più noti della letteratura italiana, di arrivare a un’esposizione mainstream impensabile (una candidatura al Premio Strega) e di fare accendere i riflettori sul fumetto italiano come non capitava da molto tempo.

In occasione dell’uscita del suo nuovo libro lo abbiamo incontrato per fare il punto su tutto il suo percorso e su quello che è successo alla sua vita negli ultimi sei anni.

Nelle tue biografie la prima cosa che c’è scritta è che sei nato a?

Arezzo.

E essendo tu in qualche modo, anche tuo malgrado, un simbolo della romanità, è una cosa che fa strano.

Sì, per caso sono nato lì. Mio padre lavorava all’Anas e per un periodo molto breve, tipo sei mesi, ha lavorato a Arezzo, ed è stato proprio quando mia madre ha partorito. Però io già a due mesi stavo a Rebibbia. Mio padre, mio nonno, hanno tutti abitato a Rebibbia. Arezzo è capitata proprio in quei cazzo di sei mesi lì, per cui poi mi è rimasta incollata per sempre.

E rosichi per questa cosa?

Tantissimo.

Con tutto il rispetto per Arezzo.

Con tutto il rispetto per Arezzo che in realtà non conosco affatto, perché poi è un posto dove sono stato una volta da allora, tipo. Però è proprio una spina nel fianco.

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Photo Courtesy Bao Publishing

Poi hai fatto la scuola francese a Roma. Che è una scuola privata? Ti hanno dato del fighetto per questo.

La scuola francese funziona che è una scuola pubblica tecnicamente, ed è privata per gli italiani e pubblica per i francesi. Anni fa i francesi non pagavano niente e gli italiani sì, poi nel corso degli anni le cose sono cambiate, però in realtà era tecnicamente una scuola pubblica. Io so’ francese, so’ di nazionalità francese, c’ho il passaporto francese e quella roba lì era una cosa che secondo mia madre serviva pure a mantenere i legami con il paese di origine.

La scuola ritorna spesso nei tuoi fumetti. Il mondo dell’infanzia è una base forte, anche rappresentato spesso come un mondo crudele, fatto di vessazioni, di gerarchie, prevaricazioni.

In realtà non era una scuola particolarmente efferata, però in generale secondo me i mondi dell’infanzia e dell’adolescenza sono mondi super efferati, perché non ci sono filtri di diplomazia che poi intervengono negli anni successivi. Quindi, sì: io ho avuto un imprinting forte rispetto a quell’età, mi ricordo delle crudeltà indicibili, non tanto subite da me ma anche da altri.

Mi ricordo che in una gita scolastica la stanza mia confinava con quella di due ragazze e una era quella che mi piaceva un sacco, e io sentivo quello che dicevano perché dormivo attaccato al muro, e stavano passando in rassegna tutti i maschi della classe e io avevo il terrore di quando sarebbero arrivate a me… Non ci sono proprio arrivate perché neanche mi calcolavano… Anzi no, una a un certo punto ha detto “va be’ almeno disegna bene”. Però parlando di un altro ragazzino dissero delle cose che penso che non ho sentito dire mai più in tutta la vita in quanto a cattiveria.

Vale la legge del più forte in quell’età lì, con una scarsissima empatia.

Tu già da piccolo eri “quello che disegnava”?

Ho sempre disegnato ma mai nell’ambito scolastico, magari si vedeva nell’ora di arte ma non è che lo facessi come attività sociale.

Invece intorno alla quinta elementare-prima media, ho scoperto poi, perché non avevo nessun ricordo di questa cosa… Un giorno è venuto a un incontro pubblico in libreria un mio ex compagno di scuola che mi ha portato un faldone con dentro una roba come 150 pagine di fumetti disegnati da me sui nostri compagni, i professori… Tutti mutuati da Dragon Ball. E quello mi ha fatto ricordare che disegnavo un botto e questa roba girava anche, a scuola, ma io l’avevo proprio rimosso.

Eri comunque appassionato di fumetti.

A me hanno sempre messo in mano i fumetti, da piccolissimo mi son letto i Dragon Ball, i Lupo Alberto, i Tiramolla. Mi compravo Minnie perché ci disegnava Silvia Ziche – con grande scorno di mio padre, che lo considerava un fumetto da femmina.

A oggi penso che Dragon Ball mi abbia segnato tantissimo, anche proprio come disegno. Ovviamente Akira Toriyama disegna cento volte meglio di me, però nell’architettura della faccia, come gli elementi della faccia si tengono uno sopra l’altro e come si incastrano, gli occhi, come le sopracciglia si infilano sopra al naso e dal naso parte la linea della bocca… Quella roba io l’ho copiata proprio completamente da come Akira Toriyama imposta la faccia di Goku.

Poi per i contenuti bisogna andare molto più avanti, a quando ho cominciato a leggere la roba autobiografica di altri autori, però parliamo di quando avevo già venticinque anni.

Come nasce invece la tua appartenenza politica?

Quando avevo 14 anni, nel ’98, si sono suicidati in carcere a Torino due squatter tra i primissimi accusati dei sabotaggi della TAV, Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas, e mi ricordo che quell’episodio letto sui giornali mi segnò moltissimo. L’universo degli squat e dei centri sociali che vedevo rappresentato in televisione mi colpì molto, e quell’estate lì andai a un concerto dei Chumbawamba con mia madre, era un gruppo che vedevo su Mtv di cui ignoravo qualsiasi connotazione di qualsiasi tipo.

Invece loro salirono sul palco in una formazione ridotta perché la cantante il giorno prima era stata al corteo a Torino dopo questi suicidi e la polizia italiana le aveva spaccato la mandibola a manganellate.

Fecero salire sul palco tutti i ragazzi dei centri sociali romani che aprirono uno striscione riguardo a quei fatti, e quella roba mi segnò tantissimo. Mi andai a leggere i testi dei Chumbawamba e scoprii che erano testi super radicali, mi avvicinai a quel mondo e poi scoprii che lì si suonavano le stesse musiche che a me piacevano, tipo i Green Day o gli Offspring, però unendo quelle sonorità a dei testi che mi smuovevano molto.

Io avevo una vita che era super diversa da quella dei miei coetanei: ero timido, non mi piaceva il calcio, non mi piacevano le macchine, non mi trovavo bene con quello che mi stava intorno. E il punk è il rifugio di tutti quelli che sono un po’ disadattati in questo senso. Punk e centri sociali erano una cosa unica, quindi mi ci sono avvicinato così.

Erano gli anni in cui la gente cominciava a andare alla discoteca pomeridiana… Il mio era disinteresse ma era anche proprio un’incapacità mia di integrarmi. Da un lato mi faceva schifo ma da un lato mi sentivo proprio inadeguato a quelle cose. Un po’ non mi hanno mai interessato, un po’ mi sembrava di non riuscirci: non potevo integrarmi in quel mondo dei miei coetanei. Lì rimanevo indietro, invece in quell’altro mondo cominciavo a sentirmi a casa.

Hai trovato una comunità pronta a accoglierti. Anche se alcuni dicono che quelli sono mondi un po’ chiusi, a volte.

È vero che sono mondi chiusi, non brilliamo per inclusività e spesso è difficile entrare in sintonia, c’è molta diffidenza. Io ho anche avuto la fortuna di entrarci quando ero molto giovane e avevo molte meno barriere di diffidenza… Di sicuro non ero una guardia a 14 anni e mezzo! (ride)

Alcune delle persone che ho incontrato mi hanno fatto proprio da fratello maggiore, mi hanno insegnato a stare al mondo. Paradossalmente riusciamo a essere molto accoglienti con “i misfits” e molto poco accoglienti con le persone normali.

E al mondo straight edge – no fumo no droga no alcol – ti sei avvicinato presto oppure hai fatto un periodo da classico adolescente sballone?

Ho fatto un periodo normale da adolescente, sballone fino a un certo punto: bevevo, mi sono ubriacato qualche volta, mi facevo un po’ di canne, però niente di che.

Mi sono avvicinato al mondo straight edge non entrando in una comunità ma perché per interessi musicali ho scoperto che esisteva questa cosa, e ho pensato che mi calzava proprio. Perché l’unica cosa che di quel mondo mi metteva un po’ in difficoltà era proprio l’aspetto sballone. Ho pensato che lo straight edge mi consentiva di mantenere la radicalità del punk… Non ero quello astemio che non beve perché è sfigato, avevo un’identità. E ho avuto la fortuna che lo sono diventato in contemporanea a un altro amico mio, e quando eravamo in due ci hanno provato anche altri due, quindi c’è stato un momento in cui anche se non eravamo integrati negli straight edge ufficiali romani (che vedevamo ai concerti ma non frequentavamo) eravamo riusciti a avere il nostro gruppettino che ci dava forza. Avevo 17, 18 anni.

In questo ritrovo un po’ un discorso di forte pressione sociale, non volere essere quello sfigato. Ritorniamo un po’ alla cosa dell’infanzia.

Io sicuramente sono una persona molto insicura rispetto al rapporto con gli altri. Ci sono cose a livello valoriale su cui non ho dubbi o insicurezze o titubanze, però a livello relazionale sono una persona timida e insicura, quindi sicuramente quella pressione la sento. La sento anche adesso quindi figuriamoci a 17 anni.

Nella tua carriera di fumettista che cosa c’è stato prima del primo libro?

Mille partecipazioni a fanzine come illustratore, locandine di concerti… Già dai 16, 17 anni. A 18 anni c’è stato il fumetto sul G8 di Genova per Indymedia e Supporto Legale, sette pagine, che è circolato moltissimo perché è stato stampato come poster e venduto per alzare i soldi per le spese processuali di chi stava a giudizio per devastazione e saccheggio. Era un racconto di quei giorni molto impersonale, che avevo fatto nei mesi successivi a Genova.

Da là ci sono state un po’ di collaborazioni all’interno del mondo editoriale legato genericamente alla sinistra, quindi ho fatto dei fumetti per il settimanale Carta, per XL di Repubblica, per Liberazione… Poi sempre copertine di dischi, fanzine, antologie legate al mondo dei centri sociali come Sherwood Comics.

Collaborazioni anche abbastanza grosse, da molto giovane.

Verso i 20 anni. E sono durate finché quel mondo non è imploso, tutta quella roba è crollata economicamente e hanno chiuso tutte.

A un certo punto poi, in maniera abbastanza random, quando è morta un’amica mia ho cominciato su Facebook a fare delle mini strisce che raccontavano come l’avevo incontrata, non erano neanche a condivisione pubblica. Era tipo il 2009. E per caso nel 2010 un mio amico le spedì a Makkox che stava per aprire la rivista sua che era il Canemucco, e lui rispose all’amico mio dicendo “mi piace, digli di scrivermi”.

Questa era la prima volta che ti dedicavi a qualcosa di più personale.

Sì. Tra l’altro l’ho fatto con mille dubbi. Makkox aveva visto quelle strisce in cui c’era l’armadillo e voleva pubblicare proprio quelle, ma erano tutte relative alla mia conoscenza con Camille, e a me non andava di dare in pasto al pubblico una cosa così personale, che parlava di una persona che non c’era più. Quindi gli dissi di no e che gliene avrei fatte delle altre in cui avrei levato tutta la parte dolorosa e drammatica, delle cose più neutre, con l’armadillo perché gli piaceva, però senza metterci una persona morta.

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Internazionale.it

Prima c’è stata anche la cosa della DC Comics, che fa ridere.

Sì, poco prima. Avevo visto che c’era questo concorso, io facevo un botto di altri lavori però campavo male, facevo fatica a pagare l’affitto, e la DC Comics faceva questo concorso per cui ogni mese sceglieva tra otto fumettisti. Ognuno presentava l’inizio di una storia e quello che veniva più votato dal pubblico vinceva un contratto di un anno, tipo 500 dollari al mese. Storie sempre pubblicate sul sito loro, poi alcune venivano raccolte in un libro, o prorogate per una seconda stagione.

Io venivo da dieci anni in cui avevo fatto copertine, locandine per i gruppi punk, per tutto un mondo, e quando c’è stata questa cosa ho mandato una mail a tutti i miei contatti (ce l’ho ancora quella mail) dicendo di votarmi. “Io ho sempre fatto tutto gratis, a voi basta che fate un click e io c’ho uno stipendio per un anno”. Il concorso era tarato sul fatto che essendo tutti esordienti ognuno aveva magari venti amici che lo avrebbero votato, e questi si annullavano un po’ a vicenda, io invece ce ne avevo un migliaio, e quindi ho stravinto.

La cosa divertente è che sotto queste storie si poteva commentare: tutte le storie avevano sotto i commenti in inglese, ed erano tutti commenti tecnici tipo sui colori, o sui cliffhanger delle storie. Io invece avevo robe tipo “a me nun me frega un cazzo però te voto perché m’hai fatto la locandina” fino a “morte all’America viva Pol Pot” e cose del genere. (risate)

Effettivamente mi hanno fatto quel contratto di un anno, mi pagavano, però non mi hanno mai rivolto la parola, non mi hanno mai scritto, ogni mese mettevano un banner quando usciva una nuova pagina di qualcuno e a me non l’hanno mai messo, e il giorno che è scaduto quel contratto non li ho mai più sentiti. Poi il sito ha chiuso, a alcuni hanno stampato loro il lavoro, agli altri hanno dato i diritti per farne quello che volevano, a me invece non hanno mai dato niente e quella roba è rimasta prigioniera loro.

Che roba era?

Era una storia di punk e zombie ambientata in un futuro distopico in cui la gente viveva chiusa in una cittadella fortificata e alla fine si capiva che non c’erano veramente gli zombie ma il governo lo faceva credere per mantenere uno stato autoritario, una cosa molto adolescenziale.

Prima hai citato Indymedia ed è da lì che viene il nome Zerocalcare, giusto?

Sì, perché nel 2000 c’era il forum delle biotecnolgie, era la stagione di tutti i controvertici, i controforum. C’era un litigio, e per partecipare a quella discussione dovevo mettere un nickname. Alle mie spalle alla tv c’era la pubblicità di un prodotto per il ferro da stiro e io ho messo quel nome lì, mi sa che addirittura all’epoca l’avevo scritto con la k.

Se avessi saputo che a 34 anni mi dovevo ancora presentare come Zerocalcare forse mi sarei scelto una cosa un po’ più pensata, ma è andata così.

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Zerocalcare.it

Hai detto che facevi i fumetti e le illustrazioni ma intanto facevi mille altri lavori per pagare l’affitto. Si sa che hai lavorato in aeroporto, poi come grafico…

Ho lavorato come grafico, come storyboard artist, ho lavorato al call center, ho fatto le interviste alla stazione Termini – non mi ricordo neanche che lavoro era, in realtà giocavo a calcetto con gli zingari nel parcheggio. Poi ho fatto il traduttore di documentari di caccia e pesca…

Per un sacco di tempo, anche quando già eri affermato.

Sì, ho continuato. Anche le ripetizioni di francese le ho continuate.

Per insicurezza?

Sì, perché comunque era una cosa sicura, erano soldi che mi arrivavano ogni settimana e mi rassicurava molto.

Comunque lavori all’insegna del precariato più totale.

Sì, non ho mai avuto un contratto che durasse sei mesi.

Però sei riuscito a andare via di casa abbastanza presto.

A ventitre anni, che non è prestissimo, anche se in Italia sì. Avevo messo da parte un po’ di soldi. Poi io non è che abbia grandi consumi quindi i soldi che guadagnavo li mettevo da parte quasi tutti. Però in realtà il mese prima che uscisse La profezia dell’armadillo in versione autoprodotta avevo finito i soldi e quindi stavo ritornando a vivere a casa di mia madre. Quella cosa mi ha proprio salvato.

Ho scoperto da poco, da un’intervista recente, che hai avuto anche un periodo un po’ tipo L’Avversario di Carrére.

(ride) Appena uscito da scuola. Mia madre è laureata, per me era impensabile non fare l’università: per me era naturale nella scala del progresso evolutivo e sociale che se mia madre si era laureata con mille sacrifici io non potevo riportare la famiglia indietro.

E quindi mi sono iscritto a Lingue, e c’erano i moduli prima ancora degli esami, quelli più brevi, e sono stato steccato subito, al primo modulo. Questo mi demoralizzò tantissimo, in più non capivo un cazzo dell’università, non capivo come era possibile che tutti avessero saputo che una lezione era stata spostata e io non lo sapevo, tutta un’organizzazione e una burocrazia che non capivo, super frustrante, e quindi ho proprio smesso di andarci.

Ho cominciato a uscire di casa, prendere la metropolitana, rimanere seduto, arrivare al capolinea, rigirare nel deposito, e ricominciare, anche cinque ore. Leggevo e passavo così tutta la mattina. Poi tornavo a casa e dicevo che ero andato all’università. Sono andato avanti un po’ e non sapevo come uscirne. Io ce l’ho questa cosa che quando non so come affrontare un problema lo relego in un angolo del cervello tipo compartimento stagno e continuo la mia vita facendo finta che quella questione non esista.

Per fortuna al terzo mese di questa vita qualcuno in famiglia mi ha detto, vedendomi a disagio, anche senza sapere niente, che potevo andare a lavorare almeno per un po’, e poi ripensarci l’anno dopo. Poi sono andato a lavorare in aeroporto e all’università non ci sono più tornato, ed è un grande rimpianto.

Poi sono i casi della vita: se avessi continuato l’università probabilmente non sarei finito a fare il fumettista, perché mi sarei dedicato di meno a questa cosa. Per esempio se fossi stato impegnato nello studio non avrei provato a guadagnare dei soldi facendo i disegni per Liberazione.

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Bao Publishing

Dopo le piccole cose arriva il tuo primo vero libro. Che opinione hai ora della Profezia?

Sono molto contento. È uno di quelli di cui non mi vergogno. (ride)

Perché ci sono anche quelli di cui ti vergogni?

No, però quello è uno di quelli a cui sono proprio affezionato e che non avrei fatto diversamente. Poi ho avuto dei ripensamenti su quanto è giusto o meno parlare di certe cose, ci sono cose che mi sono dispiaciute nel corso del tempo, per esempio il fatto che mi rendo conto che alla fine io ho sostituito il ricordo dell’amica mia con il ricordo delle cose che ho disegnato, che è una cosa discutibile. Se ripenso alla sera che l’ho conosciuta non provo più quel brivido che provavo quando ci ripensavo prima, perché in verità a forza di parlarne, rileggerlo, in qualche modo l’ho assorbita, anche emotivamente. E poi confondo i ricordi veri con quello che ho disegnato, che ovviamente è la sintesi della sintesi della sintesi di quella giornata. E questo mi dispiace. Però penso anche che se non lo avessi fatto probabilmente alla lunga non mi resterebbe neanche quello, quindi è comunque meglio di niente.

Ricavare delle storie da momenti anche difficili è una cosa che aiuta a superarli?

Sicuramente mi ha aiutato a capire meglio. Alcuni passaggi metterli su carta, dissezionarli, metterli in fila mi ha aiutato a capire meglio. Non penso a superarli però ad affrontarli sì. Rimane una cosa complessa, io ancora oggi non so dire se sia una cosa che è giusto o non è giusto fare, ho ancora molti dubbi, e mi ci interrogo molto, tuttora.

Il Polpo è stato se vogliamo il tuo vero e proprio primo libro, concepito come tale.

Quello è proprio il libro fatto per Bao. Io un giorno sono andato alla Bao, loro non avevano ancora deciso di ripubblicare La profezia dell’armadillo, e mi hanno detto “facci un libro nuovo”. Ero super acerbo rispetto alla strada da prendere, e mi è venuto in mente di fare una storia… Io a quel tempo leggevo un sacco di gialli, Pelecanos, Il giardiniere notturno… Mi piaceva quel tipo di narrazione e la volevo mescolare con delle atmosfere che mi erano sempre risuonate in testa, che in particolare venivano da questi episodi di quando ero piccolo, come il ritrovamento di un teschio che ad oggi penso fosse un teschio di cane ma che da ragazzini pensavamo fosse una cosa misteriosissima e terribile. Quindi avevo deciso di scrivere questa storia che tenesse un po’ insieme in maniera non dico forzata però abbastanza pensata anche un po’ di elementi che in quel momento stavano funzionando sul blog, quindi anche le voci della coscienza… Provare a far diventare un libro vero quelle cose, con degli elementi autobiografici e altri di finzione.

Ed effettivamente quella cosa paradossalmente è andata molto più fluida di altre che ho fatto dopo, e mi è sembrato funzionasse, anche se ho sempre avuto un po’ di disagio rispetto a quel libro perché ho sempre trovato ci fosse un elemento di finzione gratuito in qualche modo. Mentre ho messo degli elementi di finzione, per esempio in Dimentica il mio nome, ma per salvaguardare qualcuno, lì non c’era quell’aspetto: è proprio fiction pura, ed era una finzione davvero strumentale alla storia.

E c’è un’altra cosa che mi lascia un po’ così rispetto a quel libro: che in verità la sensazione del polpo alla gola dentro al fumetto mi viene perché io ho fatto la spia, ma in verità questa sensazione ce l’avevo molto forte sin dall’infanzia per un episodio che in verità non è relativo a quella cosa – ma è una cosa che era così forte e che così tanto non riuscivo a affrontare, che anche nel momento in cui ho dovuto raccontarla in quel libro ho preferito fare la parte della spia (che è una parte orrenda!) piuttosto che raccontare veramente quello che era successo, e che mi aveva lasciato il segno per tutti quegli anni. Una cosa che tuttora non ho mai detto a nessuno o forse a una sola persona in tutta la vita.

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E che quindi non dirai in un’intervista.

Certo. Però forse adesso sono un po’ più pronto a affrontarla. È una cosa tra me e un altro bambino, che ha rischiato di farsi molto male.

È vivo però?

Sì sì. (ride)

Hai citato la questione delle voci della coscienza, le persone della tua vita incarnate da personaggi della cultura pop… Sono una caratteristica importantissima dei tuoi lavori. Nascono come scorciatoie? È un’idea che funziona molto e direi anche molto originale.

L’ho copiata da Boulet in realtà. L’ho vista fare a lui per primo. Da lui è un copiare proprio pensato, poi forse in maniera inconscia anche un po’ da Calvin & Hobbes rispetto alla tigre. L’armadillo è un po’ quella cosa lì. Ho cominciato con quello e poi mi veniva comodo usare delle incarnazioni della mia coscienza, un po’ come dicevi tu, e un po’ perché erano tutte scene di me da solo, quindi io fuori dal supermercato che pensavo se è etico o non etico mangiare da Mc Donald’s o cose del genere sarebbero state tutte didascalie di me che pensavo. O la facevo incarnare da qualcun altro o erano tavole di una staticità terribile, una cosa drammatica.

All’inizio ho cercato di usare dei personaggi che fossero conosciuti al mio target di riferimento, perché io i fumetti li faccio pensando che qualcuno li deve leggere, quindi per esempio appunto rispetto al Mc Donald’s usai Vandana Shiva come incarnazione della coscienza etica, ed era una cosa super legata al mio Facebook e al mio mondo di riferimento. Poi allargandosi la cosa mi è venuto naturale pensare “cosa conosciamo e ci accomuna tutti?” e ho usato moltissimi personaggi della cultura pop, e quello ha funzionato tantissimo dal punto di vista mediatico.

Poi hanno finito per leggerti dagli otto anni ai settanta quindi anche gente che probabilmente ti chiedi…

“Che cazzo ne sanno?”. Sì! Però pare che in qualche modo lo capiscano, non so bene…

Tu hai sempre avuto una voce piuttosto ironica e divertente? Nel momento in cui uno decide di fare fumetti come decide che voce adottare?

Mi sa che ho sempre fatto roba divertente, buffa… Anche se ripenso alle cose per le fanzine, tipo Ivo lo skinhead ambiguo. Giusto magari la cosa per la DC Comics lo era un po’ meno, ma era comunque grottesca.

Conta che io ho sempre letto un botto di fumetto umoristico da ragazzino: SturmtruppenLupo AlbertoCattivik… Le mie corde erano quelle. La cosa più seria che potevo fare era una cosa alla Tank Girl, quindi comunque sopra le righe, esagerata.

L’unica cosa che mi viene in mente che ho fatto in cui non c’era minimamente quel tipo di elemento è il fumetto che facemmo a quattro mani con Erre Push sulla morte di Renato Biagetti nel 2006, in cui raccontammo di questo nostro amico e compagno ammazzato dai fascisti a Focene. Era una cosa che doveva girare nelle scuole e lo impostammo in maniera molto seria. Però forse è l’unica cosa che mi viene in mente fatta da me che abbia quel tipo di serietà.

Del resto sei riuscito a trovare il modo per trattare con questa voce anche cose serie e impegnative.

Sì, secondo me con una voce leggera ti possono anche venire meglio alcune cose drammatiche. In quel contrasto può emergere qualcosa di più.

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Dopo il Polpo il tuo lavoro successivo è stato Dodici.

Sì, anche se doveva essere Dimentica il mio nome. Però era troppo grosso, troppe cose che non avevo mai fatto prima: c’erano dei personaggi che non ero io che si dovevano muovere in maniera autonoma, in scene senza la mia presenza. E non sapevo se ero capace di farlo. Quindi dissi a Bao “facciamo prima un libro breve di zombie in cui non sono io il protagonista, e provo a vedere se riesco a prendere le misure per il progetto più lungo”. Secondo me lì ci sono riuscito fino a un certo punto: ho aggiunto le parti che riguardano Rebibbia in cui riprendo la parola in prima persona proprio perché mi sembrava che senza il mio sguardo a fare da filtro non riuscivo tanto a far vivere la storia.

Quel libro sicuramente è il più anomalo della mia produzione, sta fuori dalla “continuity”. Lo ritengo molto riuscito per l’uso che ne dovevo fare, perché senza quello non avrei mai potuto fare Dimentica il mio nome – che è proprio figlio di quello che ho capito facendo Dodici. Preso come libro a sé invece ha mille cose su cui è molto maldestro, è l’ultimo libro mio che consiglierei a qualcuno che non mi conosce, però mi è servito molto.

Sei contento di come è stato accolto Dimentica il mio nome? È stato capito?

Ha avuto dei super feedback, è andato molto bene, è stato candidato al Premio Strega: non mi posso lamentare. Io ci avevo visto anche un tema che non ha colto nessuno, e vorrà dire che l’ho sviluppato male io, che era tutta la questione sulla privacy, la trasparenza, la teoria per la quale ci dicono che se non hai niente da nascondere dovresti fare vedere tutto… Per me invece esiste la necessità di avere dei segreti, e il diritto di nascondere delle parti della propria vita. Quella parte non l’ha ripresa nessuno, quindi si vede che non ho saputo veicolarla bene.

Per quanto riguarda invece tutta la storia mia e della mia famiglia è andato molto bene, e a me ha permesso di fissare un pezzo di storia che se no sarebbe andata persa con la morte di mia nonna.

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Bao Publishing

Prima di Macerie Prime, quello per me è già un libro sul diventare adulti. Forse là in senso esistenziale e qui più pratico.

Quello è un libro sul passaggio quando si diventa adulti, e questo un libro su come si fallisce da adulti. Sicuramente è anche stato un libro che segnava un passaggio mio personale da persona che faceva sessanta lavori al trovare un’indipendenza (è con Dimentica il mio nome che ho smesso di dare ripetizioni).

E quali sono i segreti nascosti e indicibili della vita di Zerocalcare?

Di scheletri nell’armadio ne ho un miliardo, da quando sono nato. Ci sono un sacco di cose che non racconto, che riguardano sofferenze mie o di chi mi è stato vicino. O relazioni, sia sentimentali che non, rotture, cose dolorose che non ho voglia di dare in pasto al lettore.

In tutto quello che fai infatti lo Zerocalcare dei fumetti è un personaggio pressoché asessuato, che non ha mai nessuno di fianco.

È una scelta precisa, anche perché quando racconti cose intime racconti anche un’altra persona, ed è molto complicato. Ci sono storie che arrivano a conclusione, che sono dolorose o complicate, e veramente non ne parlo neanche con mia madre, figuriamoci se ho voglia di condividerle con il resto del mondo. Poi c’è anche un filone politico di cui non parlo, cose più o meno penalmente rilevanti che rimangono fuori dai fumetti.

Parlavo con Emidio Clementi, riguardo al suo ultimo libro, del fatto di inserire nelle proprie opere cose personali che riguardano anche persone terze, e lui mi diceva che alla fine la storia va prima di tutto. Che l’arte è più importante.

Io zero. Per me la storia invece è al servizio di altro. In questo ho un approccio anche molto etico da centro sociale: quello che racconto spero sempre che serva a qualcosa, ed è al servizio di qualcosa, e comunque non deve danneggiare niente. Non mi sento molto artista, quindi no, non do la priorità all’opera.

Dimentica il mio nome viene candidato al Premio Strega, che è un mondo inedito e particolare rispetto a dove vieni.

Sì. Tutti mi avevano messo un sacco in guardia dai mostri, “una cosa orrenda”, ma in realtà in tutta la fase iniziale fino alla serata della cinquina finale… mi sono trovato in un ambiente sostanzialmente carino e un po’ noioso. Un ambiente di cultura: andavamo a fare incontri con gli studenti, con gente che lavora nella cultura ma in modo molto normale, gente che lavora in ufficio, un ambiente normale. Quindi non capivo la storia di questo grande Satana che mi veniva prospettato.

Poi invece quando dai teatri ci siamo spostati ai Parioli per la cinquina finale lì effettivamente cambiava completamente lo scenario. Uno potrebbe sostenere che lo dico perché è dove mi hanno trombato, però c’erano tutti quei personaggi mostruosi che vengono attirati dai riflettori: commentatori di twitter, gente che scrive su Dagospia, personaggi del gossip, di costume… E quello sì mi ha messo un po’ in difficoltà. C’era una cartomante che faceva le carte nell’appartamento! (ride)

In particolare quella sera c’erano due persone che ho pensato “se esce una fotografia del fatto che io sto nella stessa stanza con queste due persone e non le ho menate, non gli ho sputato, non ho fatto niente, io non ho più il coraggio di guardare in faccia i miei amici”. C’era uno che ho pregato Iddio in tutti i modi che non mi si sedesse accanto, e per fortuna non è successo, e una persona al cui passaggio ho detto ad alta voce “ma questa è quella busta di merda” sperando di generare una rissa che purtroppo non c’è stata. Però è stato l’unico momento in cui ho visto qualcosa di orrendo là dentro. Poi mi hanno eliminato ed è finita lì. Magari avrei potuto trarne delle storie bellissime. (ride)

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Wikipedia

Poi arriva Kobane Calling: oltre che un libro, il figlio di un viaggio e di un’esperienza personale. Era un’operazione delicata, che hai affrontato con un sacco di cautele, sei contento di come è riuscita?

Sì, sono super contento di Kobane Calling. Dalla mia ho avuto il fatto che non l’ho affrontato da solo e questo mi ha tolto un po’ di responsabilità. Perché l’ho fatto leggere in ogni passaggio sia alla comunità curda che ai miei compagni di viaggio, quindi a monte c’è un lavoro collettivo, e questo mi ha anche dato tranquillità. Per una volta infatti ero sicuro di non avere niente da rimproverarmi.

Tutto quello che mi potevo augurare di raggiungere come scopi li ha raggiunti: ha tenuto il mio pubblico, ha aperto a un pubblico nuovo, ha veicolato tematiche super radicali, è servito a fare iniziative per parlare della questione curda non solo ai soliti interessati ma anche a persone nuove, ha permesso di alzare un sacco di soldi da devolvere…

Però c’è una cosa di cui io di base sono contento, perché mi ha evitato casini, ma che ti dà anche il polso della superficialità con cui si parla di fumetti in Italia: c’erano passaggi super delicati – è un libro che parla di un’organizzazione armata che sta nelle liste del terrorismo internazionale compresa quella dell’Italia, e in un paese in cui c’è il tabù della violenza politica che ci portiamo dietro dagli anni di piombo io pensavo che alcuni passaggi in cui dico molto esplicitamente che ognuno mette l’asticella per decidere per se stesso cosa è giusto o no, e fino a dove ci si può spingere, e quando si può utilizzare la violenza, e il PKK… Pensavo che questo mi sarebbe stato molto rinfacciato e ci sarebbero state polemiche. Invece tutti i giornali hanno parlato di Kobane Calling ma non ce n’è uno che abbia mosso un appunto su questa cosa. Segno non che io fossi stato particolarmente convincente o che tutti la pensino come me, ma che in verità quando fai i fumetti puoi dire un po’ qualsiasi cosa e difficilmente vieni preso sul serio. Ma almeno mi sono risparmiato un po’ di rotture di scatole.

Kobane Calling nella sua promozione ti ha portato a contatto con mondi diversi. Uno viene raccontato molto nel dettaglio all’interno di Macerie Prime ed è la presentazione in cui eri affiancato da un parlamentare che ha subito una contestazione. Mi ha colpito che tu l’abbia raccontato così nel dettaglio nel nuovo libro, è un episodio che ti ha segnato molto.

È stato uno spartiacque nel mio modo di lavorare, la volta in cui mi sono trovato più in difficoltà in vita mia, in ambito professionale. Stavo là perché sentivo di doverlo alla mia comunità: un libro del genere va messo a servizio, e se i curdi mi chiedono di partecipare a una cosa io la faccio, anche ingoiando qualche remora o qualcosa che non sta nelle mie corde; se un altro pezzo della mia comunità quella cosa la contesta io mi trovo a voler mettere d’accordo tutti, cosa che evidentemente non è possibile fare. E mi ha messo molto in crisi. Nella fase di cambiamento del mio lavoro, quella crisi in cui mi sono trovato, in cui tutti mi chiedevano un comunicato di dissociazione, sia da una parte che dall’altra, chi mi chiedeva di dissociarmi dall’iniziativa e chi mi chiedeva di dissociarmi dalla contestazione… Io mi sentivo proprio schiacciato e ho pensato di mandare a fanculo tutti.

Un episodio come quello ti porta a quel “nuovo sentimento” che viene tratteggiato nel libro, quello rappresentato dal panda che prende il posto dell’armadillo. Dire “penso solo ai fatti miei e non voglio più farmi coinvolgere”.

Ho avuto a volte questo pensiero, ed è quello che mi hanno detto le persone che mi stanno intorno vedendomi in quello stato di esasperazione. Dopodiché in realtà se uno non è proprio stupido leggendo il libro capisce benissimo che la cosa del panda non è la fine e non è quello che sto proponendo come soluzione, e che evidentemente nella seconda parte del libro (che uscirà tra sei mesi) quella cosa troverà uno sviluppo diverso.

zerocalcare

Bao Publishing

Con Kobane sei anche andato da Fazio, altra cosa molto distante da te. Però alla fine è andata bene, forse eri più preoccupato prima che dopo.

Sì, pensavo ci fossero molte più polemiche, di dovermi smazzare un mese e mezzo di litigi su internet per quella cosa. In realtà è stato tranquillo.

Io ho di buono che sono cresciuto veramente interno a un ambiente, per cui poi le persone che mi possono criticare e che per me hanno titolo di farlo, perché glielo riconosco, sono persone che mi conoscono e sanno come vivo e che continuo a incontrare nelle occasioni in cui bisogna esserci. Questa cosa disinnesca molto: non tutto, io sbaglio e qualcuno che criticherà ci sarà sempre, però non è stato quello il caso.

Ho passato la notte a guardare i Google Alert di tutti quelli che mi nominavano per cercare persone con cui litigare, e non ho trovato neanche uno che si lamentava.

‘Sta cosa non l’hai ancora superata, eh?

No (ride). Ma ho capito bene perché non la devo superare. Per via anche di cose successe di recente: io sono una persona estremamente cortese, e quando incontro le persone faccio dei grandi sorrisi e scodinzolo molto, e se non mi ricordo che sono persone con cui ce la dovrei avere finisce che faccio dei grandi sorrisi e scodinzolo molto a persone che magari mi odiano e che ovviamente non me lo dicono in faccia. E quindi poi ripensandoci a posteriori mi sento un coglione ad avergli sorriso e a essere stato gentile, quindi in realtà – anche se non è che debba per forza finire a fare a schiaffi con la gente a tutti i costi – almeno sapere a chi sorridere e a chi no è una cosa che in generale nella vita vorrei avere molto chiara.

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Bao Publishing

Dal libro nuovo emerge il fatto che al di là delle battute effettivamente questa mole di “accolli”, presentazioni, dediche… genera uno stress non indifferente, ed è una cosa rispetto alla quale non hai ancora trovato davvero una quadra per evitare che ti distrugga troppo la vita. Mi chiedevo quanto ti ha portato vicino al finire in cronaca di Roma e cosa invece ti salvi dal finirci davvero.

Una quadra non l’ho trovata. Anche nel secondo libro ci saranno solo delle ipotesi di soluzione, diciamo. Sicuramente ho lavorato tantissimo sull’imparare a dire no. Tutti i miei no erano dei sì, o quasi, e allora ho dovuto cominciare proprio a scrivere diversamente in chat, a parlare diversamente con le persone. E questo un po’ mi ha aiutato. È il panda che mi è stato utile in questo.

Non ho trovato vere soluzioni ma ci sono cose che mi fanno stare bene, nella vita: il fatto che in mezzo a tutto questo marasma e mondo che frequento per lavoro se poi torno a Roma per tre giorni e imbrocco il giorno che c’è un concerto della musica mia o c’è una situazione delicata in un quartiere in cui è importante esserci, trovarmi in quell’ambiente e sentirmi ancora a casa, con l’affetto delle persone intorno, è qualcosa che mi fa pensare che tutto sommato sono riuscito a passare questi sei-sette anni senza diventare troppo un’altra persona. E questa cosa mi rassicura molto.

Sembra una cosa brutta da dire ma a te importa molto di più dell’affetto di quelli che c’erano prima, del tuo mondo, che non l’affetto di mille persone, il grande pubblico…

No, non me ne frega un cazzo. Ho fatto delle cose assolutamente impopolari perché avevano arrestato degli amici miei, ho firmato cose impopolari e al limite dell’indifendibile per l’opinione pubblica perché mi interessa molto di più l’opinione del mondo da cui vengo che quella del magma che è venuto dopo.

Ti è capitato di dire molti no anche a aziende, marchi?

Mi è stato chiesto di pubblicizzare una piattaforma di streaming legale tipo Netflix ma che non era Netflix, proponendomi una fracca di soldi per una campagna di affissioni. Ma essendo uno che in tutti i fumetti della sua vita ha raccontato come scaricare le cose per me era ridicolo (anche se loro mi dicevano che non era un problema).

Mi è stato chiesto anche di partecipare alla campagna di lancio di una serie italiana ed è un altro dei no che ho detto per vari motivi, confliggeva con alcune cose che penso.

zerocalcare

Bao Publishing

Forse il messaggio più importante che hai sempre veicolato sia nel tuo lavoro che nelle interviste, il più politico, è che non ci si salva da soli. Che è solo nella lotta collettiva che si va avanti. Il libro nuovo, che è solo una prima parte, sembra chiudersi abbracciando dopo un momento di crisi una sorta di individualismo che conoscendoti non è qualcosa che ti appartiene.

Sì, io credo che sia un momento di crisi che passano un sacco di persone, e che l’individualismo sia la risposta più immediata che hanno tutti, anche quella che tutti sembrano suggerirti.

Anche chi va dallo psicologo e non capisce un cazzo di quello che gli ha detto lo psicologo dice “mi ha detto che devo pensare solo a me stesso”: è la cosa più immediata quando uno sta in difficoltà. Poi ovviamente nel seguito ci sarà uno sviluppo ulteriore.

Nel libro emerge anche il problema del privilegio rispetto alla vita dei tuoi amici, dei coetanei, delle persone normali. Il privilegio non viene goduto: c’è un senso di colpa e il non riuscire a viversi bene la situazione.

Ho fatto un percorso di analisi sia vero, esterno, sia personale attraverso i libri: questo senso di colpa è super presente. Io ho la presunzione di pensare di essere cresciuto insieme a persone generose, valide, brave, più intelligenti e volenterose di me, capaci di mettere due parole in fila molto meglio di me e che sarebbero proprio delle grandi risorse per questa società. E che invece non riescono a trovare la loro strada, continuano a stare al palo, a campare facendo gli inventari nei supermercati notturni a 35 anni…

Se io avessi azzerato le mie frequentazioni e frequentassi soltanto gente impaccata di soldi probabilmente non avrei questo confronto continuo e non avrei questo senso di colpa sempre vivo. Invece mi trovo a fianco agli amici miei di sempre e io sono molto più privilegiato di loro, e lo sento tanto.

Per come sono fatto io per stare bene dovrebbero stare bene tutte le persone che mi stanno intorno, se no è difficile che mi riesca a godere qualcosa. È un tema del libro e un elemento di cruccio per me. Non è razionale, so di non dovermi sentire particolarmente in colpa di nulla, però rimane un elemento di crisi nella mia vita.

I libri servono a superare problemi, dubbi?

No. Mi sono serviti magari a capire meglio, a mettere in fila le cose, ma non mi sono mai serviti a superarli davvero.

Il rischio di questo libro è che è molto banalizzabile, che nei titoli o nelle tre righe rischiano di farlo diventare “il momento in cui Zerocalcare si stufa e rompe coi centri sociali”. E rischia di sembrare la macchietta, è molto difficile per me affrontare questa cosa. Vediamo come andrà.

C’è una cosa importante però, rispetto a tutto il percorso fatto con i libri: mi piace vedere una crescita. Non in senso artistico, ma proprio vedere che i personaggi sono cresciuti, sono cambiati, non sono rimasti cristallizzati ai ragazzini che stanno sul divano a giocare ai videogiochi, ma si parla di tematiche più adulte.

Rispetto alla mia opera, essere riuscito a fare questa cosa, o almeno starci provando, è quello di cui sono più contento.

       
     

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Crediti :

Esquire

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Fumetti

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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