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Medicina

Tutto quello che c’è da sapere sui vaccini

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Hanno debellato decine di malattie e salvato migliaia di vite umane. Eppure c’è chi ritiene facciano più male che bene

L’abbiamo ricordato tante volte: vaccinarsi (quando consigliato dal proprio medico e previsto dai protocolli sanitari) è importante, sia per la propria salute che per quella della comunità. E anche perrisparmiare denaro, dato che meno persone infettate vuol diremeno spesa per il Servizio sanitario nazionale, meno assenze ascuola e al lavoro, più produttività.

I vaccini, salvo casi rari e sfortunati, non fanno morire. Eppure, parte dell’opinione pubblica – e, a quanto pare, della magistratura– è fermamente convinta del contrario. Perché? Le ragioni sono molteplici e complesse. E affondano le radici in un sostrato fatto di scarsa conoscenza scientifica, teorie del complotto e correlazioni spurie. Quando va bene. In casi peggiori, come vedremo tra poco, c’è purtroppo della malafede bella e buona. La colpa, naturalmente, non è dell’opinione pubblica in sé. E men che mai dei malati e dei loro congiunti. È una questione molto più sottile, perché il vaccino rende la malattia invisibile.

Prendiamo, per esempio, il vaiolo. Una malattia completamente eradicata dalla società dal 1979 grazie a massicce campagne di vaccinazione durate oltre due secoli. Una malattia che oggi ha smesso di far paura. È come se, non temendola più, avessimodimenticato cosa ce l’ha fatta sconfiggere. Anzi, di più. Ciò che ce l’ha fatta sconfiggere si è improvvisamente trasformato in unnemico. Anche quando la scienza vera, quella delle sperimentazioni rigorose, dei trial clinici, della riproducibilità, delle relazioni causa-effetto, dice il contrario. Ecco il nostro recap.

Da dove nascono i vaccini
Tutto cominciò con Edward Jenner, medico inglese vissuto a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. In quel periodo, in Europa imperversava una sanguinosissima epidemia di vaiolo, che mieteva, in media, una vittima ogni sei contagi. Verso il 1770, Jenner notò che gli allevatori di bovini e equinisembravano essere stranamente immuni alla malattia. Il medico ipotizzò che il fenomeno fosse dovuto al fatto che gli allevatori, contraendo la forma bovina del vaiolo (Variolae vaccinae, per l’appunto), molto lieve per gli esseri umani, sviluppassero delle difese anche contro la forma umana della malattia.

Per dimostrarlo, estrasse del siero da una pustola di una contadina malata della versione bovina del vaiolo e lo iniettò in un bambino di otto anni (non si trattava propriamente di quello che oggi chiameremmo trial clinico, ma era pur sempre il diciottesimo secolo). Dopo sei settimane, iniettò nel bambino il virus del vaiolo umano e questi non si ammalò: la sua intuizione era giusta (nonostante il comportamento eticamente discutibile).

In realtà, la cosiddetta variolizzazione, ossia l’inoculazione di materiale proveniente da lesioni variolose, era una pratica già in uso in Cina intorno all’anno 1000 (e successivamente anche in Europa), ma era tutt’altro che sicura. Le persone inoculate, talvolta, contraevano la malattia in forma grave, diventando a loro volta sorgenti di contagio.

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Dopo le scoperte di Jenner, la variolizzazione fu progressivamente abbandonata in luogo della vaccinazione, ritenuta (a ragione) più sicura ed efficace. La seconda tappa importante arrivò un secolo dopo, con l’introduzione, da parte di Louis Pasteur, del vaccino contro la rabbia, efficace anche se assunto dopo l’insorgenza dei sintomi della malattia. E fu sempre Pasteur a proporre, in onore di Jenner, il nome vaccino – derivato dalle vacche – per tutti i trattamenti di questo tipo. Poi fu il turno di difterite, poliomelite,colera, febbre gialla, tubercolosi. E via di seguito, fino ad arrivare al vaccino contro il papilloma virus, sviluppato da Harald Zur Hausen e commercializzato a partire dal 2006, e a quello contro laleishmaniosi umana, messo a punto da Jacinto Convit nel 1994.

Come funzionano?
Il principio alla base della vaccinazione di Jenner e Pasteur – e di tutte le successive – è sempre lo stesso. L’immunizzazione, ovvero l’induzione artificiale nell’organismo di una resistenza nei confronti di determinati agenti patogeni. Per ottenerla, è necessario allenare il sistema immunitario a combattere lo specifico batterio o virus. Il vaccino, insomma, altro non è che un preparato che contiene una forma inattiva (è il caso, per esempio, di influenza, colera, peste bubbonica, poliomelite, epatite A e rabbia), o attenuata (febbre gialla, morbillo, rosolia, tifo) o comunque resa in qualche modo inoffensiva (qui la lista ufficiale dei National Institutes of Health), del patogeno da combattere.

Il preparato stimola la produzione di anticorpi specifici e rende l’organismo temporaneamente immune contro il patogeno stesso:“In media”, spiega sempre il Nih, “il vostro sistema immunitario impiega oltre una settimana a capire come combattere un microbo sconosciuto. A volte questo tempo è eccessivo. I microbi più forti possono diffondersi nell’organismo più velocemente della risposta del sistema immunitario. In queste situazioni, i vaccini fanno la differenza. In altre parole, i vaccini insegnano al vostro organismo i trucchi per difendersi efficacemente”. Qui una spiegazione animata del meccanismo.

Sono efficaci? Sono sicuri?
Sì. O, più precisamente, lo sono in senso statistico. Il già citato successo nell’eradicazione del vaiolo ne è la testimonianza più chiara: assieme alla peste bovina, si tratta dell’unica malattia della storia a essere ufficialmente debellata. Altre malattie, comerosolia, morbillo, poliomelite, pertosse e difterite, sono state altamente ridimensionate dopo le relative campagne di vaccinazione.

Sempre in senso statistico, inoltre, i vaccini sono sicuri, come ha mostrato uno studio pubblicato ad aprile 2013 dall’American Academy of Psychiatry, che esamina in dettaglio la possibile correlazione tra diversi tipi di vaccinazioni e sviluppo di malattie.

È bene sottolineare, comunque, che, per quanto sia considerata il trattamento con miglior rapporto rischi/benefici (dove per rischios’intendeono frequenza e gravità degli eventi avversi e perbeneficio s’intendono efficacia protettiva, probabilità di contrarre la malattia e frequenza e gravità delle complicanze della malattia, come spiega un rapporto dell’Istituto superiore di sanità), ogni vaccinazione può comportare degli effetti collaterali. Ma si tratta quasi sempre di fenomeni molto più lievi rispetto alle malattie da cui il vaccino protegge: nausee, gonfiore e vomito, per esempio. Un bambino su mille, in media, è colpito da effetti collaterali moderati, come il pianto prolungato. Le probabilità di effetti più gravi, come convulsioni o blocco intestinale, si attestano intorno a una su decine di migliaia. Molto meno della probabilità di morire per morbillo (un caso su mille) o pertosse (un caso su duemila).

Potrebbe anche accadere, infine, che il paziente sia allergico oipersensibile a un determinato vaccino: in tal caso è necessario sospendere la procedura e affidarsi alla cosiddetta protezione indiretta, cioè quella derivante dall’immunità altrui.

Cosa contengono?
Come tutti i farmaci, i vaccini sono sottoposti a rigidi test disicurezza. Il principio che si segue durante lo sviluppo prevede infatti che, ancor prima di dimostrarsi efficaci, i preparati non possano in alcun modo nuocere alla salute. “La prima definizione per la parola ‘sicuro’ è ‘innocuo‘”, scrive il Children’s Hospital of Philadelphia in proposito. “Questa definizione implicherebbe che qualsiasi conseguenza negativa di un vaccino lo renderebbe insicuro. E secondo questa definizione, nessun vaccino è sicuro al 100%. Quasi tutti i vaccini provocano dolore, arrossamenti o sensibilità sul sito di iniezione. E alcuni possono causare”, proprio come i farmaci, “diversi effetti collaterali”. Comunque, sottolinea sempre il nosocomio, gli ingredienti più pericolosi dei vaccini, tra cui alluminio, mercurio, gelatina e antibiotici, sono stati del tutto eliminati o sono presenti in quantità microscopiche. I Centers for Disease Control and Prevention hanno messo a punto una lista, attualmente aggiornata a settembre 2013, di tutti gli eccipienti contenuti nei preparati. Il thimerosal (ne parleremo tra pochissimo a proposito del caso Wakefield), uno degli ingredienti più temuti, era usato come conservante per prevenire contaminazioni batteriche nei vaccini, ma è stato completamente rimosso dai preparati grazie a un emendamento della Food and Drug Administration (Fda) del 21 novembre 1997: “Il thimerosal, non è più contenuto in alcun vaccino per l’infanzia, eccezion fatta per il vaccino per l’influenza”. Ma anche in quel caso, le quantità sono minime e comunque inferiori a quelle comunemente trovate in altri prodotti alimentari di uso quotidiano.

Casi controversi – L’antipolio di Sabin
Uno dei casi più controversi riguarda il vaccino antipoliomelite, sviluppato da Albert Sabin con poliovirus attenuati alla fine degli anni cinquanta. Il vaccino ha eliminato la malattia nella maggior parte dei paesi del mondo. Tuttavia, secondo alcuni, diversi vaccini antipolio contaminati dal virus dell’immunodeficienza delle scimmie (Siv) avrebbero causato il passaggio del virus all’uomo e quindi lo sviluppo dell’epidemia di Hiv/Aids. La teoria, però, è stata ampiamente confutata dalla comunità scientifica: “Il virus dell’immunodeficienza delle scimmie [usate per la preparazione del vaccino, nda]”, si legge in uno studio pubblicato su Nature, “è filogeneticamente diverso da tutti i ceppi di Hiv-1, il che dimostra che quelle scimmie non sono state l’origine della pandemia umana di Aids”.

Casi controversi – L’antihpv di Zur Hausen
Si tratta di un vaccino creato dall’équipe di Harald Zur Hausen, premio Nobel per la scoperta del papilloma virus (Hpv) come causa del cancro della cervice uterina. Una correlazione importante, dato che, secondo le stime più recenti, oltre il 75% delle donne sessualmente attive risulta positiva all’infezione da Hpv almeno una volta nella propria vita. Il vaccino sviluppato da Zur Hausen, però, viene considerato da qualcuno eccessivamente costoso e di breve copertura. La casa farmaceutica AstraZeneca, produttrice del vaccino, è accusata di aver influenzato l’assegnazione del premio Nobel tramite due membri dellacommissione di selezione. L’azienda ha naturalmente negato ogni coinvolgimento, ma l’intera vicenda è rimasta torbida.

Casi controversi – Wakefield, thimerosal e autismo
In questo caso, checché ne pensino i giudici del Tribunale del lavoro di Milano, siamo di fronte a una bufala bella e buona. Costruita artatamente e con malafede, per di più. I fatti ve li abbiamo già raccontati: nel 1998 Andrew Wakefield, medico inglese ora radiato dall’albo, pubblicò un lavoro su Lancet (ora ritirato dalla rivista) in cui sosteneva una presunta correlazione tra vaccino trivalente e insorgenza di autismo.

Si trattava di uno studio estremamente debole, condotto su soli 12 bambini, per altro arruolati con pratiche ambigue. In ogni caso, come si scoprì in seguito, Wakefield aveva deliberatamentefalsificato i risultati dietro compenso economico per favorire irisarcimenti legali dei genitori di bimbi autistici. Tutte le ricerche effettuate in seguito per indagare una possibile correlazione hanno avuto esito negativo (per esempio questa, questa e questa).

Conclusione: l’incidenza della sindrome autistica è la stessa tra bambini vaccinati e non vaccinati. L’Organizzazione mondiale della sanità si è espressa fermamente in merito alla questione: “I dati epidemiologici disponibili indicano che non vi sono prove di un legame tra morbillo-parotite-rosolia e disturbi dello spettro autistico. Studi precedenti che suggerivano un nesso di causalità si sono poi rivelati gravemente fallaci. Non ci sono neanche prove che suggeriscono che qualsiasi altro vaccino dell’infanzia possa aumentare il rischio di disturbi dello spettro autistico. Inoltre, revisioni commissionate dall’Oms hanno concluso che non vi era alcuna associazione tra l’uso di conservanti come il thimerosal[un ingrediente prima usato per la preparazione dei vaccini, ora abolito], che contiene etilmercurio nei vaccini, e disturbi dello spettro autistico”.

Casi controversi – Il vaccino contro la pertosse
Negli Stati Uniti, come vi avevamo raccontato, all’inizio degli anni novanta alcuni bambini vaccinati contro la pertosse subirono vari effetti collaterali, tra cui febbre e svenimenti. I genitori dei piccoli citarono in giudizio le case farmaceutiche produttrici dei vaccini, sostenendo che i loro figli sarebbero potuti andare incontro adanni cerebrali. Ma i giudici diedero loro torto, perché, ancora una volta, non esisteva alcuna evidenza scientifica in merito.

Per cosa è obbligatorio vaccinarsi oggi?
Secondo il Piano vaccinale prevenzione vaccinale 2012-2014 del Ministero della Salute, “le vaccinazioni contro difterite, tetano,poliomelite ed epatite B sono state introdotte come obbligatorie, e l’obbligatorietà permane tuttora”. Inoltre, l’Italia ha varato un piano nazionale per l’eliminazione del morbillo e della rosolia congenita, che prevede “entro il 2015 l’eliminazione del morbillo endemico (incidenza inferiore a un caso per milione di popolazione), l’eliminazione della rosolia endemica (incidenza inferiore a un caso per milione di popolazione) e la riduzione dell’incidenza della rosolia congenita a meno di un caso per 100mila nati vivi”. Per i cosiddetti “soggetti ad alto rischio”, come anziani, soggetti con immunodeficienze, cardiopatici, operatori sanitari, sono consigliati anche i vaccini contro morbillo, parotite e rosolia, varicella, influenza.

Fluad: cosa sta succedendo?
Arriviamo al presente. Come vi abbiamo raccontato, ci sarebbero diversi decessi sospetti potenzialmente collegati al vaccino anti-influenzale Fluad. A scopo precauzionale, l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) ha bloccato due lotti del vaccino, prodotto daNovartis, e sono state aperte quattro inchieste. I risultati preliminari degli esami tossicologici dell’Istituto superiore di sanità hanno dato esito negativo, escludendo la presenza diendotossine, ma per saperne di più serviranno ancora due settimane. Vi terremo aggiornati.

Il futuro
Senza dubbio, le vaccinazioni ci serviranno ancora. A fronte delle patologie che siamo riusciti a eradicare o ridimensionare, ne restano ancora altrettante estremamente pericolose. Il cancro, per esempio. Meno di un mese fa, Luca Pani, direttore generale dell’Aifa, ha annunciato che entro i prossimi tre anni potrebbero iniziare campagne di profilassi – veri e propri vaccini, in sostanza – contro il cancro, altamente personalizzate perché basate sulla conoscenza informatizzata del genoma del paziente.

Ci sono poi le malattie degenerative e autoimmuni: sempre nella stessa occasione, l’Aifa ha dichiarato che, al ritmo attuale del progresso tecnologico, tra meno di un decennio potrebbe essere per esempio messo a punto un vaccino per l’Alzheimer.

E infine, last but not least, c’è ebola. Anche su questo versante l’Italia si conferma in prima linea. I primi test sullo sviluppo del vaccino italiano hanno confermato che non ci sono effetti collaterali né problemi di sicurezza. Se tutto dovesse andar bene, la produzione potrebbe iniziare l’anno prossimo.

 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Medicina

La pericolosa alleanza tra influenza e Covid-19

L’influenza stagionale è in arrivo e rischia di mettere nuovamente sotto pressione il sistema sanitario con un’ondata di casi sospetti di Covid-19. Quali sono le somiglianze tra le due malattie e i loro sintomi? La campagna di vaccinazioni antinfluenzali sarà d’aiuto? E come si stanno preparando le strutture sanitarie nazionali?

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Oltre oceano l’hanno chiamata twindemic, una parola-macedonia che in italiano potremmo tradurre come “pangemia”, per descrivere la quasi certa, e imminente, sovrapposizione di influenza e Covid-19. La medesima modalità di diffusione dei due virus, unita alla sintomatologia quasi identica, minaccia di rivelarsi una tempesta perfetta per la tenuta del sistema sanitario nazionale, già messo alla dura prova dalla prima ondata di Covid-19.

Certo, rispetto a sei mesi fa, quando del coronavirus sapevamo poco o nulla, le aziende sanitarie si sono attrezzate, mentre la popolazione è consapevole e preparata a ridurre il rischio di infezione. Tuttavia, la facilità di diffusione del virus continua a fare paura, peraltro giustificata dal progressivo aumento del numero di casi nelle ultime settimane.

Per facilitare l’individuazione dei casi di Covid-19 dalle semplici influenze stagionali, la campagna di vaccinazione antinfluenzale di quest’anno sarà anticipata a ottobre e soprattutto estesa agli ultrasessantenni.

“Non c’è evidenza di un effetto della vaccinazione antinfluenzale su Covid-19. Comunque, ridurre il carico di influenza comporta un minor sovraccarico delle strutture sanitarie e quindi, indirettamente, può favorire una più pronta diagnosi e una migliore assistenza delle persone affette da Covid-19”, spiegano a “Le Scienze” gli esperti del Ministero della salute. La vaccinazione è la forma più efficace di prevenzione dell’influenza. Ed è di particolare importanza nei soggetti ad alto rischio di qualunque età, per semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti. Inoltre, vaccinando contro l’influenza, si riducono le complicanze da influenza nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso.  dispetto della scarsa considerazione di cui spesso gode, l’influenza è tutto tranne che innocua, classificandosi stabilmente tra le prime dieci cause di morte in Italia. Anche se si tratta di misure indirette basate sulla mortalità in eccesso, ogni anno in Italia si registrano circa 8000 decessi dovuti all’influenza e alle sue complicanze.

A livello globale, il virus dell’influenza provoca ogni anno tra 290.000 e 650.000 decessi, con una media di circa 390.000. “Tutti i virus, compresi quelli dell’influenza, fanno da depressori della risposta immunitaria, spalancando le porte del nostro organismo a batteri, come pneumococchi e meningococchi, e altri microrganismi, subito dopo il proprio picco. E il dramma è che agiscono come una vera e propria associazione a delinquere: un virus è male, più virus insieme sono peggio”, conferma Paolo Bonanni, professore di igiene all’Università di Firenze.

Entrambi i virus vengono trasmessi per contatto, attraverso le goccioline di saliva. “Di conseguenza, le stesse misure di salute pubblica, come l’igiene delle mani e il distanziamento sociale potrebbero prevenire sia la diffusione del Covid-19 che dell’influenza”, sostiene Bonanni.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, a oggi non ci sono prove che le persone che sono guarite da Covid-19 e hanno sviluppato anticorpi siano protette da una seconda infezione. E il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) riporta che la durata della risposta anticorpale rimane sconosciuta, ma è noto che gli anticorpi verso altri coronavirus diminuiscono nel tempo e sono state dimostrate reinfezioni omologhe. Questo è un problema perché le persone che ritengono di essere immuni perché risultate positive a un test per la ricerca di anticorpi potrebbero ignorare le raccomandazioni delle autorità sanitarie, aumentando il rischio di trasmissione di entrambi i virus.

Influenza A, le vittime sono quindici volte di più

Influenza A, le vittime sono quindici volte di più


Gli statunitensi Centers for Disease Control e Prevention (CDC) hanno elaborato una nuova stima dei decessi causati dalla pandemia influenzale provocata dal virus H1N1 tra aprile 2009 e agosto 2010. Il numero delle vittime oscillerebbe tra 151.000 e 575.000 circa, ovvero quindici volte di più rispetto alle stime precedenti. Il 59 per cento dei decessi sarebbe avvenuto nel Sudest asiatico e in Africa. La stima dei CDC è stata ottenuta con un nuovo modello della mortalità da influenza ponderato sui dati dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La pandemia di influenza causata dal virus H1N1 (nota come influenza A) fra aprile 2009 e agosto 2010 avrebbe causato un numero di decessi enormemente più grande rispetto ai 18.500 per i quali era stata ottenuta la conferma dell’agente eziologico attraverso analisi di laboratorio. La nuova stima oscillerebbe fra 151.700 e 575.400 morti. Ad affermarlo è uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori che pubblicano in merito un articolo sulla rivista “The Lancet” a prima firma Fatimah S. Dawood degli statunitensi Centers for Disease Control and Prevention.

E’ noto che in generale il numero dei decessi per influenza confermati con test in laboratorio è significativamente inferiore al numero effettivo di vittime. Tuttavia spesso è difficile arrivare a una valutazione più precisa.

I risultati suggeriscono che l’80 per cento delle decessi abbia riguardato persone di età inferiore ai 65 anni, a differenza di quanto avviene nel caso dell’influenza stagionale, dove la maggior parte delle morti si verifica tra gli anziani. Poiché la pandemia del 2009 ha colpito fasce di popolazioni mediamente più giovani, l’onere globale in termini di anni di vita persi è stato molto più alto rispetto a quanto lo sarebbe stato per una stagione influenzale tipica. Inoltre, lo studio di Dawood e colleghi suggerisce che il 59 per cento dei decessi potrebbe essersi verificato nel Sudest asiatico e in Africa.

Per arrivare alla nuova stima, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo modello che ha usato i dati specifici sull’influenza in 12 nazioni a reddito basso, medio e alto. Inoltre hanno ipotizzato che il rischio di morte per influenza sia più alto in alcuni paesi rispetto ad altri, e hanno sfruttato per questa ponderazione statistica i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità sui tassi di mortalità per patologie delle basse vie respiratorie nei diversi paesi.

Le nuove stime si basano solo su dati provenienti dalle nazioni che durante la pandemia del 2009 hanno registrato sia il numero di persone che avevano sviluppato sintomi influenzali sia il numero di decessi tra i casi di influenza. Tuttavia, avvertono i ricercatori, la carenza nella disponibilità di dati di buona qualità per la maggior parte dei paesi colpiti, in particolare per quelli a basso e medio reddito,  può influire sulla precisione delle nuove stime.

Secondo gli autori, “è necessario uno sforzo continuato per rafforzare la sorveglianza sull’influenza in tutto il mondo, in particolare per quanto riguarda la mortalità associata, sia per orientare le strategie di prevenzione contro l’influenza stagionale sia per costruire sistemi di sorveglianza che forniscano dati migliori, più tempestivi e rappresentativi a livello globale durante le future pandemie”.

La previsione su quali saranno i principali ceppi di virus dell’influenza circolanti è affidata al Sistema globale di sorveglianza dell’influenza (GISRS), istituito dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1952. Attraverso una rete di 142 centri nazionali dedicati, cinque dei quali di riferimento per gli altri – Atlanta, Londra, Melbourne, Pechino e Tokyo – il GISRS monitora senza interruzione il virus e la sua evoluzione. Il centro per l’Italia è il Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.

“Ogni febbraio gli esperti dell’OMS si riuniscono e, sulla base delle segnalazioni dei vari laboratori nazionali, elaborano degli algoritmi sui ceppi che potrebbero diffondersi maggiormente nella successiva stagione influenzale”, spiega Paolo Bonanni, professore di igiene all’Università di Firenze, che chiarisce: “Come per il meteo, si tratta di previsioni: la maggioranza delle volte gli esperti ci azzeccano, altre no. L’incertezza fa parte del gioco, con così tanti ceppi esistenti sarebbe impossibile comportarsi diversamente.”

L’influenza è causata da quattro virus imparentati tra loro. Quelli di tipo A e di tipo B sono responsabili della sintomatologia classica, mentre quello di tipo C è generalmente asintomatico. Infine, esiste anche un virus di tipo D, la cui possibilità di infettare l’uomo rimane tuttavia poco chiara.

I virus di tipo A circolano sia nell’uomo che in altre specie e sono ulteriormente suddivisi in sottotipi, distinti in base alle differenze tra le proteine di superficie: emoagglutinina (H) e neuraminidasi (N). Ad oggi sono stati identificati 16 sottotipi di emoagglutinina e 9 di neuraminidasi.

I virus di tipo B riguardano solo l’uomo e ricadono in due diversi lignaggi: Victoria e Yamagata. La combinazione di queste possibilità determina di anno in anno la formulazione del vaccino: il trivalente di quest’anno comprende i ceppi H1N1 e H3N2 dei virus di tipo A e un lignaggio Victoria del tipo B. Nel quadrivalente è presente anche un lignaggio Yamagata del tipo B.

“Nel nostro paese sono stati approvati quattro vaccini, tre dei quali saranno presto in commercio: due quadrivalenti e un trivalente”, riassume l’infettivologa e igienista Antonella Spadea, direttrice dell’unità operativa complessa Accoglienza, tutela e promozione della salute del distretto 14 dell’ASL Roma 1 nonché membro del Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni (NITAG). Il quarto vaccino è il famigerato spray nasale quadrivalente, contenente virus vivi ma attenuati, usato diffusamente nel Regno Unito per i bambini e di cui la Regione Lombardia ha di recente annunciato la disponibilità.

I due vaccini quadrivalenti della campagna 2020-21 si differenziano per l’origine della coltura – uovo oppure cellule renali di cane – e sono rivolti ai più giovani; mentre il trivalente, che contiene un adiuvante per il sistema immunitario, è indicato per gli anziani.

“Superati i quarant’anni, il sistema immunitario tende a indebolirsi progressivamente. Per migliorare la risposta dell’organismo agli antigeni, in alcuni vaccini viene perciò aggiunto lo squalene, una molecola simile al cortisolo. Ecco perché è fondamentale che le Regioni offrano a ogni età il giusto vaccino”, aggiunge Scalea.

Come tutti i virus, anche quelli influenzali sono incapaci di riprodursi in modo autonomo. Per sviluppare questi vaccini bisogna innanzitutto inocularli in una cellula ospite, attendere che si riproducano e quindi prelevarli e centrifugarli fino a ridurli in microscopici frammenti – i cosiddetti “split” – che contengono gli antigeni, cioè le proteine che, nel nostro corpo, sono in grado di indurre la risposta immunitaria.

© Science Photo Library/AGF


“Trattandosi di prodotti biologici, la produzione di vaccini richiede molto tempo, in genere fino a sei mesi. I controlli di qualità sono estremamente severi e inoltre, basta una qualunque contaminazione per dover eliminare l’intero lotto” nota Spadea. Nella frammentazione del servizio sanitario nazionale, alcune Regioni si sono mosse per tempo, acquistando un quantitativo idoneo di dosi con largo anticipo.

Altre stanno cercando di colmare il ritardo, rivolgendosi anche al mercato estero, con grandi difficoltà: l’estensione della vaccinazione agli ultrasessantenni – circa 4 milioni di persone in più – ha fatto impennare le richieste, mettendo a dura prova la capacità produttiva delle aziende. Farmindustria ha dichiarato che la richiesta è aumentata del 40 per cento in base alle gare già fatte: in totale, i vaccini ordinati dalle Regioni quest’anno si aggirerebbero attorno ai 17 milioni contro i circa 10 dell’anno scorso.

Pur essendo diversa da stagione a stagione, l’incidenza dei casi di influenza si aggira mediamente intorno al 10 per cento (range: 4-15 per cento) della popolazione generale, ogni anno, mentre nella fascia d’età 0-14 anni, che è quella più colpita, l’incidenza, mediamente, è pari a circa il 26 per cento (12-40 per cento).

Lo scorso anno si è vaccinata il 16,8 per cento della popolazione generale, con punte superiori al 20 per cento in Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Molise. All’estremo opposto della classifica si posiziona la provincia di Bolzano (8,2 per cento), storica maglia nera delle vaccinazioni in Italia.

Limitando l’analisi alla popolazione anziana, la percentuale nazionale si attesta al 54,6 per cento. Molise, Umbria e Campania guidano la graduatoria con valori superiori al 60 per cento, mentre a Bolzano si assesta al 32,5 per cento. Una copertura molto lontana da quella ideale, pari al 95 per cento delle persone a rischio, suggerita dall’OMS. L’obiettivo realistico è raggiungere almeno il 75 per cento necessario a ridurre nettamente la circolazione del virus.

Incidenza delle sindromi influenzali in Italia per classi di età nella stagione 2019-2020 (Da Rapporto Influnet – Istituto Superiore di Sanità)


Il rispetto delle misure di prevenzione e della quarantena resta un elemento cruciale per contrastare la diffusione dell’infezione. “È quindi necessario mantenere elevata la resilienza dei servizi territoriali, continuare a rafforzare la consapevolezza e la compliance della popolazione al rispetto delle misure di controllo, realizzare la ricerca attiva e l’accertamento diagnostico di potenziali casi, l’isolamento dei casi, la quarantena dei loro contatti stretti. Queste azioni sono fondamentali per controllare la trasmissione ed eventualmente identificare rapidamente e fronteggiare recrudescenze epidemiche”, fanno sapere dal Ministero della salute.

Il supporto della medicina territoriale è stato fondamentale durante la pandemia per diminuire la pressione sugli ospedali. E lo sarà anche durante la campagna di vaccinazione antinfluenzale, a carico di medici di famiglia, aziende sanitarie locali e pediatri.

Secondo la Società italiana di medicina generale, la grande mole delle richieste verrà smaltita nel primo mese, continuando la somministrazione anche a novembre e dicembre, come raccomandato da OMS e Agenzia italiana del farmaco (AIFA). Dovendo rispettare i protocolli anti-Covid, l’attività vaccinale assorbirà più tempo ai medici di famiglia e richiederà maggiore coordinamento con i servizi vaccinali regionali, anche nell’individuare spazi idonei diversi dagli ambulatori.

Chi rischia di rimanere con il cerino in mano sono le persone che non rientrano fra le categorie per le quali la vaccinazione è raccomandata ma che ogni anno si rivolgono al farmacista per acquistare il vaccino a proprie spese. Secondo un’indagine di Assosalute, le persone che desiderano vaccinarsi sono passate dal 14 per cento dello scorso anno al 38 per cento di oggi. La crescita della domanda è confermata dalle previsioni di Federfarma, secondo la quale un milione di persone rimarranno a bocca asciutta.


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Medicina

Certificati e tamponi, ecco guida per le scuole

Circolare del ministero per il rientro di studenti ed operatori

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La circolare ‘Riapertura delle scuole. Attestati di guarigione da COVID-19 o da patologia diversa da COVID-19 per alunni o personale scolastico con sospetta infezione da SARS-CoV-2′, che porta la data di ieri ed e’ a firma del Direttore generale del ministero della Salute Gianni Rezza, riassume i criteri previsti per il rientro a scuola di alunni e personale docente e non docente in caso di Covid o di altra patologia. La circolare, inviata ad una cinquantina di soggetti interessati fra ministeri enti e Federazioni, prevede 4 tipologie di intervento:

1) ALUNNO OD OPERATORE SCOLASTICO POSITIVO AL TEST DIAGNOSTICO PER SARS-COV-2.

Se il test risulta positivo, si notifica il caso e si avvia la ricerca dei contatti e si indicano le azioni di sanificazione straordinaria della struttura scolastica nella sua parte interessata. Per il rientro in comunità bisognerà attendere la guarigione secondo i criteri vigenti. Attualmente le indicazioni scientifiche prevedono l’effettuazione di due tamponi (test di biologia molecolare) a distanza di 24 ore l’uno dall’ altro con un contestuale doppio negativo, cui potrà conseguire la conclusione dell’isolamento e l’inserimento in comunità. L’ alunno o operatore scolastico rientrerà a scuola con attestazione di avvenuta guarigione e nulla osta all’ingresso o rientro in comunità.

2)ALUNNO OD OPERATORE SCOLASTICO NEGATIVO AL TEST DIAGNOSTICO PER SARS-COV-2.

Se il test diagnostico è negativo, in paziente sospetto per infezione da SARS-CoV-2, secondo sua precisa valutazione medica, il pediatra o il medico curante, valuta il percorso clinico/diagnostico più appropriato (eventuale ripetizione del test) e comunque l’opportunità dell’ingresso a scuola. In caso di diagnosi di patologia diversa da COVID-19, la persona rimarrà a casa fino a guarigione clinica.

3)ALUNNO OD OPERATORE SCOLASTICO CONVIVENTE DI UN CASO ACCERTATO.

Si sottolinea che qualora un alunno o un operatore scolastico fosse convivente di un caso, esso, su valutazione del Dipartimento di prevenzione, sarà considerato contatto stretto e posto in quarantena. Eventuali suoi contatti stretti (esempio compagni di classe dell’alunno in quarantena), non necessitano di quarantena, a meno di successive valutazioni del Dipartimento di Prevenzione in seguito a positività di eventuali test diagnostici sul contatto stretto convivente di un caso.

4)ATTESTAZIONE DI NULLA OSTA ALL’ INGRESSO O RIENTRO IN COMUNITÀ DOPO ASSENZA PER MALATTIA

In caso di test diagnostico per Sars-cov-2 con esito positivo, dopo aver preso in carico il paziente ed aver predisposto il corretto percorso diagnostico/terapeutico si predispone, dopo la conferma di avvenuta guarigione, con l’effettuazione di due tamponi a distanza di 24 ore l’uno dall’ altro risultati negativi, “Attestazione di nulla osta all’ ingresso o al rientro in comunità”. In caso di patologie diverse da COVID-19, con tampone negativo, il soggetto rimarrà a casa fino a guarigione clinica seguendo le indicazioni e si redigerà una attestazione che l’alunno o operatore scolastico può rientrare a scuola poiché è stato seguito il percorso diagnostico-terapeutico e di prevenzione per COVID-19 come disposto da documenti nazionali e regionali.


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Medicina

Come distinguere tra Covid-19, raffreddore e influenza?

La sintomatologia è per lo più sovrapponibile, se se escludono alcune sfumature. Ecco perché rimane sempre fondamentale il ruolo della prevenzione

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Così simili, così diversi. Covid-19 e influenza si somigliano sì, ma da subito è stato chiaro che l’infezione da Sars-Cov-2 non fosse solo un’influenza (già di per sé da non sottovalutare). Ma è innegabile che punti di incontro ci siano: entrambe malattie virali, entrambe respiratorie, possono soprattutto portare a sintomi simili. Motivo per cui, ormai alla vigilia di ottobre, quest’anno il consiglio di vaccinarsi contro l’influenza è più forte del solito. Potrebbe aiutare la diagnosi e sgravare, almeno un po’, le strutture sanitarie dal peso che ogni anno devono affrontare a causa dell’influenza. Il ruolo del vaccino nella diagnosi differenziale trova supporto proprio nel fatto che molti dei sintomi sono simili tra le due condizioni. E se è vero, che per l’una e l’altra oggi l’ultima parola non può che spettare al tampone, alcune differenze esistono, sebbene interpretarne il significato a fini diagnostici resta competenza dei medici.

Influenza, Covid-19 e raffreddori

Febbre, tosse secca e stanchezza. Secondo quanto riferisce l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono questi i sintomi più comuni dell’infezione da coronavirus. Ma possono presentarsi anche brividi, dolori muscolari, mal di testa, mal di gola, diarrea, congestione nasale, vomito, diarrea. Tutti gli stessi sintomi però sono comuni anche in caso di influenza. Più tipici, ma certamente non esclusivi, di Covid-19 sono la perdita di gusto e olfattorespiro corto e difficoltà nella respirazione, ma alle infezioni da coronavirus sono state associate la congiuntivite e alcuni manifestazioni cutanee, come la comparsa di rush e geloni.

Nel caso del raffreddore la sintomatologia si limita in genere a naso e gola, con mal di gola appunto, naso congestionato, tosse, perdita di sensibilità nel percepire sapori e odori, starnuti. Rispetto all’influenza, però, i sintomi sono meno forti e tendono ad avere una comparsa graduale, e non così rapida come per i virus influenzali.

La comparsa dei sintomi

Questi sintomi tendono ad apparire gradualmente, e sebbene siano praticamente sovrapponibili a quelli dell‘influenza, alcuni ricercatori hanno cercato di capire se esistano delle caratteristiche anche nella loro comparsa, che possano magari essere in parte d’aiuto nell’identificare casi sospetti. Lo scorso mese, in proposito, uno studio mostrava per esempio che era possibile identificare un ordine più frequente nella comparsa dei sintomi da Covid-19, che vede in successione febbretosse, dolori muscolari, nausea, vomito e diarrea. Di contro, non di rado nell’influenza è la tosse a comparire per prima.

Ma più in generale, concordano gli americani Cdc e l’Oms, la comparsa dei sintomi da Covid-19 è diversa da quella dell’influenza in termini di tempistiche assolute. Ovvero: le infezioni da Sars-Cov-2 possono avere tempi di incubazione più lunghi di quelli dell’influenza. Anche in questo caso in generale, s’intende. Se infatti il tempo medio di comparsa dei sintomi dall’infezione con un virus influenzale va da un giorno a 4 giorni, per Sars-Cov-2 si parla in media di cinque giorni, anche se la finestra può allargarsi da 2 a 14 giorni.

Raffreddore, influenza o Covid-19?

Con l’inizio della prossima stagione influenzale, la circolazione dei virus parainfluenzali, e mentre siamo ancora in piena pandemia da Covid-19, capire, almeno in un primo momento alla comparsa dei sintomi a cosa siano riferibili non è semplice. Ma si tratta di un compito pur sempre relegato alla classe medica, ribadisce a Wired Rocco Russo, pediatra responsabile del tavolo tecnico sulle vaccinazioni della Società italiana di pediatria: “Con l’apertura delle scuole sappiamo che ci troveremo a vivere l’emergenza pandemica in un periodo invernale in cui ci sarà una maggiore circolazione di altre forme virali, in ogni caso anche noi pediatri operanti sul territorio nazionale abbiamo a disposizione una serie di specifiche raccomandazioni ministeriali, che a seguito di opportune segnalazioni da parte dei genitori ci permetteranno di mettere in atto tutte le procedure per la gestione del bambino con sintomatologia sospetta Covid-19”. Quello cui Russo si riferisce è il fatto che inevitabilmente i genitori riporteranno sintomatologie riferibili a raffreddori, influenze e Covid-19, ma che la sola presenza dei sintomi non può essere, ogni volta, fonte di allarme“Il genitore deve intercettare questi sintomi e riferirli al pediatra, al quale spetta il compito di filtrare le informazioni disponibili e capire se trattare il bambino come caso sospetto o no”.

E farlo, continua il medico, significa prima di tutto tenere in considerazione che le malattie infettive possono presentarsi in maniera aspecifica rispetto alla sintomatologia classica e che la sintomatologia si diversifica da soggetto a soggetto. “Sappiamo che, nel caso di Covid-19, l’elemento più frequente è la febbre, insieme a interessamento delle vie aree con tosse e mal di gola – riprende Russo – e che in genere le manifestazioni cliniche sono più sfumate che nell’adulto. E anche se per esempio sintomi gastrointestinali come la diarrea nei bambini appaiono leggermente più frequenti rispetto all’influenza non è possibile identificare solo sulla base dei sintomi le diverse condizioni”. Anche perché, continua l’esperto, i virus influenzali cambiano di anno in anno e di volta in volta può cambiare anche l’interessamento ai diversi distretti del corpo e dunque le manifestazioni, come quelle gastrointestinali appunto.

“Ancora oggi il primo elemento fondamentale nel sospettare un caso da Covid-19 è il contatto con un positivo”, rimarca Russo ricordando il ruolo imprescindibile delle misure di prevenzione raccomandate contro la diffusione del virus Sars-Cov-2“Uso di mascherine, distanziamento personale e il lavaggio frequente delle mani, risultano essere validi interventi preventivi non solo contro il Sars-Cov-2 ma anche contro la diffusione di altri virus, compresi quelli dell’influenza, per alcuni dei quali abbiamo la possibilità di avere a disposizione anche uno specifico vaccino”, conclude il pediatra, ma non bisogna dimenticare i comportamenti: mandare un bambino a scuola con il naso che cola era sbagliato prima e lo è anche oggi”.


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Angelo Cadeddu Avatar Angelo Cadeddu
23 March 2017

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