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Umberto Eco è morto, aveva 84 anni

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Morto Umberto Eco, aveva 84 anni. Modernizzò la cultura

on Umberto Eco se ne va una delle menti più brillanti, sofisticate e geniali della #cultura italiana. Risulta difficile, specialmente per chi ne ha amato la multiforme produzione narrativa e saggistica, scegliere un brano, uno dei libri migliori. Umberto Eco era come una di quelle particelle impazzite previste dalla meccanica quantistica, un po’ più vicino o più lontano rispetto a dove avrebbero dovuto essere. Amava spiazzare l’interlocutore, prendersi beffe del lettore.

Sempre con uno sguardo bonario e rassicurante, di chi la sa molto più lunga di noi ma non per questo deve farti sentire inferiore. Spesso arrivava, comunque, molto più in alto di dove sia possibile arrivare. Di certo è stato “Il nome della rosa” a lanciarlo nel grande gioco della letteratura mondiale. Quel romanzo nato quasi per scommessa, che mescolava – nei lontani anni Ottanta – erudizione medievistica, savoir faire da noir di altri tempi, e struttura implacabile, da congegno a orologeria. Il film che ne seguì, non fu gran cosa. Ma intanto, tutti favoleggiavano dello scrittore che aveva scritto, certamente, tutto quanto al computer.

DEBOLEZZE

Umberto Eco

Umberto Eco

Piace, anche, ricordare Umberto Eco per certe debolezze umoristiche, ben più geniali di tanti saggi letterari. Come quel frammento, da “Diario Minimo”, in cui Eco immagina un team di ricercatori marziani di ritorno da una spedizione archeologica sulla Terra. Il relatore, che si rivolge ai suoi “chiarissimi colleghi”, come fosse una qualsiasi relazione universitaria, racconta di avere trovato, sul pianeta distrutto da una apocalisse atomica, solo pochi resti della civiltà umana. E in particolare alcune canzoni di Sanremo. Così, è costretto a risalire a “come eravamo” in base a pochi testi bruciacchiati: I papaveri sono alti alti alti…

Era capace di far sorridere. Eppure, i suoi libri erano come cattedrali. Chi ha letto “Il Pendolo di Foucault” troverà certamente scadenti e stantii certi romanzi arrivati molto dopo, come Il codice da Vinci. La sua erudizione, soprattutto, non conosceva limiti. Ed era religioso, a modo suo, nel senso latino di “religere”, “mettere insieme”. In un modo che piaceva anche a Marguerite Yourcenar, altra grande scrittrice del passato, che con lui aveva più di un punto in comune. Il professore Guido Fink ricordava di averlo visto scrivere i suoi articoli tra una conferenza e l’altra, o durante lo stesso convegno, con una naturalezza che oggi definiremmo “multitasking” – termine che certamente deve avergli fatto orrore. Era barocco, esagerato, camaleontico. In Irlanda aveva ammirato senza esitazione il libro di Kells, un codice miniato di autore ignoto, dalle illustrazioni mostruose, eppure splendide, che sembrano catturarti al loro interno. Ammirava il collega dell’Alma Mater bolognese Piero Camporesi, anche lui scomparso, che come pochi seppe raccontare la sensualità, gli umori, i sapori dell’età moderna.

CONCRETEZZA

Eppure Umberto Eco era anche un uomo concreto, uno che amava la materialità dei fatti. Quindi, elenchiamoli. Aveva 84 anni. La sua morte è avvenuta alle 22,30 di ieri sera, nella sua abitazione. Era nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932. Ma come definirlo? Semiologo? FIlosofo? Multiforme e poliedrico scrittore? Dal 2008 era professore emerito e presidente della Scuola superiore di Studi umanistici dell’Università di Bologna. Di recente si era schierato, assieme ad altri colleghi, e contro la direzione dell’economia nazionale, contro la fusione tra Rizzoli e Mondadori. “Le preoccupazioni della stampa europea non sono dovute a pietà e amore per l’Italia ma semplicemente al timore che l’Italia, come in un altro infausto passato, sia il laboratorio di esperimenti che potrebbero stendersi all’Europa intera”, aveva scritto, alcuni anni prima.

Guardava alla stoltezza con orrore: “il problema della Stupidità ha la stessa valenza metafisica del problema del Male, anzi di più: perché si può persino pensare (gnosticamente) che il male si annidi come possibilità rimossa del seno stesso della Divinità; ma la Divinità non può ospitare e concepire la Stupidità, e pertanto la sola presenza degli stupidi nel Cosmo potrebbe testimoniare della Morte di Dio”. Era sempre in un posto diverso rispetto a dove si credeva che fosse. In un tempo diverso, anche, come i protagonisti dell’Isola del giorno prima, in un atollo del Pacifico. Negli ingranaggi di un mistificatore capace di ispirare gli orrori di Hitler, come in “il Cimitero di Praga“. O come nell’ultimo libro, molto diverso da tutti gli altri, Numero zero. In cui sotto i riflettori è l’informazione stessa, e il protagonista finisce in un ingranaggio molto più grande di lui. Sarà pure la stampa, bellezza. Ma quello che viene stampato non è mai quello che sembra.

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Novello Novelli, è morto a 87 anni lʼattore toscano di tanti film comici

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L’artista toscano Novello Novelli, interprete di teatro e di numerosi film comici tra gli anni ’80 e 2000, è morto questa mattina all’alba all’età di 87 anni. Sul grande schermo i suoi personaggi hanno raccontato lo spirito toscano accanto ad attori come Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti, Leonardo Pieraccioni…

Novellantonio Novelli, questo il suo vero nome, era nato a Poggibonsi, aveva abbandonato il lavoro di geometra per dedicarsi allo spettacolo: prima come impresario dei fratelli Santonastaso e poi come attore nel 1981 con “Ad Ovest di Paperino” di Alessandro Benvenuti. I suoi numerosi film comici sono divenuti di grandissima popolarità, con ruoli sempre da caratterista con un marcato accento toscano. Ha lavorato accanto a grandi attori tra cui anche Athina Cenci, Alessandro Haber, Massimo Ceccherini, Alessandro Paci, Carlo Monni. 

 

Tra i film di maggiore successo, da ricordare “Io Chiara e lo Scuro” (Maurizio Ponzi 1982); “Tutta colpa del Paradiso” (Francesco Nuti, 1985); “Caruso Pascoski di padre polacco” ( Francesco Nuti, 1988) “Benvenuti in casa Gori” (Alessandro Benvenuti, 1990) ; “Cari Fottutissimi amici” (Mario Monicelli, 1994).
Negli ultimi tempi era ricoverato in una casa di riposo ma era sempre residente a Poggibonsi, dove era conosciutissimo e apprezzato.

 
  

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Charles Manson è morto, ecco la sua storia

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Charles Manson è morto. Già lo scorso gennaio era stato ricoverato a causa di emorragie intestinali ritenute gravi, a luglio un ennesimo ricovero che, stando a quanto riportavano i media americani, si sarebbe presto concluso con il decesso di Manson. Nato nel 1934 è finito agli onori della cronaca nera nel 1969 per l’omicidio di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski.

La donna era incinta e questo fatto, oltre alla violenza con cui il crimine è stato consumato, ha scosso gli animi dell’opinione pubblica.

Ma la vita borderline di Manson comincia molto prima del 1969. Già durante gli anni ’40 il suo nome è stato scritto diverse volte nei registri degli istituti di correzione americani, per furti d’auto, rapine e una serie di reati minori.

Charles Manson

Manson nel 2017 (Immagine: tmz.com)

Gli omicidi e la Manson Family

Durante il mese di luglio del 1969, Manson ha commissionato l’omicidio dell’insegnante di musica Gary Hynman. Il 9 agosto dello stesso anno l’omicidio di Sharon Tate (incinta di otto mesi) e di suoi quattro amici che erano in casa dell’attrice, moglie di Roman Polanski. Tra questi anche Terry Melcher, che aveva rifiutato di scritturare Manson nonostante avesse mostrato interesse per le sue canzoni. Gli omicidi sono stati compiuti dai membri del gruppo creato da Manson, la Manson Family, con l’unica eccezione di Linda Kasabian che è rimasta fuori dalla casa di Polanski per fare il palo e dello stesso Manson al quale, infatti, la giustizia ha sempre contestato il ruolo di mandante ma non di esecutore materiale.

I cinque presenti in casa sono stati uccisi in modo barbaro, ma l’omicidio di Sharon Tate, compiuto da Susan Atkins, ha colpito più degli altri anche perché l’assassina ha utilizzato il sangue della donna per lasciare scritte su porte, muri e specchi.

Il 10 agosto, quindi un giorno dopo, la Manson Family ha ucciso in modo barbaro l’imprenditore Leno LaBianca e sua moglie Rosemary. L’ultimo loro omicidio è stato quello di Donald Shea, membro della setta stessa, reo di avere sposato una donna di colore.

Un’infanzia incerta
Nato da Kathleen Maddox quando era sedicenne, Manson ha preso il cognome di un uomo con cui la madre è convissuta per un periodo. Non si ha certezza di chi fosse il padre biologico, è però certo che Maddox si è rivolta alle autorità per cercare di rintracciarlo. Quella di Manson è stata un’infanzia di incertezze e equilibri instabili; per un periodo ha seguito la madre da un motel all’altro.

Charles Manson

Gli anni di reclusione

Durante le esperienze in due diversi riformatori in Virginia e in Ohio, Manson ha alternato periodi di calma ad altri di ribellione. Nel 1954 ha ottenuto la libertà condizionata e, dopo essere ritornano da alcuni parenti in Virginia, ha sposato Rosalie Jean Willis. Neppure il matrimonio è riuscito a mitigare la sua natura, tant’è che Manson ha presto ricominciato a compiere piccoli reati, evitando il carcere grazie al parere di uno psichiatra ma, non rispettando le norme della libertà vigilata, è stato nuovamente arrestato. Incarcerato a Terminal Island (Los Angeles) ha conosciuto altri detenuti con i quali ha pianificato un giro di prostituzione che ha messo in atto durante un periodo di libertà, motivo per il quale è stato ricondotto dietro le sbarre nel 1960 per scontare una condanna a 10 anni. Periodo durante il quale Manson si è concentrato, studiando diverse discipline, sulla capacità di manipolare gli altri, approfittando anche per imparare a suonare la chitarra.

Quentin Tarantino, nel frattempo, sta cercando un produttore per un film che narra la vita di Charles Manson.

 
  

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Morto Jerry Lewis, l’artista aveva 93 anni

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L’attore si è spento a 91 anni, nella sua casa di Las Vegas dove viveva con la seconda moglie. Attore, sceneggiatore, regista, produttore, cantante e inventore di nuove tecnologie: il 16 marzo è la festa di uno dei più grandi showman del Novecento. Che il MoMa celebra con una personale. Dall’adolescenza fra fumetti e le prime imitazioni ai trionfi di Hollywood fino all’incontro con Scorsese. Un nevrotico gigante della moderna comicità. Che solo l’Europa ha saputo capire e amare per davvero.

Jerry Lewis si è spento a novantun anni, probabilmente per cause naturali, nella sua casa di Las Vegas, dove viveva con la seconda moglie, la ballerina Sandee Pitnick. Una ricchissima carriera, quella dell’amato Picchiatello, regista, attore, comico insuperabile. E una lunga vita, malgrado le tante tribolazione della salute negli anni: quattro by pass coronarici, il diabete, un cancro alla prostata asportato e una fibrosi polmonare. In passato aveva sofferto di una grave meningite e della rottura di una vertebra mentre eseguiva una delle sua esilaranti ma anche impressionanti cadute.

Quando la Francia s’innamorò di lui 
Primo episodio: ormai all’apice della gloria in patria, nel 1970, la nona regia di Lewis è Scusi dov’è il fronte? Un irresistibile, acuminato apologo contro la stupidità della guerra, nel quale interpreta, come spesso ha fatto e farà, e nel caso nella scia del Chaplin di Il grande dittatore, un doppio, opposto ruolo: il ricco playboy Brendan Byers III, che respinto alla leva si paga un esercito pur di andare a cercar gloria in guerra, e il feldmaresciallo Kesselring (vero nome dell’infame comandante delle truppe naziste in Italia dopo l’8 settembre), del quale veste i panni per conquistare, alla testa dei suoi, il bunker di Hitler. Anche per via dei peana delle punte di diamante della critica non solo transalpina, le riviste Cahiers du cinema e Positif, il film strega i cuori del raffinato, cinefilo pubblico francese. E non è un caso che la nuova svolta della sua rivoluzionaria comicità stesse allora esaurendo la presa sul pubblico americano, mediamente privo dei livelli intellettuali richiesti per addentrarsi con profitto nell’ormai ansiogena, talvolta urticante, vis comica che l’instancabile sperimentatore stava elaborando. A conferma, il secondo episodio: anche da noi il Picchiatello – il suo personaggio principe in italiano, negli Usa The Kid – ha viaggiato forte in quegli anni. Sarà infatti Venezia a premurarsi, 1999, di conferirgli il Leone per l’intera sua vicenda artistica. Mentre Cannes 2013, toujours la France…, gli ha dedicato un tributo speciale, nel quale compare anche Max Rose di Daniel Noah. Con Lewis ottantaseienne, e ancora bellissimo (da giovane è riuscito come nessuno a sfregiare la propria clamorosa avvenenza, fino a cancellarla con folli smorfie gommose e movimenti da acrobatico, schizzato Pinocchio), nei panni di un vecchio pianista jazz che ripercorre la vita dopo la morte della moglie.

L’invenzione di Telethon, la candidatura al Nobel per la pace 
Nello stesso 2013 l’ultimo film: un meta-cameo come Bellboy – titolo originale, quello italiano è Ragazzo tuttofare, della prima pellicola di cui Lewis fu, 1960, soggettista, sceneggiatore, regista, produttore e, col significativo nome di Stanlio, protagonista – nella commedia del brasiliano Roberto Santucci Até que a Sorte nos Separe (finché fortuna non ci separi). Per il suo cinema avanguardista il posto adatto è dunque per forza la vecchia Europa. E allora, non sarà fortuito neppure il fatto che fra i suoi riconoscimenti, comunque largamente inferiori ai meriti, non gli sia mai stato dato l’Oscar, neanche alla carriera: il solo che riceve nel 2009, da fondatore, 1966, di Telethon e assiduo sostenitore di altre cause filantropiche, è il Jean Hersholt, speciale premio sempre dell’Academy, accompagnato dall’identica statuetta, per eccezionali meriti umanitari. Nello stesso segno la candidatura al Nobel per la pace, avanzata nel ’77 dall’importante senatore democratico Les Aspin.

 

 

Gli auguri della sua New York 
Nel programma per il novantesimo di Lewis, celebrato l’anno scorso, la sua vecchia città, New York, aveva inserito un incontro con  Scorsese. Che con lui e De Niro ha girato nel 1982 un altro capolavoro, King of Comedy (Re per una notte). Che porta sullo schermo paure e nevrastenie di un Re-Lewis per nulla simpatico, riflettendo amaramente su fama e anonimato, vita e commedia, sul minaccioso rapporto ossessivo che si può instaurare, negli Usa, fra idolo e fan aspirante idolo. Ovvero un De Niro miracolosamente dissociato fra il buon ragazzo della porta accanto e il potenziale criminale che infatti diverrà. Una sorta di aggiornamento del catalogo lewisiano delle moderne psicopatologie americane. E il miglior omaggio possibile a lui, che solo un suo pari poteva realizzare.

Quel suo umorismo irritante e scorretto
Era il suo un umorismo impregnato di nevrosi, imbarazzato, convulso e imbarazzante. Irritante, estremo, irrispettoso. Cinico e inappellabilmente scorretto. Persino noir, nel senso di comicamente sinistro, di persone e cose mostruose, dall’etimo “da mostrare”, che all’espressione “humour noir” dava, con la sua celebre antologia, André Breton. Un celebre critico francese, non per nulla di formazione surrealista, Robert Benayoun, scriverà, con limpida lucidità europea, un analisi ancor’oggi insuperata: “Considero Jerry Lewis, da quando è morto Buster Keaton, il maggiore artista comico del nostro tempo. Rispecchia perfettamente i tempi in cui viviamo e contemporaneamente li critica”. Godard gli farà eco anni dopo: “Jerry Lewis è l’unico regista americano al giorno d’oggi, che cerca di sperimentare qualcosa di nuovo e originale nei propri film; è molto meglio di Chaplin e Keaton”. Status che Lewis nega recisamente, assegnando un non negoziabile scettro a Chaplin, per lui “una parola magica”, e Stan Laurel, suo venerato amico di penna. E mettendo Carrey – il più credibile fra i suoi discendenti – il povero Robin Williams e Benigni fra i migliori delle ultime decadi. Discendenza che vien facile imparentare con le turbolenze interiori e le loro stravolte traduzioni corporali di Lewis.

Da peste e sfaccendato a maestro
Jerry è già se stesso da ragazzino. In tutta la delirante doppiezza che culminerà ne Le folli notti del dottor Jerryll (1963), forse il suo più apprezzato lavoro, che trasforma il capolavoro di Stevenson in una delle infinite, fortunatissime parodie con le quali risparmierà ben pochi fra miti, storie e pellicole del ‘900. Figlio degli immigrati ebrei russi, David Levitch, comedian di vaudeville, e Rachel Levitch, il piccolo Lewis è una peste. Anche se ha ragione da vendere quando tira un pugno ad un insegnate antisemita del college. Innamorato pazzo dei fumetti che consuma in quantità industriali, si dimentica perciò spesso di andare a scuola o ci arriva in puntuale ritardo. Mentre segue i genitori nei teatri di provincia dove il padre si esibisce, ottiene i primi buoni successi imitando compagni di scuola e insegnanti. Come il suo proprietario, la vocazione del Picchiatello già strilla e scalcia in cerca di un palco. Nella girandola di impieghi da nulla che infatti non prende con la minima serietà – commesso, magazziniere, quel fattorino d’hotel che, come altri impieghi in altri film, tornerà in Ragazzo tuttofare – finché arriva quello buono.

L’incontro fatale con Dean Martin
Perché il cinema-teatro di Broadway dove fa la maschera, gli regala uno spazio e il tempo per provare le imitazioni in playback di celebri ugole d’allora. L’uomo-spettacolo totale, come lo chiameranno i francesi, è pronto. Nel ’44 il primo tour. Due anni più tardi, 26 giugno 1946, già amico di un altro debuttante di superlusso, Dino Crocetti, figlio di un’altra minoranza più noto come Dean Martin, lo trascina in scena causa assenza di un collega. Complice la storia, è fatta. La comicità Usa d’anteguerra, generi e star, dai Marx a Laurel e Hardy, che per l’epilogo sceglieranno pure loro l’Europa, è in articulo mortis. La coppia Lewis-Martin imbocca a passo di carica la via per la gloria a colpi di risate fresche di conio. Lo schema “il bellone e lo sfigato” è infatti novissimo e funziona a meraviglia. La loro diventa in fretta una cavalcata trionfale che durerà fino al ’56: dalle prime affermazioni nei night club ai grandi teatri, la radio, la tv, il cinema, i dischi e i fumetti. Perché quei due sono così stelle che dal 1952 al 1957 il colosso DC comics pubblica un’acclamata striscia tutta per loro, che col solo Lewis arriverà addirittura al 1971, facendolo duettare con Batman, Superman e altri eroi di carta. Da La mia amica Irma (1949) a Hollywood o morte! (1956), anno della tutt’altro che pacifica separazione, il solito scontro di eghi, sono ben sedici in sette anni i loro film, fra i quali il fondamentale Nipote picchiatello. Tutti o quasi diretti da un quartetto di artigiani capaci di servire – come a suo tempo fecero i Marx con Leo McCarey – col debito garbo e ottimo mestiere i due mattatori: George Marshall, Hal Walker, Frank Tashlin, Norman Taurog. Ai quali seguiranno per Lewis, in anni più vicini, anche Billy Cristal e Emir Kusturica. Una volta separati, come si sa, per Jerry e Dean altri fiumi di gloria scorreranno. E a lungo.

Una vita molto complicata
Non è nuovo né esagerato affermare che Lewis è stato uno dei più grandi uomini di spettacolo del XX secolo. Dato che ha saputo essere nel tempo attore dalle sbalorditive risorse, specie mimico-fisiche, intrattenitore sublime, soggettista e sceneggiatore, musicista, docente di cinema (fra i suoi allievi i ragazzi prodigio Spielberg e Lucas), e il regista che sappiamo. Un vero uomo-cinema. Capace inoltre di rinnovarlo alla base. Come fece negli anni Paramount, dove imperversava col solito manicale perfezionismo in ogni fase della produzione e dove inventò il video assist, la camera con monitor che gli mostrava in tempo reale i giornalieri. Di fatto una profezia del digitale. Immediatamente, va da sé, ripresa da tutti. Come quasi tutti i geni che si rispettino, Lewis ha avuto una vita molto complicata, alla quale ha risposto con eccezionale forza di carattere, messa di nuovo alla prova anche pochi anni fa, 2009, dal dolore per la morte del figlio più giovane, Joseph, a causa di un’overdose di barbiturici. Una vita non facile, e non solo per gli incalcolabili guai di salute, ma anche per via d’un carattere disastroso. D’altronde, come si usa dire: non esistono cattivi caratteri, ma solo caratteri. Pare tagliata da un sarto per il Picchiatello. Che in questo non diverge troppo dagli strani, malinconicissimi predecessori “tristi, solitari y final” Buster Keaton, Stanlio e Ollio, né dal poco simpatico sex addicted Charlie Chaplin. La fatica di essere comici. Di avere, in generale, una tale sensibilità che il maggior problema diventa difendersene. In Lewis si intrecciano la dissacrante tradizione ebraica, la modernità vertiginosa e nevrotica dell’America moderna, un’impressionante consapevolezza dei propri talenti e limiti, regolare oggetto di sulfurea autoironia, il naturale esibizionismo e la sfrontatezza che stanno nella valigia dei migliori uomini di spettacolo. Specie i comici.

Nudi e mediocri nel suo specchio deformante
Sembrerà azzardato, ma pensando all’estremismo della comicità e alle cosiddette gaffe di Lewis, par d’intravedere Lenny Bruce. La sua incoercibile necessità di seguire, fino ad oltrepassare i limiti di leggi e convenienze sociali, il proprio istinto comico e non, intinto nel nero cupo di ciò che di noi e del mondo risolutamente neghiamo né vogliamo vedere e sapere. Cosa permessa fin dall’antichità solo a comici e tragici: dire, sorta di oracolo e medium, le cose come si pensa che stiano, senza mediazione alcuna. Mostrandoci a noi stessi e agli altri come mai vorremmo scoprire di essere. Nudi, goffi, mediocri e senza difese. Come riflessi in uno specchio deformante, scandaloso e però veritiero. Lewis, come i comici di razza, attirava quel greve fardello sulle sue sole spalle. Fermandosi solo un po’ prima della perfetta, mortale coincidenza vita-spettacolo di Lenny. Dicendoci di noi tutte le bassezze che persone come loro han già da tempo scoperto e accettato. Più che in scena, in una terra di nessuno di battute rubate o citate fuori contesto, Lewis, con le sue fin troppo enfatizzate gaffe, s’è mostrato talvolta svelandosi al di là di sé e della propria volontà e controllo.

Gli Usa puritani e il grande fool
Momentanei smarrimenti di coscienza e falle del super io, di nuovo la fatica di essere comici. Perdite di controllo che in pubblico, nei puritani Usa, anche per un comico di oggi, qualora, come Lewis o il più estremo Lenny, sia vero pronipote del fool shakespeariano (giullare ma anche pazzo, dunque autorizzato a tutto dire, fornendo così all’autore, come un dissociato, più personalità), è infinitamente più vietata, o meno ammissibile, che nella Vecchia Europa. È anche e soprattutto in questa luce che, per davvero comprendere le indignatissime e, per noi europei, un po’ ridicole reazioni dei benpensanti Usa, vanno collocate le presunte offese a spastici e distrofici, che certo mal si attagliano alla generosità di filantropo di lunghissimo corso, ma delle quali Jerry infatti si è abbondantemente scusato; l’uso in una diretta tv e un’intervista della parola “fag” (frocio, in inglese è termine assai spregiativo); le battutacce sulle donne-comico (“mi urtano un po’ i nervi”), dalle quali si difendeva con buonsenso e l’ennesima contraddizione ricordando i suoi undici film con una spalla femminile. In fondo quattro sciocchezze, se paragonate a quanto ha saputo dare. Tenendo invece presente di quanto sangue grondi la questione delle armi illegalmente detenute in America, la pistola non autorizzata e funzionante rinvenuta in una borsa di Lewis ad un controllo bagagli nell’aeroporto McCarran di Las Vegas, 2008, destò uno scalpore francamente modesto. Anche se il suo manager si affrettò a definirlo un innocuo pezzo da collezione, mentre lo showman peggiorò goffamente le cose qualche tempo dopo – momentanea fuoriuscita del Picchiatello nella vita vera? – rivelando che era il dono di un fan. Ma diciamocelo. Per farla breve, un comico buono o simpatico non sarebbe mai diventato Jerry Lewis.  Addio Picchiatello, eterno adolescente! E grazie di tutto.

 
  

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Crediti :

la Repubblica

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