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Una vibrazione oltre la Soglia

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(Prefazione al libro di Mauro D’Angelo La Dea Nera, Atmosfera Edizioni, 2013)

DeaNeraCome attesta l’amico Mauro D’Angelo in un passo di questo suo prezioso manuale, sin dagli albori l’umanità intera ha registrato  in varie e disparate forme una costante influenza occulta e subliminale da parte della Dea Nera Lilitu e del suo antitetico sposo Pazuzu. Trattasi, nel caso di Lei, di forme e figure (Imago) che risultano da sempre essere l’antitesi, cromatica e vibrazionale, delle accomodanti – e secondarie – funzioni femminili che troppe società, a Occidente quanto a Oriente, relegano in secondo piano a incarnare cliché di comodo in cui la donna risulta depauperata di qualsiasi effettivo potere decisionale.

Citando ancora Mauro, colpisce un’analogia quasi devastante: il crescente fenomeno che passa in cronaca con il termine di “femminicidio” potrebbe interpretarsi nel profondo come un attacco maschile “di massa” all’imago subliminale di Lilitu, avvertita come pericolo a causa del suo messaggio carnale e liberatorio. Torna alla mente un fondamentale studio del 1982 redatto dall’analista junghiano americano Bradley A. Te Paske, Il rito dello stupro (Red Edizioni, 1987), nel quale l’odioso e aberrante reato viene sostanzialmente ridefinito come attacco all’Archetipo, teso a distruggere l’eterna e totalizzante immagine del mistero femmineo.

Però l’aspetto, quasi par paradosso più interessante,del rapporto tra l’umanità e le proprie “connessioni” con Lilitu e Pazuzu (archetipi sessualmente differenziati di invisibili deità viventi in dimensioni che solo in tempi recenti la fisica quantistica ha preso ad analizzare) è quello che D’Angelo prende in considerazione nella parte intitolata “L’Immagine Subliminale”. E in un passo, che consideriamo allo stesso tempo quanto mai significativo e un po’ “nostro”, l’autore sottolinea che, nel corso dei tempo, molti “abitatori nei pressi della Soglia” hanno tentato di trasmutare in forma energie e visioni altrimenti non diversamente percepibili. Una intuizione folgorante che Mauro ben sintetizza nelle seguenti frasi che riporto nella loro imprescindibile interezza:

«Probabilmente, chi ci ha preceduto, ha volutamente tentato di sintetizzare una possibilità in questo senso, e cioè, quella di dare una forma visibile a “cose” che risultavano avvertibili solo attraverso stati di particolare alterazione della coscienza, ma che in qualche modo sfuggivano dalla logica ordinaria. Onore quindi a tutti coloro che nel tempo, tra luci e ombre, hanno contribuito a lasciare tracce organizzate delle proprie “Visioni” attraverso la loro Arte e la loro Scienza, perché questo ha permesso, alle generazioni che si sono avvicendate nei secoli successivi, di poter sperimentare e in qualche caso, aggiungere o perfezionare elementi di interesse al patrimonio Magico/Cultuale collettivo. Indipendentemente dal valore intrinseco posseduto da tali manufatti, è perciò indubbio che il loro linguaggio simbolico, a tutt’oggi, rappresenti oggettivamente la forma maggiormente accettabile di interazione tra il celebrante e le stesse forze occulte. Questo principalmente il motivo per cui abbiamo da sempre visto nel connubio tra Arte e Scienza, la via maestra atta a definire la struttura spaziale degli abitanti dell’invisibile.»

Ritengo a questo proposito di far parte, senza dubbio alcuno, della lista (alla cui compilazione forse un giorno mi dedicherò) dei Visionari e degli occasionalmente connessi. La figura di Pazuzu mi ha attratto sin dalla sua prima comparsa sulla scena della cultura di massa. Un film tratto da un libro, nei primi anni Settanta, di cui non è neppure il caso citare il titolo. Da allora la grifagna ossessione ha ben attecchito nelle zone ctonie del mio immaginario. Ho prodotto diverse opere collegate al suo nomen di potenza: L’ombra del dio alatoPazuzu, Jay.rtf, Il ritorno di JayPazuzu: ali sull’abisso, non facendo per quel che mi riguarda alcuna distinzione tra saggistica e fiction, una cesura per chi, come me, cresciuto (anche) sul limen del realismo fantastico di Pauwels e Bergier (Il mattino dei maghi è un libro che mai si finisce di leggere – chi lo possiede, capisce quel che intendo…), non ha alcun senso. E altre ne ho in serbo.

In queste immersioni a contatto, spesso quasi visivo, con l’Archetipo, ho acquisito la convinzione che la natura connettivista di quella che Mauro chiama “visione subliminale” sia di tipo vibrazionale. E’ un’intuizione ovviamente non solo mia, fatta propria ad esempio dall’artista Roberto Cuoghi che, nel suo percorso di immedesimazione con gli antichi Assiri e le loro credenze, si è più volte imbattuto in Lilitu e Pazuzu, dando loro forma sonora nella lamentazione detta Suillaku, che ricordo come un’esperienza primordiale, coinvolgente tutti i sensi, ma esclusivamente trasmessa per via aerea da un set circolare di casse e di colonne di potenza smisurata: un allestimento funzionale dentro il castello di Rivoli, che ti afferrava nelle viscere e ti trascinava in un universo lisergico e antico. Una macro-vibrazione che ancora mi porto dentro.

Peraltro anche Mauro non nasconde che parole e suoni, ricorrenti nei rituali di comunicazione con la Dea, siano in primis entità vibratorie, fonemi e suoni in grado di aprire porte e “buchi” attraverso le neuroconnessioni. E questa è forse l’autentica magia. Immagini e suoni possiedono una loro specifica, intrinseca, natura energetica e vibrazionale.

I grandi iniziati, soprattutto quelli che lo erano e che lo sono a dispetto di sé stessi, hanno avuto in passato e hanno tuttora la costante percezione della presenza di “cose” attorno a sé. Per quel che so, Lilitu e Pazuzu sono entità vibrazionalmente percepite da numerosi scrittori. Di quelli contemporanei che conosco non sono autorizzato a parlare. Ma tra quelli che si possono citare senza problemi spiccano i nomi di Lovecraft e dell’ancora vivente William Peter Blatty.

Presumo che non sia il caso di rammentare il “chi è” del celeberrimo scrittore di narrativa fantastica Howard Phillips Lovecraft. Meno note della sua opera leggendaria sono però alcune metodologie rituali “vibrazionali” (per esempio, all’interno del gruppo “Serpente Nero” di Bertiaux) proprio dalla sua opera desunte per entrare in contatto con un certo “Universo B”, laddove s’incontrano gli “spiriti di altri mondi”. Lavorando proprio con il Necronomicon (libro immaginario che da un certo punto ha preso vita e oggi esiste senza ombra di dubbio) tra le entità che vivono nell’Universo B, si può contattare “utilmente” il demone Choronzon,  che si ritiene possa essere invocato mediante una cosiddetta “messa del caos”, almeno così sostengono gli adepti. Ma Choronzon è un nome sul quale occorre soffermarci. Se, infatti, da un lato lo studioso Stephen Sennitt associa il nome di Choronzon, dallo stesso definito come “uno dei simboli più complessi dell’occultismo occidentale”, all’archetipo primitivo del “diavolo del vento che abita nel deserto” – un ibrido che fonde il distruttore Set, la volpe Shugal (la metà “maschio” della Bestia 666 – l’altra metà femminile è appunto Choronzon) – e lo stesso Pazuzu, più di un esegeta del Necronomicon lovecraftiano lanciato alla caccia di parallelismi per suffragarne l’autenticità, mettendo a confronto il pantheon sumerico con i miti di Lovecraft e il pensiero magico (il Magick) di Crowley, ne ha concluso che Choronzon, l’immane “Cosa” descritta nel racconto L’orrore di Dunwich e il dio alato sumerico siano in realtà, sempre e ovunque, la stessa creatura.

La vicenda “connettivista” di William Peter Blatty con l’imago di Pazuzu è sorprendente e offre ancora il fianco all’ipotesi vibrazionale. Coltissimo sceneggiatore formatosi all’Università di Georgetown sotto la guida dei padri Gesuiti, ecco come Blatty rievoca il suo (primo?) incontro con Pazuzu :

«Durante gli anni Sessanta mi trovavo in Libano, dove lavoravo per l’Information Service degli Stati Uniti, e dovetti recarmi a Mosul per raccogliere del materiale per un settimanale che si chiamava The News Review. Alla fine del mio incarico, mi ritrovai con parecchie ore da trascorrere in attesa dell’Orient Express che doveva riportarmi a Baghdad e andai a visitare un sito archeologico, dove vidi degli operai caricare con un montacarichi una figura umanoide grande più o meno come la statua di Pazuzu nel film e trascorsi la giornata a rimuginare su cosa avrei potuto scriverne in merito. Così, quando cominciai ad accumulare elementi per il romanzo, scoprii la foto di una statuetta di Pazuzu in un libro di saggi sul demonio intitolato Satana e scritto dall’ordine cattolico dei Padri del Deserto. Pensai allora di usarlo, esclusivamente nella mia mente s’intende, come il demonio che fronteggia Merrin in un precedente esorcismo in Africa e che ritorna a combatterlo di nuovo ne L’esorcista”.

Come sostenevo diversi anni fa ne L’ombra del dio alato (libro che tornerà a breve in digitale e in nuova versione), una vibrazione transpsichica potrebbe avere guidato Blatty verso una connessione con l’Archetipo in una zona non conoscibile ed extra-temporale.  La sequenza da Blatty stesso descritta è esemplare: in una fase forse particolare e stressante della sua vita, lo scrittore-sceneggiatore (che, di solito,  lavorava su soggetti brillanti e solo dopo il successo planetario deL’esorcista si dedicherà quasi in esclusiva alle tematiche horror) non è probabilmente in grado di fronteggiare l’irruzione nel suo inconscio di contenuti archetipici. Vede una grande statua simile a un demone e ne resta colpito al punto da iniziare subito un’elaborazione mentale al suo riguardo. Quando vede la vera immagine di Pazuzu in un libro dei “Padri del Deserto”, considera immediatamente di avere trovato il “contenuto” per quella “forma” psicoide, ed ecco così nascere il personaggio “che Merrin ha già fronteggiato in un precedente esorcismo avvenuto in Africa e che ritorna a combatterlo ne L’esorcista”. Così l’archetipo-Pazuzu si costella di elementi che gli sono propri, anche da un punto di vista storico e antropologico.  Non vorremmo andare troppo lontano, ma la possibilità che tanto Blatty che i successivi autori del film L’esorcista 2 – L’eretico (John Boorman e lo sceneggiatore William Goodhart) abbiano attinto ulteriormente e inconsapevolmente da una realtà intrapsichica, il cosiddetto continuum vibrazionale, non poi è così audace. Ne L’esorcista 2 il terreno di scontro tra Pazuzu e Merrin è appunto l’Africa, evento reiterato anche ne L’esorcista – La genesi di Renny Harlin e in Dominion di Paul Schrader.

Sarebbe interessante poter ascoltare, a proposito della primaria connessione, tutti gli artisti che, a qualsiasi titolo e livello, con Pazuzu (e con Lilitu) abbiano scelto di cimentarsi. Perché – così concludevo L’ombra del dio alato – le entità di quell’Altra Parte (per capirci…), continuano a esercitare sulla mente collettiva e  sull’immaginario artistico del mondo un fascino ambiguo e inspiegabile al quale non si sottraggono scrittori, registi, musicisti e qualche migliaio di individui, uomini e donne, le cui energie vibrazionali sono in grado di connettersi  con quelle dimensioni che da anni stiamo tentando d’identificare.

Lo dimostra persino la mia presenza qui. Chiamato dall’amico Mauro ad aprire, non so quanto degnamente, la sua importante opera, sento di far parte di una community che ancora vive una precaria consapevolezza di sé.

Ma in questa massa di individui la cosiddetta “Visione Subliminale” sta sempre più assumendo dignità, in primis, di riconoscimento e poi di approfondimento. Perché ognuno dei connessi occasionali aspira alla reale conoscenza delle Ancestrali Forme Oscure.

Danilo Arona

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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La fenomenologia del somaro, un estratto dal nuovo libro di Roberto Burioni

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Ha una pagina da oltre 300mila fan, su cui continua a parlare di vaccini e scienza. Il virologo dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano Roberto Burioni è stato in prima linea nel cercare di arginare le bufale sulle vaccinazioni, oltre a essere uno dei promotori del loro obbligo per l’iscrizione degli studenti a scuola. Ora il medico, ospite anche al Wired Next Fest di Firenze lo scorso settembre, esce in libreria con una nuova fatica, 

La congiura dei somari (Rizzoli, 176 pagine, 17 euro), di cui vi proponiamo un estratto.

La fenomenologia del somaroTutto è cominciato sul finire del 2015, mentre mi trovavo con la mia famiglia nella California del Sud. A quei tempi – sembra passata una vita – usavo Facebook esclusivamente per conseguire gli scopi per cui è stato progettato, cioè controllare come erano invecchiate le mie ex fidanzate.

Avevo circa 150 contatti, con i quali condividevo vecchie foto, avventure scolastiche e ricordi dei professori più bizzarri.

A un certo punto un’amica, che aveva creato un gruppo dove s’incontravano centinaia di mamme, mi invitò a partecipare per spiegare qualcosa sui vaccini. Mi disse che c’era molta confusione, si diffondevano molti timori e sarebbe stato utile fugare qualche dubbio.

Accettai con piacere, non fosse altro perché, essendo padre estremamente apprensivo di una bambina che allora aveva quattro anni, capivo bene cosa significasse temere per il proprio figlio.

Entrai, cominciai a illustrare i vaccini, il loro funzionamento, la loro efficacia, le loro modalità di somministrazione e rimasi scioccato: erano le mamme che li spiegavano a me! Avete capito bene: gente che aveva come unico titolo di studio la tessera a punti del supermercato, che come unici esami superati poteva vantare quelli del sangue, che non sapeva cosa fossero il sistema immunitario, un virus, un batterio, un vaccino, mi faceva notare che le vaccinazioni sovraccaricano il sistema immunitario, che i virus possono danneggiare lo sviluppo del bambino, che i batteri sono benefici e comunque dalle malattie si guarisce da soli; insomma, che i vaccini – forse la più grande conquista dell’uomo – sono non solo inefficaci, ma anche pericolosissimi.

Roberto Burioni

Io tentavo di ribattere, ma non c’era niente da fare. Mi opponevano pagine internet strapiene di sciocchezze, finti lavori scientifici, siti dove si diceva che “un ricercatore dell’Università di [mettere il nome di una città esotica]” (espressione che ha ormai sostituito la desueta “un amico di mio cugino mi ha detto che…”) aveva infallibilmente dimostrato che le vaccinazioni provocano l’autismo, l’epilessia, la forfora, la calvizie e pure gli errori arbitrali.

Di queste mamme ne ricordo una, appassionata di cucina, che pubblicava elaborate ricette con relative foto dei succulenti risultati. Voleva spiegarmi come funzionano gli adiuvanti (le sostanze contenute nei vaccini in grado di aumentarne l’efficacia stimolando in assoluta sicurezza il sistema immunitario), allora le feci notare che, mentre io non mi sarei mai permesso di insegnarle come si cucina una lasagna, lei stava invece facendomi una lezione proprio sugli argomenti che insegno ai miei studenti e ai miei colleghi durante lezioni e convegni.

Niente da fare.

Lì mi accorsi che erano in tanti, e le pagine della rete e dei social networkerano i pascoli dove scorrazzavano non solo indisturbati, ma pure padroni. Parlavano di cose che non conoscevano, insegnavano nozioni che non sapevano, spiegavano concetti che non avevano capito. Erano moltissimi, erano ovunque.

Avevo sempre sospettato che i babbei in circolazione fossero in quantità considerevole ma, in un solo istante, Facebook non solo confermava in maniera definitiva la mia convinzione, ma mi forniva contestualmente nome e cognome di un gran numero di loro. Da appassionato di musica mi venne in mente La Cenerentola di Rossini e mi risuonò nella testa la voce di Don Magnifico, che cantava: “Mi sognai tra il fosco, e il chiaro un bellissimo somaro; un somaro, ma solenne”.

Avevo incontrato i Somari. I Somari raglianti.

Ora dobbiamo un poco intenderci: come nel vecchio film di André Cayatte,Siamo tutti assassini, nella vita siamo tutti somari.

Nessuno di noi conosce tutto: io – tanto per fare un esempio – so qualcosa di vaccini, virus e batteri non perché sono particolarmente intelligente e intuitivo, ma perché li studio da una vita. Se parliamo di come preparare una torta o come montare una presa elettrica sono somarissimo, non avendo idea di come si faccia. Però quando mi serve una torta vado in pasticceria, dove è al lavoro un esperto pasticciere, e allo stesso modo, se necessito del montaggio di una presa elettrica, chiamo un bravo elettricista.

Questo precetto basilare – e per me decisamente scontato – su internet non è applicato: ci sono elettricisti che parlano di terremoti, geologi che parlano di prese elettriche, pasticcieri che parlano di terapia dei tumori e oncologi che parlano di torte. Da qui la corretta definizione di Somaro, un termine grottesco e spiritoso che in nessun modo vuole essere un insulto, ma che io, da quel momento in poi, mi misi a utilizzare per descrivere una persona che blatera di un argomento che non conosce.

Nel tempo, più scrupolosamente, avvantaggiandomi della formazionescientifica che mi appartiene, ho messo a punto la descrizione del Somaro ragliante, giungendo alla formula esatta che oggi sono in grado di pubblicare: “Un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate”.

(Tutti i diritti riservati a Rizzoli)

Da buon ricercatore, ho analizzato a lungo il suo comportamento, accorgendomi che la vita di branco è indispensabile a questa molesta specie: solo quando si trova circondato da simili il Somaro riesce a ritenersi molto intelligente, visto che il primario bisogno di ogni babbeo è quello di avere accanto un collega che lo rassicuri sulle sue capacità mentali. Inoltre, ragliando all’unisono, tanti asini tutti insieme possono convincersi a vicenda che non stanno effettivamente ragliando, ma intonando un gospel o una celestiale cantata di Bach. La prossimità di estranei è dunque evitata, visto che potrebbero accorgersi che non di Bach si tratta, ma di ragli sonori.

La promiscuità (quella cosa che i Somari scrivono spesso “promisquità”) viene quindi sfuggita con cura, attraverso una vita riservata e un generico ricondursi alle cose naturali che vengono considerate a priori estremamente benefiche, dimenticando che tra i genuini doni della natura, oltre al virus dell’ebola, alle eruzioni vulcaniche, ai terremoti e alle inondazioni, devono essere annoverati il veleno più potente che esista (la tossina di un batterio chiamato botulino) e il cancerogeno più pericoloso (si chiama aflatossina ed è prodotto da certi tipi di muffe).

Alcune abitudini della specie sono singolari. Il Somaro ragliante si nutre avidamente di stupidaggini che trova su internet: oltre alle scontate notizie riguardanti conseguenze mortali delle vaccinazioni, predilige scie chimiche rilasciate da aviogetti nonché terremoti provocati da onde elettromagnetiche emesse da alieni. Se trova una balla gigantesca, la beve con gusto.

Conoscete quelli che quando un dito indica la Luna guardano il dito e non la Luna? Bene, in questo caso il Somaro non guarda né il dito né la Luna, ma dice: “Noi lassù non ci siamo mai andati, l’allunaggio è tutta una truffa!”.

 

 

Certo, non se la passano bene: sono circondati da avvocati a corto di lavoro, medici con procedimento disciplinare a carico e giornalisti in disuso malinconici e vocianti, che succhiano al Somaro ragliante i liquidi (dal conto in banca); singolarmente, la vittima trae piacere da tale pratica, avvantaggiando il parassita.

La specie è tutto sommato pacifica, ma può essere dannosa: a se stessa e ad altri. Infatti, seppure in buona fede, può diffondere pericolose bugie e instillare ingiustificate paure tali da indurre le persone a comportamenti che possono avere gravi conseguenze.

La brutta notizia è che sono tanti, molti più di quelli che immaginiamo.

La bella notizia è che non solo li possiamo fermare, ma possiamo anche farli tornare a essere persone normali in grado di ragionare. Perché io, che sono ottimista, so che dentro ogni Somaro c’è un cervello, e se c’è un cervello c’è speranza.

Ma come fare? Niente paura: per bloccare i Somari e per convertirli alla ragione abbiamo qualcosa di più efficace degli antibiotici, più sicuro dei vaccini, un rimedio antico ed economico. Vi state chiedendo di cosa si tratti? Ma la soluzione è molto semplice! Ne avete in mano un esemplare in questo momento.

Somari si curano con i libri, in dosi massicce.

 
  

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Soldi ed immagine, omertà della Chiesa sulla pedofilia

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Due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi hanno messo in luce le coperture del Vaticano su reati sessuali e affari economici. Il 23 maggio l’inviato dell’Espresso ospite a Ravenna alle 18.30 per Scrittura Festival e a Lugo alle 21 per Caffè Letterario.

pedofiliaLa fascetta sulla copertina del libro dice “Torna il giornalista processato in Vaticano”. E infatti per Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso, è andata così: il libro-inchiesta Avarizia sugli scandali finanziari della #Chiesa l’ha portato alla sbarra nel 2015 al «tribunale di Dio», per usare la sua definizione. Mentre si celebravano le udienze stava già lavorando al secondo libro, Lussuria, uscito nei mesi scorsi. Il 23 maggio Fittipaldi sarà alle 18.30 a Palazzo Rasponi delle Teste in piazza Kennedy a Ravenna per Scrittura Festival e anche a Lugo, alle 21 all’albergo Ala d’Oro per la rassegna “Caffè Letterario”.

Lussuria, come si legge nel sottotitolo, racconta “peccati, scandali e tradimenti”. Ma è anche un libro sull’omertà e sulle coperture della Chiesa. Non stupisce che ci sia ancora questo atteggiamento di opacità?

«Francamente sì, mi stupisce. Mi ero fatto l’idea che si trattasse di scandali appartenenti al passato ma in realtà era una convinzione dettata dal fatto che più o meno dal 2010 i giornali hanno smesso di scrivere di questi argomenti. Nei primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate a Roma all’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede circa 1.200 denunce di casi di molestie sui più piccoli. Quando ho avuto a disposizione i numeri è nata l’idea del libro perché ho scoperto che la protezione di questi casi funziona esattamente come 50 anni fa: i sistemi con cui le gerarchie proteggono i mostri sono ancora gli stessi e invece credo che alla Chiesa farebbe molto meglio una vera trasparenza».

Emiliano Fittipaldi, inviato de l’Espresso e autore dei libri-inchiesta Avarizia e Lussuria sugli scandali del Vaticano

Perché la Chiesa non la pensa allo stesso modo?

«Forse il bubbone è talmente gigantesco che c’è paura si possa creare il panico e allontanare i fedeli ancora di più. Penso che soldi e immagine possano essere i motivi più importanti per cui si sceglie la strada dell’assoluta omertà. La cosa che mi dà più fastidio è la distanza tra le promesse fatte da pontefici e cardinali per contrastare la pedofilia e le poche azioni concrete che vengono fatte».

Eppure Bergoglio gode di grande apprezzamento sui media. Che figura è questo Papa?

«I media l’hanno osannato dall’inizio. È vero che ha un carisma impressionante che il predecessore non aveva, piace più ai laici che ai cattolici, con una simbologia molto forte. Lo definisco populista nel senso positivo del termine. E i frequenti richiami agli ultimi sono molto importanti nei tempi che viviamo, non credo sia solo marketing. L’aspetto della stampa che critico è quello di non misurare la propaganda del potere. Se il Papa dice che vuol combattere la pedofilia è giusto riportare la sua dichiarazione poi il giornalista deve andare a vedere cosa ha fatto davvero. E non è detto che sia mancanza di volontà, magari c’è un pezzo della curia che ha impedito una seria riforma? La stampa italiana, a differenza di quella anglosassone, ha questo difetto con tutta la propaganda».

In Italia manca l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria per il prelato che venga a conoscenza di possibili reati. Che limite rappresenta?

«È in assoluto la cosa più incredibile. La commissione per la tutela dei minori non è riuscita nemmeno a cambiare le linee guida della Cei per introdurre questo obbligo. In Italia è così per via dei Patti lateranensi del 1929, in altri Stati è diverso ma su questo c’è un disinteresse totale delle forze politiche. È drammatico. È inutile sentir dire che c’è un obbligo morale quando poi c’è il teologo Anatrella che ai vescovi ha ricordato di non avere l’obbligo di denunci: significa invitarli a stare zitti. E stiamo parlando di una monarchia assoluta, a Bergoglio basterebbero 60 secondi per introdurre questo obbligo».

Il quarto capitolo si intitola “La lobby gay”, è una parte del libro che ha fatto discutere molto.

«L’intenzione anche in questo caso è solo quella di sottolineare le contraddizioni. Bergoglio nel 2013 su un volo dal Brasile all’Italia disse “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Fu indubbiamente una grande apertura al mondo Lgbt ma al di là delle sue parole resta che nella dottrina cattolica non è cambiato nulla nei confronti della omossessualità. Il catechismo su questo tema è tuttora durissimo, parla di comportamento deviante. Stiamo parlando di un comportamento sessuale da considerare assolutamente lecito e infatti ne parlo solo nei termini in cui ci vedo una grande ipocrisia se la dottrina è così violenta contro l’omossessualità e poi una fetta importante della Chiesa ha avuto storie piuttosto vivaci anche di cardinali gay».

Nel libro c’è una carrellata di casi da sud a nord “contra sextum”, cioè per violazioni del sesto comandamento. Ma non è citato il ravennate don Desio…

«Se avessi dovuto citarli tutti sarebbe servita un’enciclopedia. Conosco la vicenda di Desio ma ho scelto di elencare quelli in cui ci sono più segnali di collegamenti con il Vaticano o insabbiamenti. Nel caso ravennate non mi risultano queste circostanze».

Italian journalists Gianluigi Nuzzi, left, and Emiliano Fittipaldi, leave the Vatican City from the Perugino gate, Tuesday, Nov. 24, 2015. The two Italian journalists who wrote books detailing Vatican mismanagement faced trial on Tuesday in a Vatican courtroom along with three people accused of leaking them the information in a case that has drawn scorn from media watchdogs. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Com’è stato ritrovarsi sotto processo in Vaticano per Avarizia, il precedente libro? Visto l’esito, non è stato un autogol clamoro per la Chiesa?

«Il processo è stato un boomerang per la Chiesa: ha reso due giornalisti (l’altro è Gianluigi Nuzzi autore di Via Crucis, ndr) famosi in tutto il mondo e i nostri libri sono stati tradotti in tutte le lingue. A quel punto si sono resi conto della cosa e l’hanno chiusa in maniera un po’ goffa perché l’eventuale difetto di giurisdizione si valuta prima di aprire un processo. In un certo senso però hanno ottenuto una cosa a cui tenevano molto: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali finanziari raccontati nei libri alla questione del furto dei documenti. Sui giornali si è finiti a parlare più del babydoll della Chaouqui e meno dell’attico di Bertone. Questo è stato un successo mediatico».

E nessuno è entrato nel merito…
«Non è mai stato smentito un rigo di quello che ho scritto».

03/11/2015 Roma Rai, trasmissione televisiva Porta a Porta, nella foto Emiliano Fittipaldi giornalista e autore del libro Avarizia

Per questa inchiesta, come per ogni altra inchiesta, sono servite fonti qualificate negli ambienti. Significa che c’è un seme di trasparenza che germoglia da dentro?

«Il processo in #Vaticano mi ha costretto a decine di udienze e in un certo senso questo mi ha aiutato a entrare in contatto con altre fonti. Non c’è dubbio che dentro alla Chiesa ci sia chi vorrebbe più trasparenza ma resta una goccia nell’oceano. I giornalisti investigativi cercano di raccontare verità ma è chiaro che spesso le fonti non ti parlano per amore della trasparenza, ma per danneggiare possibili competitor. Ma questo credo che valga per il 90 percento delle fonti, sono rari i casi di chi è mosso da una rabbia etica e morale».

E il giornalista come si comporta?

«Come sempre: deve verificare. Si valuta se la fonte è attendibile, se la notiziaè vera, se c’è un interesse pubblico e a quel punto se tutto torna diventa del tutto secondario il motivo che ha spinto la fonte e hai il dovere di pubblicare altrimenti, se la conservi nel cassetto, diventi un ricattatore».

 
  

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Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano gli orrori

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II libro di Emiliano Fittipaldi “Lussuria” , tratta delle questioni della pedofilia nella Chiesa. È un repertorio puntiglioso degli scandali, esplosi o soffocati negli anni, per abusi sessuali sui bambini, ad opera di preti di tutto il mondo. Scorrono sotto gli occhi del lettore decine di episodi; alcuni già noti, attraverso i media, altri meno conosciuti. Vicende orrende e strazianti, denunce, suicidi. Sacerdoti spesso non puniti, anzi promossi, vescovi che insabbiano; le luci e le ombre di Ratzinger, carriere brillanti a Roma, malgrado tutto, la cosiddetta lobby gay in Vaticano, gli sforzi di papa Francesco.

 
Più d’una le (tristi) curiosità che il testo accende: sul mondo delle vittime, sulle figure degli abusanti, sui comportamenti dei terzi – famiglie, comunità dei fedeli, avvocati, Diocesi, giudici.
Come le violenze incominciano. Si sente spesso dire: «La vittima è lusingata dall’essere stata ‘prescelta’ da quell’adulto; che ha preferito lei ad altri coetanei, fin lì più titolati». Vero in certi casi; altrove prevalgono fattori diversi. Quel bambino si annoiava, sempre gli stessi svaghi, maestri pigri, indaffarati, un quartiere immobile: il parroco invece la raccontava e infiocchettava così bene! Quella scolaretta era sola, taciturna, bisognosa di tepore, di sorrisi: beni che altrove non riceveva; il religioso se n’è reso conto, ha incoraggiato confidenze, abitudini. Alle spalle una famiglia opaca magari, sbrigativa, dove era appena nata una sorellina spodestante.

 
Ancora. Un riparo offerto, in canonica, contro ambienti esterni minacciosi, popolati da bulli; «Resta con me pulcino, qua non entreranno». Un bisogno di identità, di cittadinanza spicciola, a cominciare dall’abbigliamento; la divisa blu parrocchiale, quel distintivo, una tunica a righe verticali. Voglia di sport: si sa che all’oratorio uno spiazzo per il calcio non manca mai; senza contare il ping pong, la sartoria per bambole, le freccette: e alla fine una doccia calda, «Proveremo insieme quel sapone al cocco, che arriva dalle missioni nigeriane».
Anche per il molestatore la chiave non è sempre il desiderio di fare agli altri – in veste di diavolo, vent’anni dopo – quanto lui aveva patito in gioventù. A decidere è solo un gran senso di solitudine, sovente: incomprensioni lontane, vuoti, il famoso bacio della mamma che non arrivava. Lì è nata la voglia di giochi appartati, di un regno segreto; «noi due e basta», una bambolina che faccia sempre «sì, sì»: non quegli adulti esigenti, bisbetici.

 
E una volta che le brutture sono iniziate? Sensi di colpa spesso: «Sono stato io a stuzzicarlo, ho le mie responsabilità». Meglio così piuttosto che sentirsi una larva schiavizzata, un oppresso. Meccanismi dissociativi poi; spezzarsi in due non è tanto difficile: basterà introdurre – nell’arco della giornata (tra la fase della “normalità famiglia-scuola”, e quella della “lussuria in parrocchia”) – una stanza di decompressione: in cui ritrovare, anima e corpo, la maschera appropriata al luogo in cui si sta andando. Più tardi, quando servirà, la fase di evitamento-amnesia verrà anch’essa più facile.

 
I momenti di oggettiva complicità “erotica”, umidiccia, inturgidita, sulla pelle, «Ti piace vero?»: capitolo fra i più discussi, fonte sovente di assurdi, vergognosi malintesi – ben sfruttati dai legali, sempre in cerca di argomenti nei tribunali. Talora un progetto alla luce del sole, niente di losco: così sembrava inizialmente; le atmosfere torbide sono arrivate in seguito, striscianti; poco dopo si è scivolati nella mollezza, nei bocconi avvelenati, nella serialità. Scatta a un certo punto la dimensione pervasiva, monopolistica, propria di tante religioni; quel sound che le rende – ciascuna a suo modo – irresistibili: «Tutto quanto la Chiesa sa, dogma di fede, tutto può insegnare ai suoi cuccioli; ciò che verrà da lì è buono e nobile, per definizione: non penserai di poter scegliere, tu, di portare a casa solo quello che ti piace!».

 

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Nemmeno il prete si accorge del male che fa: non sempre, certi non vedono proprio come il piccolo viva quei momenti: cosa gli succederà un giorno, da grande, neanche lo immaginano; «Se non farei torto a una mosca, io!», Norman Bates, finale di ‘Psycho’, ricordate? Al di fuori poi non si nota nulla, nessuna domanda congrua, intelligente; casa, scuola, grandi attori i bambini, a volte scorbutici, repulsivi, abili a sviare. Chi potrebbe/dovrebbe è attrezzato a capire? a cogliere segnali spesso vaghi, impercettibili? Risposta, no, non lo è, quasi mai.
E dopo, a dramma concluso? Tutto può succedere. Scatta una rimozione nella memoria? Difficilmente il corpo sopporterà, incasserà e basta; almeno quando le ferite siano state profonde. Contraccolpi di ogni tipo allora, dentro e fuori; tra i giovani amanti blocchi, indisponibilità. E una volta che gli orrori dimenticati siano riemersi? Occorre governarli, trovare il modo di sdemonizzarli; altrimenti è peggio di prima.

 

Il processo? Un buon atout terapeutico, di norma; qua e là troppo impegnativo forse. Il prete nega sempre i fatti, sdegnato, oppure li sminuisce; «Che male gli ho fatto, era d’accordo!»; al mondo nessuno mai (salvo che in qualche romanzo russo) si sente colpevole di qualcosa. La comunità parrocchiale dei fedeli? Dalla parte del prete, finché si può; «Il nostro don Mario, lui no, impossibile, un bacetto, cosa sarà stato mai?», Il risarcimento?

 

Non è sbagliato in sè, beninteso; preziose anzi le funzioni che svolge (araldica, economica, sanzionatoria). La Diocesi è pronta a tirar fuori i soldi – al posto del prete pedofilo (che non li ha) – lo fa volentieri, senza indugi? In un caso su cento. Possibile uscirne per la vittima? Perdonare all’orco, fa stare meglio?
Prendere le distanze, in che modo? Trovare nuovi centri di equilibrio? Può, colui che soffre, fare ciò che vuole di sè, dei propri sentimenti: dominando i suoi fantasmi più profondi, manipolando “i cespugli del cuore” – tu sì, tu no, tu così così? Non lo so.

 
  

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