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Unioni civili, il falso problema del loro costo

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Fra le fantasie sulle unioni civili, principalmente dovute a personali disagi, teorie religiose, complottismo, povertà intellettuale, c’è anche quella del problema del loro costo. Sfatiamolo

nioni civili – La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per il vuoto normativo sulle coppie omosessuali. E dire che, solo negli ultimi 13 anni, sono stati presentati ai (e dai) parlamentari quattro diverse versioni di proposte. Nessuno di queste è riuscito a diventare legge. Il quinto, il ddl Cirinnà, è appena approdato in aula.
La maggior parte del dibattito avviene spesso senza che si conoscano i dati precisi del fenomeno o le definizioni utilizzate dalle legislazioni dei diversi paesi riguardo a termini come “civil union” o “marriage”. Basta fare qualche ricerca in rete per renderci conto che spesso si parla erroneamente di “matrimonio gay” nell’uno o nell’altro paese, quando invece la legislazione si riferisce a unioni civili con diritti equiparabili a quelli del matrimonio.

Unioni civili, il falso problema del loro costo

Le unioni civili costerebbero appena 3,7 milioni di euro nel 2016 e 22 a regime per via di detrazioni fiscali e pensioni di reversibilità. Ma ci risparmieremmo multe e figuracce. Oltre a far girare maggiormente l’economia

I diritti non sono una questione di portafogli. Mai. Fatta la necessaria premessa è interessante notare l’inconsistenza dell’argomentazione economica, che ogni tanto spunta tra quelle etiche, socioculturali e millenaristiche di chi si oppone al ddl Cirinnà.

Se ne era fatto portavoce l’attuale ministro degli Interni Angelino Alfano, che recentemente ha esternato la sua “piena adesione” alla piattaforma del Family Day. “Se intervenissimo sulle pensioni di reversibilità il tema costerebbe circa 40 miliardi di euro” dichiarava lo scorso 10 marzo, parole riportate anche sul suo sito personale.

La cifra apparì subito esagerata, visto che nel 2013 la spesa complessiva per sostentare i coniugi dei lavoratori pensionati deceduti, fu pari a 38 miliardi. Quindi inferiore a quella che andrebbe in tasca ai cittadini #omosessuali, una volte regolarizzate le loro posizioni. Peccato che i #gay, secondo dati Istat del 2011, sono circa un milione su oltre 59 milioni di italiani, il 2,4% circa del totale.

Eppure i fantasmi della bancarotta evocati da Alfano hanno contribuito a rallentare ulteriormente l’iter di un provvedimento che vaga per il Parlamento da giugno 2014.

L’errore contabile è stato certificato alcuni mesi dopo dal ministero dell’Economia e delle finanze, secondo cui gli oneri complessivi per le casse dello Stato derivati dal ddl andrebbero dai 3,7 milioni di euro nel 2016 ai 22,7 milioni nel 2025. Numeri dati dalla somma di minor gettito Irpef per le detrazioni fiscali (dai 3,2 milioni del 2016 ai 16 milioni del 2025), maggiori prestazioni per assegni al nucleo familiare (600mila euro circa complessivi), maggiori prestazioni pensionistiche di reversibilità (0,1 milioni nel 2016, 6,1 nel 2025).

unioni civili

Numeri che derivano dall’ipotesi prudenziale effettuata dal Mef, che ha calcolato la possibilità che in Italia entro il 2025 siano firmate 67mila unioni civili “in analogia all’esperienza tedesca”. A oggi, sempre secondo statistiche prodotte dall’Istat, sono 7.500 le coppie omosessuali dichiarate nel Paese.

Tutto ciò mentre cala ogni anno il numero dei matrimoni, che sono stati 189.765 nel 2014. E mentre nel Piano nazionale contro la povertà del governo si valuta la possibilità di modificare il meccanismo che stabilisce l’entità delle pensioni di reversibilità, che saranno definitivamente ancorate al reddito e che risulteranno meno impattanti per le casse dello Stato.

Ci sono infiniti dati che lo dimostrano: l’incidenza del provvedimento è talmente bassa che non ha rilievo – commenta Alessandro Sartori, presidente dell’Associazione italiana degli avvocati per la famiglia (Aiaf) -. Parliamo di cifre ridicole per un’economia come quella italiana. Con l’approvazione del Cirinnà, lo Stato potrebbe al contrario risparmiare risorse e energie che oggi impegna a difendere una posizione obsoleta, che non crea vantaggi a nessuno”.

Secondo Sartori la copertura finanziaria delle unioni civili non è in discussione, quindi l’argomentazione cade. Rimarranno, anzi si intensificheranno, invece le sanzioni di Strasburgo se l’Italia non avvicinerà presto i suoi standard a quelli del continente.

unioni civili

Lo scorso luglio la Corte europea dei diritti umani ci ha condannato per la violazione dei diritti di tre coppie omosessuali. Secondo i giudici, la negazione delle pubblicazioni per potersi sposare, opposta dai funzionari di tre diversi comuni a altrettante coppie gay, va contro l’articolo 8 della Convenzione dei diritti umani. Risarcimento: 5mila euro a ciascuna coppia.

Poca cosa, forse, ma parliamo di un Paese che nel 2012 ha versato indennizzi ai suoi cittadini per 120 milioni di euro, la cifra più alta mai pagata da uno degli Stati membri del Consiglio d’Europa.

A oggi, in Europa, solo Italia, Cipro, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Bulgaria e Romania non riconoscono né le unioni civili né i matrimoni omosessuali, nonostante la recente approvazione di una relazione del Parlamento europeo che, “prendendo atto dell’evolversi della definizione di famiglia”, chiede “il riconoscimento dei diritti delle famiglie omosessuali”.

E se proprio si vuole tirare in ballo l’economia, piuttosto che improvvisare dati fallaci, si potrebbe citare l’esempio di New York, dove dal 2011 l’unione delle coppie gay ha lo stesso valore di quelle eterosessuali. Nel primo anno di vita, secondo quanto riportato dall’allora sindaco Bloomberg, i matrimoni omosessuali hanno generato un giro di affari da 259 milioni di dollari e 16 milioni di fatturato per la città. Senza parlare dei benefici economici associati a una più generale politica gay-friendly.

 

 

Crediti :

Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Sinti, nomade o rom? Il modulo per l’iscrizione a scuola scatena la polemica

Il modulo, consegnato ai genitori degli alunni della scuola elementare di Fossò, in provincia di Venezia

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L’ennesima vergogna: per iscriversi alla scuola elementare bisogna specificare la propria etnia, ovvero se si è sinti, rom, nomade o camminante. Il modulo, consegnato ai genitori di Fossò (Ve), ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione vicino a Rifondazione comunista. L’accusa: “E’ un abuso, una discriminazione gravissima”.

L’isitituto si difende: “Serve per favorire l’integrazione”. Ma è una spiegazione inaccettabile.

Della polemica parlano i giornali veneti dopo che il modulo, distribuito da tempo, è stato oggetto di valutazione da parte dei genitori interessati alla “domanda”, che hanno deciso di rendere pubblica la vicenda anche sui social network.
La scuola è nel Veneziano ma a far scattare la protesta sono stati genitori che vivono nel Padovano e che, attraverso, chi li assiste, ritengono che solo per loro ci sia questa “specifica”. Per questo i legali dello Sportello Sociale / Gap – Padova sono al lavoro, perché si potrebbe trattare di “un abuso e una discriminazione gravissima”.
Peraltro, sul modulo è richiesta anche la cittadinanza con una casella per “italiano” e uno spazio per specificare, se straniero, la nazionalità di origine, così come le vaccinazioni effettuate ed altri dati personali.
Mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, Rifondazione respinge le motivazioni addotte dall’istituto e rileva che il modulo “va immediatamente ritirato perché va contro la Costituzione, la legge Mancino e le normative europee che vietano qualsiasi censimento”.





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Globalist

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Più soldi di tutti alla scuola di tutti, quella pubblica

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi»

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La presentazione del secondo rapporto nazionale sulla povertà educativa minorile in Italia, a cura di Openpolis e Con i bambini, sottolinea la necessità di maggiori investimenti negli asili nido (fascia di età 0-3 anni) e nelle scuole dell’infanzia (fascia d’età 3-5 anni). Nonostante il nostro Paese risulti sotto la media Ocse in termini di percentuale del Pil speso per l’istruzione della prima infanzia, la politica insiste su ragioni di risparmio e sulla conseguente e presunta necessità di destinare soldi pubblici alle scuole private paritarie, in larga parte di orientamento religioso.
Costituzione alla mano, vi è una differenza fondamentale tra l’asilo nido e la scuola dell’infanzia. Il primo è un servizio, sicuramente importante, mentre la seconda è scuola. E come tale è un dovere costituzionale che lo Stato la garantisca.

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Non c’entra nulla che non sia scuola dell’obbligo. È un dovere della Repubblica istituirla ove vi sia richiesta, gratuita e statale. È facoltativo per le famiglie chiedere che i figli la frequentino. Si pensi alla quarta e alla quinta superiore: non è scuola dell’obbligo, ma non s’è mai visto un liceo statale che si ferma alla terza superiore.

Eppure da quando la legge clericale 62/2000 ha reso possibile il finanziamento pubblico alle scuole private – legge voluta dal secondo governo D’Alema, ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer -, destra e sinistra hanno fatto in modo che l’istituzione di scuole statali dell’infanzia statali venisse frenata, e che soldi pubblici venissero dirottati su scuole paritarie che in larga misure sono scuole-parrocchia. Fu esplicito nel 2014 Luca Zaia, governatore del Veneto: «Il governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alla operosità sociale delle Comunità cristiane, parrocchiali e congregazionali».

Fu altrettanto esplicita la rossa Bologna, che pur sconfitta nel referendum comunale del 2013 da un 60% di cittadini che chiedevano di destinare i fondi comunali alle scuole pubbliche fino all’esaurimento delle liste d’attesa, confermò invece il finanziamento di un milione di euro alle scuole paritarie, quasi tutte cattoliche. E non è da meno l’attuale esecutivo: quello che si definiva “del cambiamento”, ma che continua come i governi precedenti a stanziare mezzo miliardo l’anno per le scuole private paritarie. Ancora maggiore è il contributo totale che le amministrazioni locali devolvono alle scuole paritarie: l’inchiesta dell’Uaar icostidellachiesa.it quantifica che solo quelli per scuole cattoliche o che si ispirano alla morale cattolica ammontino a 500 milioni l’anno.

Le scuole private sopravvivevano anche prima di iniziare a ricevere contributi pubblici, grazie alle rette e a sponsor privati, e avevano sostanzialmente lo stesso numero di studenti che hanno adesso. La ricetta per contrastare la povertà educativa minorile in Italia? Recuperare questi fondi, aggiungerne altri e destinarli esclusivamente alla scuola di tutti, a una scuola laica, pubblica e all’avanguardia. Iniziando dalle scuole dell’infanzia statali ovunque vi sia richiesta. Come Costituzione comanda, come comandano ragione e laicità.





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UAAR

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“Simpatie per coprofagi” Multa per diffamazione alla dottoressa Silvana De Mari

La dottoressa Silvana De Mari condannata per diffamazione: aveva detto che il circolo gay era simpatizzante di “pedofilia, necrofilia e coprofagia”

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Arriva un’altra condanna per diffamazione per Silvana De Mari, la dottoressa torinese già nella bufera per aver sostenuto che l’omosessualità è contronatura.

Stavolta il medico dovrà risarcire il circolo “Mario Mieli” di Roma di cui aveva parlato in un’intervista al quotidiano La Croce. “Il circolo LGBT di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia”, aveva detto, “Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia“.

Ora il tribunale di Torino ha condannato la De Maria a pagare una multa di mille euro, più il risarcimento dei danni – non ancora quantificati – e le spese legali. “Sono felice che questa notizia arrivi mentre una nutrita delegazione del Circolo Mario Mieli e di numerosissime altre realtà LGBT+ italiane, si trova a New York per il grande World Pride”, dice Sebastiano Secci, presidente dell’associazione, “Quella notte di 50 anni fa le ragazze di Stonewall ci hanno insegnato a dire basta ai soprusi e alle umiliazioni ricevute, questa condanna è figlia di quegli insegnamenti”.





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il Giornale

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