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Unioni civili: se qualcosa va adottato è un po’ di buon senso

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Unioni civili: si stenta quasi a crederci, ma in Senato sta per fare il suo esordio in aula il tema delle unioni civili, fissato per il prossimo 28 gennaio

opo anni di annunci disattesi, dopo richiami ufficiali da Strasburgo, dopo una condanna esplicita della Cedu (una analoga contro la #Grecia ha già sortito effetti positivi), dopo che in fase preliminare se ne sono sentite di tutti i colori, ecco che finalmente il primo fatidico passo sta per essere fatto. Tuttavia, considerato che l’attuale Parlamento è in carica da quasi tre anni non è proprio il caso di farsi troppe illusioni; l’iter del ddl Cirinnà si arresterebbe immediatamente in caso di scioglimento delle Camere e l’inadempienza del nostro Paese in tema di #diritti civili verrebbe semplicemente, oltre che vergognosamente, confermata.

A tenere banco è la cosiddetta stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner

Qualche mese fa l’impianto della proposta di legge, che è già a priori un compromesso poiché l’optimum sarebbe il matrimonio egualitario, fu di fatto depotenziato eliminando ogni riferimento alla #famiglia e introducendo la definizione di “specifica formazione sociale”, un artificio che voleva tendere la mano ai cattolici ma che alla fine non è stato nemmeno votato dalle forze clericaliste. Oggi invece a tenere banco è la cosiddetta stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner, invisa ai detrattori della proposta che la considerano come l’anticamera dell’“utero in affitto”, perché aprirebbe all’adottabilità dei figli ottenuti all’estero tramite gestazione di donna portatrice, pratica che allo stato attuale è proibita in Italia dalla legge 40.

A ben vedere non si capisce però in che modo il turismo procreativo verrebbe incentivato, posto che un figlio ottenuto in questo modo sarebbe in ogni caso, stepchild adoption o no, parte di fatto della famiglia — sì, famiglia, non formazione sociale — a prescindere da quel che ne pensano i vari Alfano e Sacconi. Semplicemente, dal punto di vista legale sarebbe figlio di uno solo dei due partner, col risultato che ad essere penalizzato sarebbe proprio lo stesso minore che non potrebbe avere i diritti che spettano a tutti i figli, come ad esempio quello di essere mantenuto dal genitore superstite o di avere la quota di eredità legittima.

unioni civili
L’alternativa proposta dall’ala #cattolica del Pd, nel tentativo di mitigare anche i malumori dei partner politici di destra (civilmente uniti al Pd nella maggioranza di governo), è quella dell’affido rafforzato già ipotizzata alcuni mesi fa. L’idea in pratica è la seguente: il minore viene affidato all’altro partner, ritrovandosi quindi con un genitore a potestà piena e con un altro che è solamente affidatario, e al compimento della maggiore età potrà scegliere se essere adottato definitivamente dall’affidatario o se rimanere con un solo genitore. Ma un minore affidato non ha gli stessi diritti di uno adottato, quindi ancora una volta si penalizza il minore per non dare all’adulto la possibilità di essere genitore a tutti gli effetti, nonostante lo sia già di fatto. La questione di principio prevale sulla ragionevolezza. Perché ci vorrebbe una bella faccia tosta per spacciare la negazione di un diritto come riconoscimento di una garanzia.

La batosta della specifica formazione sociale deve comunque aver lasciato i suoi segni visto che Monica Cirinnà, relatrice del ddl, ha fatto sapere che si opporrà fermamente a qualsiasi ipotesi di indebolimento della stepchild adoption. Non che abbia alcuna possibilità di far valere in concreto la sua posizione, l’unica possibilità che ha è quella di negare il suo voto che è uno in mezzo a quelli di tutti gli altri senatori, ma intanto ha tenuto a palesare la sua opinione.

I cattolici affilano le armi e si organizzano per cercare di fare pressione sui propri referenti

Nel frattempo gli attivisti cattolici affilano le armi e si organizzano per cercare di fare pressione sui propri referenti, affinché le unioni civili non vedano mai la luce in nessuna forma, men che meno con il coinvolgimento di minori. Le sentinelle in piedi hanno organizzato delle veglie di preghiera per chiedere a Dio di illuminare i parlamentari. Di certo questa non sarà la prova del nove sull’esistenza di Dio, nessuna fede è mai stata scalfita da dimostrazioni di inesistenza e non lo sarà nemmeno in quest’occasione. Piuttosto dovrebbe stupire che un movimento sedicente aconfessionale venga meno a quanto dichiarato e svolga attività che si possono definire in molti modi, ma di certo non aconfessionali. Dovrebbe, appunto. In realtà non stupisce affatto, quella di dichiararsi aconfessionali è ormai un’abitudine piuttosto diffusa.

Il comitato “Difendiamo i nostri figli”, anch’esso rigorosamente apartitico (ma pieno di teo-politici) e aconfessionale (no comment), sta invece preparando una seconda edizione del Family Day del giugno scorso, quello che allora agitava lo spauracchio del gender e che adesso vuole concentrarsi più sull’impedire la creazione di famiglie per difendere la famiglia. Vi sembra un paradosso? Allora non conoscete i professionisti della moralità censoria. Del resto, celebrare la famiglia e pretendere al tempo stesso di privare un #bambino di un suo genitore non è esso stesso un paradosso?

Sul fronte opposto, quello laico, oltre 350 giuristi hanno già sottoscritto l’appello promosso da Articolo 29, intitolato “Unioni #gay: i #bambini, innanzitutto”, che chiede di mantenere la stepchild adoption quale misura di garanzia minima per i minori, mentre le associazioni da sempre impegnate nella difesa delle persone Lgbt scenderanno in piazza il 23 gennaio per difendere il principio di uguaglianza per tutti a prescindere dall’orientamento sessuale. A partire dal 26 gennaio, poi, l’inizio della discussione in aula sarà accompagnato dall’installazione di un presidio nei pressi del Senato. L’ #Uaar ha naturalmente aderito all’appello da rivolgere a governo e Parlamento.

 

 

Crediti :

UAAR

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Sinti, nomade o rom? Il modulo per l’iscrizione a scuola scatena la polemica

Il modulo, consegnato ai genitori degli alunni della scuola elementare di Fossò, in provincia di Venezia

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L’ennesima vergogna: per iscriversi alla scuola elementare bisogna specificare la propria etnia, ovvero se si è sinti, rom, nomade o camminante. Il modulo, consegnato ai genitori di Fossò (Ve), ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione vicino a Rifondazione comunista. L’accusa: “E’ un abuso, una discriminazione gravissima”.

L’isitituto si difende: “Serve per favorire l’integrazione”. Ma è una spiegazione inaccettabile.

Della polemica parlano i giornali veneti dopo che il modulo, distribuito da tempo, è stato oggetto di valutazione da parte dei genitori interessati alla “domanda”, che hanno deciso di rendere pubblica la vicenda anche sui social network.
La scuola è nel Veneziano ma a far scattare la protesta sono stati genitori che vivono nel Padovano e che, attraverso, chi li assiste, ritengono che solo per loro ci sia questa “specifica”. Per questo i legali dello Sportello Sociale / Gap – Padova sono al lavoro, perché si potrebbe trattare di “un abuso e una discriminazione gravissima”.
Peraltro, sul modulo è richiesta anche la cittadinanza con una casella per “italiano” e uno spazio per specificare, se straniero, la nazionalità di origine, così come le vaccinazioni effettuate ed altri dati personali.
Mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, Rifondazione respinge le motivazioni addotte dall’istituto e rileva che il modulo “va immediatamente ritirato perché va contro la Costituzione, la legge Mancino e le normative europee che vietano qualsiasi censimento”.





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Globalist

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Più soldi di tutti alla scuola di tutti, quella pubblica

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi»

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La presentazione del secondo rapporto nazionale sulla povertà educativa minorile in Italia, a cura di Openpolis e Con i bambini, sottolinea la necessità di maggiori investimenti negli asili nido (fascia di età 0-3 anni) e nelle scuole dell’infanzia (fascia d’età 3-5 anni). Nonostante il nostro Paese risulti sotto la media Ocse in termini di percentuale del Pil speso per l’istruzione della prima infanzia, la politica insiste su ragioni di risparmio e sulla conseguente e presunta necessità di destinare soldi pubblici alle scuole private paritarie, in larga parte di orientamento religioso.
Costituzione alla mano, vi è una differenza fondamentale tra l’asilo nido e la scuola dell’infanzia. Il primo è un servizio, sicuramente importante, mentre la seconda è scuola. E come tale è un dovere costituzionale che lo Stato la garantisca.

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Non c’entra nulla che non sia scuola dell’obbligo. È un dovere della Repubblica istituirla ove vi sia richiesta, gratuita e statale. È facoltativo per le famiglie chiedere che i figli la frequentino. Si pensi alla quarta e alla quinta superiore: non è scuola dell’obbligo, ma non s’è mai visto un liceo statale che si ferma alla terza superiore.

Eppure da quando la legge clericale 62/2000 ha reso possibile il finanziamento pubblico alle scuole private – legge voluta dal secondo governo D’Alema, ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer -, destra e sinistra hanno fatto in modo che l’istituzione di scuole statali dell’infanzia statali venisse frenata, e che soldi pubblici venissero dirottati su scuole paritarie che in larga misure sono scuole-parrocchia. Fu esplicito nel 2014 Luca Zaia, governatore del Veneto: «Il governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alla operosità sociale delle Comunità cristiane, parrocchiali e congregazionali».

Fu altrettanto esplicita la rossa Bologna, che pur sconfitta nel referendum comunale del 2013 da un 60% di cittadini che chiedevano di destinare i fondi comunali alle scuole pubbliche fino all’esaurimento delle liste d’attesa, confermò invece il finanziamento di un milione di euro alle scuole paritarie, quasi tutte cattoliche. E non è da meno l’attuale esecutivo: quello che si definiva “del cambiamento”, ma che continua come i governi precedenti a stanziare mezzo miliardo l’anno per le scuole private paritarie. Ancora maggiore è il contributo totale che le amministrazioni locali devolvono alle scuole paritarie: l’inchiesta dell’Uaar icostidellachiesa.it quantifica che solo quelli per scuole cattoliche o che si ispirano alla morale cattolica ammontino a 500 milioni l’anno.

Le scuole private sopravvivevano anche prima di iniziare a ricevere contributi pubblici, grazie alle rette e a sponsor privati, e avevano sostanzialmente lo stesso numero di studenti che hanno adesso. La ricetta per contrastare la povertà educativa minorile in Italia? Recuperare questi fondi, aggiungerne altri e destinarli esclusivamente alla scuola di tutti, a una scuola laica, pubblica e all’avanguardia. Iniziando dalle scuole dell’infanzia statali ovunque vi sia richiesta. Come Costituzione comanda, come comandano ragione e laicità.





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UAAR

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“Simpatie per coprofagi” Multa per diffamazione alla dottoressa Silvana De Mari

La dottoressa Silvana De Mari condannata per diffamazione: aveva detto che il circolo gay era simpatizzante di “pedofilia, necrofilia e coprofagia”

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Arriva un’altra condanna per diffamazione per Silvana De Mari, la dottoressa torinese già nella bufera per aver sostenuto che l’omosessualità è contronatura.

Stavolta il medico dovrà risarcire il circolo “Mario Mieli” di Roma di cui aveva parlato in un’intervista al quotidiano La Croce. “Il circolo LGBT di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia”, aveva detto, “Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia“.

Ora il tribunale di Torino ha condannato la De Maria a pagare una multa di mille euro, più il risarcimento dei danni – non ancora quantificati – e le spese legali. “Sono felice che questa notizia arrivi mentre una nutrita delegazione del Circolo Mario Mieli e di numerosissime altre realtà LGBT+ italiane, si trova a New York per il grande World Pride”, dice Sebastiano Secci, presidente dell’associazione, “Quella notte di 50 anni fa le ragazze di Stonewall ci hanno insegnato a dire basta ai soprusi e alle umiliazioni ricevute, questa condanna è figlia di quegli insegnamenti”.





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il Giornale

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