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Unioni, perché ha vinto Alfano e perso i laici

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Unioni Civili. Perché ha vinto Alfano e hanno perso i laici

l Senato ha approvato la fiducia posta dal governo sul maxiemendamento sulle unioni civili. Il testo, che già rappresentava una sorta di minimo sindacale sulle unioni, ora non contiene nemmeno più il nuovo babau dei clericali, la stepchild adoption — e pazienza se in tal modo i diritti verranno negati soprattutto ai #bambini. Non è del resto una novità: non dimentichiamo che l’adozione, in Italia, è ancora oggi un privilegio riservato soltanto alle coppie sposate da almeno tre anni. La stepchild non era altro che la presa d’atto, da parte dello Stato italiano, dell’esistenza di una famiglia già riconosciuta altrove, ma è stata volutamente presentata all’opinione pubblica come l’accesso indiscriminato degli #omosessuali all’adozione.

Non che ci sia nulla di male, ovviamente: è stata soltanto la scusa per vellicare la latente #omofobia di tanti italiani e tante italiane. I sondaggi l’hanno registrato, e proprio i sondaggi hanno spinto i Cinquestelle a una retromarcia: il dissenso di numerosi elettori di destra ha consigliato loro di accordare il voto di coscienza, sulla scia di quanto già deciso dal Pd. Pare del resto che gli anti-adozioni all’interno dei senatori pentastellati fossero almeno una decina, e questo spiegherebbe anche la successiva, controversa decisione sull’applicazione del “canguro”. Che non sia stata un’idea felice lo dimostrano sia la rabbia del “popolo della rete”, sia i disperati tentativi di metterci una pezza da parte di Di Maio e Di Battista. C’è chi li ritiene idioti, chi fascisti, chi ingenui volenterosi che giocano a fare i sofisticati politici con il kit delle istruzioni preparato dalla Casaleggio & associati. Comunque la si pensi, resta il fatto che il loro comportamento è stato il detonatore della decisione del governo di eliminare il passaggio incriminato.

Matteo Renzi porta infatti a casa i due risultati che gli interessavano: togliere l’Italia dall’imbarazzante novero dei paesi europei che non hanno una legge sulle unioni civili e aggiungere un altro bullet all’elenco delle riforme portate a termine. E se poi non sono granché, pazienza, si possono comunque rivendere alla popolazione come già faceva il Berlusconi I. In fondo, alla sorte delle coppie di fatto il premier non è mai stato molto interessato (è pur sempre un uomo che partecipò al Family Day del 2007, quello anti-Dico). Ha pure lasciato che il suo partito, allo scopo di rabbonire i cattodem, si lanciasse in una avvilente campagna di criminalizzazione della gestazione per altri, a cui si sono inopinatamente unite diverse femministe, che ha rafforzato le pressioni ecclesiastiche e ulteriormente indebolito la richiesta di diritti da parte di gay e lesbiche (anche se la quasi totalità di chi ricorre all’”utero in affitto” è composta da abbienti coppie etero).

unioniE così Angelino Alfano, che se si votasse ora forse non entrerebbe nemmeno in parlamento, canta vittoria, e può non solo vantarsi di aver “bloccato la rivoluzione contro natura”, ma anche di aver fatto sparire dalla legge “l’obbligo di fedeltà”. Insieme a lui festeggia il pluri-inquisito Denis Verdini, che entra nella maggioranza di governo anche se (e proprio perché) a candidarsi non ci pensa nemmeno. Il tutto condito dalla subalternità della minoranza dem, dal sostanziale silenzio della sinistra “cosmopolitica” e dalla quasi definitiva scomparsa di radicali, repubblicani e liberali. E dire che la società civile, in questa occasione, la sua parte l’ha fatta. Le manifestazioni di “SvegliatiItalia” sono andate bene, il Family Day ha invece avuto bisogno di numeri gonfiati.

La laicità ha dunque perso perché, in parlamento, abbondano i sedicenti laici (in un’epoca in cui anche i papi si dichiarano tali), ma di veri laici non ce ne sono. Non ci sono i Salvemini, i Calamandrei, i Rossi, i Fortuna, le Bonino. E chissà se prima o poi qualcuno li rimpiazzerà. A mio avviso la laicità sta soffrendo terribilmente della polarizzazione delle identità politiche. Va inevitabilmente in difficoltà, laddove prevale la fede partitica. Anche nel mondo laico: basta leggersi un confronto su Facebook sul tema. L’odio per il nemico (sia esso renziano o grillino) impera sempre più sulla ricerca delle strade per creare un mondo migliore. E non è affatto sorprendente, in una società che evita di affrontare il record di decessi dall’epoca di Caporetto, ma in cui impazza la discussione sullo sdoganamento della parola “petaloso”.

Sono tempi non facili, ma bisogna cercare di uscirne con il concorso di tutti. Dite la vostra qui sotto. Magari aiuta.

https://www.bambinidisatana.com/2016/02/26/alfano-attaccato-da-anonymous-basta-stronzate/

 

 

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UAAR, Micro Mega

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Sinti, nomade o rom? Il modulo per l’iscrizione a scuola scatena la polemica

Il modulo, consegnato ai genitori degli alunni della scuola elementare di Fossò, in provincia di Venezia

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L’ennesima vergogna: per iscriversi alla scuola elementare bisogna specificare la propria etnia, ovvero se si è sinti, rom, nomade o camminante. Il modulo, consegnato ai genitori di Fossò (Ve), ha fatto scattare l’immediata polemica sostenuta dalle famiglie che si sono rivolte ad una associazione vicino a Rifondazione comunista. L’accusa: “E’ un abuso, una discriminazione gravissima”.

L’isitituto si difende: “Serve per favorire l’integrazione”. Ma è una spiegazione inaccettabile.

Della polemica parlano i giornali veneti dopo che il modulo, distribuito da tempo, è stato oggetto di valutazione da parte dei genitori interessati alla “domanda”, che hanno deciso di rendere pubblica la vicenda anche sui social network.
La scuola è nel Veneziano ma a far scattare la protesta sono stati genitori che vivono nel Padovano e che, attraverso, chi li assiste, ritengono che solo per loro ci sia questa “specifica”. Per questo i legali dello Sportello Sociale / Gap – Padova sono al lavoro, perché si potrebbe trattare di “un abuso e una discriminazione gravissima”.
Peraltro, sul modulo è richiesta anche la cittadinanza con una casella per “italiano” e uno spazio per specificare, se straniero, la nazionalità di origine, così come le vaccinazioni effettuate ed altri dati personali.
Mentre la direzione scolastica sostiene che l’atto “serve per favorire l’integrazione”, Rifondazione respinge le motivazioni addotte dall’istituto e rileva che il modulo “va immediatamente ritirato perché va contro la Costituzione, la legge Mancino e le normative europee che vietano qualsiasi censimento”.





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Globalist

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Più soldi di tutti alla scuola di tutti, quella pubblica

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi»

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La presentazione del secondo rapporto nazionale sulla povertà educativa minorile in Italia, a cura di Openpolis e Con i bambini, sottolinea la necessità di maggiori investimenti negli asili nido (fascia di età 0-3 anni) e nelle scuole dell’infanzia (fascia d’età 3-5 anni). Nonostante il nostro Paese risulti sotto la media Ocse in termini di percentuale del Pil speso per l’istruzione della prima infanzia, la politica insiste su ragioni di risparmio e sulla conseguente e presunta necessità di destinare soldi pubblici alle scuole private paritarie, in larga parte di orientamento religioso.
Costituzione alla mano, vi è una differenza fondamentale tra l’asilo nido e la scuola dell’infanzia. Il primo è un servizio, sicuramente importante, mentre la seconda è scuola. E come tale è un dovere costituzionale che lo Stato la garantisca.

Lo dice l’art. 33 della Costituzione: «La Repubblica … istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Non c’entra nulla che non sia scuola dell’obbligo. È un dovere della Repubblica istituirla ove vi sia richiesta, gratuita e statale. È facoltativo per le famiglie chiedere che i figli la frequentino. Si pensi alla quarta e alla quinta superiore: non è scuola dell’obbligo, ma non s’è mai visto un liceo statale che si ferma alla terza superiore.

Eppure da quando la legge clericale 62/2000 ha reso possibile il finanziamento pubblico alle scuole private – legge voluta dal secondo governo D’Alema, ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer -, destra e sinistra hanno fatto in modo che l’istituzione di scuole statali dell’infanzia statali venisse frenata, e che soldi pubblici venissero dirottati su scuole paritarie che in larga misure sono scuole-parrocchia. Fu esplicito nel 2014 Luca Zaia, governatore del Veneto: «Il governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alla operosità sociale delle Comunità cristiane, parrocchiali e congregazionali».

Fu altrettanto esplicita la rossa Bologna, che pur sconfitta nel referendum comunale del 2013 da un 60% di cittadini che chiedevano di destinare i fondi comunali alle scuole pubbliche fino all’esaurimento delle liste d’attesa, confermò invece il finanziamento di un milione di euro alle scuole paritarie, quasi tutte cattoliche. E non è da meno l’attuale esecutivo: quello che si definiva “del cambiamento”, ma che continua come i governi precedenti a stanziare mezzo miliardo l’anno per le scuole private paritarie. Ancora maggiore è il contributo totale che le amministrazioni locali devolvono alle scuole paritarie: l’inchiesta dell’Uaar icostidellachiesa.it quantifica che solo quelli per scuole cattoliche o che si ispirano alla morale cattolica ammontino a 500 milioni l’anno.

Le scuole private sopravvivevano anche prima di iniziare a ricevere contributi pubblici, grazie alle rette e a sponsor privati, e avevano sostanzialmente lo stesso numero di studenti che hanno adesso. La ricetta per contrastare la povertà educativa minorile in Italia? Recuperare questi fondi, aggiungerne altri e destinarli esclusivamente alla scuola di tutti, a una scuola laica, pubblica e all’avanguardia. Iniziando dalle scuole dell’infanzia statali ovunque vi sia richiesta. Come Costituzione comanda, come comandano ragione e laicità.





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“Simpatie per coprofagi” Multa per diffamazione alla dottoressa Silvana De Mari

La dottoressa Silvana De Mari condannata per diffamazione: aveva detto che il circolo gay era simpatizzante di “pedofilia, necrofilia e coprofagia”

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Arriva un’altra condanna per diffamazione per Silvana De Mari, la dottoressa torinese già nella bufera per aver sostenuto che l’omosessualità è contronatura.

Stavolta il medico dovrà risarcire il circolo “Mario Mieli” di Roma di cui aveva parlato in un’intervista al quotidiano La Croce. “Il circolo LGBT di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia”, aveva detto, “Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia“.

Ora il tribunale di Torino ha condannato la De Maria a pagare una multa di mille euro, più il risarcimento dei danni – non ancora quantificati – e le spese legali. “Sono felice che questa notizia arrivi mentre una nutrita delegazione del Circolo Mario Mieli e di numerosissime altre realtà LGBT+ italiane, si trova a New York per il grande World Pride”, dice Sebastiano Secci, presidente dell’associazione, “Quella notte di 50 anni fa le ragazze di Stonewall ci hanno insegnato a dire basta ai soprusi e alle umiliazioni ricevute, questa condanna è figlia di quegli insegnamenti”.





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il Giornale

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