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ITALIA

Uscire dall’euro? Cosa succederebbe a stipendi, pensioni, mutui e bollette

Diventeremmo un paese poverissimo dai costi altissimi in stile Venezuela

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Cosa accadrebbe se l’Italia uscisse dall’euro? Quale sarebbe il contraccolpo su stipendirisparmipensionimutuiinflazione e spesa al supermercato?

Proviamo per un attimo a mettere da parte i colossali e pressoché insolubili problemi iniziali, dal quadro giuridico all’inevitabile fuga dei capitali (menzionata anche dal famoso “piano B” firmato da Paolo Savona, che ha studiato seriamente gli esempi della dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico e dell’Unione Sovietica), fino alla possibilità più che concreta che l’Italia finisca in default.

Senza contare gli almeno 350-400 miliardi di euro che il nostro Paese dovrebbe pagare immediatamente perché in enorme deficit nel Target 2, il sistema di pagamenti delle banche centrali dell’eurozona. Fino alla prospettiva della stessa disgregazione dell’Unione monetaria.

Scogli insuperabili, prospettive sudamericane che nessuno vorrebbe vivere sulla sua pelle. Ma facciamo un piccolo esercizio d’accademia per capire come sarebbe l’Italia nella fantascientifica ipotesi di un ritorno alla lira, pianificata e composta anche se organizzata all’improvviso per non creare crisi di liquidità (come prevedeva il “piano B”).

Uscire dall’euro: cosa succede all’inflazione

Libera dai vincoli comunitari, Bankitalia inizierebbe a stampare selvaggiamente moneta per sostenere il debito pubblico. Con un primo importante risultato: ritorneremmo all’inflazione a doppia cifra, quella che chi ha i capelli grigi ha già toccato con mano negli anni Settanta e Ottanta (quando sorpassò il 21%). Il caro vita farebbe volare i prezzi dei generi di consumo, schiacciando a terra il potere d’acquisto degli italiani, come potrebbero agevolmente raccontare i poveri venezuelani che pagano una sigaretta circa il 12% del loro stipendio minimo mensile. I prezzi di generi alimentari e materie prime importate andrebbero infatti alle stelle.

Uscire dall’euro: cosa succede a stipendi e pensioni

Il carovita rappresenterebbe insomma una colossale tassa patrimoniale sul collo degli italiani, soprattutto quelli con entrate fisse, facendo a pezzi il potere d’acquisto di stipendi e pensioni. Sempre che gli stipendi esistano ancora, poiché l’impennata dei costi di finanziamento delle aziende manderebbe al tappeto investimenti e imprese stesse, con il risultato di far impennare la disoccupazione. Della nuova lira ipersvalutata, infatti, incasserebbero qualche misero vantaggio solo le imprese che esportano prodotti a basso valore aggiunto, le quali comunque dovrebbero fare i conti con la perdita del potere d’acquisto delle famiglie italiane e la crisi dei consumi (ma anche con la necessità di adeguare gli stipendi alla corsa dell’inflazione, problema attuale del presidente argentino Macri). Chiunque desideri raccogliere capitali sui mercati internazionali a tassi accettabili, probabilmente sposterà l’azienda all’estero.

Uscire dall’euro: cosa succede a immobili, mutui e bollette

Anche i mutui immobiliari, dovuti a banche che probabilmente sarebbero state in buona parte nazionalizzate per garantirne la sopravvivenza, esploderebbero per l’effetto inflazione, per l’effetto tassi ma anche per l’effetto cambio: essendo stati stipulati in euro, diventerebbero sempre più cari perché la nuova lira difficilmente riuscirebbe a mantenere il passo con la vecchia moneta unica, resa forte dalla presenza della Germania nell’unione monetaria.

Stendiamo un velo pietoso sul capitolo bollette, visto che non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico e che comprare elettricità e gas sui mercati esteri, con una lira svalutata, costerebbe un capitale (che poi finirebbe nelle bollette).

Uscire dall’euro: cosa succede a risparmio e investimenti

Anche i titoli di Stato perderebbero rapidamente valore, divorati dall’inflazione, mentre ovviamente il debito pubblico italiano diventerebbe sempre più difficile da collocare, con i mercati in grado di imporre tassi d’interesse enormi per prestare soldi all’Italia della nuova lira. Una valuta a livelli di fragilità simili a quelli del peso argentino e della lira turca, in caduta libera proprio nelle ultime settimane. Diventeremmo insomma un Paese emergente, in un triste tango a braccetto con Buenos Aires.



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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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3 Commenti

3 Comments

  1. Marco Dimitri

    30 Maggio 2018 at 13:46

    si ma il costo della vita raddoppierebbe come minimo

  2. Anonimo

    30 Maggio 2018 at 14:33

    Ma è chiaro che congiuntamente al cambio di valuta si cambierebbe anche la dottrina economica altrimenti non avrebbe senso.
    Ciononostante dubito che l’elettore medio di M5S e Lega abbia una vaga idea di quello di cui stiamo parlando.

  3. Anonimo

    30 Maggio 2018 at 22:36

    Tendiamo ad incolpare l’euro, ma nella realtà, chi doveva vigilare sui prezzi non lo ha fatto, ora ci troviamo a pagare il doppio di prima, con gli stipendi rimasti al palo!!!

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ITALIA

L’arresto di Carola Rackete non era legittimo

Il no della Cassazione al ricorso della Procura di Agrigento
Respinto il ricorso contro l’ordinanza della gip di Agrigento Alessandra Vella che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà la comandante della nave Sea watch 3

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È stato legittimo il no del gip di Agrigento all’arresto della comandante della Sea Watch, Carola Rackete. È stato respinto dalla Corte di Cassazione il ricorso della Procura di Agrigento contro l’ordinanza che lo scorso 2 luglio ha rimesso in libertà Carola Rackete, la comandante della nave Sea Watch 3 approdata a Lampedusa forzando il blocco. La giovane comandante tedesca a fine giugno era entrata nel porto di Lampedusa nonostante il divieto della Guardia di Finanza. La terza sezione penale della Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura, dando così ragione alla gip di Agrigento Alessandra Vella, che non aveva convalidato l’arresto di Rackete, escludendo il reato di resistenza e violenza a nave da guerra, che era stato contestato alla giovane donna.

«Grande soddisfazione per un provvedimento coerente da un punto di vista istituzionale e giuridico», commenta l’avvocato Alessandro Gamberini, difensore di Rackete. «Ora«, aggiunge il legale, «sarà importante leggere le motivazioni, ma l’esito di oggi mi lascia ben sperare per il proseguio del procedimento».



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Crediti :

il Corriere

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Matteo Salvini assente in Aula mentre si stanziano 1,2 miliardi di euro per i terremotati

Salvini salta il voto per gli aiuti colpiti dal terremot. È la seconda volta

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A segnalare l’episodio è stato l’europarlamentare PD Daniele Viotti che ha postato su Facebook una foto della seduta dove si vede che il posto di Salvini è vuoto. Per Viotti Salvini è “senza vergogna” perché il giorno prima Ia Strasburgo per votare, poi – spiega Viotti – «è volato a Roma per partecipare all’ennesima trasmissione televisiva. Questa mattina, invece, ha fatto un tweet lamentandosi di essersi svegliato presto e avere l’aereo in ritardo e, già che c’era, ha fatto una diretta Facebook».

Nella diretta fatta su Facebook dall’Aeroporto Salvini ha anche avuto il coraggio di lamentarsi del Parlamento italiano che perde tempo a votare una legge contro la propaganda fascista invece che preoccuparsi dei problemi degli italiani. Eppure non è che il Ruspa ieri abbia dimostrato di essere in grado di occuparsi dei problemi di quei cittadini italiani che vivono nelle zone terremotate visto che invece che essere in Aula se ne stava a fare il pendolare a spese dei contribuenti europei.

Molti parlamentari del PD ieri hanno criticato l’assenza di Salvini. Tra questi anche l’ex Ministra Cécile Kyenge che su Twitter ha twittato “Salvini? Chi l’ha visto”.

Vuoi vedere che ora gli stranieri rubano il lavoro anche agli eurodeputati? Oppure gli eurodeputati di origine straniera fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare?

Salvini salta il voto per gli aiuti ai terremotati per la seconda volta

La tecnica di Salvini è nota e l’abbiamo già spiegata in occasione degli attentati di Bruxelles quando Salvini fu colto di sorpresa mentre dal centro della capitale belga si stava recando all’aeroporto Zaventem. Il problema in quel caso era che che in quel momento Salvini avrebbe dovuto essere in Commissione invece che tornare in Italia. Anche in quel caso la sera prima Salvini era a Roma, perché aveva partecipato alla registrazione di una puntata di Porta a Porta. Il trucco di Salvini è quindi quello di andare su e giù da Bruxelles (a spese dei contribuenti) senza prendere parte ai lavori parlamentari.

Stando all’agenda dei lavori del Parlamento europeo ieri la discussione e il voto sui fondi di solidarietà all’Italia (di cui era relatore l’europarlamentare Giovanni La Via) si sarebbe dovuta tenere poco dopo le 12:00. Salvini però – che la sera prima era volato a Roma per intervenire a Di Martedì – all’arrivo in aeroporto ha scoperto che il volo era in ritardo. Sicuramente si giustificherà dicendo che “il volo era in ritardo” (che è appena più credibile del cane che ti mangia i compiti il giorno prima di andare a scuola). Anche perché l’Europarlamento si riunisce in seduta plenaria per quattro giorni una volta al mese. È così difficile riuscire a essere presente?

Povero Matteo, lui ci prova anche ad andare a fare il suo lavoro ma la cosa non gli riesce bene. Questa infatti è la seconda volta che Salvini perde l’appuntamento con il voto per i fondi ai terremotati. Era già successo nel dicembre del 2016. Ma Salvini è fatto così: crede che per aiutare i terremotati del Centro Italia sia sufficiente farsi un giro in montagna tra la neve e poi presentarsi da Lilli Gruber con ancora addosso i moon boot. Eppure per lui sarebbe così semplice dare una mano ai terremotati, basterebbe che si limitasse a fare il lavoro per cui è pagato. E non gli serve nemmeno essere eletto Presidente del Consiglio per farlo. Quando si dice che uno ha tutte le fortune.



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Gli altri siti Unesco a rischio per i cambiamenti climatici in Italia

Secondo uno studio pubblicato dall’università di Kiel, nel nostro paese 13 siti Unesco potrebbero scomparire entro il 2100

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HOME ATTUALITÀ AMBIENTE Gli altri siti Unesco a rischio per i cambiamenti climatici in Italia Secondo uno studio pubblicato dall'università di Kiel, nel nostro paese 13 siti Unesco potrebbero scomparire entro il 2100 (foto: Getty Images/Filippo Monteforte)

Le mmagini di Venezia allagata e la sua laguna, sito patrimonio dell’Unesco, ci fanno interrogare sul futuro di un immenso patrimonio artistico che rischia sempre più seriamente di andare perduto. La relazione fra le gli eventi climatici e questi siti dall’enorme valore storico-culturale sarà un punto da non sottovalutare nel futuro prossimo anche in altri luoghi d’Italia, però. Infatti, secondo uno studio dell’università di Kiel (Germania), pubblicato nel 2018 su Nature Communication, nel nostro paese ci sono ben 13 siti dichiarati patrimonio dell’Unesco che entro il 2100 potrebbero scomparire a causa delle inondazioni.

Nell’area del Mediterraneo, area su cui si focalizza la ricerca, l’Italia pagherebbe, secondo quanto emerge, il tributo più alto. In particolare, lo studio ipotizza quattro scenari di aumento del livello del mare entro la fine del secolo e calcola così livelli di rischio diversi. “Entro il 2100” – si legge – “il rischio di alluvione potrebbe aumentare del 50% e quello di erosione del 13% in tutta la regione considerata”. Si capisce quindi l’importanza di agire in maniera preventiva, in modo da tutelare il patrimonio storico-artistico. Solo considerando la possibilità alluvione (e non erosione) “il numero più alto dei siti Unesco a rischio si trova in Italia, seguita da Croazia e Grecia”.

Su una scala da 0 a 10, il picco si tocca proprio in corrispondenza di tre siti italiani: “Venezia e la sua Laguna, Ferrara città del Rinascimento e l’area archeologica e la Basilica patriarcale di Aquileia”. Il report spiega anche che trovandosi lungo il mar Adriatico settentrionale la possibilità di inondazioni in un orizzonte temporale futuro aumenta. Fortemente a rischio nella stessa area sono anche le ville palladiane di Vicenza. Queste previsioni identificano quindi nell’innalzamento dei mari un potenziale motivo di estrema preoccupazione per il nostro patrimonio.

Oltre questi siti Unesco appena citati, gli altri luoghi patrimonio dell’umanità che rischiano di scomparire entro fine secolo sono dislocati su tutto il territorio nazionale. In questo caso però il rischio è moderato rispetto ai precedenti (il livello che l’acqua da raggiungere oscilla fra 1,8 e 2 metri di altezza) ma non è assente, soprattutto considerando i cambiamenti climatici all’orizzonte.

Un’alta concentrazione di siti si trova in Campania: la Costiera Amalfitana, Pompei e Ercolano, il parco nazionale del Cilento e il Vallo di Diano e, infine, il centro storico di Napoli. Due siti sono in Sicilia, ovvero Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica e le città della Val di Noto. Risalendo lo stivale sarebbe a rischio anche il campo dei Miracoli a Pisa, le Cinque Terre e Portovenere in Liguria e le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli a Genova.



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Crediti :

Wired

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