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Vaccinazioni, internet e bufale

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Le bufale sulle [glossary_exclude]vaccinazioni[/glossary_exclude] continuano purtroppo a scorrere in rete tra “medici omeopati” ed utenti privi di ogni cultura medica

egli ultimi anni la discussione sulle vaccinazioni si è (ri)accesa a causa di gruppi di persone che ne mettono in dubbio l’efficacia e ne enfatizzano i possibili effetti nocivi. A volte si tratta di medici (perlopiù omeopati), come è avvenuto in occasione della lettera inviata nel 2015 al Presidente dell’istituto Superiore di Sanità e firmata da 120 medici. Nella rete invece, su Facebook e negli spazi di discussione, intervengono soprattutto persone senza una preparazione specifica che, una volta raccolte alcune informazioni da siti di scarsa validità scientifica e fatte alcune superficiali ricerche sul web, ritengono di poter sostenere con veemenza la loro posizione, spesso con un’arroganza che va di pari passo con la loro impreparazione in materia (effetto Dunning-Kruger). Purtroppo questi interventi possono instillare dubbi nei genitori in procinto di vaccinare i figli.

Per cercare di fare un po’ di chiarezza sulle vaccinazioni nel blog di un’associazione che si pone fra i suoi obiettivi il “progresso civile, culturale e scientifico”, provo a sintetizzare la situazione. La storia medica dei vaccini parte da lontano. Già nell’antichità si era notato che persone che avevano avuto una malattia infettiva, una volta guarite spesso erano immuni verso quella malattia e vennero fatti dei rozzi ed empirici tentativi di immunizzazione, cioè di indurre nell’organismo la capacità di riconoscere un agente estraneo e di combatterlo più efficacemente. Ma è solo alla fine del ‘700 che un medico britannico, Edward Jenner, scoprì il modo per immunizzare le persone contro il vaiolo. Da allora si sono fatti progressi enormi e si sono resi disponibili sempre più vaccini per un numero sempre maggiore di malattie contagiose, spesso mortali e comunque molto pericolose.

Grazie alle vaccinazioni, una malattia spaventosa come il vaiolo è stata eradicata

La storia della medicina ci insegna che, grazie ai vaccini, una malattia spaventosa come il vaiolo è stata eradicata e viene considerata scomparsa dal 1980. Anche la poliomielite, che ha seminato dolore e morte fino agli anni ’50 del secolo scorso, è arrivata vicino alla sua eliminazione totale; altre malattie, come il morbillo potrebbero essere totalmente eliminate dal pianeta se si riuscisse a ottenere un’adeguata copertura vaccinale. É paradossale perciò notare come l’ambizioso obiettivo di eliminare una malattia infettiva, con la conseguenza di non dover più vaccinare nessuno, sia di fatto contrastato proprio da quelle persone che si dichiarano contrarie ai vaccini: una clamorosa contraddizione.

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Ma quali sono le motivazioni addotte da chi afferma la contrarietà ad alcune o a tutte le vaccinazioni? Un ottimo e affidabile sito informativo sui vaccini elenca così le principali: “Si sostiene che l’igiene e una vita sana sarebbero sufficienti a proteggerci dalle malattie infettive, che troppi vaccini vengono associati nella stessa iniezione, che i vaccini sono somministrati a bambini troppo piccoli e che indeboliscono il loro sistema immunitario, che causano malattie gravi come l’autismo o la morte improvvisa in culla (SIDS), insomma si sostiene che i vaccini non servono e che vengono acquistati dallo Stato e somministrati ai bambini principalmente per fare un favore all’industria farmaceutica.” A queste motivazioni se ne aggiungono anche altre, come per esempio l’uso degli adiuvanti nelle preparazioni vaccinali, e non c’è lo spazio per esaminarle tutte qui. Ma lo scopo di questo articolo vuole essere soprattutto quello di dare alcune informazioni di base e poi fornire al lettore i mezzi per potersi informare correttamente approfondendo autonomamente, se interessato, le proprie conoscenze in questo ambito.

vaccinazioni vaccini

Uno degli argomenti più usati e che sembrano offrire maggior presa è quello che si basa sulla libertà di cura, in base all’articolo 32 della Costituzione che dice: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.” Se una persona preferisce non sottoporsi a un intervento chirurgico o alla chemioterapia per curarsi, in base alla Costituzione ha pieno diritto di farlo. Perché allora si sta sviluppando l’idea di costringere (o meglio di spingere con forza) i genitori a vaccinare i propri figli, così come avveniva fino ad alcuni anni fa e come si sta reintroducendo in alcune regioni o stati esteri come l’Australia? Questo obbligo non viola forse la Costituzione? In realtà no. La libertà di cura riguarda l’individuo, non la società. Ed è facile spiegare perché non c’è violazione della Costituzione con un esempio.

Se un individuo fosse noto per provenire da una zona del mondo in cui è esplosa un’epidemia del terribile virus Ebola, malattia mortale per cui al momento non ci sono cure efficaci, sarebbe forse considerato una limitazione della sua libertà isolarlo e segregarlo fino al momento in cui si è sicuri che non è infettivo? No, anzi. Tutti lo considerano un modo corretto per proteggere la società dalla possibile diffusione del contagio. E saremmo grati nei confronti delle autorità che ci difendono dalla possibile propagazione di un pericolo mortale. Con le malattie prevenibili coi vaccini il principio è lo stesso: si vuole evitare la diffusione di malattie gravi nella popolazione con mezzi sicuri ed efficaci.

“Ma di morbillo non è mai morto nessuno” replicano spesso gli antivaccinisti più ingenui e impreparati. Oppure “la poliomielite è scomparsa autonomamente e non fa più paura”. E nei loro siti: “non c’è fretta di vaccinare per il tetano, meglio aspettare”; “Il vaccino per l’HPV èdannoso”. “La meningite è rara”. Insomma, affermazioni finalizzate spesso a sminuire la pericolosità di malattie che, se fortunatamente non sono micidiali come Ebola, possono però essere mortali o invalidanti come il morbillo che non è per niente innocuo come viene spesso millantato, visto che può provocare gravi encefaliti in 1 caso su 1000 e la morte in 1 caso ogni 3000 e che vede oggi l’Italia come il paese europeo maggiormente colpito (515 casi nell’ultimo anno con un caso di encefalite); altri virus possono indurre l’insorgenza di tumori come il Papilloma virus; altri germi ancora possono lasciare frequentemente danni permanenti (30% nella meningite con 5% di casi mortali). Non dimentichiamo poi che a volte si parla di malattie quasi dimenticate: pochi medici al giorno d’oggi, a causa della quasi scomparsa della malattia (grazie alle vaccinazioni!) sono in grado di fare una diagnosi clinica di difterite. Il siero antidifterico, l’unico farmaco efficace, è diventato proprio per la rarità della malattia di difficile reperibilità. E recentemente in Spagna è morta di difterite una bambina non vaccinata.

“Ma voi che siete vaccinati che problemi avete? Siete protetti, quindi lasciateci la libertà di scegliere di non vaccinarci!” sostengono i contrari. Le cose però non sono così semplici. I calendari vaccinali, che sono impostati in base alle conoscenze mediche, non permettono la vaccinazione prima di una certa età. Ad esempio, la vaccinazione per morbillo e parotite è prevista a 13 mesi; ciò significa che i bambini fino a un anno di vita non sono protetti e il contatto con bambini non vaccinati potrebbe causare loro la malattia. Esistono poi malattie gravi (come le immunodeficienze congenite o acquisite) in cui le persone non possono essere vaccinate. Queste persone sono protette solo dalla cosiddetta immunità di gregge che è il meccanismo per cui chi si vaccina, impedendo la circolazione di agenti infettivi, protegge anche chi non è vaccinato. Queste persone non hanno forse il diritto di essere protette? Ovviamente anche il concetto di immunità di gregge è criticato da chi contesta i vaccini, ma se si cercano fonti nei loro siti si trova un articolo recente di Andrew Wakefield, il medico inglese radiato da anni dall’ordine dei medici in Gran Bretagna in quanto “disonesto, privo di etica e cinico”, che pubblicò uno studio, rivelatosi poi falsificato e menzognero e perciò ritirato dalla prestigiosa rivista medica che lo aveva pubblicato, che associava falsamente la somministrazione del vaccino polivalente contro il morbillo all’insorgenza dell’autismo. [La storia di Wakefield è narrata nel libro Racconti di scienza, edito da Nessun Dogma]

In rete purtroppo ancora oggi si trovano persone che sostengono che esiste un legame fra vaccinazioni e autismo, malgrado studi e controlli molto rigorosi abbiano dimostrato che non c’è alcuna correlazione. Qual è allora la situazione e come si fa a orientarsi fra le informazioni corrette e quelle fuorvianti o senza fondamento che possiamo trovare in rete? La rete può essere una grande e utile fonte di conoscenza, ma a patto di usarla correttamente. Il mio consiglio è, nel caso ci fosse qualche dubbio, di consultare siti affidabili e diffidare dei siti farlocchi (non solo di pseudomedicina). Per chi preferisce Facebook, l’invito è di seguire la pagina del prof. Roberto Burioni. Ci sono anche pubblicazioni agevoli e molto serie messe a disposizione del pubblico come quella della Regione Veneto, e ci sono ottimi libri, di facile lettura, scritti da scienziati di grande valore come Alberto Mantovani o da esperti della divulgazione come quello curato da Armando De Vincentiis.

Buona lettura!

Dott. Massimo Albertin
Ematologo, Allergologo, Patologo clinico



Licenza Creative Commons




Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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C’è stato un boom di Comuni no-5G durante l’emergenza coronavirus

Dalle Marche alla Puglia, fino al Veneto, impennata di ordinanze per vietare le antenne tra aprile e maggio. In Italia fanno presa le fake news che associano 5G e coronavirus

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A metà maggio il sindaco di Udine Pietro Fontanini ha firmato lo stop al 5G nella seconda città più popolosa del Friuli-Venezia Giulia. Il primo cittadino leghista è uno degli ultimi in ordine di tempo ad aver deciso il blocco delle antenne per la quinta generazione di comunicazioni mobili nel proprio Comune. La lista delle città no-5G in Italia si allunga ogni giorno e comprende ormai non solo borghi e piccoli paesi, che si sono mossi per primi, ma anche capoluoghi di provincia, come Vicenza, Grosseto, Messina e Siracusa.

Anche la velocità con cui i primi cittadini, di tutti i colori politici, firmano le ordinanze ha fatto un balzo in avanti. Come si evince da un’analisi dei dati svolta da Wired, i Comuni no-5G sono passati dai 53 del periodo maggio 2019-febbraio 2020 ai 209 venuti a galla tra marzo 2020 e il 20 maggio, per un totale di 262. Questa recente impennata è l’effetto della pressione di comitati per lo stop, ma anche della diffusione di teorie cospirazioniste che soffiano sul fuoco dell’emergenza coronavirus, legandola, pur essendo smentite dalla scienza, proprio al 5G.
Boom durante l’emergenza Covid-19

Il numero di ordinanze emesse dai sindaci per vietare test e installazione di antenne 5G nel proprio Comune è esploso durante i mesi della pandemia. I dati si riferiscono solo a ordinanze sindacali e non tengono conto di provvedimenti di altra natura (delibere, mozioni, interrogazioni).

 

* Il dato di maggio è aggiornato al 20/5/2020

Fonte dati: Alleanza italiana Stop 5G; articoli di giornale; ordinanze comunali – elaborazione Wired.it


La battaglia no-5G

La campagna per fermare le antenne di quinta generazione prende corpo in Italia nella primavera del 2019. Lo scorso marzo l’Alleanza italiana stop 5G, un comitato che già dal 2018 chiede la moratoria della sperimentazione del nuovo standard di telecomunicazioni, organizza alle porte di Roma, a Vicovaro, un meeting sul tema. Ne esce un manifesto che, tra le varie richieste, invita i municipi a emettere ordinanze per sospendere i test.

Un nostro canovaccio tratto da Vicovaro è stato sistematicamente inviato ai sindaci”, spiega Maurizio Martucci, portavoce nazionale del movimento e giornalista. E la proposta fa breccia. Prima a Roma, nel municipio XII a trazione Movimento 5 Stelle, che sconfessa la sindaca della Capitale Virginia Raggi. Poi a San Gregorio Matese, nel Casertano, dove il sindaco Carmine Mallardo ad aprile blocca un impianto Wind-Tre “fin quando non saranno chiarite le problematiche inerenti l’incidenza sulla salute dei cittadini”.

È poi la volta di tre Comuni dell’Alta Langa, neanche seicento anime messe insieme: Roascio, Trezzo Tinella e Marsaglia. L’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) li ricomprende tra i 120 piccoli borghi italiani che le compagnie di telecomunicazioni sono obbligate a coprire con il 5G dal 2022, per non aumentare il divario digitale. Ma le tre fasce tricolori non ci stanno: scrivono al prefetto, biasimano la scelta e a giugno la prima cittadina di Marsaglia, Franca Biglio, firma l’ordinanza di stop.

Per Pietro Guindani, presidente di Asstel, l’associazione di categoria delle telecomunicazioni, “sorprende che i Comuni emettano ordinanze di divieto di “sperimentazione della tecnologia 5G”, quando le sperimentazioni riguardano solamente le cinque città italiane scelte dal Mise (ministero dello Sviluppo economico, responsabile della partita, ndr)Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera. Va chiarito inoltre che le sperimentazioni sono di natura esclusivamente tecnica

Le province dei no-5G

Il grafico mostra le province (o città metropolitane) dove si concentra il maggior numero di Comuni in cui è stata adottata un’ordinanza di divieto del 5G da parte del sindaco. Non si considerano altri tipi di atti.

Il caso dell’area di Fermo è particolare, perché molti sindaci hanno sottoscritto un’ordinanza di stop promossa da quello di Sant’Elpidio a Mare ma non tutti l’hanno già emessa mentre pubblichiamo questo articolo.

Nell’ultima posizione si collocano a pari merito tre province.

 

 

* Il dato di maggio è aggiornato al 20/5/2020

Fonte dati: Alleanza italiana Stop 5G; articoli di giornale; ordinanze comunali – elaborazione Wired.it

Una coincidenza “sospetta”

Dal 2019 il numero dei Comuni italiani contrari alle reti mobili di quinta generazione è cresciuto e quasi tutti i partiti annoverano tra i tesserati un sindaco che si è opposto. A maggio l’Alleanza rivendica 415 Comuni che hanno provvedimenti a tema 5G. Tutti contro? Non proprio. Nel novero rientrano sia le vere e proprie ordinanze di stop, sia atti che non bloccano le installazioni, come mozioni, interrogazioni, delibere per finanziare ricerche ad hoc.

L’ordinanza resta l’arma più diretta, a cui il sindaco può ricorrere, suggerisce Vicovaro, in quanto massima autorità sanitaria del suo territorio. Analizzando l’elenco dell’Alleanza stop 5G, articoli di stampa e gli albi pretori degli stessi municipi, Wired ne ha calcolate 262. Di queste, 200 (il 76,3% del totale) sono state emesse in neanche cinquanta giorni, tra aprile 2020 e il 20 maggio.

È difficile credere che sia solo una coincidenza questa impennata, visto che è avvenuta proprio mentre l’Italia era in piena emergenza Covid-19. Nelle ultime settimane è dilagata una teoria del complotto, priva di fondamento scientifico, che associa 5G e coronavirus. Come ricorda la newsletter di cybersecurity Guerre di rete, parte dall’assunto che la malattia sia esplosa a Wuhan perché è stata la prima città cinese a essere connessa con le nuove antenne. E di conseguenza, dove c’è più 5G, si diffonde meglio il coronavirus. L’ha rilanciata anche il consigliere economico del governo italiano, Gunter Pauli, in un tweet.

Linea del fronte

La geografia dei Comuni in cui è vietato il nuovo standard tecnologico, che permetterà di implementare su larga scala robotica, telemedicina di precisione e chirurgia da remoto, industria 4.0 e la sensoristica diffusa delle smart city, si è evoluta negli ultimi dodici mesi. All’inizio la linea Maginot correva tra i piccoli borghi. Dei 120 Comuni scelti dall’Agcom, circa un terzo ha alzato le barricate. Guindani osserva che, pur essendo “oggetto di un’attenzione particolare per evitare loro disparità penalizzanti nell’accesso alla rete del futuro, sono stati tra i primi a mettere in atto iniziative tese a bloccarne la realizzazione”. E aggiunge che “i costi sarebbero stati a totale carico degli operatori” e il segnala avrebbe viaggiato su frequenze “già in uso per le trasmissioni della tv digitale terrestre”.

Poi lo scontro si è spostato nei grandi centri: Messina e Siracusa in Sicilia; Pistoia e Grosseto in Toscana; Vicenza in Veneto; Udine in Friuli; Civitavecchia in Lazio. Fino a entrare nel cuore delle grandi città italiane. A Venezia, per esempio, è stata la municipalità del centro storico (a trazione centrosinistra) ad approvare un ordine del giorno sul 5G. Dal Comune guidato da Luigi Brugnaro (centrodestra) fanno sapere: “Noi non abbiamo fatto nulla, ci allineiamo al Mise”.

Noto, il cui territorio comunale si estende per 550 chilometri quadrati (quarto in Italia dopo Roma, Ravenna e Cerignola), il municipio conferma che “c’era una fase esplorativa riguardante alcune aziende interessate a installare le antenne”. Ma il 29 aprile il sindaco Corrado Bonfanti, entrato in Forza Italia, firma lo stop di sei mesi, prorogabile. “Ritengo procrastinabile o addirittura non necessaria per il nostro territorio, l’installazione o la sperimentazione di antenne con tecnologia 5G. La tutela della salute è un aspetto molto importante, anche alla luce dell’attuale pandemia”, ha dichiarato, richiamando di nuovo l’emergenza coronavirus.

Le ordinanze, spesso fotocopia l’una dell’altra, soprattutto nei piccoli centri generano un effetto domino. Se un sindaco firma lo stop, scattano a catena provvedimenti simili, mozioni, interpellanze nei comuni vicini. A giudicare dalla densità delle sole ordinanze, le province più calde sono quelle di Fermo (35 atti, benché non tutti già emessi dai sottoscrittori di un comune impegno) e Lecce (31), seguite da Padova (18), Salerno (13), Messina (12) e Vicenza (10). Se si contano anche altri provvedimenti, spiccano Caserta (15), Bolzano (13), Teramo (13) e Roma (13).

In Salento l’opposizione al 5G è esplosa nelle ultime settimane con una reazione a catena. Tanto da spingere l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Cosimo Borraccino, a precisare che i dati attuali “non fanno ipotizzare particolari problemi per la salute della popolazione” e che l’Autorità regionale per la protezione ambientale (Arpa) pugliese conferma “che questa nuova tecnologia ha già dei protocolli per le installazioni che si basano su accertamenti preventivi della misurazione dei campi elettrici”.

Copertura della rete 5G in Italia

Secondo i dati di Ernst & Young prima della pandemia, il trend di copertura del servizio 5G in Italia raggiungerà il 30% entro la fine del 2021.

Il prototipo delle ordinanze

Gli stop usano le stesse fonti. A sostegno vengono avanzate quattro argomentazioni (già analizzate da Wired in merito all’ordinanza di Scanzano Jonico). Primo: la cosiddetta elettrosensibilità, i cui sintomi però, come spiegato già su Wired, non sono imputabili all’esposizione ai campi elettromagnetici e che studi del 2015 interpretano come un effetto nocebo (ossia la reazione negativa a qualcosa di innocuo, ma percepito come dannoso).

Secondo: pronunce di giurisprudenza. In particolare, una sentenza del Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio che ha imposto ai ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Istruzione una campagna sull’uso corretto del telefonino e una della Cassazione sul nesso tra cancro e smartphone, tema dibattuto in ambito scientifico. E rispetto al quale la Commissione internazionale per la protezione delle radiazioni non ionizzanti (Icnirp), organismo indipendente riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha specificato che “la tendenza nelle evidenze che continuano ad accumularsi è sempre più contraria all’ipotesi che l’utilizzo del telefono cellulare causi tumori del cervello”. A marzo l’Incnirp ha aggiornato le sue conclusioni, confermando i limiti imposti in precedenza.

Terzo: studi che sostengono la cancerogenicità delle onde elettromagnetiche. Sono tre in particolare. Una ricerca del National toxicology program statunitense (Ntp) del 2018, condotta sui ratti e basata su parametri ritenuti poco affidabili, e una dell’Istituto Ramazzini di Bologna. In entrambi i casi i risultati, ha osservato Alessandro Polichetti, del centro nazionale per la protezione delle radiazioni e fisica computazionale dell’Istituto superiore di sanità (Iss), sono diversi “dalla maggior parte degli oltre 50 studi su animali da laboratorio in cui è stata valutata la cancerogenicità dei campi elettromagnetici senza osservare effetti”. Tanto che, conclude Polichetti, “questi due studi non sembrano pertanto modificare in modo sostanziale il quadro d’insieme delle evidenze scientifiche”. Si ripesca poi il parere dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che inserisce le frequenze dei cellulari nella categoria 2B: “possibili cancerogeni”. Ma attenzione alla lettura di questo “possibili”: significa che gli effetti cancerogeni non possono essere esclusi a priori ma che le evidenze sono “limitate” o “inadeguate”.

Peraltro, indica Polichetti, “nuove evidenze epidemiologiche, successive alla valutazione della Iarc del 2011 e provenienti da studi di tipologia diversa (studi di coorte, studi sull’incidenza dei tumori nella popolazione) sembrano smentire le indicazioni degli studi caso-controllo”, gli unici a indicare un aumento dei rischi, ma basati su questionari in cui si chiedeva agli intervistati di ricordare il numero e la durata di chiamate fatte via cellulare, anche dopo molti anni.

Quarto e ultimo argomento: il principio di precauzione. Siccome non ne sappiamo ancora abbastanza, ci fermiamo, è la tesi. Tuttavia gli “studi finora effettuati, sia epidemiologici che sperimentali, non suggeriscono invece l’esistenza di rischi a lungo termine”, ha scritto Polichetti. E ha ricordato che “la temuta “proliferazione delle antenne” non dovrebbe comportare aumenti generalizzati delle esposizioni in quanto le ridotte dimensioni delle small cells comporteranno delle potenze di emissione più basse”.

* Il dato di maggio è aggiornato al 20/5/2020

Fonte dati: Alleanza italiana Stop 5G; articoli di giornale; ordinanze comunali – elaborazione Wired.it

Le sperimentazioni 5G in Europa
A marzo 2020 si registrano in Europa 191 sperimentazioni in corso in 27 Stati membri e nel Regno Unito. Sono 138 le città campione del 5G. Per le nazioni in cui sono in corso test, sono indicate le principali città coinvolte.

Di Comune in Comune
A Chioggia il dossier 5G approda sui banchi del consiglio comunale lo scorso dicembre. Un voto unanime respinge i test nella “piccola Venezia”. Ciononostante, il 14 aprile il sindaco Alessandro Ferro, in quota 5 Stelle, firma una sospensione, che riguarda sia nuove antenne sia la sostituzione delle esistenti, e vale fino all’emissione di un parere da parte dell’Inail o dell’Iss. Quest’ultimo, però, di rapporti che escludono rischi sul 5G ne ha già prodotti.

Alcuni municipi hanno scelto la strada del cofinanziamento di studi. Martucci cita i casi Trento, Torino e Bologna. Il caso del capoluogo emiliano è peculiare, perché vi ha sede l’Istituto Ramazzini, una delle voci più influenti nell’orbita anti-5G. Il Comune tuttavia non ha risposto con un no preventivo. “Facciamo incontri per spiegare la localizzazione degli impianti e cosa può fare il Comune”, racconta Marco Lombardo, assessore comunale ad attività produttive e lavoro. L’obiettivo è creare un tavolo per conciliare le richieste dei cittadini con i progetti delle compagnie di telecomunicazioni, studiando insieme dove collocare gli impianti e “come minimizzare l’impatto”, aggiunge Lombardo.

(foto: Stefan Wermuth/Getty Images)

A fine ottobre 2019 scoppia il conflitto tra il municipio felsineo e la confinante San Lazzaro di Savena, dove la sindaca di Italia Viva Isabella Conti sospende le antenne. La censura dai microfoni di Radio Città del Capo anche il sottosegretario al ministero della Salute, la bolognese Sandra Zampa, quota Pd. La stessa esponente di governo che, secondo Martucci, ai primi di ottobre avrebbe fatto un’apertura alla sospensione del 5G firmata dalla deputata Sara Cunialex Movimento 5 Stelle ora nel gruppo misto, sostenitrice di teorie no-vax, poi però respinta. Di recente lo stesso ministero della Salute ha ribadito l’assenza di rischi collegati al 5G. Mentre la Cunial, sostiene l’Alleanza stop 5G, avrebbe agevolato la consegna di 340mila firme per chiedere al ministro Roberto Speranza lo stop delle antenne.

A Livorno, spiega l’assessore ad Ambiente e mobilità, Giovanna Cepparello, “abbiamo fatto un atto di indirizzo del consiglio comunale e stiamo seguendo un approfondimento per definire un piano delle antenne. Vogliamo avere un regolamento più calzante prima che le frequenze siano attivate”. Livorno, o meglio il suo porto, è però una delle frontiere delle sperimentazioni 5G in Italia. L’Autorità portuale toscana ha firmato con la multinazionale delle reti Ericsson e con il Consorzio interuniversitario delle telecomunicazioni (Cnit) un accordo per applicare le tecnologie che viaggiano sulle reti di quinta generazione sulle banchine dove si movimentano 780mila container ogni anno e 2,5 milioni di passeggeri salgono e scendono da navi da crociera e traghetti, come ricorda Repubblica. Nel frattempo, è scesa in campo anche l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) per ribadire che non ci sono rischi.

Corsa mondiale al 5G
Oltre alle sperimentazioni, in molti Paesi si procede al lancio commerciale del 5G in alcune aree metropolitane. Corea del Sud, Cina e Stati Uniti sono i più avanti per numero di città.
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Fonte dati: State of the 5G deployments, Viavi Solutions (febbraio 2020) – Settimo osservatorio trimestrale sul 5G, Commissione europea (marzo 2020). Elaborazione: Wired.it

Le incognite sul mercato

L’effetto di provvedimenti adottati a macchia di leopardo è che sotto i cieli italiani regna confusione. Che rischia di pesare sia sui grandi operatori, che lavorano all’aggiornamento degli impianti esistenti, sia sull’ultimo arrivato in Italia, la francese Iliad, che sta costruendo ex novo la sua rete. Il Tar emiliano, per esempio, ha dato ragione al Comune di Bologna, che ha respinto la richiesta di Iliad di poter avviare i lavori per la frequenza dei 700 Mhz, siccome sarà nelle sue disponibilità solo dal 2022.

Per Asstel bisogna appianare le differenze. “Dal governo ci aspettiamo un’azione di riordino delle competenze tra Comuni, Regioni e istituzioni sanitarie che valuti l’illegittimità degli atti che impediscono l’installazione delle reti, ne contenga gli effetti e ne impedisca l’ulteriore diffusione”, rivendica Guindani. Poi, “una campagna informativa rivolta all’opinione pubblica per rendere note i reali effetti dei campi elettromagnetici sui biosistemi secondo le istituzioni scientifiche internazionali e italiane”; “protezione contro gli atti di vandalismo”; infine “interventi tesi a semplificare e sburocratizzare l’iter autorizzativo per l’installazione dei nuovi apparati”.

Ritardi e blocchi hanno conseguenze non solo sul fronte della connettività, dove già l’Italia non se la passa benissimo (24esima su 27 nella classifica europea), ma anche in termini di mancato sviluppo economico. L’anno scorso uno studio del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, che ha il primato mondiale nello sviluppo del 5G, e di Ernst & Young ha stimato un impatto positivo sul Pil italiano di circa 80 miliardi di euro in 15 anni. Per Asstel, gli investimenti per il 5G nel periodo 2018-2025 muoveranno tra 55 e 70 miliardi. I ritardi però potrebbero costare caro. Per Ernst Young in Italia 12-18 mesi di slittamento nello sviluppo del 5G si traducono in “minori benefici stimati tra 2,9 e 43, miliardi di euro”.

In futuro la competitività delle imprese, non solo quelle industriali, ma anche quelle dei servizi turisti e agricole, per fare un paio di esempi, dipenderà dall’aver adottato modalità operative più competitive grazie alle reti ultra-broadband, in fibra e 5G, come sta avvenendo in Germania, in Francia, in Spagna”, osserva Guindani. E chiosa: “Se l’Italia resterà indietro dal punto di vista della competitività tecnologica, perderemo quote di mercato, sia all’estero sia in Italia. Vorrà dire perdita di pil e di occupazione”.

Lo sviluppo delle connessioni 5G
Previsioni sul numero di connessioni 5G che saranno attivate nei prossimi anni (dato espresso in milioni). Cina, Corea del Sud e Stati Uniti stanno guidando lo sviluppo delle nuove ret

 

Il vantaggio italiano
In Europa il Belpaese ha per ora una posizione di vantaggio nello sviluppo del 5G. “Vantaggio da rilanciare nella fase 2” ha detto Marco Bellezza, amministratore delegato di Infratel Italia (società controllata dal Mise e deputata allo sviluppo delle reti). I progetti nazionali non si fermano. A giugno le cinque città campione scelte dal Mise chiuderanno i loro test. A quel punto, sulla base dei risultati, partirà lo sviluppo delle reti. Nel frattempo, il ministero, come ricorda il sottosegretario 5 Stelle Mirella Liuzzi, “sul tema 5G ha predisposto due avvisi pubblici: uno per progetti per infrastrutture stradali sicure nel territorio di Genova e un altro per la selezione di nuove Case delle tecnologie emergenti dopo quella di Matera”.

Secondo Liuzzi, “per contrastare le fake news sul 5G dobbiamo ripartire da un confronto con i territori e con i sindaci”. La sua linea è che “occorre un approccio costruttivo basato su dati e studi scientifici, oltre che sulle fonti che vengono direttamente dagli organismi internazionali visto che si tratta di frequenze già note, utilizzate da tempo e con ampia letteratura in merito. Inoltre, così come ci affidiamo all’Istituto superiore di sanità per i pareri in ambito Covid, faremmo bene a confidare nell’Iss anche sul tema delle reti 5G: è stato più volte ribadito, infatti, come non sussistano particolari problemi per la salute dei cittadini”.

Attacchi alle reti in Europa
Dall’inizio dell’anno al 5 maggio scorso, Gsma, l’associazione che rappresenta gli operatori di reti mobili, ha calcolato 120 casi di vandalismi e incendi alle reti in 10 Paesi del vecchio continente. Il numero più alto di casi si registra nel Regno Unito. In molti casi non erano infrastrutture legate al 5G.

In Gran Bretagna tecnici delle compagnie telefoniche sono stati oggetto di minacce e violenze, in Belgio sono partite campagne di mail bombing contro i parlamentari, in Svezia le autorità locali hanno ricevuto richieste di disattivare le linee telefoniche.

fida all’Europa
La battaglia contro il 5G non è una grana solo italiana, ma europea. Etno, associazione europea delle telecomunicazioni, e Gsma, la federazione delle aziende di reti mobili, hanno stimato che le notizie false sul 5G hanno iniziato a montare sui social network da gennaio e hanno messo nel mirino bambini e teenager, tanto che TikTok è diventato il nuovo fronte della battaglia. I 35 video più diffusi online sono stati condivisi 13 milioni di volte. E hanno colpito innanzitutto il Vecchio continente, che tallona Cina, Stati Uniti e Corea del Sud in questa corsa alle nuove tecnologie.

Il risultato è che le proteste contro il 5G sono degenerate. In Europa si contano 120 attacchi alle reti o agli operai che stavano lavorando (spesso su impianti di tutt’altro tipo) in almeno dieci Paesi del vecchio continente. In Italia è successo a Maddaloni, nel Casertano. “Fortunatamente tale fenomeno nel nostro Paese non ha raggiunto i livelli critici registrati soprattutto in Inghilterra, dove a Birmingham nel mirino sono finite anche le antenne che garantiscono il segnale al Nightingale Hospital, mettendo a rischio servizi essenziali per la cura e la salute delle persone”, ricorda Guindani. In compenso nel Bresciano è stato individuato un gruppo Facebook i cui componenti si scambiavano consigli per realizzare ordigni esplosivi (segnalato alla Digos).

Secondo quanto ha appreso Wired, la propaganda su internet è spinta non solo da movimenti anti-5G e da cospirazionisti, ma anche da Stati che soffiano sul fuoco della disinformazione per il proprio tornaconto. Siccome dalle nuove reti di comunicazione dipende lo sviluppo economico futuro, fermare o rallentare i progetti in un Paese è un’arma a vantaggio dei concorrenti. Secondo il Servizio europeo di azione esterna, organismo diplomatico dell’Unione, media russi e fonti pro-Cremlino stanno guidando una sistematica denigrazione della risposta comunitaria al coronavirus, usando, tra le altri armi, il “lato oscuro” del 5G.

“La disinformazione sul 5G assume sempre più una dimensione geopolitica: se rallentiamo sul 5G, le nostre imprese si troveranno in svantaggio strategico rispetto ai concorrenti internazionali cinesi o americani. Un ritardo infrastrutturale oggi, si traduce in enormi svantaggi competitivi domani”, spiega Alessandro Gropelli, direttore comunicazione di Etno. In Europa, nel frattempo, si affilano le armi: per il 6 giugno i gruppi no 5G hanno annunciato una grande protesta in tutto il Vecchio continente.



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Coronavirus creato in laboratorio? Una bufala ecco perchè

’origine naturale del nuovo coronavirus è accertata da un recente studio su Nature Medicine che compara i genomi virali. Il servizio del 2015 si riferisce a uno studio dell’epoca che nulla ha a che fare con la pandemia attuale, dicono gli esperti

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Ammettiamolo. L’ormai famoso servizio del Tgr Leonardo di qualche anno fa che sta circolando da un paio di giorni un po’ di pelle d’oca la fa venire: nel 2015 in Cina si stava creando in laboratorio un nuovo virus potenzialmente pericoloso per l’essere umano, unendo il coronavirus della Sars con un altro coronavirus dei pipistrelli. Coincidenze? Basta fare un minimo di ricerca sul web (evitando i rilanci di Matteo Salvini) per capire che sì, sono solo coincidenze. Perché il coronavirus Sars-Cov-2 che sta spaventando il mondo oggi è di origine naturale. Vediamo perché.

Teorie complottiste sulla provenienza del nuovo coronavirus si sono diffuse più veloci del patogeno stesso fin dalle prime notizie dello scoppio dell’epidemia a Wuhan. Purtroppo la bufala ha preso sempre più piede e il servizio del Tg Leonardo, decontestualizzato, sta contribuendo ad alimentarla.

Ricostruiamo dunque il contesto. Quel prodotto giornalistico del 2015 fa riferimento a un articolo dello stesso anno pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine dal titolo Sars-like cluster of circulating bat coronavirus pose threat for human emergence in cui si discuteva di una ricerca portata avanti in Cina che stava creando un nuovo coronavirus in laboratorio che avrebbe avuto le potenzialità di infettare l’essere umano e, essendo basato sul coronavirus della Sars, la comunità scientifica stava discutendo sul rapporto tra rischi e benefici di una simile ricerca.

Bisogna dire infatti che gli scienziati che nel mondo studiano – e sì, talvolta modificano – i virus non sono pericolosi criminali con deliri di onnipotenza o mercenari al soldo dei governi per creare volutamente armi biologiche. Sono ricercatori convinti che le proprie ricerche possano invece servire proprio per prevenire situazioni come quella in cui ci troviamo ora: studiare virus che non esistono in natura in questo momento ma che potrebbero generarsi per pura casualità o per i nostri comportamenti (invasione di habitat, promiscuità con animali domestici e esotici, etc) per sviluppare strategie per stroncare l’emergenza qualora venisse a presentarsi.

Basta confrontare la sequenza del nuovo coronavirus con quella di altri coronavirus naturali per evidenziare il fatto che, per quanto possano essere simili, ci sono differenze distribuite uniformemente in tutto il genoma. Se invece il virus fosse stato modificato e poi scappato/lasciato uscire da un laboratorio avremmo una sostanziale identità di sequenza e qua e là in aree ben localizzate dei pezzetti completamente diversi, che corrisponderebbero ai pacchetti di geni aggiunti artificialmente dagli scienziati.

A conferma di ciò, la stessa Nature Medicine ha diffuso ormai una decina di giorni fa (il 17 marzo) un articolo sull’origine del nuovo coronavirus. Gli autori del documento hanno appunto comparato i dati genomici disponibili su Sars-Cov-2 con le sequenze note di altri coronavirus, concludendone questo: “la nostra analisi mostra chiaramente che Sars-Cov-2 non è un costrutto di laboratorio o un virus manipolato volutamente”.

 

E chi tra politici e vip, nonostante le evidenze scientifiche e le spiegazioni di esperti che il loro mestiere lo sanno fare, continua a condividere teorie complottiste trite e ritrite, imbellettate di emoticon e punteggiatura allarmistiche, non fa altro che alimentare paure e sospetti infondati, dando prova di mancanza di senso civico oltre che di senso critico.



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Bufale

Tutte le bufale su Carola Rackete e la Sea Watch 3

Dal padre venditore di armi all’assenza di patente nautica, passando per un fantomatico banchetto dei parlamentari Pd a bordo della nave: la comandante è stata investita da un’ondata di fake news

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Mentre Carola Rackete si trova da due giorni agli arresti domiciliari, in rete continua a circolare una lunga serie di notizie false o tendenziose a proposito della chiacchieratissima capitana della Sea Watch 3. Nella maggior parte dei casi si tratta di fake news molto semplici da smascherare, che sono frutto di una palese volontà di disinformare, oppure di rielaborazioni politiche e giornalistiche piuttosto discutibili. Molte delle bufale hanno iniziato a comparire sul web nel corso del weekend scorso, in concomitanza con la notizia dello sbarco dei 40 migranti rimasti a bordo e l’arresto di Rackete da parte della guardia di finanza.

Ma andiamo con ordine. A fianco delle tante discussioni più tecniche, le fake news diventate più virali in rete sono le seguenti: ecco come sappiamo che si tratta di falsi.

1. Il padre di Carola Rackete NON vende armi

Come nella più classica delle macchine del fango, già da sabato scorso ha iniziato a diffondersi sui social la notizia che il papà di Rackete, di nome Ekkehart, sarebbe un mercante di armi, e che l’intera famiglia trarrebbe vantaggio economico dalla destabilizzazione del contesto internazionale. La storia falsa, smascherata inizialmente da GiornalettismoBufale.net e da Bufale per tutti i gusti, è ben presto chiarita: Rackete padre svolge, tra le altre cose, un’attività di consulenza da 7 anni presso l’azienda tedesca Mehler Engineered Defence, un’impresa che non produce armi o dispositivi offensivi, bensì sistemi difensivi di sicurezza,

tra l’altro impiegati sia in campo militare sia in ambito civile.

Se è vero che nel passato di Ekkehart Rackete ci sono anni di esperienza militare, la sua attuale occupazione riguarda (attraverso un’attività di consulenza, lo ribadiamo: quindi in modo parecchio indiretto) la blindatura di mezzi di trasporto, dunque non ha alcun collegamento con i traffici di armi né con i flussi migratori dal continente africano verso l’Europa.

2. Rackete NON è sprovvista di patente nautica

La sparata secondo cui la trentenne tedesca sarebbe priva dei titoli per poter condurre una nave è semplicemente falsa. Da quanto emerge in base alle ricostruzioni che sono state fatte online, sembra che si sia iniziato a sparlare di Rackete come di presunta non-patentata dopo che non si è riusciti a trovare riscontro dell’esistenza della patente né su Google né sui social network. In altre parole, dato che Rackete non aveva mai particolarmente pubblicizzato online l’aver conseguito l’abilitazione nautica, qualcuno ha scambiato l’impossibilità di trovare conferme online con l’inesistenza della patente stessa, oppure – più probabile – ha volutamente raccontato una frottola.

 Sea Watch 3

Secondo le informazioni raccolte finora, in particolare, Rackete avrebbe ottenuto la laurea in Nautica e trasporto marittimo presso la Jade Hochschule di Elsfleth già nel 2011, ricevendo quindi d’ufficio la qualifica di ufficiale di picchetto. Il titolo di comandante, invece, non corrisponde a un’attribuzione formale sancita da un esame, ma è stato conferito sulla base dell’esperienza maturata sul campo.

3. I parlamentari sulla Sea Watch 3 NON hanno banchettato

A partire da una foto (ritoccata) che lo scorso weekend si è diffusa sui social network, è circolata la notizia che i parlamentari che sono saliti sulla Sea Watch 3 ne abbiano approfittato per un lauto pranzetto a base di pesce fresco. In questo caso il debunking è immediato, visto che online è disponibile anche la versione originale dell’immagine, in cui si vede che tutte le persone inquadrate – tra cui alcuni esponenti del Partito democratico e di Sinistra italiana – sono semplicemente seduti sul bordo di un gommone, senza alcuna tavola imbandita al centro dell’imbarcazione.

Sulla sinistra il fotomontaggio, sulla destra la foto originale

I più attenti hanno fin da subito notato anche alcune stranezze nel fotomontaggio, dato che al gommone è stato aggiunto un nome con un evidente errore grammaticale (“gita Sea Wathc” anziché Sea Watch, secondo Bufale.net un possibile riferimento sarcastico alle polemiche sulla cannabis), oltre che un volto ritagliato in malo modo sul lato destro del gommone. Al di là dei dettagli tecnici, qui è palese la volontà di creare un caso politico a partire dal nulla. Interessante, come ha fatto notare Next Quotidiano, che molti diffusori della bufala abbiano continuato a difendere la propria tesi anche dopo essere stati smascherati, sostenendo che i volti corrucciati di alcuni politici siano la prova schiacciante che sono stati colti in flagranza di banchetto.

4. Padre Alex Zanotelli NON ha negato l’incidente di Lampedusa

Dopo la notizia, confermata da Adnkronos, che il padre missionario Alex Zanotelli avrebbe sostenuto la candidatura di Rackete per un premio Nobel, ha iniziato a spargersi la voce di un’ulteriore affermazione dello stesso Zanotelli, secondo cui tutti i fatti di cronaca relativi a Lampedusa sarebbero stati alterati dalla stampa, incluso lo speronamento stesso tra la Sea Watch 3 e la motovedetta della guardia di finanza.

La falsa dichiarazione attribuita a padre Alex Zanotelli

 

In realtà però questa seconda affermazione, che farebbe riferimento a fantomatiche prove del mancato contatto tra le due imbarcazioni, è frutto di una falsa attribuzione. Non risulta infatti alcuna prova, né giornalistica né sotto forma di registrazioni, di una simile tesi sostenuta da Zanotelli. Addirittura, online si trova la medesima storia, con le stesse identiche parole, attribuita a Laura de Clementi, ma è possibile che in realtà sia frutto di una totale invenzione. Sicuramente, invece, simili argomentazioni non si trovano né nelle interviste rilasciate né sui canali social di Zanotelli, quindi fino a prova contraria sono da ritenere informazioni non confermate.

5. Rackete NON è stata intervistata dal Corriere della Sera

Il 30 giugno il Corriere della Sera ha pubblicato (sia sulla versione cartacea sia online) un’intervista a Carola Rackete, nello specifico un botta-e-risposta in prima persona contenente una dozzina di domande. Come diverse persone hanno fatto notare immediatamente dopo la pubblicazione, l’intervista non può essere vera, poiché Rackete non può parlare coi giornalisti mentre è agli arresti domiciliari.

Il titolo dell’intervista (simulata) del Corriere della Sera

 

La situazione è stata parzialmente chiarita dal Corriere stesso, che nell’articolo ha specificato che “la capitana trentunenne è ai domiciliari e non può rilasciare dichiarazioni, ma attraverso i suoi avvocati chiarisce i dubbi sollevati da più parti sul suo comportamento”. Se ne può dedurre, dunque, che l’intervista sia stata ricavata rielaborando le risposte fornite dai legali, trasformandole in un’ipotetica conversazione con Rackete che però non è mai avvenuta.

6. La Sea Watch 3 NON può essere definita “pirata”

In questo caso si tratta di una questione a metà tra i tecnicismi e le strategie di comunicazione. Diversi giornali ed esponenti politici, soprattutto orientati verso destra, hanno più volte utilizzato le immagini di pirata e pirateria per riferirsi a Rackete e all’imbarcazione che ospitava i migranti, nonché ai politici saliti a bordo della stessa Sea Watch 3. Nel caso si tratti di un’immagine evocativa senza alcuna pretesa di correttezza tecnica, allora la questione può essere relegata a una discussione sullo storytelling della vicenda, con tutte le evocative implicazioni giornalistiche e politiche.

La prima pagina de ‘La Verità’ di domenica 30 giugno

 

Qualora invece si volesse valutare tecnicamente l’opportunità di fare riferimento alla pirateria, la risposta sarebbe allora che non ha senso. Come ha dettagliatamente spiegato Il Post, infatti, in questo caso manca il requisito fondamentale di trovarsi all’esterno delle acque territoriali nazionali: quanto accaduto non può rientrare nella fattispecie giuridica cui fa riferimento l’articolo 101 della Convenzione dell’Onu sul diritto del mare, quello che regola la definizione di pirateria.



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