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Medicina

Vaccini e omeopatia, Piero Angela: “La scienza non è democratica”

“La scienza non è democratica. Non è emotività. Il ‘pensiero magico’ attira”

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“Ho barato un po’, perché in realtà compio 90 anni l’anno prossimo“. Con questa battuta il giornalista Piero Angelaesordisce nella intervista rilasciata a Gaia Tortora per Omnibus(La7), in occasione dell’uscita del suo ultimo libro autobiografico, “Il mio lungo viaggio – 90 anni di storie vissute”. Tra aneddoti, racconti personali e i suoi 65 anni in Rai, Angela ripercorre velocemente le tappe della sua vita professionale: “Nel ’68-’69 facevo in Rai il telegiornale, ci fu lo sbarco sulla Luna e lo seguii in tutte le sue fasi. Capitai poi in un laboratorio della Nasa, dove si studiava l’esobiologia, cioè la possibilità della vita fuori dalla Terra. Quello fu un pretesto per capire come era nata la vita sulla Terra e lì c’era tutto: geologia, biochimica, paleontologia. E quindi mi sono innamorato. Mi dissi: ‘Questo voglio fare da grande’. Così lasciai il telegiornale e da allora ho fatto solo documentari. Il primissimo documentario, quasi amatoriale, che feci risale al 1951.

E’ dal 1952 che lavoro in Rai tutti i giorni“. E aggiunge: “Negli anni è cambiata molto la Rai: prima c’era una sorta di identificazione delle professioni, che poi si è un po’ persa. E c’era anche una certa dignità nel lavoro, che ora è decisamente inferiore”. Poi sottolinea: “La scienza non è democratica, non ha punti di vista. Non è che ognuno ha una sua idea. E lì, rispetto alla politica, si va più d’accordo, perché due più due fa sempre quattro. L’omeopatia? In quel caso parliamo di pseudo-scienza. Ho fatto lunghe battaglie, perché anche questo rientra in quella categoria dell’emotività. Il ‘pensiero magico’ attira“. Infine, Angela si esprime su quella che è la caratteristica primaria che deve possedere un giornalista televisivo: “Quando lavori in televisione, soprattutto nel servizio pubblico, ti devi spogliare delle tue idee e delle tue passioni. Devi, cioè, cercare di essere obiettivo. Il fatto è che ognuno pensa di essere obiettivo, dicendo cose diverse. Ma l’obiettività sta nell’onestà di ciascuno”

 
  

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Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

America, Inghilterra, Messico contro l’Italia no vax: un Paese di untori

Gli attacchi della stampa Usa: “Se andate in vacanza nel Belpaese attenti al morbillo, in Italia è il Far West”. La crisi diplomatica con il Messico e l’allarme dell’Oms sulle decisioni del governo Conte

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La stampa estera non ci tratta con i guanti, anzi in pratica ci dà degli untori. E il tema è sempre quello: i #vaccini . Il Financial Times, in un articolo sulla decisione presa dal Senato di far slittare di un anno l’obbligo della vaccinazione per l’iscrizione a nidi e scuole materne, parla di ritorno al selvaggio West, dove «la salute dei piccoli è lasciata interamente nelle mani delle famiglie». Vedi la chat che abbiamo pubblicato in cui mamme italiane pubblicamente sui social si mostravano orgogliose di contraffare l’autocertificazione. Una preoccupazione simile è rilanciata dal New York Times che segnalava come in Europa la diffusione del morbillo nel 2017 fosse cresciuta in maniera preoccupante. Quasi 15mila casi, di cui un terzo in Italia. Lo stesso giornale americano faceva poi notare che laddove in Italia il governo vuole ora quanto meno limitare l’obbligatorietà delle vaccinazioni, in Francia e in Germania ci si muove nella direzione opposta.

L’attacco di Londra. Un mese fa il Times di Londra aveva attaccato, con un editoriale di David Aaronovitch, le scelte del governo giallo-verde, mettendo addirittura in relazione una recrudescenza dei casi di morbillo nel Regno Unito per via dei cittadini britannici contagiati nel nostro Paese.
Il caso messicano. Intanto tre casi di morbillo potrebbero far scoppiare una mezza crisi diplomatica tra Italia e Messico. Nella capitale centroamericana sono state ricoverate tre persone: si tratta di una donna italiana di 39 anni, di suo figlio – che ha meno di un anno e che quindi non è ancora in età da vaccino – e una collaboratrice domestica che bada al bambino. La 39enne abita a Città del Messico dal 2007 e lavora all’ambasciata del nostro Paese. La conferma dei casi è arrivata direttamente dal ministero della Salute messicano che ha pubblicato una nota scrivendo che l’identificazione è arrivata direttamente dal Sistema Nacional de Vigilancia Epidemiológica (Sinave) che li ha individuati a Ciudad de México in base alle analisi dell’Instituto de Diagnóstico y Referencia Epidemiológico (InDre). Il ministero della Salute messicano ha sottolineato la gravità del fatto, dal momento che tutti i 176 casi di morbillo registrati dal 1996 a oggi sono dovuti a turisti o comunque a stranieri. E intanto da oltre un anno il Centro di documentazione sulle malattie infettive di Atlanta negli Stati Uniti ha inserito l’Italia nell’elenco dei Paesi a rischio morbillo per i turisti americani.

Parla il professor Mantovani. “Ho 8 nipoti e quando viaggiano in auto con me, allaccio per loro le cinture di sicurezza. E i più piccoli li metto dietro, sul seggiolino, per proteggerli da eventuali incidenti. Normale. Nel rispetto della legge. È la stessa logica di protezione che dovrebbe spingere i genitori a vaccinare i bambini contro le malattie infettive. I vaccini sono cinture di sicurezza sanitarie, ma sfortunatamente non tutti sono d’accordo”. Così l’immunologo Alberto Mantovani, professore di Patologia generale all’Humanitas University di Milano, in un’intervista al Corriere della Sera. La legge Lorenzin “è pedagogica. Ben venga la legge, se semplice e chiara, perché aiuta le persone a capire. E in alcune Regioni l’introduzione dell’obbligo ha avuto buoni risultati”, dichiara Mantovani, secondo cui nel nostro Paese “c’è troppa confusione nell’informazione. Non ci dobbiamo dimenticare che abbiamo avuto 5mila casi di morbillo in Italia, anche fra gli adulti, con sei morti, negli ultimi tempi. E questa emergenza è stata registrata dall’Oms, che ci ha ‘onorato’ di un cartellino giallo anche per i turisti in viaggio verso il nostro Paese. E negli Usa il Center for Control Diseases raccomanda a chi viaggia in Italia di vaccinarsi contro il #morbillo “.

 
  

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Medicina

52 casi in Emilia Romagna e Veneto, che cos’è la febbre West Nile?

Quest’anno la trasmissione del virus West Nile è cominciata prima, facendo registrare fino ad ora ben 52 casi confermati di infezione e due decessi, in Emilia Romagna e in Veneto. Ma cos’è esattamente la febbre del West Nile?

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Salgono a 52 i casi registrati e si arriva a ben due decessi per il contagio del West Nile, un virus che si trasmette attraverso una puntura di zanzare del genere Culex e che si sta diffondendo nelle aree umide dell’Emilia Romagna e del Veneto. Proprio il 2 agosto, infatti, si è aggiunto il secondo decesso di un uomo di 79 anni, residente a Verona. La prima vittima, invece, era un 77enne di Ferrara, già affetto da problemi cronici cardio-respiratori.

Quest’anno la trasmissione del virus West Nile è cominciata prima rispetto agli anni precedenti. Come riporta l’ultimo aggiornamento delle attività della sorveglianza integrata del West Nile e Usutu virus, pubblicati nel bollettino periodico, il 16 giugno si è verificato il primo caso umano di infezione confermata e al primo di agosto sono stati bene 52 i casi registrati. In particolare, si legge sul sito di Epicentro dell’Istituto superiore di sanità, sono stati segnalati 16 casi (10 in Veneto e 6 in Emilia Romagna) con manifestazioni di tipo neuro invasivo (di cui appunto 2 decessi), 22 casi di febbre (10 in Emilia Romagna e 12 in Veneto) e 14 casi in donatori di sangue (11 in Emilia Romagna e 3 in Veneto).

Ma cos’è esattamente questa febbre? È una malattia provocata dal virus West Nile (West Nile Virus, Wnv), un virus della famiglia dei Flaviviridaediffuso in Africa, Asia occidentale, Europa, Australia e America. I serbatoi del virus sono principalmente gli uccelli selvatici e le zanzare, più frequentemente del genere Culex, le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione agli esseri umani (il virus può infettare anche cavalli, cani, gatti e altri mammiferi).

La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona e il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia dai 2 ai 14 giorni, fino a un massimo di 21 giorni nelle persone con deficit del sistema immunitario.

Come riporta Epicentro, la maggior parte delle persone infette, la cui diagnosi viene fatta con test di laboratorio su campioni di siero, non mostra alcun sintomo. Mentre fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri come febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni (fino ad alcune settimane) e variano molto a seconda dell’età della persona: nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, infine, la sintomatologia può essere più grave. Tuttavia, i sintomi più gravi riguardano in media meno dell’1% delle persone infette e si manifestano con febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. E nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’infiammazione dell’encefalo che può essere letale.

A oggi, tuttavia, non esiste né un vaccino (per il momento la prevenzione consiste soprattutto nel ridurre l’esposizione alle punture di zanzare) né una terapia specifica (nei casi più gravi dove viene richiesto il ricovero in ospedale vengono somministrati fluidi intravenosi e respirazione assistita).

Pertanto, consiglia Epicentro, è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente, per esempio usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto. Inoltre bisogna usare le zanzariere alle finestre, svuotare di frequente i vasi di fiori o altri contenitori con acqua stagnante e cambiare spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali.

 
  

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Wired

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Medicina

Due neonate morte di pertosse. La causa? Madri non vaccinate

Bergamo, stroncate a poche settimane. La difesa di una mamma: «Mancava il richiamo, non mi hanno avvertita»

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Due bimbe, nate a poche settimane di distanza una dall’altra, sono morte entrambe di pertosse all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tra giugno e luglio.

Stando alle prime informazioni, le rispettive mamme non sarebbero state vaccinate contro la malattia infettiva, né avrebbero fatto di recente una profilassi protettiva. La madre di una delle due neonate, però, ha fatto sapere in serata di essere stata vaccinata da piccola, come da prassi, ma che successivamente nessuno l’aveva avvertita della necessità di un richiamo. L’ipotesi dei due genitori, quindi, è che la loro bambina abbia contratto la malattia in ospedale o altrimenti sarebbero stati loro ad attaccargliela.

La pertosse viene trasmessa dal batterio Bordetella pertussis, che per i neonati è molto pericolosa nel primo anno di vita ed è una delle cause più frequenti di decesso. Proprio com’è avvenuto per le due sfortunate neonate. E pensare che entrambe le mamme una giovane della Bassa Bergamasca e l’altra di origine romena, residente nel Cremasco hanno avuto una gravidanza senza grossi problemi. Anche i parti non hanno creato complicazioni. Solo dopo pochi giorni dalla nascita le lattanti hanno accusato respirazione affannosa, tosse persistente e molto catarro. Gli esami hanno diagnosticato la pertosse e a nulla sono valse le cure in Terapia intensiva neonatale a Bergamo. Giovanna Mangili, direttrice del reparto, spiega che, nonostante i decessi siano sporadici, sono in aumento i casi di pertosse in età pediatrica. Per tutelare i neonati il medico sollecita «la necessità di un protocollo ministeriale che inserisca il vaccino della pertosse nel quadro delle raccomandazioni previste per le donne in gravidanza». «In effetti manca la comunicazione ammette Mauro Stronati, presidente della Società italiana di neonatologia -. Molte mamme non sono informate sull’importanza del vaccino in gravidanza. Medici di famiglia e ginecologi devono sensibilizzare la donna che vuole un bambino su quello che è più utile fare. E con le vaccinazioni non si può scherzare. In quarant’anni di attività ho perso un paio di neonati a causa della pertosse, ma gli altri che guariscono vivono un trauma ospedaliero notevole, con intubazioni e profilassi pesante. Un bimbo appena nato è molto vulnerabile, dobbiamo proteggerlo».

E il modo è semplice, come spiega il virologo Roberto Burioni. «Se le due mamme si fossero vaccinate in gravidanza avrebbero trasmesso attraverso la placenta gli anticorpi ai loro bambini – ha commentato a caldo l’immunologo – Quando si è gravide va fatto il vaccino anche se si è state già contagiate o si è già state vaccinate in passato. L’immunità tende a svanire nel tempo e bisogna fare i richiami, ed è opportuno anche che chi vive a stretto contatto si sottoponga a un richiamo del vaccino, in modo da rendere impossibile che il batterio della pertosse, dopo averli infettati, arrivi nella gola del neonato». Burioni ha detto di aver fatto lo stesso: «Quando è nata mia figlia per difenderla ho fatto anch’io il richiamo». Naturalmente questa zona di sicurezza è vanificata se il bimbo frequenta un asilo nido dove gli altri bimbi non sono vaccinati. «Per questo è molto importante che tutti vengano vaccinati sottolinea Burioni -. È una questione di sicurezza sociale».

 
  

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