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Medicina

Vaccini, le coperture in Italia aumentano. Ecco la mappa di chi si protegge

Il Foia per monitorare le coperture dei vaccini dell’età pediatrica: i dati sono in aumento, anche nelle zone più no-vax dello Stivale

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Il 10 luglio, è scaduto il termine per presentare la certificazione dei vaccini necessaria per iscrivere il proprio figlio a #scuola . O meglio l’autocertificazione, come previsto da una circolare della neoministra della Salute Giulia Grillo. In questo quadro nel quale le vaccinazioni tornano ad occupare l’attualità politica, Wired è in grado di affermare che le coperture sono in aumento.

Impossibile indicare come unica causa il decreto Lorenzin, che ha introdotto l’obbligo vaccinale. Ma è un fatto che le coperture in Italia sono cresciute. Emerge dai dati che Wired è tornato a raccogliere dalle aziende sanitarie locali utilizzando il Freedom of information act (Foia). Il risultato, che fa riferimento alle coperture a 24 mesi per i nati nel 2015, è quello visualizzato in questa mappa.

 

 

I territori colorati di blu sono quelli nei quali la copertura dei #vaccini supera il 95%, soglia oltre la quale scatta l’effetto gregge. Ovvero la protezione anche per chi non si è potuto vaccinare.

Quelle in rosso sono invece le zone nelle quali questo livello non è stato raggiunto. È possibile scaricare i dati utilizzati per costruire questa mappa a questo link.

Di default viene mostrata la situazione relativa al morbillo. Che, per via della nota bufala che lo indicava come causa dell’autismo, è considerato una sorta di cartina di tornasole della propensione delle persone a vaccinare i propri figli. Usando il filtro sopra la mappa, è possibile visualizzare la situazione relativa agli altri vaccini considerati.

Ovvero poliomielitedifterite, tetanopertosseepatite BHibparotiterosoliameningococco C e pneumococco.

I filtri RegioneProvincia e Asl permettono di zoomare su un singolo territorio. Mancano all’appello, nel senso che non hanno mai trasmesso i dati richiesti, l’Asl Roma 2, l’Asl di Pescara, l’Asp di Reggio Calabria e le Assl di Sassari e Olbia. Mentre le Ausl Toscana Nord Ovest e Sud Est non hanno inviato i dati di copertura relativi a meningococco C e pneumococco.

Ora, se si guarda al morbillo, sono diversi i territori nei quali la copertura vaccinale ha superato il 95%. Molti di più di quanto non avvenuto per la coorte di nascita 2013, oggetto della prima inchiesta Vaccini d’Italiarealizzata da Wired. Per quantificare questo aumento si pensi che, per i nati nel 2013, le aree nelle quali le coperture a 24 mesi superavano il 95%coprivano il territorio di circa 150 comuni. Due anni più tardi, quest’area si estende su 1.856 comuni italiani. Ovvero quasi su uno su quattro.

Andando più nello specifico, si guardi a Rimini. Ovvero una delle province dove è più radicato il sentimento no-vax, perché è la stessa in cui ha sede il Comilva, ovvero il Comitato per la libertà vaccinale. La copertura a 24 mesiper il vaccino contro il morbillo per i nati nel 2013 era del 77,3%. Per i nati nel 2015 si è saliti all’81,6%. L’aumento, insomma, è di 4,3 punti percentuali. Da segnalare che in questa regione, prima dell’obbligo nazionale, è entrato in vigore quello deciso dalla giunta regionale per l’iscrizione agli asili nido.

Altra zona storicamente no-vax è l’Alto Adige. E anche qui, con la sola eccezione del distretto di Bressanone dove la copertura è scesa dal 67,2% al 66,5%, si registrano degli incrementi. A Merano è di 7 punti percentuali, a Brunico del 2,7%, a Bolzano di 2,8%. In questi territori l’azienda sanitaria nell’autunno scorso ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul tema. E probabilmente anche questo ha avuto un ruolo nell’aumento delle coperture. Per quanto, come dimostra il caso di Bressanone, la strada verso l’effetto gregge sia ancora lunga.

“Questi dati confermano ciò che ci dicono i dati neuroscientifici. Ovvero che le persone fortemente resistenti non cambiano idea, mentre buona parte di quelle esitanti sì. A parlare è Andrea Grignolio, docente di Storia della medicina alla Sapienza di Roma e autore del libro Chi ha paura dei vaccini?. Il quale resta però convinto del fatto che “questi risultati sono più un effetto della comunicazione che ha anticipato la legge che della norma stessa(entrata in vigore solo a fine luglio 2017, ndr). E in questo senso sono confortanti. Ci dicono cioè che nel momento in cui si avvia una campagna di sensibilizzazione, i risultati si ottengono”.

Dopodiché, “una volta introdotto, l’obbligo ha senso lasciarlo, almeno sin quando non raggiunge l’immunità di gregge. Un meccanismo peraltro già previsto dalla legge Lorenzin”. La norma prevede infatti una verifica delle coperture per morbillo, parotite e rosolia a tre anni dall’entrata in vigore della legge. Con la possibilità di revocare l’obbligo qualora avessero superato il 95%.

Ora, “per capire se sia più importante la comunicazione o l’imposizione dell’obbligo dobbiamo attendere i dati della coorte di nascita 2016”. Quella cioè che entro fine 2018 avrà completato i cicli di vaccinazioni previsti entro i 24 mesi. A meno, certo, di novità sul piano legislativo. Al momento il governo non sembra intenzionato a modificare la norma. Ma già l’idea dell’autocertificazione costituisce un forte cambiamento: “Bisogna innanzitutto capire se chiederanno di autocertificare l’avvenuta vaccinazione o l’intenzione di vaccinare. Sono due cose ben differenti. E se la linea fosse la seconda, per quanto mi riguarda salterebbe completamente l’impianto della legge Lorenzin”. A quel punto “non saremmo più in grado di valutare la bontà dell’obbligo”.

Problema ovviamente secondario rispetto a quello di salute pubblica che si crea in un Paese nel quale vengono meno le coperture vaccinali. Per garantire le quali, Grignolio insiste, l’obbligo non è l’unica via. “Potremmo eliminarlo, mantenendolo solo come una specie di benchmark”. Stabilendo cioè delle soglie di allarme. Ovvero dei livelli di copertura sotto i quali scatta l’obbligo di vaccinare. Da determinarsi utilizzando l’indicatore R con 0, un numero che indica la capacità di un virus di diffondersi. E che dice, ad esempio, che un malato di morbillo infetta dalle 16 alle 18 persone.

Una modalità di questo tipo contribuirebbe anche a “sviluppare il senso di responsabilità della comunità. Per cui l’obbligo se lo impone la comunità stessa e non le istituzioni: se c’è immunità di gregge, non c’è obbligo. Diversamente, viene reintrodotto per le iscrizioni a scuola”. In questo modo, insiste il docente romano, “si creerebbe una competizione tra i distretti sanitari per raggiungere il 95%. Avremmo quelli virtuosi senza obbligo e quelli non virtuosi dove ci sono i Novax, che però in questa prospettiva sarebbero i responsabili della reintroduzione dell’obbligo”.

Una proposta, quella di Grignolio, che si inserisce in un quadro in cui virologi ed epidemiologi si dicono d’accordo rispetto al mantenimento dell’obbligo. Obbligo che, almeno a parole, la ministra della Salute non sembra intenzionata ad eliminare. Intanto, e questo è l’elemento più importante, le coperture hanno ripreso a salire.

 
  

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Morto Franco Mandelli: una vita spesa a combattere la leucemia

Era considerato il più importante ematologo italiano, fondatore dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma, di cui era presidente onorario, e della onlus Gimema

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E’ stato un grande. Una figura discreta che ha contribuito a salvare dalla malattia moltissime persone: «Addio al nostro presidente, professor Franco Mandelli, una vita dedicata alle malattie del sangue e alla solidarietà». Così il profilo Facebook dell’Associazione italiana contro le leucemie annuncia la morte di Mandelli: «anima della mostra organizzazione di cui era presidente onorario e fondatore del Gimema».

Il professore era considerato il più importante ematologo italiano, fondatore dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma, di cui era presidente onorario, e della onlus Gimema.

Mandelli, nato 87 anni fa a Bergamo, si è laureato a Milano nel 1955 per poi trasferirsi prima a Parma e successivamente a Roma, dove diventa una figura di spicco nella lotta alle malattie del sangue, in particolare contro il linfoma di Hodgkin e delle leucemie acute.
Era presidente del gruppo italiano malattie ematologiche dell’adulto (Gimema) e dell’Associazione italiana contro le leucemie (Ail).
«Ha pubblicato più di 700 studi scientifici. L’Ail tutta si stringe con riconoscenza e grande affetto alla sua famiglia», si conclude così il messaggio dell’associazione su Facebook.

 
  

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Il ritorno della polio in Papua Nuova Guinea

Il primo caso di poliomelite in 18 anni. La trasmissione del virus facilitata dalla bassa adesione ai richiami del vaccino: soltanto due terzi dei bambini ha ricevuto tutte e tre le dosi.

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La poliomielite è una grave malattia infettiva. Nove volte su dieci non dà sintomi, nel 10% dei casi provoca soltanto febbre, ma in un caso ogni 250 causa una paralisi irreversibile. Se il virus colpisce i muscoli della respirazione l’infezione può essere mortale. Nella foto: uno dei tre tipi di polio-virus.

La poliomielite, che globalmente è stata quasi eradicata, resiste in alcune aree particolarmente povere e sovrappopolate del mondo. In Papua Nuova Guinea, per esempio, non si registravano casi dal 2000: l’infezione di un bambino di 6 anni nella provincia orientale di Morobe è il primo caso registrato da 18 anni a questa parte.

Il piccolo era stato ricoverato con i primi sintomi della malattia da polio-virus il 28 aprile scorso, e l’effettivo contagio era stato confermato tre settimane più tardi. Qualche giorno fa, i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti hanno riscontrato la presenza di un ceppo di Enterovirus nei campioni fecali di altri due bambini della stessa comunità, un fatto che ha indotto a sancire il ritorno dell’epidemia.

SCARSA COPERTURA. I casi sono finora isolati in questa sola provincia, dove i livelli di immunizzazione sono ancora molto bassi: soltanto il 61% dei bambini riceve tutte e tre le dosi raccomandate del vaccino. Per evitare che i polio-virus, che si diffondono per via oro-fecale (quindi soprattutto a causa di cattiva igiene o attraverso cibo e acqua contaminati), si propaghino, l’OMS ha ordinato una campagna vaccinale a tappeto che copra bambini e ragazzi sotto i 15 anni di età.

LE CONSEGUENZE. I bambini sono i più vulnerabili al patogeno, che si moltiplica nell’intestino e poi raggiunge il sistema nervoso, arrivando a causare meningiti, paralisi degli arti e anche la morte, se la paralisi coinvolge i muscoli del torace. La carenza di servizi igienici adeguati e la contaminazione delle fonti idriche rende più difficile arginare la diffusione dei virus, che non dovrebbe tuttavia rappresentare un pericolo a livello globale, dato l’isolamento della regione, dalla quale e verso la quale i viaggi sono poco frequenti.

A UN PASSO DALLA META. Nel mondo, grazie alle campagne vaccinali, i casi di polio sono diminuiti del 99% in 30 anni. Nel 1988 risultarono contagiate circa 350.000 persone in 125 Paesi del mondo: 29 anni dopo, nel 2017, i casi furono solo 22. Stanno ancora combattendo focolai di polio la Nigeria, il Pakistan, l’Afghanistan e – ora lo sappiamo – la Papua Nuova Guinea. Per questa malattia non ci sono cure: l’unico approccio utile è quello preventivo, con due tipi di vaccino, uno per bocca e uno intramuscolare.

 
  

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Sos medici, nei prossimi 5 anni ne mancheranno 11.800

Fiaso,per pensionamenti o per andare nel privato.Poche new entry

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ROMA – In Italia, nei prossimi 5 anni, mancheranno 11.800 medici. Ad oggi, abbiamo ancora più medici degli altri Paesi Ue con sistemi sanitari simili ma da qui al 2022 tra uscite dal lavoro e numero contingentato di nuovi specialisti mancheranno 11.803 dottori, anche se si andasse ad un totale sblocco del turn over. Questo anche a causa del fatto che il 35% lascia il lavoro prima dei limiti di età, perché si prepensiona o per andare nel privato. A lanciare l’allarme è la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche (Fiaso). Un problema è anche rappresentato dal fatto che, in entrata, uno specializzando su 4 non opta per il servizio pubblico.

E’ questo il quadro del fabbisogno medico in Asl e ospedali tracciato dal Laboratorio Fiaso sulle politiche del personale. Lo studio è stato presentato in occasione dell’Assemblea annuale della Federazione delle aziende sanitarie pubbliche ed è svolto su un campione rappresentativo di 91 aziende sanitarie e ospedaliere, pari al 44% dell’intero universo sanitario pubblico.

Dall’indagine emerge che un medico su tre lascia dunque per motivi diversi dal raggiunto limite di età. Le uscite anticipate dei medici dal servizio pubblico, spiega il presidente Fiaso Francesco Ripa di Meana, “hanno varie ragioni, come la paura dell’innovazione organizzativa e tecnologica e di veder cambiare in peggio le regole del pensionamento, oppure il dimezzamento necessario dei posti di primario, che ha finito per demotivare tanti medici a proseguire una carriera oramai senza più sbocchi“.

Le carenze maggiori si registrano per igienisti, patologi clinici, internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori. Dalla Fiaso giungono però delle proposte per trasformare l’emergenza in “opportunità di miglioramento dei servizi“: ciò, spiega Ripa di Meana, attraverso “una maggiore valorizzazione delle professioni non mediche, maggiore integrazione tra medici di base, pediatri di libera scelta e medici ospedalieri“. Altra proposta, afferma, è impiegare i “medici neo laureati per la gestione dei pazienti post acuzie dopo un affiancamento con tutor esperti“. Innovazioni, rileva, “già in atto in molte nostre Aziende e che possono trasformare in opportunità di miglioramento dei servizi la criticità del fabbisogno di medici nel nostro Paese“.

 
  

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ANSA

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