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Medicina

Vaccini, più si è parlato di legame con l’autismo e più sono calate le coperture

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Più si diffonde la bufala che lega autismo e morbillo, meno ci si vaccina. A confermare questa correlazione arriva uno studio realizzato da alcuni ricercatori italiani, pubblicato da ricercatori dell’università di Pisa in questi giorni sulla rivista Vaccine. La conclusione? Osservare il sentiment del web può aiutare le autorità sanitarie a sviluppare campagne informative mirate. E in qualche modo prevenire il calo vaccinale.

Per realizzare lo studio sono state prese in considerazione le coperture vaccinali tra il 2010 ed il 2015 relative al trivalente. Ovvero il vaccino contro parotiterosolia e appunto morbillo. A queste sono state affiancate le ricerche su Google di parole chiave che legano le vaccinazioni all’autismo.

Dati ricavati attraverso Google Trends, limitati all’Italia e al periodo preso in considerazione. Stesso discorso con il motore di ricerca interno di Twitter. Mentre per Facebook l’attenzione è andata ai gruppi con almeno 500 membri dedicati alle vaccinazioni.

Con una maggiore attenzione a quelli contrari. Il risultato? Tra il 2010 ed il 2015 le coperture si sono ridotte. Mentre è aumentato il traffico in rete su pagine che parlassero di vaccini ed autismo.

Esiste cioè, in termini statistici, una correlazione inversa tra i due fenomeni presi in considerazione. Il calo maggiore, rimarca lo studio, è avvenuto nel 2013. Anno in cui le coperture sono calate dell’1,7%. L’anno precedente, per la precisione tra marzo e maggio, si era assistito al primo picco (+138,75%) di ricerche sul collegamento tra vaccini e autismo.

Motivo? Il 16 aprile il tribunale di Rimini condannò il ministero della Salute a risarcire un bambino vaccinato contro il morbillo nel 2004. E al quale, successivamente, era stato diagnosticato l’autismo.

Due fenomeni tra i quali non esiste alcun nesso causale. Circostanza che però non ha impedito ai giudici riminesi di deliberare in questo senso. Ora, tre anni più tardi la Corte d’Appello di Bologna ha ribaltato la sentenza. Ma questo non è servito a frenare l’attenzione verso i siti che collegavano il vaccino trivalente all’autismo. Tanto che un secondo picco nelle ricerche Google sul tema si è visto a novembre del 2014. Anche in questo caso, c’è di mezzo una sentenza.

Questa volta il tribunale è quello di Milano e il vaccino è l’esavalente. Che, secondo i giudici, avrebbe causato l’autismo in un bambino immunizzato nel 2006. Due esempi concreti che confermano una tendenza: ad un aumento delle conversazioni sui legami tra vaccini e autismo, si riduce la percentuale di bambini vaccinati.

“Il nostro obiettivo era quello di trovare una verifica il più possibile sperimentale di questo andamento”, spiega Pier Luigi Lopalco, tra gli autori dello studio. Un fenomeno che non era stato ancora misurato, anche perché “non si registra tutti i giorni un calo delle coperture come quello cui abbiamo assistito in Italia. E che ricorda quanto avvenuto in Inghilterra dopo che nel 1998 venne pubblicato l’articolo di Wakefield. Ovvero lo studio, poi smentito, che indicava il vaccino contro il morbillo come causa dell’autismo.

Ora, l’articolo cui ha contribuito Lopalco non dimostra un rapporto di causa-effetto tra i due fenomeni osservati. “Anche senza Internet, la notizia della sentenza del tribunale di Rimini si sarebbe diffusa ugualmente”. E del resto è pacifico che un fenomeno, quale che sia, trovi un’amplificazione in Rete.

L’aspetto interessante, però, è un altro. Questo studio rappresenta quello che in epidemiologia si chiama epidemic intelligence. Ovvero una ricerca dei segnali che permettano di individuare un’epidemia nelle sue fasi iniziali. “È un’attività normale nel nostro settore. Il messaggio che vogliamo lanciare è che tra gli elementi da valutare si debba inserire anche l’ascolto della rete”. Osservare i Google Trends, in altre parole, avrebbe dovuto mettere in allarme le autorità sanitarie. Che sarebbero dovute intervenire prima per cercare di arrestare un calo delle coperture che non accenna a fermarsi. Tanto che il governo, tra feroci polemiche, è intervenuto per reintrodurre l’obbligo vaccinale.

Una semplice analisi di ricerche e condivisioni avrebbe permesso di intervenire in anticipo, con una campagna di comunicazione mirata. Magari riuscendo ad arginare i fenomeni di esitazione vaccinale. E, chissà, anche a scongiurare l’epidemia di morbillo che da inizio anno ha registrato più di 4.200 casi e tre decessi.

 
  

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Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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Medicina

Morto Franco Mandelli: una vita spesa a combattere la leucemia

Era considerato il più importante ematologo italiano, fondatore dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma, di cui era presidente onorario, e della onlus Gimema

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E’ stato un grande. Una figura discreta che ha contribuito a salvare dalla malattia moltissime persone: «Addio al nostro presidente, professor Franco Mandelli, una vita dedicata alle malattie del sangue e alla solidarietà». Così il profilo Facebook dell’Associazione italiana contro le leucemie annuncia la morte di Mandelli: «anima della mostra organizzazione di cui era presidente onorario e fondatore del Gimema».

Il professore era considerato il più importante ematologo italiano, fondatore dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma, di cui era presidente onorario, e della onlus Gimema.

Mandelli, nato 87 anni fa a Bergamo, si è laureato a Milano nel 1955 per poi trasferirsi prima a Parma e successivamente a Roma, dove diventa una figura di spicco nella lotta alle malattie del sangue, in particolare contro il linfoma di Hodgkin e delle leucemie acute.
Era presidente del gruppo italiano malattie ematologiche dell’adulto (Gimema) e dell’Associazione italiana contro le leucemie (Ail).
«Ha pubblicato più di 700 studi scientifici. L’Ail tutta si stringe con riconoscenza e grande affetto alla sua famiglia», si conclude così il messaggio dell’associazione su Facebook.

 
  

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Globalist

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Medicina

Il ritorno della polio in Papua Nuova Guinea

Il primo caso di poliomelite in 18 anni. La trasmissione del virus facilitata dalla bassa adesione ai richiami del vaccino: soltanto due terzi dei bambini ha ricevuto tutte e tre le dosi.

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La poliomielite è una grave malattia infettiva. Nove volte su dieci non dà sintomi, nel 10% dei casi provoca soltanto febbre, ma in un caso ogni 250 causa una paralisi irreversibile. Se il virus colpisce i muscoli della respirazione l’infezione può essere mortale. Nella foto: uno dei tre tipi di polio-virus.

La poliomielite, che globalmente è stata quasi eradicata, resiste in alcune aree particolarmente povere e sovrappopolate del mondo. In Papua Nuova Guinea, per esempio, non si registravano casi dal 2000: l’infezione di un bambino di 6 anni nella provincia orientale di Morobe è il primo caso registrato da 18 anni a questa parte.

Il piccolo era stato ricoverato con i primi sintomi della malattia da polio-virus il 28 aprile scorso, e l’effettivo contagio era stato confermato tre settimane più tardi. Qualche giorno fa, i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti hanno riscontrato la presenza di un ceppo di Enterovirus nei campioni fecali di altri due bambini della stessa comunità, un fatto che ha indotto a sancire il ritorno dell’epidemia.

SCARSA COPERTURA. I casi sono finora isolati in questa sola provincia, dove i livelli di immunizzazione sono ancora molto bassi: soltanto il 61% dei bambini riceve tutte e tre le dosi raccomandate del vaccino. Per evitare che i polio-virus, che si diffondono per via oro-fecale (quindi soprattutto a causa di cattiva igiene o attraverso cibo e acqua contaminati), si propaghino, l’OMS ha ordinato una campagna vaccinale a tappeto che copra bambini e ragazzi sotto i 15 anni di età.

LE CONSEGUENZE. I bambini sono i più vulnerabili al patogeno, che si moltiplica nell’intestino e poi raggiunge il sistema nervoso, arrivando a causare meningiti, paralisi degli arti e anche la morte, se la paralisi coinvolge i muscoli del torace. La carenza di servizi igienici adeguati e la contaminazione delle fonti idriche rende più difficile arginare la diffusione dei virus, che non dovrebbe tuttavia rappresentare un pericolo a livello globale, dato l’isolamento della regione, dalla quale e verso la quale i viaggi sono poco frequenti.

A UN PASSO DALLA META. Nel mondo, grazie alle campagne vaccinali, i casi di polio sono diminuiti del 99% in 30 anni. Nel 1988 risultarono contagiate circa 350.000 persone in 125 Paesi del mondo: 29 anni dopo, nel 2017, i casi furono solo 22. Stanno ancora combattendo focolai di polio la Nigeria, il Pakistan, l’Afghanistan e – ora lo sappiamo – la Papua Nuova Guinea. Per questa malattia non ci sono cure: l’unico approccio utile è quello preventivo, con due tipi di vaccino, uno per bocca e uno intramuscolare.

 
  

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Medicina

Sos medici, nei prossimi 5 anni ne mancheranno 11.800

Fiaso,per pensionamenti o per andare nel privato.Poche new entry

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ROMA – In Italia, nei prossimi 5 anni, mancheranno 11.800 medici. Ad oggi, abbiamo ancora più medici degli altri Paesi Ue con sistemi sanitari simili ma da qui al 2022 tra uscite dal lavoro e numero contingentato di nuovi specialisti mancheranno 11.803 dottori, anche se si andasse ad un totale sblocco del turn over. Questo anche a causa del fatto che il 35% lascia il lavoro prima dei limiti di età, perché si prepensiona o per andare nel privato. A lanciare l’allarme è la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche (Fiaso). Un problema è anche rappresentato dal fatto che, in entrata, uno specializzando su 4 non opta per il servizio pubblico.

E’ questo il quadro del fabbisogno medico in Asl e ospedali tracciato dal Laboratorio Fiaso sulle politiche del personale. Lo studio è stato presentato in occasione dell’Assemblea annuale della Federazione delle aziende sanitarie pubbliche ed è svolto su un campione rappresentativo di 91 aziende sanitarie e ospedaliere, pari al 44% dell’intero universo sanitario pubblico.

Dall’indagine emerge che un medico su tre lascia dunque per motivi diversi dal raggiunto limite di età. Le uscite anticipate dei medici dal servizio pubblico, spiega il presidente Fiaso Francesco Ripa di Meana, “hanno varie ragioni, come la paura dell’innovazione organizzativa e tecnologica e di veder cambiare in peggio le regole del pensionamento, oppure il dimezzamento necessario dei posti di primario, che ha finito per demotivare tanti medici a proseguire una carriera oramai senza più sbocchi“.

Le carenze maggiori si registrano per igienisti, patologi clinici, internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori. Dalla Fiaso giungono però delle proposte per trasformare l’emergenza in “opportunità di miglioramento dei servizi“: ciò, spiega Ripa di Meana, attraverso “una maggiore valorizzazione delle professioni non mediche, maggiore integrazione tra medici di base, pediatri di libera scelta e medici ospedalieri“. Altra proposta, afferma, è impiegare i “medici neo laureati per la gestione dei pazienti post acuzie dopo un affiancamento con tutor esperti“. Innovazioni, rileva, “già in atto in molte nostre Aziende e che possono trasformare in opportunità di miglioramento dei servizi la criticità del fabbisogno di medici nel nostro Paese“.

 
  

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ANSA

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