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Medicina

Vaccini, più trasparenza per contrastare le bufale e le teorie del complotto

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Due psicologi fanno il punto sugli ostacoli cognitivi che allontanano le persone dai vaccini

Dall’Australia all’Italia il mondo ha un serio problema con i vaccini. I genitori che decidono di vaccinare sono ancora la grande maggioranza, ma in alcune zone la copertura vaccinale è scesa a tal punto da compromettere l’immunità di gregge, che permette di proteggere anche i bambini ancora troppo piccoli per essere vaccinati o che non possono farlo per motivi di salute. Questa drammatica situazione è sicuramente il risultato di quasi due decenni di disinformazione: a questo punto sembrerebbe perfettamente coerente cominciare a definire gli anti-vaccinisti come pro-malattie, ma difficilmente questo aiuterebbe a invertire la tendenza.

Il problema è che, per il momento, non sembra emergere una strategia di comunicazione davvero vincente per portare più persone ad affidarsi ai vaccini. Di certo insinuare che chi si oppone ai vaccini voglia mettere in pericolo i propri figli e quelli altrui non aiuta: il risultato è del loro comportamento è senz’altro questo, ma le loro intenzioni sono le migliori.

Purtroppo sembra che, una volta che il sentimento anti-vaccini ha fatto presa, persino il semplice atto di informare correttamentequesti genitori diminuisce ulteriormente la loro propensione a vaccinare (back-fire effect). Sulla rivista Trends in Cognitive Sciences due psicologi hanno recentemente riassunto questi problemi, proponendo una possibile via di uscita.

I vaccini sono contro-intuitivi
L’opposizione ai vaccini non nasce con la truffa di Wakefield, ma esiste da quando esistono i vaccini. La differenza sostanziale è che durante il secolo scorso molte persone hanno potuto conoscere da vicino malattie terribili e le hanno viste ridursi fino quasi a scomparire man mano che si moltiplicavano gli sforzi degli operatori sanitari. La necessità di vaccinarsi era insomma auto-evidente. Eppure l’atto in sé rimane contro-intuitivo: il nostro primitivo cervello si ritrae istintivamente dall’atto di iniettare dei patogeni inattivati nel nostro flusso sanguigno, per non parlare di quello della nostra prole. Questo disgusto, spiegano gli autori, non è poi dose-dipendente, vale a dire che non importa che il patogeno nella fiala sia invisibile a occhio nudo e che la dose sia studiata solo per stimolare il sistema immunitario. Certo, ogni secondo inaliamo quantità ben maggiori di virus, batteri, e varie sostanze chimiche dai nomi impronunciabili, ma dal punto di vista cognitivo è diverso se ce le iniettano deliberatamente.

Un altro problema esposto dagli autori consiste nel fatto che, dal punto di vista morale, è peggio danneggiare qualcuno facendo qualcosa, che danneggiarlo non facendo nulla. Questo fenomeno è noto in psicologia cognitiva come bias di omissione, e spiega perché un genitore può decidere di ritardare e non autorizzare le vaccinazioni al proprio figlio.

https://www.bambinidisatana.com/2015/11/cinque-bugie-dette-in-tv-sui-vaccini/

Insomma, la possibilità che in seguito alla vaccinazione si verifichi una reazione avversa di qualunque tipo (sono possibili ma rarissime, e l’autismo naturalmente non è tra queste) è insopportabile per la nostra psicologia, tanto più che si tratta di un intervento che si esegue su individui perfettamente sani. È quindi di gran lunga più facile per il nostro cervello decidere non immunizzare, anche se in questo modo riduciamo l’immunità di gregge e aumentiamo il rischio di una malattia futura per i nostri bambini e quelli altrui.

Che fare?
Gli oppositori dei vaccini sono una minoranza, ma è molto attiva nel disinformare. Anche se la grande maggioranza delle persone sceglie di vaccinare e vaccinarsi,  dagli studi sembra che il più delle volte ci si limiti ad accettare passivamente le vaccinazioni proposte, invece che cercarle. Questa sostanziale neutralità può essere facilmente preda dei messaggi anti-vaccini, portando i genitori a ritardare le vaccinazioni necessarie. Anche se l’efficacia e l’importanza dei vaccini è contro-intuitiva, gli autori sono convinti che esista il modo di comunicarla.

In letteratura esistono promettenti esperimenti che dimostrano come la discussione diretta con gli esperti sia effettivamente in grado di aumentare la propensione delle persone a vaccinare. La discussione permette di chiarire uno per uno i dubbi sollevati, in maniera molto più marcata di un messaggio unidirezionale che inviti a vaccinare.

Essendo (per fortuna) lontani i tempi dei polmoni di acciaio in cui erano costretti a vivere i malati di polio, i cittadini mancano però di un’esperienza diretta e devono accettare le parole degli esperti, e delle istituzioni a cui appartengono, sulla fiducia. Il problema è che questa fiducia è spesso piuttosto bassa, specialmente tra coloro che hanno dubbi sui vaccini. In questo caso il complottismo non c’entra: come ha spiegato il medico Ben Goldacre, instancabile cacciatore di bufale mediche, non sempre gli interessi delle case farmaceutiche coincidono con quelli dei pazienti.

La cura per questa situazione è aumentare la trasparenza, per esempio pubblicando i risultati di tutti i trial clinici, come chiede la campagna AllTrials. Vista la crisi delle coperture vaccinali, anche gli autori concordano che le scuole debbano cominciare controllare l’immunizzazione degli alunni, ma questo tipo di soluzioni coercitive possono funzionare solo nel breve periodo e rischiano, senza ulteriori interventi di comunicazione, di contribuire a erodere la fiducia, già scarsa, nei governi e nelle altre istituzioni che si occupano di salute pubblica.

A giudicare da un recente scambio sulle colonne del Sole 24 Ore, sembra però che in Italia ci sia ancora molta strada da fare in questo senso. Il 27 ottobre il giornale ha pubblicato alcune riflessioni dell’epidemiologo Vittorio Demicheli sul nuovo Piano Nazionale di Vaccinazione. Secondo lo specialista il piano ha diverse criticità che sarebbe opportuno discutere (come ha fatto in questi giorni Scienzainrete) e rischia inoltre di alimentare nuove e pericolose teorie del complotto.

“dal momento che il calendario riportato all’interno del Piano nazionale di vaccinazione è la copia fedele del “calendario per la vita” sponsorizzato dalle industrie del farmaco. ”

Bisogna precisare che Demicheli non è solo un epidemiologo, è membro della Cochrane Collaboration, la no-profit indipendente che produce le celebri sistematiche utilizzate dai medici di tutto il mondo. Una delle revisioni firmate da Demicheli è fra le tante chenon ha trovato un nesso tra il il famigerato vaccino MPR e l’autismo. Pochi giorni dopo è arrivata una replica firmata dai maggiori esponenti dell’Istituto superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco, del Servizio Sanitario Nazionale e varie federazioni di medici. Tutte le argomentazioni di Demicheli vengono liquidate come opinabili mentre e riguardo alla corrispondenza tra Piano vaccinale e Calendario per la vita si tratterebbe di un’affermazione falsa e

“pericolosissima per la Sanità Pubblica, perché, provenendo da un dirigente pubblico che dovrebbe contribuire a fornire informazioni veritiere all’opinione pubblica, genera l’idea o lascia supporre che responsabili istituzionali, scienziati, medici e operatori che hanno contribuito alla stesura del Piano hanno operato semplicemente in base a una spinta sponsorizzatrice o peggio corruttiva da parte delle industrie produttrici di vaccini, invece che all’evidenza scientifica e all’interesse dei cittadini, che sono stati invece gli unici punti di riferimento per l’elaborazione del Piano.”

Per questo, prosegue la replica:

“Gli scriventi rappresentano che si riservano di adottare, nei confronti del Demicheli, tutte le iniziative necessarie, anche giudiziarie in sede civile e penale, per tutelare la propria reputazione lesa dalle dichiarazioni in oggetto.”

 

 

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Wired

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Medicina

La resistenza agli antibiotici negli animali è quasi triplicata

Negli ultimi 18 anni, il numero di patogeni che attaccano polli e maiali è aumentato. E il problema è che i microrganismi responsabili di queste infezioni sono molto più resistenti ai farmaci usati per combatterli

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Negli ultimi 18 anni, il numero di patogeni che attaccano polli e maiali è aumentato. E il problema è che i microrganismi responsabili di queste infezioni sono molto più resistenti ai farmaci usati per combatterli (gli antimicrobici, di cui gli antibiotici, diretti contro i batteri, sono la classe principale). Lo racconta uno studio pubblicato su Science, che mostra in quali parti del pianeta si stanno concentrando questi focolai e il problema della resistenza agli antimicrobici (antimicrobial resistance, AMR).

Più antibiotici, carne

A partire dal 2000, la produzione di carne è cresciuta del 68% in Asia, del 64% in Africa e del 40% in Sud America. Questo è stato facilitato dall’espansione di tecniche di produzione intensive, compreso l’utilizzo di antibiotici. Questi, a loro volta, servono a far crescere più rapidamente e a preservare la salute e la produttività degli animali (l’utilizzo degli antibiotici come promotori della crescita è vietato però in molti paesi, in Europa dal 2006). Ma la diffusione di queste pratiche è stata collegata all’aumento, a livello globale, di infezioni resistenti a questi farmaci, alcune delle quali possono essere trasmesse agli esseri umani.

Lo studio

Durante la ricerca, Thomas Van Boeckel e il suo team hanno analizzato i dati di provenienti da oltre 900 analisi sul tema (nel dettaglio point prevalence survey), fotografando quanti animali erano affetti da diversi patogeni, come E. coli Salmonella, in uno specifico momento. L’obiettivo era mappare le nazioni in via di sviluppo in cui il problema di patogeni resistenti è più marcato. Gli scienziati hanno osservato un chiaro aumento della proporzione di ceppi di patogeni molto resistenti (più del 50% di questi sopravvivono) agli antibiotici nei polli e nei maiali. In questi animali, nel periodo dal 2000 al 2018 la quantità di batteri che non rispondono alle terapia risulta triplicata, mentre nei bovini risulta raddoppiata.

Da un punto di vista geografico, i focolai di queste resistenze sono Cina ed India, che da sole ospitano più di metà dei polli e dei maiali presenti sul pianeta, seguite da Pakistan, Iran, Turchia, Brasile ed Egitto (sul sito resistancebank.org/ una mappa dettagliata). Aree in cui la resistenza sta iniziando ad emergere sono invece KenyaMarocco ed Uruguay.

Antibiotici, un’azione immediata

Secondo gli autori, queste regioni dovrebbero agire immediatamente e smettere di utilizzare gli antibiotici impiegati anche negli esseri umani per preservarne l’efficacia ed evitare gravi conseguenze sulla salute pubblica di queste nazioni. L’obiettivo è quello di passare a pratiche più sostenibili e meno rischiose per animali e persone. E in questo i paesi più ricchi, che hanno una maggiore esperienza, potrebbero essere d’aiuto. “Le nazioni ad alto reddito – sottolinea Ramanan Laxminarayan, coautore dello studio – dove gli antimicrobici sono utilizzati già dagli anni Cinquanta, dovrebbero fornire supporto per realizzare questa transizione”.





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Science, Galileo

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Medicina

Un esoscheletro robotico controllato dal pensiero

Dopo più di due anni di sperimentazione l’interfaccia cervello-macchina continua a funzionare. Per gli esperti è la prova che si può fare e la speranza è col tempo di arrivare a restituire autonomia alle persone paralizzate

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Thibault (il cognome resta anonimo) è il primo paziente tetraplegico al mondo a tornare a camminare e a muovere le braccia grazie a una tuta robotica, più precisamente un esoscheletro a quattro arti controllato con la mente. Certo, l’autonomia è un’altra cosa – riconoscono gli esperti che hanno messo in piedi il progetto – e ci vorrà ancora diverso tempo per migliorare la tecnologia e portarla fuori dal laboratorio. Ma per chi ha passato anni nell’immobilità questi primi passi rappresentano una speranza concreta. Lo studio è descritto su Lancet Neurology.

Come funziona l’esoscheletro

Gli scienziati dell’Università di Grenoble hanno sviluppato una tuta robotica che può ospitare un paziente tetraplegico che ne controlla gambe e braccia con il pensiero. La persona, nella fattispecie Thibault, ha potuto trasmettere i comandi grazie a due impianti cerebrali sopra la corteccia motoria – due piastre con 64 piccoli elettrodi impiantati sopra la dura madre (quindi non direttamente nel cervello per cercare di scongiurare gravi infezioni) che raccolgono l’attività cerebrale dell’uomo e la trasmettono wireless a un computer.

(immagine: LaBreche/ Fonds de dotation Clinatec)


Questo a sua volta, grazie a un algoritmo di machine learning, traduce i segnali in comandi per l’esoscheletro robotico.

E Thibault ce l’ha fatta. In due anni di sperimentazione ha camminato per 145 metri, raggiunto e toccato oggetti nello spazio tridimensionale con il 71% di successi.

Un percorso a tappe

I risultati non sono arrivati subito. C’è voluto del tempo perché Thibault fosse pronto a controllare l’esoscheletro. Innanzitutto i ricercatori hanno scansionato il cervello di Thibault per raccogliere i dati dell’attività cerebrale quando pensava di muovere braccia e gambe, informazioni indispensabili per istruire l’algoritmo che avrebbe parlato alla componente robotica. Poi, dopo l’impianto chirurgico, il ragazzo si è allenato a comandare un avatar a forma di esoscheletro in una sorta di videogioco, e solo quando i ricercatori hanno ritenuto avesse acquisito abbastanza dimestichezza Thibault è stato inserito all’interno della tuta e ha mosso i primi passi, ottenendo risultati anche migliori che con l’avatar.

Muoversi nell’esoscheletro

La tuta robotica pesa 65 chili e, per quanto sofisticata, non ha tutti i gradi di libertà del corpo umano. Inoltre non è ancora dotata di un sistema di stabilizzazione, pertanto Thibault è sempre stato imbragato al soffitto per evitare di rovinare al suolo. Movimenti ben lungi da essere simili a quelli naturali: il sistema non è certo pronto per uscire dal laboratorio, riconoscono i suoi ideatori.

Ma per Thibault è stata comunque un’emozione: “Mi sono sentito come il primo uomo sulla luna. Non camminavo da due anni. Avevo dimenticato di essere più alto di molte persone nella stanza. È stato davvero impressionante”.

“Il nostro è il primo sistema di cervello-computer wireless semi-invasivo progettato per un uso a lungo termine per attivare tutti e quattro gli arti”, ha spiegato Alim-Louis Benabid dell’Università di Grenoble. “Precedenti studi cervello-computer hanno utilizzato dispositivi di registrazione più invasivi impiantati sotto la membrana più esterna del cervello, dove alla fine smettono di funzionare. Erano anche collegati a fili, limitati alla gestione di movimento in un solo arto, o concentrati sul ripristino del movimento dei muscoli dei pazienti“.

I prossimi passi

Dopo il fallimento del primo paziente (gli elettrodi avevano smesso di funzionare poco dopo l’impianto), la sperimentazione che ha coinvolto Thibault è considerata un successo e la proof of concept, la prova cioè che il sistema funziona nel tempo (dopo più di due anni dall’impianto tutto funziona regolarmente) e che può essere replicato. Tant’è che i ricercatori pensano di espandere la sperimentazione a altre tre persone.

Siamo però ancora all’inizio di un viaggio. Il prossimo obiettivo sarà implementare la tecnologia per consentire ai pazienti di camminare e mantenersi in equilibrio in modo autonomo, senza essere assicurati al soffitto. “Ciò di cui abbiamo bisogno è una maggiore velocità di calcolo – non abbiamo ancora i tempi di reazione”, ha specificato Benabid. Su 64 elettrodi per impianto, infatti, se ne riescono a usare solo 32, il che significa che il potenziale per leggere meglio il cervello c’è ma servono interfacce cervello-macchina più potenti.





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Medicina

Vaccini, primi alunni respinti

Divieto di ingresso in istituti d’infanzia a Cagliari

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Primo giorno di scuola in Sardegna. E primi alunni respinti all’ingresso – almeno qualche decina – perché non in regola con i vaccini. Lo conferma all’ANSA il responsabile delle vaccinazioni dell’Ats Gabriele Mereu. “Sono stati giorni caldissimi con gli ambulatori affollati – spiega – Molto spesso si trattava di casi di vaccini non effettuati per distrazione. Ma ci sono stati anche diversi casi di inadempienza. E già da oggi per loro è scattato il divieto di ingresso a scuola”.

Divieto che vale solo per la scuola dell’infanzia, sino ai cinque anni: per i più grandi le porte degli istituti rimarranno aperte. Ma le famiglie saranno inevitabilmente multate. “Bisogna dire però che la Sardegna – sottolinea Mereu – ha numeri molto elevato di vaccinazioni, in alcuni casi eccellenti”. Gli ambulatori dell’ospedale Binaghi di Cagliari sono stati presi d’assalto: in alcuni giorni si è toccato quota 180 persone con oltre trecento vaccinazioni effettuate.





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ANSA

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