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Vaccini, più trasparenza per contrastare le bufale e le teorie del complotto

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Due psicologi fanno il punto sugli ostacoli cognitivi che allontanano le persone dai vaccini

Dall’Australia all’Italia il mondo ha un serio problema con i vaccini. I genitori che decidono di vaccinare sono ancora la grande maggioranza, ma in alcune zone la copertura vaccinale è scesa a tal punto da compromettere l’immunità di gregge, che permette di proteggere anche i bambini ancora troppo piccoli per essere vaccinati o che non possono farlo per motivi di salute. Questa drammatica situazione è sicuramente il risultato di quasi due decenni di disinformazione: a questo punto sembrerebbe perfettamente coerente cominciare a definire gli anti-vaccinisti come pro-malattie, ma difficilmente questo aiuterebbe a invertire la tendenza.

Il problema è che, per il momento, non sembra emergere una strategia di comunicazione davvero vincente per portare più persone ad affidarsi ai vaccini. Di certo insinuare che chi si oppone ai vaccini voglia mettere in pericolo i propri figli e quelli altrui non aiuta: il risultato è del loro comportamento è senz’altro questo, ma le loro intenzioni sono le migliori.

Purtroppo sembra che, una volta che il sentimento anti-vaccini ha fatto presa, persino il semplice atto di informare correttamentequesti genitori diminuisce ulteriormente la loro propensione a vaccinare (back-fire effect). Sulla rivista Trends in Cognitive Sciences due psicologi hanno recentemente riassunto questi problemi, proponendo una possibile via di uscita.

I vaccini sono contro-intuitivi
L’opposizione ai vaccini non nasce con la truffa di Wakefield, ma esiste da quando esistono i vaccini. La differenza sostanziale è che durante il secolo scorso molte persone hanno potuto conoscere da vicino malattie terribili e le hanno viste ridursi fino quasi a scomparire man mano che si moltiplicavano gli sforzi degli operatori sanitari. La necessità di vaccinarsi era insomma auto-evidente. Eppure l’atto in sé rimane contro-intuitivo: il nostro primitivo cervello si ritrae istintivamente dall’atto di iniettare dei patogeni inattivati nel nostro flusso sanguigno, per non parlare di quello della nostra prole. Questo disgusto, spiegano gli autori, non è poi dose-dipendente, vale a dire che non importa che il patogeno nella fiala sia invisibile a occhio nudo e che la dose sia studiata solo per stimolare il sistema immunitario. Certo, ogni secondo inaliamo quantità ben maggiori di virus, batteri, e varie sostanze chimiche dai nomi impronunciabili, ma dal punto di vista cognitivo è diverso se ce le iniettano deliberatamente.

Un altro problema esposto dagli autori consiste nel fatto che, dal punto di vista morale, è peggio danneggiare qualcuno facendo qualcosa, che danneggiarlo non facendo nulla. Questo fenomeno è noto in psicologia cognitiva come bias di omissione, e spiega perché un genitore può decidere di ritardare e non autorizzare le vaccinazioni al proprio figlio.

https://www.bambinidisatana.com/2015/11/cinque-bugie-dette-in-tv-sui-vaccini/

Insomma, la possibilità che in seguito alla vaccinazione si verifichi una reazione avversa di qualunque tipo (sono possibili ma rarissime, e l’autismo naturalmente non è tra queste) è insopportabile per la nostra psicologia, tanto più che si tratta di un intervento che si esegue su individui perfettamente sani. È quindi di gran lunga più facile per il nostro cervello decidere non immunizzare, anche se in questo modo riduciamo l’immunità di gregge e aumentiamo il rischio di una malattia futura per i nostri bambini e quelli altrui.

Che fare?
Gli oppositori dei vaccini sono una minoranza, ma è molto attiva nel disinformare. Anche se la grande maggioranza delle persone sceglie di vaccinare e vaccinarsi,  dagli studi sembra che il più delle volte ci si limiti ad accettare passivamente le vaccinazioni proposte, invece che cercarle. Questa sostanziale neutralità può essere facilmente preda dei messaggi anti-vaccini, portando i genitori a ritardare le vaccinazioni necessarie. Anche se l’efficacia e l’importanza dei vaccini è contro-intuitiva, gli autori sono convinti che esista il modo di comunicarla.

In letteratura esistono promettenti esperimenti che dimostrano come la discussione diretta con gli esperti sia effettivamente in grado di aumentare la propensione delle persone a vaccinare. La discussione permette di chiarire uno per uno i dubbi sollevati, in maniera molto più marcata di un messaggio unidirezionale che inviti a vaccinare.

Essendo (per fortuna) lontani i tempi dei polmoni di acciaio in cui erano costretti a vivere i malati di polio, i cittadini mancano però di un’esperienza diretta e devono accettare le parole degli esperti, e delle istituzioni a cui appartengono, sulla fiducia. Il problema è che questa fiducia è spesso piuttosto bassa, specialmente tra coloro che hanno dubbi sui vaccini. In questo caso il complottismo non c’entra: come ha spiegato il medico Ben Goldacre, instancabile cacciatore di bufale mediche, non sempre gli interessi delle case farmaceutiche coincidono con quelli dei pazienti.

La cura per questa situazione è aumentare la trasparenza, per esempio pubblicando i risultati di tutti i trial clinici, come chiede la campagna AllTrials. Vista la crisi delle coperture vaccinali, anche gli autori concordano che le scuole debbano cominciare controllare l’immunizzazione degli alunni, ma questo tipo di soluzioni coercitive possono funzionare solo nel breve periodo e rischiano, senza ulteriori interventi di comunicazione, di contribuire a erodere la fiducia, già scarsa, nei governi e nelle altre istituzioni che si occupano di salute pubblica.

A giudicare da un recente scambio sulle colonne del Sole 24 Ore, sembra però che in Italia ci sia ancora molta strada da fare in questo senso. Il 27 ottobre il giornale ha pubblicato alcune riflessioni dell’epidemiologo Vittorio Demicheli sul nuovo Piano Nazionale di Vaccinazione. Secondo lo specialista il piano ha diverse criticità che sarebbe opportuno discutere (come ha fatto in questi giorni Scienzainrete) e rischia inoltre di alimentare nuove e pericolose teorie del complotto.

“dal momento che il calendario riportato all’interno del Piano nazionale di vaccinazione è la copia fedele del “calendario per la vita” sponsorizzato dalle industrie del farmaco. ”

Bisogna precisare che Demicheli non è solo un epidemiologo, è membro della Cochrane Collaboration, la no-profit indipendente che produce le celebri sistematiche utilizzate dai medici di tutto il mondo. Una delle revisioni firmate da Demicheli è fra le tante chenon ha trovato un nesso tra il il famigerato vaccino MPR e l’autismo. Pochi giorni dopo è arrivata una replica firmata dai maggiori esponenti dell’Istituto superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco, del Servizio Sanitario Nazionale e varie federazioni di medici. Tutte le argomentazioni di Demicheli vengono liquidate come opinabili mentre e riguardo alla corrispondenza tra Piano vaccinale e Calendario per la vita si tratterebbe di un’affermazione falsa e

“pericolosissima per la Sanità Pubblica, perché, provenendo da un dirigente pubblico che dovrebbe contribuire a fornire informazioni veritiere all’opinione pubblica, genera l’idea o lascia supporre che responsabili istituzionali, scienziati, medici e operatori che hanno contribuito alla stesura del Piano hanno operato semplicemente in base a una spinta sponsorizzatrice o peggio corruttiva da parte delle industrie produttrici di vaccini, invece che all’evidenza scientifica e all’interesse dei cittadini, che sono stati invece gli unici punti di riferimento per l’elaborazione del Piano.”

Per questo, prosegue la replica:

“Gli scriventi rappresentano che si riservano di adottare, nei confronti del Demicheli, tutte le iniziative necessarie, anche giudiziarie in sede civile e penale, per tutelare la propria reputazione lesa dalle dichiarazioni in oggetto.”

 

 

Crediti e Fonti :

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

Medicina

Come distinguere tra Covid-19, raffreddore e influenza?

La sintomatologia è per lo più sovrapponibile, se se escludono alcune sfumature. Ecco perché rimane sempre fondamentale il ruolo della prevenzione

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Così simili, così diversi. Covid-19 e influenza si somigliano sì, ma da subito è stato chiaro che l’infezione da Sars-Cov-2 non fosse solo un’influenza (già di per sé da non sottovalutare). Ma è innegabile che punti di incontro ci siano: entrambe malattie virali, entrambe respiratorie, possono soprattutto portare a sintomi simili. Motivo per cui, ormai alla vigilia di ottobre, quest’anno il consiglio di vaccinarsi contro l’influenza è più forte del solito. Potrebbe aiutare la diagnosi e sgravare, almeno un po’, le strutture sanitarie dal peso che ogni anno devono affrontare a causa dell’influenza. Il ruolo del vaccino nella diagnosi differenziale trova supporto proprio nel fatto che molti dei sintomi sono simili tra le due condizioni. E se è vero, che per l’una e l’altra oggi l’ultima parola non può che spettare al tampone, alcune differenze esistono, sebbene interpretarne il significato a fini diagnostici resta competenza dei medici.

Influenza, Covid-19 e raffreddori

Febbre, tosse secca e stanchezza. Secondo quanto riferisce l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono questi i sintomi più comuni dell’infezione da coronavirus. Ma possono presentarsi anche brividi, dolori muscolari, mal di testa, mal di gola, diarrea, congestione nasale, vomito, diarrea. Tutti gli stessi sintomi però sono comuni anche in caso di influenza. Più tipici, ma certamente non esclusivi, di Covid-19 sono la perdita di gusto e olfattorespiro corto e difficoltà nella respirazione, ma alle infezioni da coronavirus sono state associate la congiuntivite e alcuni manifestazioni cutanee, come la comparsa di rush e geloni.

Nel caso del raffreddore la sintomatologia si limita in genere a naso e gola, con mal di gola appunto, naso congestionato, tosse, perdita di sensibilità nel percepire sapori e odori, starnuti. Rispetto all’influenza, però, i sintomi sono meno forti e tendono ad avere una comparsa graduale, e non così rapida come per i virus influenzali.

La comparsa dei sintomi

Questi sintomi tendono ad apparire gradualmente, e sebbene siano praticamente sovrapponibili a quelli dell‘influenza, alcuni ricercatori hanno cercato di capire se esistano delle caratteristiche anche nella loro comparsa, che possano magari essere in parte d’aiuto nell’identificare casi sospetti. Lo scorso mese, in proposito, uno studio mostrava per esempio che era possibile identificare un ordine più frequente nella comparsa dei sintomi da Covid-19, che vede in successione febbretosse, dolori muscolari, nausea, vomito e diarrea. Di contro, non di rado nell’influenza è la tosse a comparire per prima.

Ma più in generale, concordano gli americani Cdc e l’Oms, la comparsa dei sintomi da Covid-19 è diversa da quella dell’influenza in termini di tempistiche assolute. Ovvero: le infezioni da Sars-Cov-2 possono avere tempi di incubazione più lunghi di quelli dell’influenza. Anche in questo caso in generale, s’intende. Se infatti il tempo medio di comparsa dei sintomi dall’infezione con un virus influenzale va da un giorno a 4 giorni, per Sars-Cov-2 si parla in media di cinque giorni, anche se la finestra può allargarsi da 2 a 14 giorni.

Raffreddore, influenza o Covid-19?

Con l’inizio della prossima stagione influenzale, la circolazione dei virus parainfluenzali, e mentre siamo ancora in piena pandemia da Covid-19, capire, almeno in un primo momento alla comparsa dei sintomi a cosa siano riferibili non è semplice. Ma si tratta di un compito pur sempre relegato alla classe medica, ribadisce a Wired Rocco Russo, pediatra responsabile del tavolo tecnico sulle vaccinazioni della Società italiana di pediatria: “Con l’apertura delle scuole sappiamo che ci troveremo a vivere l’emergenza pandemica in un periodo invernale in cui ci sarà una maggiore circolazione di altre forme virali, in ogni caso anche noi pediatri operanti sul territorio nazionale abbiamo a disposizione una serie di specifiche raccomandazioni ministeriali, che a seguito di opportune segnalazioni da parte dei genitori ci permetteranno di mettere in atto tutte le procedure per la gestione del bambino con sintomatologia sospetta Covid-19”. Quello cui Russo si riferisce è il fatto che inevitabilmente i genitori riporteranno sintomatologie riferibili a raffreddori, influenze e Covid-19, ma che la sola presenza dei sintomi non può essere, ogni volta, fonte di allarme“Il genitore deve intercettare questi sintomi e riferirli al pediatra, al quale spetta il compito di filtrare le informazioni disponibili e capire se trattare il bambino come caso sospetto o no”.

E farlo, continua il medico, significa prima di tutto tenere in considerazione che le malattie infettive possono presentarsi in maniera aspecifica rispetto alla sintomatologia classica e che la sintomatologia si diversifica da soggetto a soggetto. “Sappiamo che, nel caso di Covid-19, l’elemento più frequente è la febbre, insieme a interessamento delle vie aree con tosse e mal di gola – riprende Russo – e che in genere le manifestazioni cliniche sono più sfumate che nell’adulto. E anche se per esempio sintomi gastrointestinali come la diarrea nei bambini appaiono leggermente più frequenti rispetto all’influenza non è possibile identificare solo sulla base dei sintomi le diverse condizioni”. Anche perché, continua l’esperto, i virus influenzali cambiano di anno in anno e di volta in volta può cambiare anche l’interessamento ai diversi distretti del corpo e dunque le manifestazioni, come quelle gastrointestinali appunto.

“Ancora oggi il primo elemento fondamentale nel sospettare un caso da Covid-19 è il contatto con un positivo”, rimarca Russo ricordando il ruolo imprescindibile delle misure di prevenzione raccomandate contro la diffusione del virus Sars-Cov-2“Uso di mascherine, distanziamento personale e il lavaggio frequente delle mani, risultano essere validi interventi preventivi non solo contro il Sars-Cov-2 ma anche contro la diffusione di altri virus, compresi quelli dell’influenza, per alcuni dei quali abbiamo la possibilità di avere a disposizione anche uno specifico vaccino”, conclude il pediatra, ma non bisogna dimenticare i comportamenti: mandare un bambino a scuola con il naso che cola era sbagliato prima e lo è anche oggi”.


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Medicina

Quante sono davvero le morti provocate da Covid-19?

Mentre la pandemia continua a imperversare, i ricercatori stanno lottando per ottenere una stima corretta della mortalità effettiva. Districandosi tra dati imprecisi o carenti, cercano di distinguere i decessi provocati direttamente dal virus da quelli dovuti a fattori come la crisi delle strutture sanitarie. Ma una risposta certa e definitiva dovrà aspettare ancora molti anni.

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All’inizio dello scorso marzo, Andrew Noymer è stato colto all’improvviso da un dubbio familiare. Stava osservando i paesi che, in tutta l’Europa e il Nord America, cominciavano a registrare le prime morti da COVID-19 e sapeva che potevano esserci problemi con i dati. Anche in un inverno normale, alcune vittime dell’influenza vengono attribuite per errore a una polmonite; se può succedere con una malattia conosciuta, era inevitabile che non tutte le morti per COVID-19 fossero registrate, ha pensato Noymer, demografo all’Università della California a Irvine, che racconta: “Ricordo solo di avere pensato che sarà molto difficile da spiegare alla gente”. A marzo e aprile, quando gli istituti di statistica nazionali hanno iniziato a pubblicare i dati sulla mortalità, i suoi sospetti hanno trovato conferma: la pandemia stava provocando molte più vittime di quante ne indicassero le sole cifre su COVID-19.

In periodi di sconvolgimento come guerre, disastri naturali o epidemie, i ricercatori hanno bisogno di calcolare rapidamente una stima del numero delle vittime, e di solito adottano un parametro approssimativo ma plausibile: l’eccesso di mortalità. È un confronto tra il numero di decessi previsto e quello effettivo, e per molti scienziati è il modo più affidabile per valutare l’impatto della pandemia. Può aiutare gli epidemiologi a fare confronti tra paesi, ed essendo calcolabile rapidamente permette di individuare focolai di COVID-19 che altrimenti passerebbero inosservati.

Stando ai dati relativi a oltre 30 paesi in cui sono disponibili stime dell’eccesso di mortalità, nel periodo che va dall’inizio della pandemia alla fine di luglio, in quei paesi ci sono stati quasi 600.000 decessi in più rispetto a quelli previsti normalmente (di questi, i decessi ufficialmente attribuiti a COVID-19 sono stati 413.041).

Ma questo parametro ad alto livello ha vari difetti. Non è in grado di distinguere le vittime della malattia e quelle dovute ad altri fattori legati alla pandemia, per esempio la difficoltà di accesso alla normale assistenza sanitaria, che può ritardare le cure o spingere le persone a non richiederle nemmeno. Inoltre, si basa su comunicazioni accurate e puntuali dei decessi, che possono essere imprecise a causa di sistemi anagrafici arretrati, se non addirittura eliminate intenzionalmente. E, come tanti altri aspetti della pandemia, le statistiche hanno assunto una valenza politica: un modo per un paese per dichiararsi superiore agli altri.

Gli esperti temono che semplici segnalazioni sull’eccesso di mortalità abbiano determinato confronti prematuri o errati tra le reazioni dei vari paesi alla pandemia e, considerata la carenza di dati, abbiano di fatto ignorato la situazione nei paesi a medio e basso reddito.

Ci sono modi più sofisticati di suddividere in categorie la mortalità per scoprire quanti decessi sono stati provocati direttamente dall’infezione di SARS-CoV-2 e quanti invece sono avvenuti a causa di altri fattori legati alla pandemia. Prima o poi, demografi ed esperti di salute pubblica avranno informazioni dai certificati di morte abbastanza dettagliate per stabilirlo, e allora saranno in grado di valutare quali interventi hanno funzionato meglio, in modo da avere risposte più informate alle pandemie future.

Molti mezzi di informazione stanno già elaborando i dati e traendone queste conclusioni. Alcuni statistici sostengono che, visto il calo della prima ondata di pandemia in molti paesi, si possono – e si devono – fare confronti tra le politiche dei vari governi per valutare come possono avere influito sulla mortalità. Ma secondo molti esperti la pandemia è ancora in una fase troppo prematura perché il procedimento sia rigoroso: potrebbe essere falsato dal modo casuale in cui alcuni dei focolai iniziali si espandono e altri si esauriscono, rendendo difficile l’analisi finché la pandemia non avrà fatto il suo corso, spiega Jennifer Dowd, demografa ed epidemiologa dell’Università di Oxford, nel Regno Unito. “La strada sarà molto lunga.”

Totale delle morti confermate per milione di abitanti al 2 settembre 2020 (© Our World in Data – CC BY 4.0)

 

Uno strumento spuntato
Quando in Europa i morti hanno iniziato ad aumentare, uno dei primi ad accorgersene è stato Lasse Vestergaard, epidemiologo dello Statens Serum Institut di Copenaghen e direttore dell’European Mortality Monitoring Project (EuroMOMO), che aggrega i dati settimanali sulla mortalità, a prescindere dalla causa, provenienti da 24 paesi o regioni d’Europa.

Tra marzo e aprile, il sistema di tracciamento di EuroMOMO ha mostrato decine di migliaia di decessi in più rispetto al previsto: circa il 25 per cento in più dei dati ufficiali sui morti da COVID-19. I contagi stavano passando inosservati a causa della carenza di test e perché paesi diversi conteggiavano le morti in modi diversi, per esempio escludendo quelle avvenute nelle case di riposo. Era quasi impossibile farsi un’idea corretta della situazione nei vari paesi.

Così, ricercatori, giornalisti e politici si sono rivolti ai calcoli dei morti in eccesso. Invece di impantanarsi nell’indicazione delle cause, questo parametro confronta tutte le morti avvenute in una certa settimana o mese con quelle che, secondo le previsioni degli statistici, si sarebbero verificate in assenza della pandemia, in genere facendo riferimento alla media degli ultimi cinque anni. Alcune versioni più sofisticate considerano anche come sta invecchiando una popolazione, o come sta cambiando a causa di immigrazione ed emigrazione, ma queste integrazioni possono complicare il confronto tra paesi.

I decessi settimanali in eccesso (deviazione della mortalità rispetto al livello previsto) nei paesi aderenti a EuroMOMO che hanno fornito i dati per gli anni passati, per tutte le età e per gruppi di età. La linea gialla riguarda il 2018, la linea nera il 2019 e la linea blu il 2020 (© EuroMOMO)

Alcune analisi dell’eccesso di morti – come un rapporto pubblicato dall’UK Office for National Statistics il 30 luglio – standardizzano i tassi di mortalità per tenere conto delle differenze nella struttura della popolazione per fasce di età nei vari paesi. Poiché la registrazione di una morte può essere fatta in modo abbastanza veloce se non se ne registra contestualmente anche la causa, queste statistiche si possono compilare molto più rapidamente di quelle specifiche per le varie cause.

“Nature” ha raccolto dati provenienti da vari database demografici, oltre che dai conteggi realizzati dal “Financial Times” e dall”Economist“, due tra i più completi set di dati sull’eccesso di decessi. Anche se la copertura non è universale – riguarda 32 paesi (per lo più in Europa) e 4 metropoli in tutto il mondo – comprende molte nazioni con grandi focolai e circa i due terzi del totale ufficiale delle vittime di COVID-19 fino alla fine di luglio.

L’analisi di “Nature” indica che l’eccesso di morti mostra variazioni enormi da un paese all’altro. Negli Stati Uniti e in Spagna – due dei paesi finora più colpiti – rispettivamente il 25 e il 35 per cento circa dell’eccesso di morti non si riflette nelle statistiche ufficiali sulle vittime di COVID-19. Ma il divario è molto maggiore in altri paesi, per esempio il Perù, dove il 74 per cento dell’eccesso non è giustificato dal numero ufficiale delle vittime di COVID-19. E alcune nazioni, come la Bulgaria, durante la pandemia finora hanno fatto registrare addirittura un eccesso di morti negativo: in altre parole, nonostante il virus quest’anno sono decedute meno persone del previsto.

Scavare nei dati
Durante la pandemia, lo strumento dell’eccesso di morti, benché spuntato, è comunque il migliore secondo la maggioranza dei demografi, ma con il passare del tempo sarà possibile usare dati più dettagliati e uno sguardo retrospettivo per capire meglio il bilancio della pandemia. Alla fine, i demografi potranno suddividere le morti in tre categorie: dirette, per cui la causa registrata è COVID-19, dirette ma non contate, di cui è responsabile il virus senza che ciò sia stato indicato ufficialmente, e infine indirette, cioè avvenute a causa di altri cambiamenti legati alla pandemia.

Le morti dirette appaiono nei conteggi che indicano i numeri di casi e decessi, in genere aggiornati quotidianamente dalle autorità sanitarie locali e nazionali. Ma anche questo dato è meno chiaro di quanto può sembrare, avverte Maimuna Majumder, epidemiologa computazionale alla Harvard Medical School di Boston. Può essere difficile distinguere le vittime di COVID-19 da chi è stato contagiato ma è morto per altri motivi. “Sarà un aspetto molto critico della questione”, commenta Majumder. “Se ci sono due patologie concomitanti, quale sarà indicata come causa di morte?” L’analisi di questi decessi – continua – richiederà un sistema di classificazione che tenga conto delle patologie preesistenti che possono rendere maggiormente fatale COVID-19. Un sistema di questo tipo costringerebbe ad aspettare i dati sulle cause di morte, che richiedono circa un anno per essere completati

Mappa della mortalità settimanale in eccesso standardizzata (z-score) sulla popolazione totale dei paesi che aderiscono a EuroMOMO durante la 14° settimana (© EuroMOMO)

 

Mappa della mortalità settimanale in eccesso standardizzata (z-score) sulla popolazione totale dei paesi che aderiscono a EuroMOMO durante la 35° settimana (© EuroMOMO)

 

I ricercatori stanno già rivedendo [i dati dei] primi sei mesi della pandemia, aggiungendo le morti che erano state classificate in modo scorretto. Nel caso di alcuni grandi focolai, come quelli di Wuhan e di New York, i dati di aprile sono stati corretti al rialzo per tenere conto dei decessi sospettati di una classificazione sbagliata

Poi ci sono le morti dirette ma non conteggiate, cioè quelle che sono sfuggite perché il paziente presentava sintomi che non sono stati attribuiti a COVID-19. “Stiamo ancora cercando di capire esattamente come si manifesta la malattia”, spiega Natalie Dean, biostatistica all’Università della Florida a Gainesville. Ictus ed embolie polmonari – continua – sono due complicazioni potenzialmente letali del virus che in un primo momento potrebbero essere state trascurate.

Una piccola parte dell’eccesso di morti è di tipo indiretto: è dovuta non tanto al virus in sé quanto alle condizioni create dalla pandemia. Alcuni ospedali riferiscono che un certo numero di pazienti oncologici e con patologie croniche saltano i controlli periodici, con i rischi che ne conseguono. In alcuni luoghi è stato registrato un maggior numero di casi di violenza domestica, e i ricercatori che si occupano di salute mentale sono preoccupati per le conseguenze su chi lavora in prima linea e chi subisce le misure di lockdown, benché non sia ancora chiaro se questi fattori abbiano provocato un aumento dei morti.

negli Stati Uniti durante i primi giorni della pandemia gli accessi al pronto soccorso sono calati di oltre il 40 per cento, indizioche molte persone erano restie a rivolgersi all’assistenza sanitaria. E anche quando i pazienti si sono rivolti agli ospedali – continua Majumder – questi erano gravemente sovraccarichi.

“Le persone sono morte per qualcos’altro, ma il motivo per cui è accaduto è che i sistemi destinati ad assisterli non erano più in grado di farlo.” I dati dei CDC, pur preliminari e incompleti, offrono uno scorcio di queste morti indirette: ad aprile, negli Stati Uniti si è registrato un numero di morti per diabete superiore del 20–45 per cento alla media dei cinque anni precedenti; i decessi per ischemia cardiaca hanno subito un aumento tra il 6 e il 29 per cento rispetto al normale.

Un lato positivo è che i lockdown e i cambiamenti comportamentali, come indossare la mascherina e lavarsi le mani, potrebbero avere evitato morti per altre cause, in particolare altre malattie infettive come l’influenza. E quando in tutto il mondo gran parte della popolazione è rimasta a casa, probabilmente sono diminuite le vittime di incidenti stradali e alcuni tipi di violenza interpersonale. Queste riduzioni potrebbero nascondere parte dell’aumento dei decessi provocato da COVID-19.

Alcuni di questi effetti stanno già iniziando a manifestarsi nei dati. Il sistema di sorveglianza globale FluNet ha rilevato che quest’anno la stagione dell’influenza è stata più breve di oltre un mese, probabilmente a causa dei lockdown rigorosi e del miglioramento delle pratiche igieniche. In Sudafrica, il sistema di monitoraggio della mortalità implementato al culmine dell’epidemia di AIDS sta permettendo agli epidemiologi di distinguere le morti avvenute per cause naturali, come le malattie, e non naturali, come la violenza interpersonale.

Un team guidato da Debbie Bradshaw del South African Medical Research Council di Città del Capo ha dimostrato che, alla fine di marzo, durante un rigoroso lockdown, le morti per cause non naturali si erano dimezzate rispetto al livello abituale. E quando, verso la fine di maggio, il lockdown ha cominciato a essere allentato, quelle morti sono tornate vicine al livello previsto.

Probabilmente i demografi non sapranno mai con precisione il bilancio finale della pandemia, sostiene Noymer: “Non è come grattare un biglietto della lotteria e scoprire i numeri vincenti.” Una volta passata la pandemia, distinguere i tre tipi di decessi – e determinare quanti sarebbero stati in assenza del virus – sarà un processo lungo mesi o addirittura anni. “Non abbiamo nemmeno stabilito quante persone sono morte per l’influenza del 1918 – spiega – pur avendo avuto cento anni per fare i conti.”

Il punto della situazione
Nella fase attuale, le statistiche sull’eccesso di morti contribuiscono a tracciare l’andamento della pandemia in luoghi differenti. In futuro, con dati completi sulle cause di morte, i ricercatori potranno analizzare l’efficacia dei lockdown e degli altri interventi in ciascun paese osservando il livello di mortalità, diretta e indiretta. Secondo Noymer, però, farlo ora è rischioso, dato che la pandemia sta ancora infuriando e il bilancio finale è ignoto: “Non abbiamo ancora una prospettiva sufficiente perché siamo ancora nella fase di alta marea. È come cercare di prevedere nel bel mezzo di un uragano quanta pioggia cadrà in totale.”

E anche dopo la tempesta, queste analisi saranno possibili solo in paesi ad alto reddito, con sistemi efficienti di registrazione delle nascite e delle morti. Nei paesi con reddito medio e basso, contare le morti è molto meno semplice, spiega Irina Dincu, specialista dell’International Development Research Centre di Ottawa. “A livello mondiale, viene registrato circa il 50 per cento delle morti che avvengono in un determinato anno”, spiega. “L’altro 50 per cento semplicemente non esiste. È invisibile.”

Gloria Mathenge, consulente del Civil registration and vital statistics (CRVS) dell’OMS, ha in mente numerosi motivi per cui questi decessi sono invisibili. Nel suo lavoro alla Pacific Community, un’organizzazione per lo sviluppo internazionale di Nouméa, in Nuova Caledonia, Mathenge collabora al rafforzamento dei sistemi di raccolta dei dati negli stati insulari del Pacifico, come Kiribati e Tonga. Anche se la situazione sta migliorando, in media circa il 20 per cento delle morti nella regione non è registrato. Molti sistemi sono ancora legati al passato coloniale dei vari paesi. Di conseguenza, spiega Mathenge, non rispecchiano le norme culturali e sociali odierni, per esempio il fatto che nei paesi a medio e basso reddito molte persone non muoiono in ospedale. Così, a prescindere dai decessi da COVID-19 mancanti, non c’è un modo affidabile per stabilire un valore di base rispetto a cui calcolare l’eccesso di mortalità.

Per stimare il tributo di morti alla pandemia in quei paesi i demografi dovranno affidarsi a metodi meno precisi, come i sondaggi porta a porta, spiega Stéphane Helleringer, demografo all’Università di New York ad Abu Dhabi. Ma aggiunge che non sono usati molto spesso: “Quando riusciamo a completarli, ormai sono già decisamente vecchi”.

Secondo alcuni demografi non è poi così importante sapere se qualcuno sia morto per la malattia di per sé o per il sovraccarico del sistema sanitario: in un modo o nell’altro, tutte le morti si possono attribuire alla pandemia. “A un certo punto bisogna dire: ecco, il decesso è in qualche modo legato a COVID-19, che ha sconvolto il sistema sanitario”, spiega Noymer. “Per me l’esperimento mentale è: come sarebbe stato il 2020 se tutto questo non fosse mai accaduto?” Altri ricercatori ci tengono a separare le morti provocate dal virus e quelle dovute alle circostanze, per stabilire con precisione quanto è effettivamente letale il virus in sé.

Ma per queste analisi adesso non c’è molto tempo. La pandemia ha aumentato drasticamente la pressione sui sistemi di registrazione delle morti, e così pure sul rigore con cui sono esaminate. Politici, media e opinione pubblica chiedono statistiche quotidiane o settimanali, che di norma richiedono mesi di lavoro, mettendo a disagio alcuni demografi. “La mortalità si capisce meglio a posteriori”, spiega Noymer, a causa del tempo e del lavoro necessari per compilare e analizzare i certificati di morte,  “E di colpo tutti vogliono conoscerla in tempo reale.”

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(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 1° settembre 2020.


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3 regole per riaprire le scuole in sicurezza

Dei ricercatori Usa propongono le strategie d’azione per prevenire la diffusione dei contagi da Covid-19 nelle scuole. Ci sono tre livelli d’azione, dal monitoraggio alla permanenza a casa in caso di sintomi, fino all’isolamento delle classi soprattutto se c’è un contagiato

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(foto: Westend61 via Getty Images)

L’infezione Covid-19 sta modificando il modo di percepire la realtà e sta cambiando le nostre vite, a livello sociale, lavorativo e perfino nell’ambito dell’educazione. L’inizio del nuovo anno scolastico è alle porte e le modalità della riapertura delle scuole rappresentano uno dei temi più delicati e discussi del momento. Oggi ne parlano anche tre ricercatori della Perelman School of Medicine dell’università della Pennsylvania su Science. I tre autori, Ronan LordanGarret A. FitzGerald e Tilo Grosser, hanno spiegato in un editoriale sulla rivista Science quali sono le tre strategie d’azione contro la diffusione di Covid-19.

La prima regola: attenzione all’ingresso

Il primo livello d’azione consiste nel bloccare l’entrata dell’infezione a scuola. In tal senso il pilastro fondamentale è monitoraggio quotidiano dei sintomi di tutti gli studenti al momento della comparsa. Ovviamente avere sintomi riconducibili a Covid-19 non implica la presenza di quest’infezione, dato che molte manifestazioni cliniche possono somigliare a quelle di sindromi influenzali o di altre malattie. Per questo, secondo gli autori, alla prima comparsa dei sintomi lo studente dovrebbe rimanere a casa e sarebbe auspicabile svolgere tempestivamente il test diagnostico per il Sars-Cov-2.

Scuole, la riapertura con tutti i controlli

Ma molti bambini e ragazzi sono asintomatici – l’assenza di sintomi è uno dei grandi temi della pandemia – e molto probabilmente trasmettono ugualmente l’infezione. Per questo è necessario che l’apertura della scuola e le lezioni in presenza avvengano quando nel paese e nella regione l’epidemia è sotto controllo e che vengano adottate opportune misure di protezione. Stando ai dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), gli autori riferiscono che, nelle scuole che hanno già riaperto e in cui sono applicate basilari regole di protezione, il rischio della trasmissione di Covid-19 non è maggiore di quello che si avrebbe in altri ambienti di lavoro e luoghi di ritrovo. Le regole includono l’uso delle mascherine in corridoio e in altri spazi comuni (ma non in classe al banco), il distanziamento fisico, l’assenza da scuola in caso di sintomi, il lavaggio frequente delle mani e la ventilazione degli ambienti, i contagi sono stati prossimi allo zero.

La seconda regola: ambienti ventilati

Ma anche in presenza di un caso di Covid-19 non bisogna perdere la calma e si devono mettere in campo tutte le strategie affinché l’infezione si diffonda nella misura minore possibile. Se mascherine, distanziamento e igiene delle mani e delle superfici sono (o almeno dovrebbero essere) norme ormai acquisite e consolidate, non bisogna dimenticare che soprattutto in ambienti chiusi il virus può diffondersi – anche se ad oggi non risulta essere una delle principali vie di trasmissione – tramite aerosol di particelle piccolissime sospese nell’aria. Per questo, ricordano gli scienziati, bisogna prestare attenzione anche all’eventuale durata dell’esposizione ovvero alla permanenza degli studenti in una stessa classe e a un’adeguata aerazione di tutti gli ambienti. Per la stessa ragione bisogna evitare azioni che favoriscano la diffusione del virus, come lezioni di canto. Mentre all’aperto la diffusione airborne risulta trascurabile, almeno stando alle attuali prove; tuttavia anche in questo caso è bene evitare sport in cui una forte vicinanza fisica possa promuovere la diffusione di Sars-Cov-2.

La terza regola: tenere le classi separate

Se c’è una persona contagiata è bene far sì che l’infezione non si trasmetta a macchia d’olio allargando il focolaio. Per questo bisogna tenere quanto più possibile isolate le diverse classi in modo che i potenziali contatti e le occasioni di contagio siano in numero inferiore“Gruppi di persone che restano relativamente isolati fra loro”, scrivono gli autori, “possono ridurre i contatti e facilitare il tracciamento in caso di contagio. L’identificazione precoce delle persone infette attraverso il monitoraggio dei sintomi e i test diagnostici può limitare le misure di quarantena ai gruppi colpiti senza dover chiudere l’intera scuola”.


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positive review  Difficile spiegare per me.Ho conosciuto i Bambini di Satana tramite mio figlio e ho trovato tanti argomenti interessanti,a volte scomodi,che i perbenisti non affrontano.Grazie ragazzi

Susy Barini Avatar Susy Barini
30 December 2017

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