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PRETI PEDOFILI

Vittime italiane della pedofilia scrivono alla Cei, ma non ricevono risposta

parlano le vittime degli abusi sessuali:«Vorremmo essere ascoltate» ma la CEI non risponde

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Città del Vaticano – La lettera indirizzata al cardinale Gualtiero Bassetti porta la data dal 20 dicembre 2018 e contiene la richiesta di un incontro con i vertici della Cei (proprio come ha esortato di fare Papa Francesco prima del vertice di febbraio sulla pedofilia). Alle vittime italiane però non è ancora arrivata nessuna risposta. «Scriviamo direttamente a lei, nella speranza che voglia cogliere l’invito di qualche giorno fa che Papa Francesco ha inviato ai Presidenti delle Conferenze Episcopali ad incontrare le vittime di abusi sessuali, in preparazione dell’incontro del prossimo febbraio sullo specifico tema degli abusi. Alcuni di noi le hanno già scritto più volte in copia conoscenza attraverso lettere scritte a Papa Francesco, per le quali non è stata ricevuta alcuna risposta. Ci rivolgiamo quindi a lei nella speranza di vedere accolta la nostra richiesta di essere ricevuti, ritenendo autentico e sincero il desiderio della gerarchia della chiesa di voler ascoltare le vittime».

L’associazione L’abuso ritiene insufficienti le scuse sulla tolleranza zero se poi «non sono mai seguite da azioni concrete in riparazione ai gravissimi danni arrecati a tante vittime e al loro contesto familiare. Attendiamo una sua gradita risposta nella speranza che non voglia sottrarsi all’invito del Papa e alla nostra disponibilità nel fornire un contributo che riteniamo utile in preparazione dell’evento».

Mentre in altri Paesi come Francia, Germania, Olanda, Belgio o Stati Uniti, il fenomeno dei pedofili è al centro di un monitoraggio che ha permesso alle varie conferenze episcopali di valutare con precisione l’entità numerica di questo triste capitolo, in Italia sembra ancora tutto piuttosto indietro. «Ad oggi non siamo in grado di dare alcun numero» ha ripetuto solo alcuni giorni fa monsignor Stefano Russo, segretario della Cei.

L’associazione L’Abuso ha conteggiato – attraverso le denunce all’autorità civile italiana e i processi in corso – almeno 300 casi in 15 anni. Probabilmente si tratta di una parziale lettura del fenomeno, visto che una buona parte degli abusi non sono stati mai denunciati all’autorità civile italiana e le diocesi non hanno mai aperto i loro archivi.

Il caso più eclatante riguarderebbe la diocesi di Napoli dove il cardinale Crescenzio Sepe (che siede nel Consiglio permanente della Cei) avrebbe coperto un prete accusato di abusi, don Silverio Mura, spostandolo in una diocesi del Nord. Il caso era stato inizialmente archiviato dalla Congregazione per la Fede ma Papa Francesco lo ha fatto riaprire e ora si sta celebrando il processo canonico nella diocesi di Milano, anche se in totale assenza di trasparenza e informazioni per l’opinione pubblica. Di questo ingombrante caso «non se ne è minimamente parlato» all’interno dell’ultimo Consiglio Permanente, come è stato spiegato ai giornalisti alcuni giorni fa dal segretario generale della Cei, durante una conferenza stampa.

Francesco Zanardi, ex vittima di un prete di Savona quando era adolescente, ha raccolto con l’aiuto di tanti magistrati italiani, il materiale che gli consente di avere un quadro più completo di tanti casi opachi. Nella diocesi di Genova, per esempio, in passato era stato nascosto un parroco accusato di abusi (su seminaristi) in Argentina, padre Carlos Abuelo; a Firenze venne spostato di parrocchia in parrocchia don Daniele Ralti, anch’esso accusato di atti simili. A Milano il caso di don Mauro Galli ha fatto discutere molto per il ruolo che ha avuto l’arcivescovo Delpini che ha ammesso – in una deposizione rilasciata alla Questura di Milano – di averlo sostanzialmente coperto, spostandolo.





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il Messaggero

Detective presso Computer Crime Research Center. Investigazioni Roma. Ingegneria Elettronica e delle Telecomunicazioni Seminario Analisi del Crimine Violento Università di Roma

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PRETI PEDOFILI

Gli strani silenzi di Ratzinger nel testo sulla pedofilia

Il papa emerito si è avvalso di un ghost writer? Perché non parla di Maciel e dei Legionari di Cristo? E perché il documento non è stato diffuso attraverso i media vaticani? Tutte le ombre.

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La pubblicazione del documento di Joseph Ratzinger sulla pedofilia e il clamore mediatico che ne è derivato hanno riaperto la discussione sulla ‘convivenza’ fra il papa argentino e il suo predecessore in Vaticano. In breve, il nodo è rappresentato dal rischio che il magistero del pontefice in caricavenga in qualche modo messo in discussione. D’altro canto la Chiesa vive una condizione storica inedita – anche in relazione all’esercizio dell’autorità – da quando Benedetto XVIha rinunciato al papato nel 2013 e subito dopo è stato eletto Francesco. Ratzinger da allora si è ritirato nel monastero interno al Vaticano, il Mater Ecclesiae, dove è assistito da alcune suore e dove, nel corso di questi anni, ha ricevuto e riceve diverse visite.

RATZINGER E LE IPOTESI SULLA STESURA DEL TESTO SULLA PEDOFILIA

L’ex pontefice ha oggi 91 anni, vive la fragilità di uno stato di salute tipico della sua età, tanto da far supporre a qualcuno che vi possano essere dubbi sulla paternità effettiva del documento sugli abusi sessuali. Si tratta però di ipotesi o illazioni; l’impianto teorico del testo contiene molti riferimenti al pensiero già noto di Ratzinger a cominciare dalle accuse rivolte al 1968, alla rivoluzione sessuale, in parte al Concilio Vaticano II quali fattori che – con modalità molto diverse – hanno indebolito la morale cattolica, favorito l’affermazione di un mondo che vuole fare a meno di Dio e accentuato il diffondersi degli abusi nella Chiesa. Qualcuno, addirittura uno o più ghost writer, potrebbe aver “aiutato” l’ex papa a scrivere il suo resoconto? A priori non si può escludere nulla, e del resto un ‘aiuto’ non significa automaticamente una forzatura non autorizzata nell’estensione del testo, tuttavia è opportuno restare alle cose note.

I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DEL PAPA EMERITO

In tal senso è bene ricordare che Joseph Ratzinger, ben prima di essere eletto al soglio di Pietro nel 2005, per circa 24 anni è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, organismo vaticano che, come ricorda lui stesso nel documento all’origine del dibattito di questi giorni, ha avuto l’onere di seguire fin dal principio il flusso di denunce che approdavano in Vaticano relative a vicende delittuose, coperture e reticenze da parte dei vescovi. In tale posizione Ratzinger non puòò non sapere che gli abusi sono ben precedenti agli Anni 60, anzi migliaia di casi segnalati o denunciati risalgono agli Anni 40 e 50 del secolo scorso. Possibile che se ne sia dimenticato o che non abbia voluto tenere conto? Che abbia aggirato un fatto così evidente da rendere scarsamente credibile tutta la teoria messa a punto nel testo?

PERCHÉ RATZINGER NON CITA IL CASO MACIEL?

Inoltre, fra le vicende che videro il cardinale tedesco entrare in conflitto con personalità di altissimo livello della Curia vaticana c’è quella di padre Marcial Maciel fondatore del movimento dei Legionari di Cristo, abusatore seriale e criminale incallito. Ratzinger si scontrò con il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato – e tuttora indicato nei corridoi vaticani come una sorta di potenza ‘ombra’ Oltretevere – e con l ‘ex segretario di Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale Stanislaw Dziwisz, negli anni finali del pontificato detentore di un potere assai superiore alle sue reali funzioni. Forse Ratzinger non ha fatto tutto quello che era in suo potere contro Maciel, ma di certo è stato l ‘unico che ha provato a fermarlo in Vaticano. Per quale motivo non vi è alcun riferimento nello scritto di Ratzinger al caso Maciel?

TROPPI SILENZI VATICANI SUI LEGIONARI DI CRISTO

I legionari sono stati una sorta di “armata delle tenebre” il cui principale impegno era quello di contrastare, in ogni modo, il diffondersi della teologia della liberazione in America Latina e i settori del cattolicesimo progressista nel mondo, con grossi finanziatori all’estero e protezioni importanti fra le mura vaticane. Come ha ricordato all’inizio di gennaio il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, prefetto vaticano della Congregazione per gli istituti di vita consacrata (il ‘ministro’ dei religiosi), Oltretevere erano a conoscenza delle accuse a Maciel dal 1943, contro di lui però non si è fatto nulla poiché «quanti lo proteggevano erano una mafia, non erano Chiesa». «Ho l’impressione», spiegava il cardinale, «che le denunce di abusi cresceranno, perché siamo solo all’inizio. Sono 70 anni di insabbiamento, e questo è stato un tremendo errore». Secondo Braz de Aviz «il problema attuale ci indica che molte cose nel passato si sono fatte male, si mentiva». «A quelli della mia generazione», aggiungeva, «nessuno parlava di sessualità e questo oggi va ripensato nel quadro della formazione». Benedetta rivoluzione sessuale verrebbe da dire, ma certo sul capitolo Maciel, in Vaticano sia il papa emerito che molti cardinali avrebbero ancora molto da raccontare.

I DUBBI SULLA PUBBLICAZIONE FUORI DAL CIRCUITO VATICANO

Negli appunti di Ratzinger, insomma, ci sono molte – troppe? – dimenticanze, ma va da sé l’autore ha fatto le sue scelte e vanno rispettate. Altrettanto curiosa appare tuttavia la modalità scelta per la pubblicazione: non uno dei tanti media vaticani, ma altri canali che hanno rapidamente raggiunto siti e testate appartenenti alla galassia ultratradizionalista cattolica. Perché il papa emerito avrebbe seguito un simile criterio? A quest’ultimo interrogativo sarebbe opportuno che lo stesso Vaticano provasse a dare una risposta quanto meno per fugare il dubbio che ci si trovi di fronte all’ennesima variazione del genere “vatileaks”.

LA DISTANZA TRA BERGOGLIO E RATZINGER

D’altro canto la vicenda fa anche un po’ di chiarezza: nella vulgata ufficiale, infatti, fra i due pontefici vi era e vi doveva essere una perfetta continuità di scelte e di visione. Non è così, ora è più evidente; per altro non solo sulla vicenda abusi sessuali vi sono significative differenze – decadenza dei costumi per Ratzinger, eccessi del clericalismo abuso di potere per Francesco – ma anche su molte altre questioni dirimenti per la Chiesa. Intanto in Vaticano si lavora alla redazione di nuove linee guida per la gestione e la denuncia dei casi di abuso in base a quanto è scaturito dall’ultimo summit sulla pedofilia tenutosi in Vaticano. Infine non no va dimenticato che, sia pure a fatica, il progetto di riforma della Curia vaticana sta andando in porto; entro la fine dell’anno la sua versione definitiva vedrà la luce, e non è escluso che pure in questo caso si possano creare tensioni per i nuovi assetti.

 

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Lettera 43

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PRETI PEDOFILI

Vescovo condannato per pedofilia, ma non è stato “spretato”

Il caso Guam, al centro di polemiche e forti tensioni da anni, si è finalmente concluso con la condanna per abuso si minori di Monsignor Anthony Sablan Apuron.

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Il caso Guam, al centro di polemiche e forti tensioni da anni, si è finalmente concluso con la condanna per abuso si minori di Monsignor Anthony Sablan Apuron.

Vescovo Apuron:  cosa è accaduto

Il processo di appello in Vaticano ha ritenuto l’arcivescono “colpevole di delitti contro il Sesto Comandamento con minori” (non commettere atti impuri).

L’arcivescovo Apuron, dei frati minori cappuccini, è stata imposta:

  • la privazione dell’ufficio
  • il divieto perpetuo di dimorare, anche temporaneamente, nell’arcidiocesi di Agaña
  • il divieto perpetuo di usare le insegne proprie dell’ufficio di vescovo

Apuron si era già sospeso dal suo incarico nel 2016 chiedendo alla Santa sede di nominare un amministratore per potersi dedicare completamente alla propria difesa.

L’ arcivescovo non risiedeva più da diverso tempo a Guam a causa delle gravissime accuse pendenti su di lui.

Il portavoce vaticano Alessandro Gisotti ha spiegato che Apuron rimarrà comunque vescovo sacramentalmente e giuridicamente.

Monsignor Anthony Sablan Apuron

Monsignor Anthony Sablan Apuron

“Non ogni caso di abuso comporta la dimissione dallo stato clericale ha spiegato sempre il portavoce vaticano. In altri casi di condanna in seconda istanza presso l’ex Sant’uffizio i colpevoli sono stati spretati.

Gli abusi per cui il prelato è stato riconosciuto colpevole risalgono a fatti avvenuti 40 anni fa presso la parrocchia Our Lady of Mount Carmel.

Inizialmente le accuse di abusi verso due ragazzi, entrambi adolescenti all’epoca, erano state rigettate dal Tribunale apostolico presieduto dal cardinale  Raymond Leo Burke per insufficienza di prove.

Il verdetto era soggetto ad eventuale appello e così è stato. La difesa aveva promesso nuove prove per scagionare Apuron, in particolare il fatto che i denuncianti avessero ricevuto forti somme per portare avanti le accuse.

L’ultima decisione del Tribunale però è definitiva. Da parte sua Apuron continua a dichiararsi innocente, ritenendo la sentenza come una sorta di “condanna a morte”.

 «Sono profondamente rattristato dalla decisione del Santo Padre che ha confermato la decisione del tribunale di primo grado. Ho presentato un ricorso contro tale decisione l’anno scorso perché sono innocentee la sentenza del Tribunale di primo grado mi ha rivendicato dichiarando non credibili la maggior parte delle accuse mosse contro di me: credo che i fatti e le prove presentate abbiano dimostrato la mia totale innocenza” ha detto in una dichiarazione.

Sempre l’arcivescovo ha lanciato accuse molto gravi. “Questo clima che ha ostacolato il lavoro del Tribunale di primo grado, testimonia la presenza di un gruppo di pressione che ha progettato di distruggere me, e che si è fatto chiaramente conoscere anche alle autorità di Roma. Diverse persone mi hanno detto i essere state invitate ad avanzare accuse contro di me, persino dietro offerta di denaro”.

Apuron però si sottomette al verdetto. “Questa sentenza mi esilia dalla mia amata Guam: considero questa una pena analoga ad una condanna a morte. Perdo la mia patria, la mia famiglia, la mia chiesa, la mia gente, persino la mia lingua, e resto solo in completa umiliazione, vecchio e in precarie condizioni di salute”.

A sostituirlo ci sarà il vescovo coadiutore Michael Jude Byrnes, ex ausiliare di Detroit.

A lui toccherà far fronte alle diverse richieste di risarcimento per abusi del clero. Sono 180 domande, di cui alcune relative ad abusi di 50 anni fa.

Unimamme, cosa ne pensate di quanto raccontato su La Stampa?





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PRETI PEDOFILI

I giri di vite (antiorari) vaticani sulla pedofilia

Che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

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Esistono Paesi dove i sacerdoti sono esonerati dal dovere di fornire alla magistratura le informazioni che essa richiede, anche quelle al di fuori del “segreto confessionale”; uno di quei Paese è l’Italia e la norma in questione deriva dal patto concordatario tra l’Italia e la Santa sede. Esistono poi Paesi dove i sacerdoti sono tenuti, come qualunque altro cittadino, perfino a denunciare i reati di cui vengono a conoscenza. In caso contrario si rischia di essere incriminati per aver intralciato la giustizia. Uno di quei Paesi è la Francia, che infatti ha recentemente condannato Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, a sei mesi di reclusione in primo grado proprio con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, tale Bernard Preynat, ostacolando così il corso delle indagini.

Esenzioni rico­no­sciute in Italia ai preti soltanto per il fatto di essere tali

A onor del vero il crimine in questione pare sia avvenuto diversi anni prima che Barbarin ne venisse a conoscenza, che tuttavia verrà giudicato in secondo grado dal momento che ha presentato richiesta di appello, ma è comunque evidente la differenza che passa tra le esenzioni rico­no­sciute in Italia ai preti soltanto per il fatto di essere tali e il trattamento che riserva loro la Francia, dove hanno gli stessi doveri di qualunque altro cittadino.

Secondo quanto stabilito dal papa nell’ultimo summit proprio sulla pedofilia ecclesiastica, però, queste esenzioni dovrebbero avere vita breve. Dovrebbero! Perché il papa è stato chiaro con tutti i presidenti delle conferenze episcopali presenti: «anche se si trattasse di un solo caso di abuso la Chiesa chiede di non tacere e di portarlo oggettivamente alla luce, perché lo scandalo più grande in questa materia è quello di coprire la verità». I preti quindi dovrebbero denunciare. Dovrebbero! Per cui Barbarin, condannato giusto due settimane dopo quel summit, avrebbe dovuto essere il primo esempio di questo ennesimo giro di vite.

Che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

Giro di vite che però forse è stato dato in senso antiorario, perché infatti Barbarin ha sì presentato le proprie dimissioni subito dopo la sentenza, ma Bergoglio le ha altrettanto immediatamente respinte. La ragione di questa decisione del papa sarebbe il principio di presunzione d’innocenza, il che sembra veramente pretestuoso. Non che per Barbarin la presunzione d’innocenza non valga, ci mancherebbe altro, ma questa riguarderebbe eventualmente il reato di favoreggiamento nei confronti di Preynat, non il fatto che ha taciuto le notizie che gli sono pervenute. E comunque, che tolleranza zero è quella che viene meno alla prima occasione?

Non che la cosa sorprenda. Giusto sette mesi fa pubblicavamo un articolo in cui facevo l’elenco delle sterili promesse vaticane sulla pedofilia, in quel caso parlando delle reazioni negative (per la Chiesa) in Irlanda, e aggiungerne un’altra non è che sia poi così clamoroso. Così come non sorprende il fatto che anche in Francia l’immagine della Chiesa bergogliana non è che sia esattamente splendida; sembra anche che sia in aumento il numero dei battezzati che chiedono di abbandonare formalmente la Chiesa mediante sbattezzo, proprio per via dello squallido teatrino tra Barbarin e Bergoglio. Nel frattempo l’idea più geniale è venuta a Bergoglio pochi giorni fa: ha introdotto tre leggi motu proprio che consentono di agire d’ufficio contro i reati di pedofilia perpetrati nella Città del Vaticano. Quanti bambini pensate possano vivere all’interno delle Mura leonine?





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